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PELLE
Giulio
Avevo cambiato quattro treni per arrivare a Milano. Ci avevo messo quasi un giorno intero. Ero stanco e sudato, ma mi sentivo troppo vicino al mio obiettivo per pensare di mollare anche solo per un momento. Mi avevano suggerito un tram che mi avrebbe portato nei pressi del quartiere dove si trovava Emma, ma avevo voluto risparmiare sul biglietto. Così, ne avevo seguito il percorso fino a che non mi ero perso. Avevo chiesto indicazioni a un bel po’ di gente e alla fine ero arrivato all’indirizzo che avevo ancora nel taschino della camicia, ma che conoscevo a memoria. Avevo notato che l’ingresso principale del palazzo era presidiato da un gruppo di camicie nere e, pur trovando la cosa un po’ anomala, avevo proseguito lungo il marciapiede senza attraversare la strada per evitarli. Non volevo destare alcun sospetto, né incappare in domande inutili. Avevo poco tempo e dovevo trovare Emma.
Tuttavia, uno di loro evidentemente annoiato nel far nulla, mi aveva fermato. Era stato allora che avevo notato il particolare fregio del fez: un teschio d’argento sopra due fioretti incrociati. Cosa facevano lì i Moschettieri del Duce? Non avevano solo il compito di fargli da guardia del corpo a Palazzo Venezia e nelle sedute del Gran Consiglio? C’era qualcosa di strano nell’aria e il soldato davanti a me sembrava iniziare a agitarsi perché non stavo rispondendo con la prontezza dovuta. Poi era arrivato un altro camerata che aveva visto subito il nastrino amaranto e blu che portavano tutti i reduci d’Africa della mia divisione. Si era messo davanti al primo e aveva sbattuto i tacchi alzando il braccio.
«Con valore…»
«… e con onore!»
La mia risposta gli era piaciuta a sufficienza per farmi passare senza ulteriori domande. Avevo fatto il giro del caseggiato fino a notare un piccolo cancello di servizio e mi ero appostato, facendo perno su tutta la pazienza che ancora avevo. Dopo un po’ era uscita una signora sulla quarantina, con i capelli neri raccolti e un abito blu che le stava un po’ stretto. Aveva fatto qualche passo verso una grande griglia nel bel mezzo del cortile e vi aveva versato dell’acqua sporca. L’avevo chiamata e, pur un po’ guardinga, si era avvicinata. Quando le avevo chiesto di Emma si era aperta in un largo sorriso e mi aveva ordinato di non muovermi di lì. L’avevo trovata!
I minuti successivi erano stati i più lunghi della mia vita. Avevo quasi finito la mia seconda sigaretta quando dal portoncino era sbucata una figura minuta dai riccioli inconfondibili. Si era guardata intorno con fare circospetto, ma, dopo i primi passi esitanti, era corsa verso di me. Sapeva di sapone e di vapori di cucina, un profumo che ne conciliava la purezza con la lena lavorativa che la contraddistingueva. Il suo aspetto così esile nascondeva una donna dalla grande forza e generosità. Non avevo potuto trattenermi dal baciarla. Sapevo che eravamo praticamente per strada, ma contavo sul buio per poterla avere più vicino possibile. Le parole mi erano sgorgate dal cuore come fossi solito parlare d’amore, mentre non ne ero affatto abituato. Emma sembrava dissetarsene, come la mia presenza le avesse dato nuova linfa e nuova energia. L’avevo baciata più e più volte senza sentirmene mai sazio. Ogni volta che staccavo le mie labbra dalle sue, sentivo un lento e doloroso formicolio che continuava fino a quando non univamo nuovamente le bocche.
«Vieni, c’è un punto un po’ più basso più avanti.»
Mi ero lasciato guidare dal suo sguardo e dalla sua voce fino a arrivare davanti a un grosso cespuglio che copriva tutta la visuale.
«Giulio ci sei?»
«Sì, sono qui, ma non riesco a trovare un varco. Questo cespuglio è enorme.»
