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Capitolo 10 di 28

Scritto il 03/07/2026
da ERIKA COTZA


⏱ ~5 min

Sono circa le nove di sera, quando arriviamo a destinazione. Il viaggio è stato un susseguirsi di dossi e curve e anche chi non soffre d’auto ne ha risentito. Ci riprendiamo stando qualche minuto all’aria aperta, dove una brezza fredda di montagna ci fa rabbrividire. Ci stringiamo nei nostri maglioni e nelle nostre giacche, poi, seguendo il percorso indicato dalla troupe, entriamo in un ovile totalmente illuminato, grande quanto uno stadio da calcio.

Il pastore, padrone di questo posto, ci sta aspettando al centro della struttura e, mentre lo raggiungiamo, il belare delle pecore ci accompagna per tutto il tempo.

Senza inutili convenevoli, ci spiega cosa dobbiamo fare: tosarle tutte entro l'alba.

Ci guardiamo attorno, scioccati.

“Dio mio, saranno almeno mille capi.”

Ci dice che, anche se sembra impossibile, lui, sua moglie e i suoi figli ci riescono in meno di ventiquattrore, pur essendo solo in cinque. E che, visto che siamo così tanti, avremo buone possibilità di farcela.

Sì, però loro sono esperti, noi invece no.

E, in più, gli animali li conoscono, noi siamo degli estranei che dovranno toccarli e tenerli fermi.

Si spaventeranno a morte, poverini…

L’uomo ci lascia le tosatrici, ci raccomanda di sistemare per bene la lana nei sacchi e di occuparci di loro se le feriamo, poi ci saluta e se ne va.

Rimaniamo attoniti a fissare il vuoto per almeno cinque minuti, poi ci muoviamo in contemporanea.

Dobbiamo riuscirci!

Le tosatrici sono solo cinque, quindi, a parte chi raserà, alcuni dovranno recuperare le pecore, altri le terranno ferme e gli ultimi dovranno raccogliere la lana.

La catena di montaggio sembra andare per il meglio; più pecore tosiamo, più diventiamo sicuri di noi stessi e questo ci gasa all’inverosimile. Almeno finché non ci sono i primi cedimenti dovuti alla stanchezza. Le Federica sono le prime ad arrendersi, poi le seguono Noah, Caterina, Diana e, infine, Philip.

Rimaniamo solo in sei ma, pur capendo, non abbiamo alcuna intenzione di fermarci.

Con determinazione, afferriamo una macchinetta a testa, tranne Jalil che ci avvicina i capi e raccoglie la lana.

Ognuno di noi ha il suo metodo.

C’è chi, come me, salta in groppa alle pecore pur di tenerle immobili con le gambe e con le cosce e chi preferisce bloccarle con le mani. Andrea è uno di questi ultimi. Anche se poi lui è l’unico che gli parla sottovoce e scocca dei bacini.

Giuro che non ho mai invidiato tanto un animale come oggi.

Finisco una pecora e Jalil è subito pronto con un’altra, che si dimena disperatamente.

«Dai, piccola» sussurro, abbassandomi per stringerla anche col bacino. «Sei bravissima» continuo a parlarle, notando che col metodo di Andrea si rilassa appena.

Mi volto per dirglielo e, senza fiato, noto che mi sta fissando il culo.

Tum tum tum.

Lui si accorge subito che l’ho colto in fallo e, imbarazzato, abbassa lo sguardo per concentrarsi su ciò che stava facendo.

Tum tum tum.

Perché me lo stava guardando?

Sono così oscena in questa posizione?

O è perché gli piace?

Tum tum tum.

Il mio cuoricino non resisterà a lungo con questi ritmi folli.

 


 

Ho perso il conto di quanti ovini ho rasato, quando Jalil annuncia che ne mancano una settantina.

E anche se i muscoli stanno cedendo, le tempie pulsano e gli occhi non smettono di bruciare, aumentiamo il ritmo con una nuova carica.

Le prime luci dell’alba cominciano a filtrare attraverso la porta e la paura di non farcela ci stringe il petto dal dispiacere. Sarebbe deludente se, con tutto l’impegno che ci abbiamo messo, non ottenessimo nulla.

Continuiamo, senza fermarci, consapevoli che è una corsa contro il tempo e noi siamo stremati per dare uno sprint in più e vincere.

Ma non abbiamo messo in conto che gli altri, anche grazie a Jalil che urla loro disperato di darsi una mossa, si alzano e vengono ad aiutarci.

Il cuore mi batte a un ritmo forsennato, quando Diana grida che ne mancano solo cinque.

Una per ogni tosatrice.

E fuori è sempre più luminoso.

Ci affrettiamo.

Mancano pochi minuti e l’ultima pecora me la tengono addirittura in tre. Quella scalcia, uno dei ragazzi molla la presa e ferisco l’animale nell’interno coscia. Un piccolo taglietto, che fa uscire del sangue.

Con le lacrime agli occhi, perché mi sento una merda, finisco il lavoro prima di correre a recuperare il disinfettante.

La curo e la piccina bela disperata dal bruciore.

Povera anima.

Finisco e si rilassa. Non sanguina più e Jalil la accompagna dalle altre.

Mi lascio andare sul pavimento.

Ho finito.

Non ci credo.

Conclude anche l’ultimo ed è subito festa.

Ci abbracciamo, ci baciamo più volte sulle guance, finché non mi irrigidisco perché Andrea si sta avvicinando a me.

«Sei stata favolosa!» esclama, avvolgendomi con le sue braccia.

Tum tum tum.

Chiudo automaticamente gli occhi, per godermi il calore del suo corpo e per sentire il suo respiro sui miei capelli.

Allungo le mani dietro la sua schiena e le faccio scorrere lentamente all’insù.

Tante piccole scosse passano dai miei polpastrelli, fino alla punta dei piedi.

Il cuore mi sprofonda nel petto quando realizzo che lui è l’unico ad avermi fatto provare tutto questo solo grazie a un innocente abbraccio.

«Anche tu» mi esce con un verso strozzato.

Si separa da me e mi sorride.

Un sorriso esausto, ma bellissimo.

Un sorriso che mi fa accelerare i battiti nel petto.

Tum tum tum.

Sono innamorata persa.

Lo capisco in questo istante.

Andrea mi lascia per andare a congratularsi con qualcun altro e io mi estraneo dagli altri.

Non posso permettermi di amarlo.

Morirò dentro.

E, dopo i miei genitori e nonna Angela, non può succedere. Anche se è diverso.

Tremante, mi rifugio all’esterno dell’edificio.

Il sole si è appena affacciato al giorno e il pastore sta arrivando.

Mi godo la visuale dei monti, lo spruzzo di neve sulle vette e respiro a fondo il freddo pungente, che mi aiuta a sentirmi meglio.

Sono forte.

Supererò anche questa.

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