AI CONFINI DEL MONDO - Capitolo 1 di 4

Scritto il 10/06/2026
da ELYXYZ


Cuori. Fiori. Regali. ‘Fanculo a tutto.

Arthur distolse lo sguardo dall’ennesima vetrina traboccante amore e incassò la testa fra le spalle, il mento sprofondato contro la sciarpa, mentre il suo respiro si condensava in gelide nuvolette di vapore che si elevavano nella notte più ingiusta dell’anno.

Perché tutti potevano festeggiare apertamente quell’assurda ricorrenza e lui no?

Ah, già. Perché il tizio che si scopava era così dentro all’armadio che sarebbe potuto sbucare a Narnia da un momento all’altro. Ecco il perché.

I guanti di pelle scricchiolarono quando strinse i pugni, il pensiero di Leonard – chissà dove e con chissà chi – gli arrivò dritto allo stomaco in una fitta sgradevole.

Eppure i segnali della disfatta erano stati tutti lì, lampanti fin dall’inizio: innamorarsi di un uomo che non poteva, o non voleva, uscire allo scoperto era un azzardo bello e buono, con una generosa dose di sopportazione preventiva e rospi da ingoiare nel pacchetto completo.

Ma Arthur si era fatto ingannare dagli occhialini rosa dell’amore, dalla folgore che lo aveva colpito – dannazione a Cupido e alle sue stupide frecce! – e con insano ottimismo si era lanciato in un appassionato corteggiamento che, alla fine, aveva dato i suoi frutti e aveva fatto capitolare Leonard. Sì, anche se a volte aveva il sospetto di averlo convinto a stare insieme per sfinimento.

Perciò era tutta colpa sua e solo sua: quando aveva conosciuto quello splendido ragazzo, un anno e mezzo prima, Leo si era appena trasferito da Londra per fare altra gavetta, in attesa di tentare un balzo di qualità in una carriera che stentava a decollare. Ed era stato dolorosamente sincero con lui: il suo coming out era fuori discussione fintanto che il suo curriculum di attore teatrale emergente non si fosse stabilizzato a sufficienza, con degli ingaggi che, quantomeno, potessero regalargli un po’ di visibilità e stabilità. Ma lì non erano né a Broadway né a West End e certe stranezze non erano ben viste, non erano considerate come una peculiarità caratteristica.

Benché si dicesse il contrario, il mondo dello spettacolo – in tutte le sue varie forme, dal cinema al teatro – non era di mentalità così aperta come vantava proclamarsi. Un antico retaggio omofobo serpeggiava a più livelli e solo pochi eletti potevano rischiare di rivelarsi senza vedere la propria carriera stroncata o, al meglio, relegata a ruoli ingrati di scarto. Spiegandogli le sue ragioni, Leonard aveva detto che l’infelice scelta di Rupert Everett era un monito perenne per ogni artista gay e non si poteva dire che quelli erano stati altri tempi, perché certi tempi non passavano mai.

Arthur rimuginò sulle ingiustizie del cosmo, e per scansare l’ennesima coppietta felice che si stava sbaciucchiando impunemente, finì addosso a un cartellone pubblicitario che ingombrava il marciapiede. Si affrettò ad afferrare il trespolo prima che cadesse sul nevischio lercio, rimettendolo a posto, quando il nodo allo stomaco gli salì in gola. Eccolo lì, il suo ragazzo. In uno splendido abito di scena, Leonard stringeva con fare possessivo la sua partner di scena, che ricambiava l’abbraccio con uguale fervore.

D’accordo. Era finzione. Solo finzione. Ma faceva dannatamente male.

Ingoiando l’amara bile, si sentì sciocco e meschino. Anche se non si erano mai dichiarati amore eterno ad alta voce, era consapevole di non essere più soltanto uno scopamico e sapeva che Leonard a suo modo lo amava; ma era anche cosciente di altri due fatti ineluttabili: che sarebbe rimasto il suo sporco segreto fino alle calende greche e che, nonostante questo, non avrebbe mai trovato il coraggio di chiedergli di cambiare idea per lui. Il teatro era la vita di Leo, la sua anima, il suo cuore. Quel ragazzo aveva fatto mille sacrifici e rinunce per seguire i corsi di recitazione e riuscire a diplomarsi alla Royal Scottish Academy of Music and Drama e quando calcava il palcoscenico si illuminava con la potenza di mille soli, facendo palpitare di riflesso gli spettatori in platea. Era stato proprio questo, ironia della sorte, ad affascinare Arthur così tanto, a tal punto che era rimasto travolto da quell’energia, dalla passione, dalla gioia che il teatro regalava a Leo e che questi convertiva poi in amore per il mondo intero.

Leonard e il teatro erano un binomio inscindibile e probabilmente Arthur si sarebbe sempre sentito il terzo incomodo in questo strambo ménage.

