Gemma si alzò di scatto. Un ramo basso del nespolo si impigliò nei suoi capelli e lei si liberò con una mossa brusca, sfilando una ciocca dall'acconciatura.
— Cieco! No, non è possibile.
— Federigo è cieco dalla nascita — affermò Giovanni.
— Ho avuto l’impressione che cercasse di evitarmi, ma non immaginavo che potesse non vedermi... E ho intravisto i suoi occhi, poco fa: non sembrano malati.
— Il danno non è negli occhi, ma nel cervello. Questo hanno concluso i medici dopo anni di cure inutili.
La ragazza tornò a sedersi accanto al fratello. — Che sciocca sono stata — bisbigliò con una punta di vergogna.
— Mi sentivo proprio come te, quando lo conobbi. Fu a una vendita di purosangue. Vidi Federigo esaminare i cavalli insieme al suo palafreniere accarezzandoli sul muso uno per uno, lisciandoli dal dorso ai garretti. Solo dopo seppi che era cieco, e non volevo crederci. È perfino in grado di cavalcare, ma solo in presenza di Giandonati.
— Quell’uomo è la sua ombra.
— C’è un forte legame tra loro. Emidio venne assunto come precettore dai baroni Malaspina quando Federigo era bambino. Da allora non l'ha mai lasciato. Vive con lui e con sua madre, la baronessa, purtroppo vedova.
— Frequenti la famiglia? Vedi il barone spesso?
— Di tanto in tanto. — Giovanni la studiò con aria scaltra. — Sbaglio, o quell’uomo ti interessa?
— Cosa vai a pensare!
— Mentire non è il tuo forte. Federigo ti piace, non negarlo.
Lei non negò. Solo chinò il capo sorridendo.
— Rigamonti — le soffiò in un orecchio il giovane. — Ti dice nulla questo nome?
— Rinfrescami la memoria — gli rispose con gaia ironia.
— Non serve. Basterà che alzi lo sguardo.
Giovanni alludeva a tre persone che si stavano avvicinando a passo lento.
Il nobiluomo conversava con la dama alla sua destra. La donna che gli stava alla sinistra, invece, ammirava gli alberi da frutto e le siepi ben curate, reputandole ben più interessanti di quanto giungeva alle sue orecchie.
Quest’ultima era Ilaria di Sant’Arconte, contessa di Monfalco. La sua figura somigliava a quella longilinea della figlia, ma gli occhi e i capelli non erano altrettanto scuri, ricordavano piuttosto i castani ramati dell’autunno. Vicino a suo marito il conte, moro e imponente, Ilaria sembrava ancor più delicata e lui più autoritario, sovrastandola in altezza.
— Allora? Cosa ne pensate, mia cara? — le domandò il consorte. — Non avete risposto a donna Clelia.
— Perdonatemi, ero distratta — rispose Ilaria con vaghezza.
Tommaso di Monfalco mascherò l’insofferenza con un colpo di tosse. — Donna Clelia proponeva la sua villa in collina sia per la celebrazione sia per i festeggiamenti.
— Festeggiamenti? — chiese stupita la contessa.
— Il matrimonio, donna Ilaria — intervenne con stizza la marchesa Rigamonti.
— Oh, sì, il matrimonio! Ma non vi sembra prematuro discuterne ora, marchesa? Gemma non ha ancora lasciato l’educatorio.
— Lo farà domani, e il mio Luigi non parla d’altro. Sarebbe qui anche lui, se voi non lo aveste trovato sconveniente.
— Temevo che la sua presenza confondesse Gemma durante l’esibizione. Sapete, nostra figlia è così timida!
Donna Clelia sgranò gli occhi. — Timida? Non l’avrei mai detto.
— Non è così, marito caro?
Tommaso di Monfalco accondiscese con un gran sospiro. — Timida, timidissima. Mia moglie ha ragione, e nessuno conosce Gemma meglio di lei. Tra madre e figlia, sapete...
— No, non lo so, conte. — Lo sguardo di Clelia era una lama. — Ho generato un unico maschio: il vostro futuro genero.
Calcò sull’ultima parola, ma nessun commento venne dai Monfalco, lui con gli occhi alla fibbia delle scarpe, lei che sorrideva girata verso i figli, distanti pochi passi.
Seduti sulla panchina sotto il nespolo, Gemma e Giovanni ricambiarono lo sguardo affettuoso della madre.
— Crescendo vai somigliandole — osservò Giovanni, — negli atteggiamenti, nelle espressioni e in quel sorriso irresistibile che induce alla resa.
