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FEBBRE
Emma
Dopo quel giorno, a parte qualche sguardo furtivo quando lo incontravo tra le vie e le piazze del paese, Giulio sembrava sparito. Avevo alzato gli occhi ogni qual volta uno spiffero mi annunciava l’arrivo di un nuovo cliente all’osteria, dove avevo iniziato a lavorare, ma ero rimasta sempre delusa. Avevo anche osato allungare spesso il collo a messa per sbirciare dalla parte opposta della navata, dove il parroco faceva sistemare gli uomini, ma non l’avevo mai visto. Forse non era così praticante, cosa che non faceva che esaltarne la pessima reputazione agli occhi di mia madre. Non perdeva occasione di criticare lui e tutta la sua famiglia, finché, in un altro giorno qualunque, una parte di essa aveva incrociato la mia strada. Mi ero recata in farmacia per consegnare dell’alcool puro ordinatomi dal podestà. Era comune che in paesi piccoli come il nostro un professionista come il farmacista potesse ricoprire anche incarichi di rilievo in politica. Disma, il figlio, era simpatico e galante, anche se troppo succube degli sguardi severi del padre, che non permetteva troppa confidenza soprattutto sul lavoro. In quel frangente, però, era troppo occupato. Stava spiegando con un’espressione corrucciata l’uso del chinino a un uomo alto e dai capelli scuri che mi stava dando la schiena. Avevo trattenuto il respiro per qualche istante, almeno fino a che la delusione non era tornata feroce. Non era Giulio. Aveva i tratti del viso meno spigolosi, la bocca più sottile e gli occhi scuri, anche se lo sguardo fiero e spavaldo sembrava lo stesso. Mi aveva salutato con un cenno frettoloso del capo e se ne era andato in fretta.
«Chi era quello? Mi era sembrato di conoscerlo.»
«È Andrea Costantini. Ha un bel po’ di fratelli e sorelle che si assomigliano tutti come gocce d’acqua. Abitano in piazzetta, in una delle case sotto il porticato.»
«Anche Giulio?»
«Il veterano d’Africa? Sì, è uno dei fratelli, quello per cui ha appena acquistato il chinino. Brutto affare la malaria!»
Ecco perché non ero più riuscita a scovarlo! Era ammalato! Avevo consegnato l’alcool e mi ero incamminata lungo la strada che portava alla piazza della chiesa e del municipio. Sul porticato verso ovest si affacciava la porta della sua casa, che dall’esterno sembrava più un insieme disordinato di stanze e corridoi incuneati tra le abitazioni dei vicini. Mi ero avvicinata cauta, scoprendo la porta aperta. Non avevo notato per nulla la donna seduta all’ombra dell’uscio.
«Tu sei Emma, non è vero? La figlia di Olga.»
Avevo annuito un po’ intimorita dal suo cipiglio autoritario, ma ero comunque entrata dopo un suo cenno.
«Quale dei miei figli cerchi?»
«Giulio. Vorrei vederlo, se posso.»
La donna si era sistemata il fazzoletto che le copriva i capelli mettendone ancora più in evidenza le rughe della fronte e aveva sospirato guardando verso la piazza, oltre le mie spalle.
«Giulio è di sotto, in cantina. È l’ambiente più fresco che abbiamo, ma la febbre non scende. Andrea è appena tornato dalla farmacia e ora è da lui con il dottor Castelli. Magari, quando sarà di nuovo solo, gli farà piacere vederti.»
Ero rimasta in silenzio per lunghi minuti, trovando confortante perfino il suono regolare del mio respiro. Quando il dottore era apparso, stava parlando sottovoce con altri due ragazzi, i cui tratti del viso erano più dolci di quelli di Giulio, ma ugualmente cesellati.
«Sono Pietro e Giacomo, i gemelli. Come direbbe tua madre, sono stata benedetta più volte. Puoi scendere ora, se vuoi.»
Ero volata sui gradini fino a trovarmi davanti a un portoncino di legno massiccio, anch’esso spalancato. Giulio aveva le palpebre abbassate e il respiro affannato. La pelle lucida di sudore e le labbra schiuse. Non appena aveva iniziato a muoversi, la coperta era scivolata di fianco. Era senza maglietta e io non ero riuscita a staccare gli occhi. Avevo già visto i miei fratelli mezzi nudi, ma non poteva esserci nessun paragone tra i loro muscoli e i suoi. Ero talmente assorta a rimirarlo che la sua voce, pur tenue, mi aveva fatto sobbalzare.
«Che ci fai tu qui?»
«Ho saputo che eri ammalato da Disma.»
«Oh, simpatico quello, come un gatto appeso con le unghie agli attributi.»
Ero arrossita per quel riferimento nemmeno tanto sottile e mi ero avvicinata d’istinto.
«Ha dato del chinino a tuo fratello. So che serve per la malaria. Come stai?»