Anche in quel momento, il suo ragazzo era immerso in estenuanti prove, perché la data fatidica della prima rappresentazione si avvicinava in fretta e il regista non si sarebbe mai sognato di concedere una serata libera agli attori, non certo per questioni veniali come l’amore.

Un passante distratto gli diede uno spintone sulla spalla, interrompendo l’incanto della locandina con la data della première. Arthur si guardò intorno un po’ smarrito, e Starbucks, dall’altra parte della strada, lo attirò come il canto della sirena di Odisseo: si meritava un frapuccino gigante al doppio caramello, perché nessuno lo avrebbe portato fuori a cenare, quella sera, a lume di candela. Leo non sapeva a che ora sarebbe tornato a casa e Artie aveva cognizione, con buona pace del suo romanticismo bistrattato, che sarebbero finiti a rosicchiare tranci di pizza da asporto sul divano. Poi, beh… poi doveva sperare in una congiunzione astrale propizia: se il suo ragazzo non fosse collassato in un letargo tardivo – o la schiena a pezzi, i piedi gonfi, le braccia doloranti non l’avessero reso mezzo storpio e intrattabile – forse, e solo forse, avrebbero potuto godersi un po’ di intimità o almeno un pompino veloce perché, santa pazienza, ormai aveva le palle blu a furia di aspettare una buona serata.

Fu con quei pensieri che attraversò la strada e si fiondò dentro alla caffetteria, lasciandosi coccolare dal caldo improvviso che gli colorò le guance; poi si mise in fila, mordicchiando un guanto per riuscire a sfilarselo e prendere i soldi per pagare. Il cellulare trillò con il caratteristico avviso di un messaggio personalizzato in arrivo. Ecco, ci risiamo, brontolò mentalmente. Mi dirà che farà tardi anche stavolta. 

 

‘Ciao, tesoro. ©

Mi manchi. Leo’

 

 

 

 

Oh, accidenti. Era per frasi come quelle che, pur dandosi dell’idiota un giorno sì e l’altro pure, non avrebbe cambiato niente di quell’uomo. Era fottuto. Irrimediabilmente fottuto.

«Il nome, dolcezza?» si sentì chiedere, mentre un sorriso istintivo gli esplodeva in faccia.

«Leo,» ripose senza riflettere, e un istante dopo sollevò lo sguardo stordito su un donnone di mezza età che attendeva la sua ordinazione. Anziché sentirsi in imbarazzo, quell’imprevisto gli strappò un altro sorriso e Arthur ordinò il frapuccino più buono che avesse mai bevuto in vita sua: sul bicchiere campeggiava un arzigogolato Leo che continuava a stiracchiargli le labbra anche contro la sua volontà, come un’iniezione di positività insperata. Di colpo, i cuori pendenti dal soffitto e le coppiette che si controllavano le tonsille non lo infastidivano più come prima. Accarezzò il nome sulla tazza con affetto e centellinò ogni sorso, gustandoselo il più possibile.

Persino l’aria fredda all’esterno parve meno gelida e si accorse che stava ricominciando a nevicare perché un fiocco gli atterrò sul naso, facendolo starnutire. Eppure il buonumore rimase lì, su di lui, e lo stalkerò fino alla metropolitana, dove prese la linea per tornare a casa. Anziché sonnecchiare o sfruttare l’inseparabile kindle, come faceva di solito in quel noioso tragitto, continuò a rileggere il messaggio con una faccia ebete. Ebete e felice.

Era così perso nella sua piccola bolla di contentezza che quasi perse la sua fermata e dovette correre all’uscita per scendere, riuscendoci giusto un istante prima che le porte scorrevoli si richiudessero.

Essendo abbastanza pigro di natura, se poteva, Arthur evitava di farsi inutili isolati a piedi e fischiettò contento riemergendo in superficie.

Magari la sua serata con Leo sarebbe andata comunque a rotoli, ma quel messaggio gli faceva ben sperare, perciò iniziò a elencare mentalmente cosa avrebbe fatto una volta tornato a casa.

Anzitutto, avrebbe cambiato le lenzuola, mettendo quelle blu che Leo adorava; poi avrebbe posizionato qualche candela profumata in punti strategici dell’appartamento, per rendere più dolce l’atmosfera. Nella vasca da bagno, poteva metterci quei sali strani che gli aveva regalato sua sorella, scherzando su improbabili effetti afrodisiaci.

Avrebbe scelto una musica soft e sprimacciato tutti i cuscini, predisposto una coperta morbida sul divano – col lubrificante a portata di mano, nel caso non fossero arrivati fino in camera –, e magari avrebbero mangiato sì una pizza d’asporto, ma nulla vietava di accompagnarla con un buon vino d’annata e una torta con panna, tanta panna, da dividere in due, imboccandosi a vicenda… E, beh, la panna poteva servire anche ad altro, ma non osava sperare troppo.