— Oh, non sarò mai altrettanto brava!
— Tu e la mamma siete più simili di quanto credi. Questo mi fa pensare che, a partire da domani, a palazzo ne vedremo delle belle.
“Domani. A palazzo.” Gemma ripeté tra sé quelle parole pregustando l’avvicinarsi del momento.
A breve gli ospiti avrebbero lasciato il chiostro.
Educande, novizie e religiose si sarebbero raccolte in preghiera prima della cena. La notte sarebbe stata lieta nel grande dormitorio, dove dodici festose diciottenni avrebbero fantasticato sul futuro fin quando la stanchezza non avesse preso il sopravvento.
Alle nove dell’indomani, una carrozza con lo stemma dei Monfalco sugli sportelli sarebbe giunta davanti al portone di Sant’Onofrio. Dal momento in cui avesse messo piede oltre la soglia, Gemma sarebbe stata libera.
Filippa Chiermontesi passò di volata in mezzo ai letti fino alla parete in fondo al dormitorio, dove si aprivano due finestrelle con le grate. Era scalza, e non fece rumore sulla nuda pietra. Giunse infatti a un passo dall’amica senza che lei se ne accorgesse.
— Cosa fai qui tutta sola? — le domandò. — Muoviti, Gemma, unisciti a noi!
Gemma lanciò un’occhiata alle compagne sedute sui lettucci; le risa e le voci concitate risuonavano nello stanzone facendo tremolare le fiammelle dei moccoli sui comodini. Dov'era lei, quasi non arrivava luce. Sedeva sulla panca addossata al muro proprio sotto le finestrelle, abbracciandosi le ginocchia. La candida camicia da notte era lunga e ampia tanto da avvolgerla per intero anche in quella posizione.
— Vi raggiungo tra un momento — disse alla compagna.
Filippa strinse gli occhi, scrutandola nella semioscurità.
— Cos’hai?
— Nulla, perché?
— È l’ultima notte, vieni a far baldoria!
Ma proprio quella notte, Gemma di far baldoria non aveva voglia.
Incoraggiò Filippa a unirsi al gruppo e, rimasta sola, alzò gli occhi alle finestre: lasciavano entrare un venticello fresco, ma fra le grate non si vedevano che riquadri di cielo nero.
Salì in piedi sulla panca. Sollevandosi in punta di piedi riuscì a scorgere la piazza sottostante, piazza Vecchia, che al mattino ospitava sotto i portici il mercato di borgo Corbolini. Spesso, in quegli anni, Gemma si era destata all’alba per lo scalpiccio dei cavalli e il cigolio dei carri che arrancavano sull’acciottolato. Sotto le coltri aveva immaginato i mercanti affannarsi a disporre sui banchi merci di ogni sorta, dalla frutta al pollame starnazzante nelle gabbie, dai dolciumi ai variopinti scampoli di stoffe.
Da bambina era stata in quel mercato e ne ricordava ancora l’operosa confusione. Ora immaginava quello stesso luogo in ben altro modo: inghiottito dal buio.
Gemma non avrebbe dovuto essere triste, non quella notte attesa così a lungo, ma il suo cruccio era insistente. Allungandosi quanto più poté, appoggiò il mento sul davanzale, diede un ultimo sguardo alla piazza deserta e chiuse gli occhi. Poiché filtrava ancora un pallido lucore, premette i palmi sulle palpebre serrate.
Di colpo fu nelle tenebre. La carezza del vento sulla faccia le faceva adesso un po’ paura, come se fosse il respiro di un fantasma. Ebbe l’impressione di trovarsi in un limbo solitario, distante e separato dall’universo intero.
Era questo che provava Federigo? Come percepiva il mondo che non gli era dato di vedere?
"Di vedere, né di immaginare’’ pensò Gemma, poiché il buio lo avvolgeva da sempre. Dunque, l’unico ricordo che serbava di lei era la voce.
Rammaricandosi di non aver intuito la condizione del barone, non si rassegnava all’idea che lui potesse averla giudicata insensibile e superficiale.
Disturbata dalle risate delle amiche, riaprì gli occhi. La penombra le sembrò stranamente luminosa, le forme tutt'intorno ricche di dettagli significativi. Era il suo mondo, lo riconobbe subito. Si chiese quale fosse quello di Federigo Malaspina.
Dal calore Federigo riceveva le sensazioni più potenti. Il calore era carico di odori e di preziosi indizi; gli raccontava il desiderio di una donna sprigionandosi dall’incavo tra i seni, o suggeriva un malanimo taciuto, salendo acre dalla nuca di un uomo che gli dava le spalle confabulando con un altro.
