NON SMETTE DI PIOVERE
Capitolo 3 di 43

Scritto il 15/06/2026
da EMMA MEI


Controllo ancora l'orologio, dall'uscita degli arrivi escono tante persone, ma non vedo mio fratello. Mi guardo intorno sbuffando per l'ennesima volta, inizio a passeggiare nervosa, senza allontanarmi troppo. Porto il cellulare all'orecchio facendo partire l'ennesima chiamata.

«Giuro che, se è un altro dei suoi assurdi e non spiritosi scherzi, questa è la volta buona che lo picchio!» borbotto a denti stretti.

«Chi? Tu… tu vuoi picchiare Mikael?»

Mi volto così in fretta che quasi perdo la presa sul telefono e non voglio credere che la voce appena udita appartenga davvero alla persona che ho davanti a me. Sbatto le palpebre più volte fino ad assottigliarle con cipiglio. I battiti del cuore accelerano, inspiro trattenendo il fiato, mentre nella mia testa i pensieri si moltiplicano fino ad accavallarsi l'un l'altro, valutando tutti gli imprevisti e le possibilità che diano una logica alla sua presenza fisica, qui, a New York. Con me.

Chiudo gli occhi nella speranza di occultare quello che sto provando. Perché lui mi conosce e sa leggere ogni espressione della mia faccia ed è in grado di interpretare qualsiasi mio movimento.

Sbircio da una palpebra leggermente alzata e lui sta sorridendo come se fosse un gatto che ha appena catturato un topolino da mangiare.

«Cosa ci fai qui?» Cambio atteggiamento e lo aggredisco, puntandogli contro la mano con cui tengo nervosamente stretto il cellulare.

Ho bisogno di stilare un veloce recap mentale: è venerdì mattina, non lavorerò fino a lunedì quando rientrerò in ufficio a Saint Paul, sono in orario con l'arrivo dell'aereo, Mikael non è presente, però al suo posto c'è Logan.

Logan, cazzo!

Mi sta venendo un attacco d'ansia, me lo sento. Chiudo ancora gli occhi, muovo le spalle per cercare di rilassarle, inspiro ed eseguo l'esercizio di respirazione che ho imparato a yoga.

Uno, espiro, due, inspiro, tre, espiro, quattro, inspiro, cinque… non serve a nulla!

Non serve a nulla, caspita!

Lui continua a fissarmi e sorride sapendo di incutere timore anche restando in silenzio. È la postura che frega, unita all'innato magnetismo di maestro d'arti marziali. Ho perso il conto di quante persone ne siano rimaste affascinate, non solo i suoi allievi che lo stimano nemmeno fosse un Dio.

«Ok, non vuoi spiegarmi perché sei qui. Ti spiego io perché tu non ci devi essere!» Cerco di trattenere l'urlo che vorrei far uscire dalla bocca, ma non è da me alzare la voce e mi trattengo. «Sai benissimo quanto sia importante questo fine settimana per me e Mikael e, da quando avete aperto il dojo, abbiamo solo questi due giorni all'anno da trascorrere insieme senza aver nessuno intorno.» Poggio la mano sullo sterno per regolare il respiro. «Anche mio padre non mi disturba in quelli che vengono chiamati gli esclusivi giorni da iii brüder.»

Sto davvero perdendo la pazienza, mentre lui continua a sorridere, gli occhi blu scintillanti. Mi dovrei schiaffeggiare da sola per interrompere il contatto visivo che mi sta distraendo sempre più.

«Sono felice di vederti anch'io, piccola kreisel.» Si avvicina per darmi un abbraccio che accolgo mantenendo una posa rigida e impacciata. «Quanto mi sei mancata.»

«Che stai farneticando?» Scivolo via dalle sue braccia. «Ci siamo visti in palestra pochi giorni fa, prima che partissi per la fashion week.»

