Un viaggio tra trope, emozioni, community e trasformazioni del romance contemporaneo.
Ci sono trope che passano. E poi ci sono quelli che, nonostante il tempo, continuano a tornare negli scaffali delle librerie, sui social, nei post suggeriti e nelle conversazioni tra lettrici.
Il grumpy/sunshine è uno di questi. E forse il motivo è molto più emozionale di quanto sembri.
Da una parte c’è lui (o lei): chiuso, sarcastico, scorbutico, emotivamente disordinato, spesso convinto di non avere davvero bisogno di nessuno.
Dall’altra il raggio di sole che porta luce, energia, caos, gentilezza, calore. Non necessariamente ingenuo o perfetto. Ma vivo. Aperto. Capace di entrare nelle crepe senza volerle aggiustare per forza.
E noi lettrici sappiamo già cosa succederà: le barriere si abbassano, il muro si incrina, la distanza si accorcia. Qualcuno inizia a imparare (o per la prima volta o di nuovo) cosa significa sentirsi visto.
Forse è proprio questo il punto.
Il grumpy/sunshine non funziona perché “gli opposti si attraggono”. Quello è solo il livello più superficiale del trope. Funziona perché mette in scena una fantasia emotiva molto precisa: l’idea che qualcuno riesca a raggiungerci anche quando facciamo di tutto per allontanarlo o restare inaccessibili.
E nel romance contemporaneo questa dinamica continua ad avere forza perché parla di vulnerabilità, protezione emotiva e bisogno di connessione.
Non a caso il trope si è evoluto tantissimo negli anni. Il “grumpy” di oggi raramente è soltanto il classico tipo freddo, scostante e dominante dei romance di qualche tempo fa. Sempre più spesso è un personaggio emotivamente stanco, disilluso, che cela ansia, iper controllo, e non è capace di gestire ciò che prova.
E il “sunshine” non è più solo un personaggio allegro e solare. Può essere fragile. Gioca con l'ironia. Vive nel caos. Si lascia andare alla malinconia. Quello che conta è il modo in cui riesce a portare movimento emotivo nella vita dell’altro.
Forse è anche per questo che il trope continua a vivere così bene nei fandom e nelle community online. Perché crea una forma di comfort emotivo immediatamente riconoscibile. Chi legge sa già quale tipo di tensione troverà, quale equilibrio emotivo si spezzerà lentamente, quale personaggio finirà per abbassare le difese.
Ed è proprio questa familiarità a creare affezione: non la ripetizione sterile della dinamica, ma il piacere di ritrovare emozioni che continuano a funzionare, ogni volta in modo diverso. Perché tutti, in fondo, vorremmo qualcuno capace di restare abbastanza vicino da vedere la parte più difficile di noi. E che scelga di restare (...a sopportarla) :)
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