Molti anni addietro, nel tentativo di inculcargli la percezione dei colori, Giandonati gli aveva detto che il calore poteva essere rosso e bruciante come il fuoco, oppure bianco e accecante come un lampo, o dorato e lieve come il miele. Ma Federigo stentava ad associare i colori alla materia. Ci riusciva invece con le sensazioni, associando alla luce l’intensità di un’emozione.
La voce di Gemma di Monfalco e quell’ardore che da lei si sprigionava avevano acceso la sua mente, lo avevano stordito, facendolo pensare a un bagliore folgorante.
Ma non era che un vagheggiamento, il suo: da sempre viveva nell’oscurità. Su indicazione dei dottori, fin da ragazzo esercitava i muscoli facciali per conservare la motilità delle palpebre e dei globi oculari, con il solo risultato di nascondere nell'espressione l’assenza di riflesso agli stimoli luminosi; la visione, però, non ne aveva mai tratto giovamento.
Federigo era venuto al mondo a seguito di un parto prematuro e difficilissimo, durante il quale anche sua madre aveva rischiato di morire. Lui era sopravvissuto contro ogni previsione, ma con un danno irreversibile alla vista. All’età di sei anni, i genitori gli avevano affiancato un giovane e volenteroso precettore, Emidio Giandonati.
Giandonati aveva sostenuto il piccolo Federigo nella dura presa di coscienza della sua menomazione e lo aveva reso capace di affrontarla; si era dedicato a lui con affetto e abnegazione, facendo dei suoi progressi lo scopo della propria esistenza.
Grazie al suo maestro, Federigo aveva ottenuto negli anni risultati insperati. Aveva superato il timore dei vasti spazi, dove riusciva a orientarsi grazie a pochi punti di riferimento e al suo bastone. Intuiva con successo i movimenti delle persone note e sapeva identificarle dal semplice respiro, dall’odore o dal rumore prodotto dalla camminata. Stringere una mano sconosciuta non lo metteva più a disagio. Una sola cosa lo turbava: il silenzio. Le sfumature di una voce erano per lui eloquenti come sguardi, ma un vuoto inaspettato di conversazione era fonte di malessere.
— Nel suo silenzio c'era qualcosa che non ho afferrato — diceva Federigo camminando avanti e indietro nel salone. — Gemma respirava con affanno, come se fosse in ansia, e questo mi ha gettato in confusione. Che idiota!
Sprofondato in poltrona, Emidio Giandonati diede una boccata al sigaro e soffiò una nuvola di fumo nel bicchiere di cognac.
— Un perfetto idiota — convenne placido gustando l’aroma del liquore. — La ragazza meritava di più, non fosse che per ripagarla delle smaccate attenzioni che ti ha riservato.
— Dovevi impedirmi di andar via.
— L’ultima volta che ho cercato di impedirti con la forza di fare una sciocchezza risale a una decina d’anni fa: avevi quindici anni, e per ritorsione minacciasti di farmi dare il benservito da tuo padre.
Il barone scrollò le spalle. — Non volevi che montassi quel purosangue... In qualche modo dovevo pur convincerti.
— Non ti sei affatto curato di convincermi! — protestò Emidio. — Hai voluto fare di testa tua come al solito, rischiando l’osso del collo.
Federigo sedette sul bracciolo della sua poltrona e gli tolse il bicchiere dalle mani. Bevve d’un fiato.
— Montare quel puledro è stata una delle esperienze più eccitanti della mia vita — disse restituendogli il bicchiere vuoto. — La ricordo come fosse ieri.
— Anch’io. Per poco non mi venne un colpo quando fosti sbalzato di sella e scaraventato sulla staccionata. Allora il posto stavo per perderlo sul serio!
Risero di gusto. Avevano in comune tanti ricordi e ognuno di essi, bello o brutto, li legava profondamente.
— Tornando alla sorella di Giovanni — riprese Federigo, — devo aver fatto una pessima figura.
— La figura di chi disdegna una fatua diciottenne.
— Non credo che sia fatua.
— Perché l’hai piantata in asso, allora?
— Gemma non si era accorta che sono... — Fece una smorfia amara. — Non l’ha capito.
— Succede spesso che la gente non se ne accorga subito. Questo non dovrebbe rattristarti, ma renderti fiero di te stesso.
Federigo non replicò. Si avvicinò alla finestra spalancata sul giardino e si sporse inspirando il profumo che saliva dal roseto sottostante.