Eseguo un giro su me stessa squadrando bene tutti i volti che appaiono nella mia traiettoria visiva. Magari Mikael è andato in bagno, oppure è all'ufficio Lost and found perché hanno smarrito il trolley.

«Dai, Logan, dimmi dov'è mio fratello. Sto davvero rischiando di non arrivare sana di mente a sera, con voi due che confabulate contro di me.»

«Non c'è. È rimasto a Saint Paul per…» inizia a spiegare, prendendomi per un braccio e costringendomi a seguirlo a passo spedito.

In effetti, siamo rimasti davanti all'uscita degli arrivi troppo a lungo, intralciando il passaggio degli altri viaggiatori, anche se non mi interessa. Al momento ho altro di cui preoccuparmi.

«Cosa? Che stai dicendo?» lo interrompo fermandomi di colpo. «Senti, ieri è stata una giornata stressante, anzi, lo sono stati tutti questi ultimi giorni. Inoltre, stanotte non ho dormito bene, quindi evita di giocare con me. Indicami dove si è nascosto Mikael e, mentre sarò occupata a cambiargli i connotati, ti toglierai quel fastidioso sorriso dalle labbra, ti incamminerai verso gli imbarchi e prenderai il prossimo aereo che torna a Saint Paul. Di sicuro, i tuoi allievi ti aspettano per una lezione di kendo.»

Dio, mi sta scoppiando la testa!

«Ogni minuto che passi arrabbiata sono sessanta secondi persi di felicità. Inoltre stai esternando quel sentimento nel modo sbagliato. Propongo, una volta arrivati in albergo, di eseguire un trattamento di riequilibrio energetico.»

Ahhh, la sua voce! Da un anno è diventata la mia ossessione, una sorta di feticismo vocale, e ascolterei il timbro, intenso e profondo, anche mentre legge la lista della spesa.

Deglutisco e cerco di riprendere la padronanza dei pensieri, ma faccio l'errore di posare lo sguardo sulle sue spalle. Gli anni di arti marziali hanno modellato il suo fisico rendendolo possente e longilineo, così perfetto che potrebbe indossare perfino un sacco di juta e mostrare lo stesso l'impeccabilità del suo corpo. Il colpo di grazia, però, non è il viso, sulla cui squadrata mascella ci sarebbe da scrivere una tesina d'arte, eh no! È il sorriso che è qualcosa di devastante, soprattutto quando diventa sghembo e mostra la fossetta sulla guancia destra. Che poi, perché non appaia anche sull'altra resta un mistero e forse è la prova che nessuno è perfetto. Dalla sera del buffetto sulla guancia non mi stanco di osservarlo in modo minuzioso e la voglia si sfiorare con le dita la cicatrice sul sopracciglio, ricordo di un incontro di karate, è sempre più difficile da contenere.

Attorno, la gente continua seguire diverse direzioni, nessuno sta facendo caso a noi due ancora fermi nelle nostre posizioni iniziali, l'uno di fronte all'altra. Lui mantiene una posa rilassata, mentre io appaio come una belva pronta a scattare sulla sua preda. Solo che la mia vera preda è rimasta a Saint Paul.

Dio, vorrei ubriacarmi e svenire sul letto fino a domenica sera, svegliandomi poco prima della partenza.

Devo stare calma, mantenere l'aplomb freddo e posato che mi caratterizza, senza mai far trapelare il magma che sento dentro. Mordicchio l'interno del labbro inferiore, indecisa sul da farsi per mettere in riga questi due deficienti inseparabili.

Riprovo a chiamare Mikael, ma scatta sempre la segreteria telefonica e la rabbia monta sempre più.

Sto per dire qualcosa a Logan, quando lui posa un dito sulla mia bocca.

«Inutile che lo chiami, finché non riceverà un mio messaggio, non risponderà alle tue telefonate.» Per tutta risposta, gli mordo la punta del dito che toglie immediatamente, sogghignando. «Neppure questo è il modo giusto per esternare la rabbia. La violenza genera altra violenza, e sei fortunata che io non risponda alla tua. Usciamo, così ti spiego come Mikael ha modificato i vostri programmi, adeguandoli a noi due.»