Si fermò alla pasticceria all’angolo del suo quartiere e scelse dal listino un dolce che avrebbe fatto godere Leo. Così, forse, anche lui poi avrebbe goduto.

Tuttavia, giusto prima che fosse il tuo turno, il cellulare prese a squillare, costringendolo a rinunciare all’ordinazione. Arthur cedette il suo posto alla signora dietro di lui e preferì uscire per rispondere.

Era il suo vecchio amico Alexander, il compagno di giochi della sua infanzia.

Negli ultimi anni si erano visti e sentiti sempre meno, perché Xander viaggiava per lavoro in tutto il mondo, rimanendo all’estero per lunghi periodi, e Arthur non sapeva mai in che emisfero fosse né in che fuso orario stesse vivendo. Ma per tacito accordo, pur nelle rare volte in cui passava per casa, una telefonata era d’obbligo e, di solito, loro due finivano ubriachi in qualche pub e a raccontarsi le rispettive grane della vita.

«Ehi, Xan!» lo salutò gioviale, stringendosi nel cappotto e rabbrividendo intirizzito. «Vecchio mio, come va?»

 «Artie, ciao! Sono appena arrivato dalla Cina e mi chiedevo se ti andrebbe di vederci per qualche birra. Il primo giro, offro io.»

«Ehm, stasera non posso… Magari ti sei perso il conto dei giorni, ma è San Valentino e, sai, forse…»

«Mi stai scaricando per il solito fidanzato immaginario?» chiese Alexander, a mezza via tra l’ironico e il contrariato.

«Leo esiste eccome!»

«Beh, fintanto che nessuno lo vede, resta un ragazzo fantasma.»

Arthur strinse più forte il cellulare e anche le labbra, per evitare una rispostaccia che gli pungeva la lingua. Poi sospirò. «Lo sai che è una faccenda complicata. Leo è un po’ paranoico…»

«Già,» rincarò l’altro. «Da quant’è che lo tampini? Un anno e mezzo? E ancora si fa scrupoli a farsi vedere in giro con te? Non è che devi scoparlo sul tavolo del pub, cazzo! Se non gli interessa conoscere i tuoi amici, forse… forse in fondo non gli importa neppure di te. Da’ retta a me, Artie, cambia aria.»

Ma che cazzo.

«Non è come credi tu!» replicò con foga, difendendo a spada tratta le scelte del suo compagno. «È facile sputare sentenze, ma tu non ci sei mai e… e non sai quant’è complicata la nostra relazione!»

«Artie? Mi dispiace, non volevo…»

Uno strano e imbarazzato silenzio cadde fra loro. E Arthur si chiese come accidenti fosse finito a litigare col suo più caro amico. L’ultima volta che era successo avevano otto anni e si erano accapigliati per l’album delle figurine dei calciatori.

Xander si era sempre vantato di conoscerlo a menadito, e per buona parte delle loro vite, era stato così. Ma da quando avevano preso strade diverse, e lui aveva trovato Leo, le cose erano cambiate.

Forse era solo colpa sua, anche questo. Perché con Leonard non poteva camminare mano nella mano in centro, non andavano al cinema come le coppiette normali, non si lasciavano mai andare in atteggiamenti sdolcinati quando erano in pubblico. Erano sempre impeccabili. Irreprensibili. Sembravano degli amici, o poco più che conoscenti.

Quando camminavano, mantenevano sempre una distanza di sicurezza che era quasi diventata un’abitudine. Nessun gesto pericoloso, nessuna smanceria. Sì, capitava che uscissero a cena insieme, ma come avrebbero fatto due colleghi o due amici.

E probabilmente a causa di tutto questo, Arthur aveva sempre rifiutato di presentare Leo alla sua compagnia di amici. Li vedeva ancora, sì, ma sempre da solo, quando Leonard era impegnato con le prove o con gli spettacoli. Era ovvio che la gente poi ci scherzasse sopra, perché la sua sembrava davvero una relazione immaginaria.

Certo, nei primi tempi, tutta quella segretezza era stata eccitante. Gli era sembrato di vivere un amore proibito, e per questo ancor più intrigante. Leonard lo sorprendeva in mille modi, con piccole attenzioni, comparendo a casa sua a tutte le ore e poi cenavano d’asporto. Compensavano la mancanza di uscite in pubblico rotolandosi fra le lenzuola con tanto, tanto sesso. E pazienza per i cinema condivisi; quando c’erano infinite possibilità su Netflix, stravaccati nudi sul divano, perché lamentarsi?

La sua innata pigrizia aveva gioito di avere a portata di mano capra e cavoli ed era stato facile, per molto tempo, zittire la parte scontenta del suo cervello che gli sussurrava, malevola, che forse Leo si vergognava un po’ di lui, che le cose non sarebbero mai cambiate, che era solo una seconda scelta.

 



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