«Ho avuto la febbre così alta da delirare. Ho vomitato l’anima per giorni e ora non ho nemmeno la forza di alzare un braccio, ma va meglio. Il dottore ha detto che me la caverò.»
«Ne sono felice.»
«Ti ha mandata qui qualcuno? Il parroco?»
Avevo sospirato irritata. Non avevo bisogno che qualcuno mi convincesse a andare da lui, anzi. Sarebbe stato più consono che non mi fossi presentata affatto. Ero da sola a casa di un uomo che non solo non era il mio fidanzato, ma del quale sapevo poco o nulla, ma non ero fatta per le consuetudini né per una morale rigida solamente in superficie. All’osteria, dopo una certa ora, quando i bicchieri bevuti cominciavano a esser troppi, avevo visto che fine facevano i principi morali di molti rispettabilissimi padri di famiglia. Avevo imparato presto a evitare certe situazioni e avevo sempre Vittorio e Rodolfo, i miei fratelli maggiori, a guardarmi le spalle. Nessuno, dunque, mi aveva spinto lì. Avevo seguito il mio istinto e, a quanto pareva, anche il mio cuore.
«Non sono un ministro e sono una donna. Non ti sembra troppo per il nostro parroco?»
«In effetti sì. Deve esser stata la febbre a farmi pensare una cosa del genere.»
Gli avevo posato il palmo sulla fronte, instaurando un contatto fisico che mi mancava da troppo tempo. Non avevo dimenticato la sensazione di forza e di sicurezza che mi aveva trasmesso la volta precedente. Era ancora caldo e, guardare quegli occhi smeraldo così da vicino, stava facendo salire la temperatura anche a me.
«Non ti preoccupare.»
«Per cosa dovrei farlo?»
«Non è così che si trasmette la malaria. Non sono contagioso.»
«Lo so. All’osteria arriva il giornale. Ho letto qualcosa in merito tempo fa.»
«Non hai paura che io ti rovini in qualche modo la reputazione? Nessuno di noi è considerato un buon partito per una ragazza, soprattutto perché siamo padroni soltanto delle nostre braccia.»
«So anche questo.»
«Allora… perché sei qui?»
«Sto cercando di capirlo.»
«Sei avventata, piccola, ma sei anche coraggiosa.»
«Sono padrona solo del mio coraggio e voglio usarlo per vivere come dico io, non come gli altri si aspettano che faccia.»
«Cosa ti suggerisce ora?»
«Di provare la teoria per cui il contatto non trasmette la malaria.»
«Vieni qui.»
La sua mano calda mi aveva coperto tutta la nuca e attirato verso il basso. Non avevo nemmeno respirato quando mi ero ritrovata le sue labbra sulle mie. All’inizio era stato un semplice e caldo contatto. Poi Giulio aveva iniziato a muoversi scivolando sulla mia bocca e percorrendola tutta. Alternava questa sua esplorazione con piccoli baci, paziente e dolce. Mi stava aspettando e aveva probabilmente capito che non ero affatto esperta. Avevo allungato la mano sul suo petto più per mantenermi in equilibrio che per altro e l’avevo sentito mugolare sulla mia bocca. Un brivido mi aveva fatto ricoprire di pelle d’oca e, all’improvviso, avevo desiderato di più, senza sapere nemmeno in cosa potesse consistere. Giulio aveva reclinato la testa, mentre picchiettava con la lingua sui miei denti. Era stata un’invasione lenta, umida e dolcissima. Mi stava esplorando con cautela, tenendo le mani a coppa sul mio viso come se temesse che potessi scappare. Niente era più lontano dalla realtà. Lo avevo cercato con entusiasmo e risposto al suo bacio senza remora alcuna. Mi ero poi ritrovata completamente stesa sopra di lui, stretta nella dolce morsa delle sue braccia, con le labbra che continuavano a anelare le sue. I nostri respiri si erano fatti improvvisamente corti e affannati, quando Giulio si era staccato.
«Piccola, non hai idea dell’effetto che mi fai. Fermiamoci qui. Non sei pronta per il resto.»
Avevo sbuffato e Giulio si era messo a ridere a tal punto da farmi traballare. Mi aveva fatto alzare, ma si era mosso troppo in fretta. La debolezza l’aveva fatto stendere di nuovo, ma aveva continuato a tenermi la mano e sorridere.
«Pensa se ci avesse visti il parroco. Avrebbe potuto passare di qui per darmi l’estrema unzione.»
«Avrebbe capito subito che non ne avevi bisogno.»
«Ci avrebbe sposato in due giorni per riparare alla fornicazione.»
«Abbiamo fornicato?»
«Abbiamo fatto l’amore.»
«Fare l’amore non è… il resto per cui non sono ancora pronta?»
«Fidati, già questo lo è.»
Avevo appoggiato la guancia al palmo della sua mano e chiuso gli occhi. Avevo trovato il mio posto nel mondo: tra le braccia di Giulio.
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