Ho deciso, non gli parlo. Il silenzio è la forma migliore di aggressione che posso attuare nei confronti di Logan che, placidamente, carica meglio il borsone su una spalla e si incammina verso l'uscita dell'aeroporto, dandomi la schiena.

Trascino controvoglia i piedi, cercando di dare un senso a questo sconvolgimento di programma, silenziando un sospetto a cui non voglio dare importanza. D'altronde, potrei anche approfittare di questi due giorni per stare vicina a Logan e valutare meglio quello che sento.

Il protagonista delle mie elucubrazioni mentali continua a camminare, non accorgendosi degli sguardi d'ammirazione femminili che cattura, e mantenendo la naturale postura da maestro di arti marziali che non lo abbandona mai. Appare sempre fiero, carismatico e padrone delle situazioni.

Una cosa irritante per una come me, che deve sempre modularsi in ogni occasione per poi rivolgersi al dermatologo per curare l'eczema da stress.

Lo raggiungo e usciamo dall'aeroporto, restando uno accanto all'altra senza dirci nulla.

La temperatura di settembre è piacevole e il sole mattutino illumina il cielo donandogli tinte pastello. Anche se le parole delle persone e il rumore degli aerei riempiono le mie orecchie, riesco a isolarmi e pensare a una nuova stampa per i tessuti della linea country. Mentre cerco di stare dietro al lungo passo di Logan, prendo dalla borsa il mio taccuino e abbozzo l'idea che ho appena avuto. Sollevo il capo per controllare di non sbattere contro qualcuno e, solo in ultimo, mi accorgo che siamo arrivati alla fermata dei taxi. Approfitto del momento per prendere dalla borsa il piccolo astuccio con le matite colorate e definisco meglio il disegno.

Logan ha fermato un taxi e sta tenendo aperta la portiera per farmi entrare per prima. Alzo l'indice per comunicargli di attendere un secondo; di rimando sorride scuotendo la testa. Ripongo tutto nella borsa e mi affretto a occupare il posto sul sedile posteriore della macchina. Comunico all'autista il nome dell'albergo e scruto il paesaggio che scorre dal finestrino, tenendo anche una distanza fisica dal mio nuovo compagno di weekend.

Guardo l'orologio e sono trascorsi appena venti minuti da quando ci siamo visti. Una manciata di minuti sufficienti per ribaltare i programmi, ma non abbastanza per metabolizzare l'accaduto. Hanno pensato soltanto a loro, organizzandosi come meglio credevano, senza aver la minima considerazione della sottoscritta. Inspiro profondamente e rilascio l'aria con la stessa modalità di poco prima, per cercare di placare il nervoso che ancora non mi ha abbandonata del tutto.

Logan chiacchiera amabilmente con il tassista, ha capito che deve lasciarmi sbollire, e la pomata che mi sto spalmando sulle mani è solo una prevenzione per impedire al mio fisico di aggiungere un ulteriore elemento di disagio.

Sono arrabbiata con Mikael per questa situazione, spaventata perché dovrò trascorrere l'intero fine settimana con Logan, ma sento anche una strana sensazione, che mi prende la bocca dello stomaco e accresce il turbinio del mio stato d'animo.

Guarda in che situazione folle e assurda sono finita!

«È passato del tempo dall'ultima volta che ti ho visto disegnare e non hai perso il vizio di tenere fra i denti l'angolo del labbro inferiore.»

Sì, parla, sensei, tanto ti sento, ma non voglio ascoltarti.