Situata in cima a un altopiano a nord di Firenze, Villa Malaspina offriva un panorama straordinario sulle colline di Careggi. Emidio le aveva descritte a Federigo così tante volte che a lui pareva di conoscerle davvero, nella propria mente.
— Ci sono molte stelle?
L’amico lo raggiunse e guardò il cielo. — No, non stanotte — rispose sottovoce posandogli una mano sulla spalla.
— È umido, infatti. L’aria sa di pioggia. Vedi la luna?
— Sì, una falce sottile.
— Quasi me la immagino — sussurrò il barone. — Bellissima, piccola e sperduta nello spazio sconfinato.
— La luna o... Gemma di Monfalco?
Federigo sorrise. Il pensiero di lei riuscì a fugare lo sconforto.
— Mi leggi nel pensiero. Sì, parlo di Gemma. Voglio incontrarla ancora, presto. Le devo delle scuse.
— La mia opinione a riguardo conta qualcosa?
— Ti ascolterò se mi descriverai quella ragazza nei dettagli.
— Ma è quasi mezzanotte!
— Appunto. Vorrei sognarla, quindi fa’ presto. — Così dicendo, Federigo si sistemò sulla bergère con i piedi su un panchetto. — Non tergiversare, Emidio. Prima cominci e prima vai a dormire.
— Te l’ho detto mille volte: non conta ciò che vedi, ma ciò che senti. Sono sicuro che hai già di lei un’idea molto precisa.
— Puoi giurarci.
— Coraggio, dunque — disse il precettore lasciandosi cadere in poltrona. — Sentiamo di cosa sei capace.
— Si muove con leggerezza; la ghiaia scricchiolava appena mentre camminava. Credo che sia di corporatura esile e di statura oltre la media. Sentivo il suo respiro sulla gola.
— Stai andando bene. Procedi.
— Gesticola più del dovuto forse, e con un certo eccitamento... Come una fanciulla.
— A proposito, è troppo giovane per te.
— Sette anni di differenza sono niente.
— Non parlo di età, Federigo, ma di esperienza: tu ne hai troppa, lei troppo poca.
— Stai agitando l’indice puntandomelo contro?
— Sì, perché?
— Devi essere preoccupato, forse anche spaventato, all’idea che perda la testa per lei. Ah, quella ragazza dev’essere speciale!
Emidio brontolò, preso in castagna. — A parte la voce da soprano, donna Rosalba non ha nulla da invidiarle.
— Sarà pur vero, ma il matrimonio non mi si confà, e Rosalba, con insistenza esagerata, mira a quello.
— Non ci vedo nulla di male: è vedova e la vostra relazione è stata intensa.
— Lo è stata, hai detto bene. Rosalba e io non ci sentiamo da due mesi e ad esser franco non ne sento la mancanza, piuttosto mi sento sollevato.
Il barone si stese in poltrona più comodamente, con le braccia dietro la testa e il viso rivolto alle travi del soffitto. In quella posizione aprì del tutto gli occhi, cosa che faceva di rado, mai in pubblico; sapeva che l’occhio sinistro era affetto da un modesto strabismo, che le iridi erano azzurre e che lo sguardo non differiva nel complesso da quello di un vedente se non per una certa fissità, tuttavia evitava di mostrarlo.
— Torniamo a noi — continuò con impazienza. — Gli occhi di Gemma: voglio sapere come sono.
— Sono grandi e scuri, e li sgrana spesso mentre parla.
— Grandi come noci o come mandorle?
— Come noci. Rosalba li ha come mandorle.
— Storia vecchia, Emidio.
— Per Giove, quanto sei ostinato!
— Anche i capelli sono scuri? Li portava raccolti in cima al capo?
— È bruna. Aveva i capelli intrecciati sulla nuca in una grossa crocchia; credo siano mossi.
— Saranno folti e soffici...
— Probabilmente — sospirò esasperato Giandonati.
— Dio, come vorrei toccarli!
— Qualcosa mi dice che prima o poi lo farai. Ora posso andare a dormire?
— Aspetta. Ha seni piccoli?
— Sì! — sbottò l’altro balzando in piedi. — Buonanotte!
— Buonanotte, vecchio mio.
Emidio s’incamminò alla porta. Prima di uscire, si volse per aggiungere: — Hai intenzione di passare la notte in poltrona?
— Forse — rispose Federigo con tono sognante. — Da qui la luna si vede meglio. Sembra più vicina.
L’amico scosse la testa sorridendo e lasciò la stanza.
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