Il mercato delle emozioni

da Mariangela Camocardi
Fino al


Continua a essere trattato come un genere "non di rango" per echeggiare le differenze tra narrativa considerata nobile e quella più popolare. Le ragioni sono più culturali che letterarie. Prima di tutto, pesa una gerarchia storica tra “alto” e “basso”. Da Benedetto Croce in poi, ma anche in molta accademia novecentesca, si è privilegiata un’idea di letteratura legata alla sperimentazione formale, alla complessità stilistica, alla “difficoltà”. Il romance, che punta invece sull’immediatezza emotiva e su strutture narrative riconoscibili, è stato visto come qualcosa che ha una formula prestabilita, ripetitiva e priva di originalità, quindi inferiore. C'è altresì una questione di genere (in senso sociale): il romance è scritto in larga parte da donne e letto soprattutto da donne. Una falsità che ha contribuito a svalutarlo, spesso in modo implicito. Autrici come Jane Austen o Elena Ferrante dimostrano che non è affatto così, che le storie di relazioni possono essere profonde e stratificate, ma quando il focus è sull’amore viene facilmente liquidato come “evasione”. Vogliamo poi parlare del fattore industriale? Case editrici e piattaforme, tra cui Amazon con il self-publishing, hanno capito che il romance vende tanto e anche in modo stabile. Questo porta a incentivare la produzione seriale: tropi riconoscibili, ritmi rapidi, uscite frequenti. Il risultato è una grande quantità di titoli medi o mediocri, se non persino brutti, che rafforzano il pregiudizio iniziale (“vedi? è tutta roba uguale”). Ma cosa succede se si “approfitta”, senza incentivare con serietà? Il rischio non è risibile come può sembrare d'acchito. Quando un genere viene sfruttato solo per la resa immediata si appiattisce su cliché sempre più rigidi, si riduce lo spazio per sperimentare, si educa il pubblico ad aspettarsi sempre lo stesso tipo di gradimento. Alla lunga, di conseguenza, questo può portare a una saturazione e a una perdita di credibilità, a un aumento di abbandoni in termini di lettori, ma anche a un aumento di detrattori. Il romance ha tuttavia uno zoccolo duro, una sua caratteristica che lo rende molto resistente: è duttile, estremamente adattabile. Ha già attraversato trasformazioni enormi (dal romanzo ottocentesco al contemporaneo, dal cartaceo al digitale, fino alle piattaforme come Wattpad). Se viene “alimentato bene”, cioè quando autori e autrici lavorano su lingua, psicologia, il contesto sociale, si rigenera. Perché non è il romance in sé a essere povero: è l’uso industriale che può impoverirlo. Dunque, sì, il rischio di inaridimento esiste, ma non è inevitabile. Dipende dall’equilibrio tra mercato e ricerca. Se editori e lettrici premiano la qualità (non solo la quantità e la riconoscibilità), il “latte” non si esaurisce: cambia di sapore e impreziosisce, oltre a chi ne scrive, coloro che trattandolo come merita, ovvero da narrativa valida quanto qualunque altro genere, lo pubblicano.



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