«Viktoria» prova a richiamare la mia attenzione, «stai approcciando il mio arrivo con chiusura e opposizione. Dovresti domandarti, piuttosto, cosa avrai da imparare da questa inaspettata situazione e cercare, se c'è, il dono nascosto che ti è offerto dall'esperienza che vivremo insieme. Non credi che sia un'opportunità da cogliere e conoscerci senza l'interferenza di Mikael, gli impegni di lavoro o le altre amicizie?»

Sbuffo forte.

Nelle mie vene scorre sangue per metà tedesco e tutti sanno della mia indole inflessibile e meticolosa. Mio fratello è il mio esatto opposto: malgrado condividiamo lo stesso patrimonio genetico, in lui prevale la parte più easy americana, dove l'influenza orientale gioca un ruolo di non poco conto nel renderlo così libero e aperto per ricevere tutto quello che l'universo gli offre. Parole sue, io ne utilizzerei altre, molto meno filosofiche e molto più pratiche.

«Ti prego, parlami» insiste.

Che cosa dovrei dirgli? Come potrei spiegargli che non amo le sorprese, i cambiamenti dell'ultimo minuto e il non poter decidere per mio conto.

«Devo metabolizzare la cosa. Scusami, ma non è il momento giusto per parlarne.» Mi richiudo nel mio silenzio.

Come la roccia qual è, rimane impassibile, tira fuori il cellulare dalla tasca del giubbotto e digita qualcosa. Sghignazza e sono certa che dall'altra parte ci sia quello che da oggi etichetto come quel gran stronzo di mio fratello.

«Dunque» dice, mentre si gira dalla mia parte, «secondo il programma che mi ha inviato Mikael, la prima cosa indicata sulla lista è andare a Times Square per scattare la foto di rito, poi dobbiamo recarci in un negozio di regali per comprarci un oggetto, che non superi i dieci dollari, da scambiarci e tenerci come ricordo.» Mi dà una leggera pacca sulla mano, per richiamare l'attenzione. «Ti va bene oppure vuoi cambiare qualcosa?»

«Non ho la forza mentale di cambiare nulla. Se hai delle idee da proporre, mi apro a te, all'energia cosmica, al Tao e alla saggezza» rispondo con tono sarcastico. «Ma decidi in fretta perché siamo arrivati in albergo. Dopo aver pagato il tassista, sbriga velocemente le pratiche del check-in, io ti aspetto nella hall.»

Abbasso la testa per non vedere il sorriso che è spuntato sulle sue labbra. Dio, quel sorriso! Devo diventare una statua di marmo o, meglio, fingere indifferenza e apparire solida e gelida come un iceberg.

Se riesco a ingannarlo mostrandogli solo quello che appare in superficie, nascondendogli tutto quello che c'è sotto l'acqua, potrei sbattergli contro e affondarlo. Ma devo procurarmi un altro tubetto di pomata per non svelare il mio stress.

Lo precedo all'entrata dell'albergo e, mentre Logan raggiunge il portiere per registrarsi, mi siedo su una delle poltroncine per controllare la posta elettronica dal cellulare. Ne inoltro la maggior parte all'ufficio commerciale che gestisce mamma, alcune le contrassegno come “da rispondere” appena tornerò in azienda, e poi ce n'è una di papà.

Dal momento in cui ho accettato di entrare in azienda ha iniziato a caricarmi di responsabilità, pretendendo che facessi sempre di più rispetto agli altri. Da una parte lo capisco, deve mostrare ai dipendenti che non agevola la figlia ma, caspita, anche le mie giornate sono di ventiquattro ore e vorrei avere una vita che si distacchi dai tessuti, telai, colori, fantasie disegnate e incontri commerciali.

Ci sono delle volte in cui rimpiango il tempo trascorso nel rigido collegio femminile a Berlino. Le lacrime che mi sono fatta per l'imperturbabilità dei responsabili dell'istituto, il competitivo programma scolastico e l'indisponenza di alcune collegiali le conoscono solo il mio cuscino e Berta, la mia ex compagna di stanza. Ripenso anche al periodo più bello, l'anno e mezzo vissuto a Parigi, dove ho frequentato l’Institute Francais de la Mode. Sono tornata nella città dell'amore solo una volta, poiché i viaggi in Europa sono limitati a Milano, Londra e infine Amburgo, dove c'è la sede commerciale europea della nostra azienda, e la casa di nonna Anja.