«Non saprei come aiutarti, ma da questa parte il muretto di cinta è più basso. Non so cosa sia successo, ma mi hanno detto che sono mesi che aspetta di essere ricostruito. Se riuscissi a passare, mi arriveresti direttamente tra le braccia.»
Non so se fosse stata quella prospettiva a farmi passare fra i rami, che mi stavano strappando la divisa e anche qualche lembo di pelle, ma dopo un po’ mi ero ritrovato ai suoi piedi. Emma mi aveva aiutato ad alzarmi, togliendomi la polvere dai pantaloni. Le avevo preso le mani prima che l’abitudine le facesse toccare punti che ancora le erano sconosciuti e gliele avevo baciate.
«Sono così felice che tu sia qui, mi sembra di sognare.»
«Purtroppo, non posso rimanere. Come ti ho detto, domani dovrò già tornarmene a casa, ma avevo bisogno di avere un motivo per aspettare un nuovo giorno sperando che porti anche il tuo ritorno.»
Lei si era alzata sulle punte dei piedi a cercare ancora una volta le mie labbra e io l’avevo alzata con facilità, prendendola per le braccia.
«Mi fai volare così. Tornerò presto, almeno spero. Sono solo in prova e, anche se finora non ho dato modo ai signori Barbieri di lamentarsi di me, credo che ci sia già personale a sufficienza.»
«Come faremo con tua madre?»
«La metteremo di fronte al fatto compiuto. Comunque, non voglio perdere tempo prezioso parlando di lei. Vieni qui.»
Mi aveva trascinato verso un’altra porta, così bassa che avevo dovuto chinarmi parecchio per riuscire a entrare.
«Attento, ci sono dei gradini.»
L’inattesa frescura e il rumore placido dell’acqua che cadeva in una sorta di vasca in pietra mi aveva fatto capire dove ci trovavamo. Ci eravamo seduti sopra un mucchio di lenzuola abbandonate in un angolo in attesa di essere lavate e, per la prima volta, l’avevo sentita tremare.
«Hai freddo, Emma?»
«No, va tutto bene. Se mi baci, passerà tutto.»
Non me lo ero fatto ripetere due volte. Le avevo avvolto il viso tra le mani e mi ero riappropriato della sua bocca, esplorandola con la lingua, con dovizia e lentezza. La sentivo mugolare sulle labbra e la cosa mi stava facendo eccitare più del lecito. Ero sceso sul suo collo, spostandole i capelli dietro l’orecchio e passando la punta della lingua dal lobo fino alla clavicola. Lei aveva sospirato e sorriso imbarazzata.
«Ti piace?»
«Tantissimo. Non sapevo che si potesse fare anche questo con… la lingua.»
«Oh, non hai idea di quante cose si potrebbero fare.»
«Per esempio?»
«Emma, non mi provocare. Te l’ho appena mostrato.»
«Oltre a quello? Hai detto che c’è una vasta scelta. Voglio che tu mi mostri… quello che sai.»
«Hai troppa fiducia in me. Se poi non riuscissi a fermarmi?»
«Lo farai. Non sei un animale.»
«Piccola, ogni uomo lo è. Te lo assicuro. La differenza sta nella forza di tenere a bada questo istinto.»
A dimostrazione del fatto che non aveva alcuna intenzione di ascoltare altri miei discorsi, Emma mi aveva passato, con un gesto fugace, la lingua sul collo, facendo crescere l’ingombro che già avevo nei pantaloni.
«Piace anche a te?»
«Tantissimo.»
«Cos’altro ti piacerebbe che io facessi?»
Un turbinio di immagini, sfuocate per l’intensità del piacere che mi stavano trasmettendo, aveva iniziato ad affollarmi la mente. I nostri corpi nudi e intrecciati avevano catturato ogni altro mio pensiero, sconfitto ogni remora e abbattuto ogni inibizione.
«Toccami. Dove vuoi tu, ma fallo. Ti prego.»
Lei aveva appoggiato la mano esitante sul mio petto, poi mi aveva aperto con febbrile lentezza la camicia, allargandone i lembi. Mi aveva osservato rapita per qualche istante e poi aveva iniziato a depositarvi una scia di baci lievi, ma caldi come le scintille che le fiamme aizzate dal vento lanciavano verso l’alto. Avevo gettato indietro la testa e mi ero lasciato esplorare. Emma mi aveva toccato i capezzoli e passato la punta delle dita sull’areola. Poi ne aveva preso uno tra le labbra e lo aveva titillato con la lingua. Mi ero inarcato d’istinto e lei si era staccata, confusa.
«Vedi? Hai trovato anche tu un modo fantasioso per usare la lingua!»
«Puoi farlo anche tu?»
Ero sbiancato e avevo sentito tutto il sangue defluire verso il basso. Possibile che mi stesse chiedendo di toccarla in quel modo?
«Nel tuo caso è tutto più… complicato.»
«Tu sai cosa fare, no?»
Non aveva aspettato la mia risposta iniziando a fare uscire dalle asole i bottoni del vestito. Avevo deglutito senza riuscire a distogliere lo sguardo dai movimenti delle sue mani. Erano ipnotici e mi stavano svelando lembi di pelle sempre più intimi e caldi. La curva del suo seno spuntava da una specie di corsetto che lo spingeva verso l’alto. Emma non aveva bisogno di esaltare quel punto perché madre natura era stata molto generosa con lei. Avevo percorso con la punta dell’indice quelle curve meravigliose, aiutandola ad allentare i gancetti sulla schiena. Forse per l’improvvisa timidezza che le stava impedendo di staccarsi da me o per la mancanza di sostegno, la spallina del suo reggiseno era caduta, ampliando la superficie da baciare. L’avevo accarezzata ovunque potessi arrivare per qualche minuto fino a farla rilassare. Nei suoi occhi c’era una luce che non avevo mai visto: curiosità, ansia, malizia e desiderio che mi stavano facendo esplodere. L’avevo fissata per darle modo di fermarmi se non se la fosse più sentita e, quando il suo seno mi si era mostrato in tutta la sua giunonica perfezione, avevo trattenuto il respiro.
«Sei bellissima, Emma! Ho paura di sporcarti in qualche modo.»
«Sono nata per te, non puoi macchiarmi in nessun modo.»
L’avevo toccata con tutta la delicatezza di cui ero capace, soppesandole i seni e accarezzandole i capezzoli, grandi e rosa, con i pollici. Quando glieli avevo strizzati tra le dita, si erano inturgiditi in modo meraviglioso, esplodendo verso di me.
«Emma, non resisto più. Devo succhiarteli, amore mio. Potrei impazzire se non lo faccio subito.»
Per tutta risposta lei mi aveva preso la nuca accompagnandomi come fossi un bambino da allattare. Aveva la pelle più liscia che io avessi mai toccato e il capezzolo mi stava riempiendo la bocca. Non avevo fatto che succhiare, leccare e soffiare sui suoi gioielli per un tempo che mi era sembrato troppo breve finché l’avevo sentita irrigidirsi. Avevo succhiato con più veemenza un capezzolo e al contempo titillato l’altro fino a che lei non era esplosa, gettando indietro la testa e lasciandosi andare a un urlo liberatorio. L’avevo abbracciata continuando a baciarla sui capelli e sulle tempie finché il suo respiro non era tornato regolare. Lei aveva cercato il mio sguardo con un’espressione incredula ancora dipinta sul volto.
«Che cos’era?»
«Quello era il piacere. Questo s’intende con fare l’amore.»
«C’è dell’altro, non è vero?»
«Sì, ma per stasera penso sia meglio fermarci qui. Si è fatto tardi e tra un po’ potrebbero venire a cercarti.»
«Hai ragione, meglio ricomporsi. Ti ho sentito prima, sai?»
«Prima quando?»
«Quando mi hai chiamato “amore mio”.»
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