Digito la risposta a mio padre, rassicurandolo, per l'ennesima volta, sugli incontri che ho tenuto in questi giorni e chiudo l'applicazione. Fino a lunedì userò il cellulare solo per urgenze o per diletto e di sicuro non risponderò a nessuno.

Mentre ripongo il cellulare dentro la borsa, ricevo la notifica di un messaggio. Prima di sbloccare il display, controllo se Logan è arrivato alla reception e premo play per ascoltare il vocale che mi ha inviato quel gran stronzo di mio fratello. Dura più di due minuti d'orologio, sarà pieno di inutili assurdità.

«Ho appena parlato con Logan e mi ha riferito della tua inaspettata reazione. Non ti sembra di aver esagerato comportandoti in quel modo? È Logan, non un altro ragazzo che hai appena conosciuto, cazzo! Non riesco a

capire cos’è che trovi di così scorretto nell’aver scambiato il volo con lui. Se tutti i dispetti fossero come questo, il mondo sarebbe un posto più felice, fidati! Ma sai qual è la cosa che più mi fa arrabbiare? Che Logan non mi ha chiesto assolutamente nulla sul perché dovesse raggiungerti a New York, a differenza tua che ti stai atteggiando come una bambina capricciosa e isterica. Fossi al tuo posto, mi porrei due domandine sul suo comportamento, provando anche a immaginare, senza far troppa fatica, eh, perché non ci vuole un genio, il motivo che l’ha subito spinto ad accettare di prendere un aereo dimenticandosi, per una volta, degli impegni del dojo. Sei così incredibilmente ottusa e assurda e non te ne rendi neppure conto.

Ascolta… cerca di prendere questo fine settimana come l’occasione che non hai mai potuto avere per le troppe interferenze che ti assorbono ogni giorno. Confucio diceva che la vita è davvero semplice, ma noi insistiamo nel renderla complicata. Proprio quello che stai facendo tu.

Datti una possibilità, Vik, dalla anche a lui e ti prometto che, se non dovesse succedere nulla di diverso da quello che avete in questo preciso momento, ti lascerò stare e troverò un modo per farmi perdonare. Fino a domenica sera, prima di prendere l’aereo per tornare a casa, sorridi, respira e procedi lentamente.

Ora, lascia andare la tensione che di sicuro avrai accumulato sulle spalle, spegni il cellulare, goditi ogni minuto che trascorrerai in compagnia di Logan e lascia che le cose fra voi accadano con naturalità. Del resto, nessun fiocco di neve cade mai nel posto sbagliato e, dopo quello che mi hai confidato l’altra sera, sospetto che le braccia di Logan siano il tuo giusto posto. Ok? Ci sentiamo lunedì mattina prima che tu vada al lavoro. Ciao, mia piccola kreisel, ti voglio bene.»

Ascolto le sue ultime parole con le lacrime agli occhi, perché è vero tutto quello che dice di me e sarebbe ora che mi rilassassi e vivessi il qui e ora.

Una mano protesa appare nel mio campo visivo offuscato, asciugo in fretta le lacrime, spengo il cellulare e lo ripongo nella tasca interna della borsa.

«Se sei pronta, diamo inizio a questo weekend.» Logan si avvicina ancora di più, accoglie la mia mano nella sua, e mi aiuta ad alzarmi dalla poltrona.

Il contatto con il suo palmo non stimola lievi scosse elettriche o strani formicolii. Avverto solo la sensazione di poggiare la mano in un posto sicuro. Il giusto posto del fiocco di neve.

È semplice e meravigliosa serenità.

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO

 





Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione