VENDETTA D'AMORE
Capitolo 2 di 26

Scritto il 04/06/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


Londra, un anno dopo…

 

«Una carta.»

«Una carta anche per me.»

«Servito.»

Il mazziere distribuì le carte ai giocatori seduti intorno al grande tavolo ovale, poi ne sfilò alcune dal mazzo per sé. «Io ne prendo tre» disse deponendo quelle scartate insieme a quelle degli altri, alla sua destra.

Per diversi istanti un silenzio assoluto regnò nella stanza del Club, mentre i gentiluomini studiavano le loro combinazioni di gioco, poi il primo a cui toccava parlare prese la parola.

«Apro con due sterline» esclamò il conte di Clarendon. Prese un paio di fiche dal risicato mucchietto che gli stava davanti e le posizionò nel piatto, poi volse lo sguardo alla sua destra.

«Temo che la fortuna non sia dalla mia parte, stasera» sospirò il marchese di Spencer deponendo le carte davanti a sé e dichiarandosi fuori.

Toccava al visconte David Fitzgerald replicare. «Anch’io mi ritiro» annunciò imitando il suo predecessore.

«A quanto pare siamo rimasti solo noi due, Clarendon. Di nuovo» osservò il duca di Wellesley con un sorriso, probabilmente dovuto al consistente mucchio di monete che aveva accumulato nel corso di quella proficua serata. «Naturalmente vedo, e rilancio di altre cento sterline» proferì appoggiando le spalle all’alto schienale della sedia intagliata, in una posa del tutto rilassata. La catena dell’orologio d’oro che gli spuntava dal taschino del panciotto, quando si portò il costoso sigaro alle labbra, emise un bagliore dorato, catturando il riverbero di una lampada.

Lord Arthur Dormer serrò le labbra in una linea dura. Era tutta la sera che quel bastardo del nuovo duca di Wellesley gli stava col fiato sul collo, vincendo tutte le partite. O era un uomo dannatamente fortunato oppure stava barando, non c’era altra spiegazione.

Peccato che non avesse modo di provarlo.

Studiò per qualche momento le cinque carte in suo possesso: aveva un colore. Era un’ottima mano, quasi imbattibile, ma purtroppo non possedeva abbastanza soldi per vedere e si era stabilito, prima che cominciassero a giocare, che non si faceva credito a quel tavolo. Ma che fosse dannato se avrebbe lasciato vincere ancora quell’uomo. «Non ho abbastanza fiche per coprire il piatto, ma non posso ritirarmi con un simile punteggio in mano» proferì altero, lanciando a Wellesley un’occhiata di sfida. «Aggiungo alla posta Clarendon Manor» dichiarò. «Vale di certo ben più di cento, misere sterline.»

Quelle parole vennero accolte da un borbottio soffocato. «Arthur, siete sicuro di ciò che fate?» tentò di farlo ragionare il marchese di Spencer.

«Più che sicuro» annuì il Conte, determinato e infastidito da quell’ingerenza. Lui aveva una certa fama come giocatore, non poteva certo tirarsi indietro, e soprattutto non dinanzi a un giovanotto fortunato alle prime armi. Riportando l’attenzione sul rivale: «Allora, Vostra Grazia, cosa rispondete?»

Wellesley si concesse qualche istante per pensare, poi guardò le carte che stringeva tra le dita, aperte in un ventaglio. Quando alzò la testa i suoi occhi brillavano. Clarendon, suo malgrado, sentì un lungo brivido gelido serpeggiargli lungo la schiena, ma oramai era troppo tardi per tirarsi indietro.

«Accetto la vostra puntata e metto in palio la mia casa di Londra» ribatté il Duca togliendosi il sigaro dalla bocca e scuotendo la cenere in un piattino d’argento. «Come valore, credo sia pari al vostro maniero.»

«Molto bene» assentì il Conte con voce rauca. Entrambi gli uomini presero un foglio e misero nero su bianco le loro dichiarazioni, quindi ripiegarono i documenti e li depositarono sulla montagnola di fiche.

«Girate le carte, dunque» li invitò Fitzgerald.

«Tocca a voi mettere giù per primo» disse il Duca facendo un cenno del capo in direzione di Clarendon.

Nel silenzio più completo, Lord Arthur scoprì la sua mano deponendo una a una le carte sul tavolo da gioco. A ogni carta, i gentiluomini che facevano da spettatori trattennero il respiro. Fin quando un mormorio non si levò nella stanza.

«Colore!» annunciò con soddisfazione il Conte quando ebbe allineato l’ultima carta accanto alle altre.

Wellesley abbassò gli occhi. «Davvero notevole» proferì in tono imperscrutabile.

Gli deve bruciare la sconfitta, al pivello.

Clarendon, esultante, si lasciò andare a un sorriso vittorioso. Si sporse per incassare la vincita, sicuro di averla spuntata stavolta, ma la voce melliflua del Duca lo bloccò con le mani già sul piatto.

«Non abbiate fretta» proferì Wellesley con un sorriso che non gli raggiungeva gli occhi. «Tocca ancora a me scoprire.»

Arthur si irrigidì, il terrore che gli serpeggiava nel cuore. Man mano che l’avversario girava le carte, il suo volto perse ogni colore, fino a diventare cinereo.

«Scala reale» annunciò soddisfatto il Duca. Si prese qualche momento, per dare tempo a tutti di recepire bene le sue parole. «Se non sbaglio batte il vostro colore, dico bene?»

Il tempo parve fermarsi, cristallizzandosi in quell’attimo sospeso, poi il Conte spezzò l’incantesimo scattando in piedi, furibondo. «Non è possibile» gridò. «Voi avete…».

«Vi consiglio di non dirlo» lo interruppe Wellesley alzandosi in tutta la sua ragguardevole statura, «o mi vedrò costretto a pretendere soddisfazione» dichiarò duro.

Lord Arthur non replicò, ma i suoi occhi carichi d’odio parlavano da soli.

«Su, Clarendon, non è il caso di arrivare a tanto» intervenne il marchese Spencer. «Sono sicuro che il Duca vi darà modo di riscattare la vostra proprietà. Dico bene, Vostra Grazia?»

«Senz’altro» replicò quest’ultimo, annuendo compiacente. «Sono a vostra disposizione in qualunque momento» assicurò rivolgendosi al Conte.

«Riscatterò Clarendon Manor non appena riuscirò a vendere il carico che aspetto dalle Indie. Non dovrebbero volerci più di un paio di settimane» bofonchiò Lord Arthur tra i denti.

«Non ci sono problemi, aspetterò» concesse il Duca, magnanimo.

«Bene, Signori, direi che è ora di ritornare a casa» prese la parola il visconte Fitzgerald. I gentiluomini presenti nella stanza si dichiararono d’accordo, quindi ognuno recuperò il soprabito dallo spogliatoio e si congedò, diretto alla propria carrozza.

Fitzgerald e Wellesley uscirono insieme.

Erano arrivati da Brooks’s, il Club situato in St. James’s Street, usando la carrozza del Duca, dopo aver partecipato al ballo di Lady Cavendish, e con la stessa sarebbero tornati alle rispettive abitazioni. Quando uscirono sul marciapiedi, il landò con lo stemma della casata dei Wellesley, un leone rampante in campo azzurro, era già parcheggiata lì davanti, anche se la fitta nebbia non permetteva di distinguerne bene i contorni. I due nobiluomini la raggiunsero, poi si issarono sul predellino, prendendo posto all’interno dell’abitacolo.

«A Palazzo Rutherford» ordinò secco il Duca al cocchiere.

Il frustino schioccò e subito il mezzo si mosse in direzione del quartiere di Mayfair, dove avrebbe scaricato il Visconte, che risiedeva in un palazzo signorile nei pressi della cattedrale di Westminster. Era di proprietà del conte di Rutherford, suo padre, del quale era l’unico erede. Il Conte era lontano dall’Inghilterra in quel periodo, in missione per conto della regina Vittoria come ambasciatore, e Fitzgerald vi risiedeva in pianta stabile da quando era iniziata la lunga Stagione londinese.

Fu proprio quest’ultimo a spezzare per primo il silenzio.

«Vedo che sei molto compiaciuto» disse osservando Wellesley che si sfilava lentamente i guanti, rivelando grandi mani che ancora conservavano i segni e i calli della sua umile vita passata.

«Lo sono» ammise l’altro senza problemi.

«Dopo questa batosta Clarendon non si riprenderà più, lo sai. Non troverà i soldi per riscattare la sua proprietà. Non è un mistero per nessuno che navighi in cattive acque.»

«Ne sono perfettamente consapevole» annuì il Duca con un ghigno malevolo disegnato sul volto.

David prese un gran sospiro, scegliendo con cura le parole che, sapeva, non sarebbero state facili da digerire. Non lo erano mai, ma non poteva evitare quell’argomento per sempre.

«Sei sicuro di voler andare fino in fondo?» domandò ancora una volta, fissando l’altro negli occhi. «Ne sei davvero sicuro, Kenneth?»

Il novello duca di Wellesley si rabbuiò all’istante. «Non sono mai stato così sicuro di nulla in tutta la mia vita» sibilò, il volto oscurato dalla rabbia e la mente rapita dal flusso dei ricordi. La sua voce si abbassò, facendosi tagliente come una lama. «Sai quello che mi hanno fatto.»

Non era bastato il rifiuto di Elizabeth, che gli bruciava ancora il cuore. Quello che lo rendeva davvero furioso era il suo vile e crudele tradimento. Quando l’aveva lasciata in quel giardino, così bella eppure irraggiungibile, non vedeva l’ora di abbandonare quella casa maledetta.

Era intenzionato a non rimetterci più piede.

Mai.

Non voleva più posare lo sguardo su quella stupida Lady viziata. Con quello scopo, era tornato negli alloggi della servitù e, senza una parola, aveva infilato in fretta e furia i suoi miseri averi in una sacca e se n’era andato.

O almeno ci aveva provato, perché gli scagnozzi del conte di Clarendon lo avevano sorpreso sulla strada qualche ora più tardi.

Lo stavano aspettando.

Erano in quattro.

E armati fino ai denti.

 

 

Kenneth camminava lungo il sentiero, gli stivali che affondavano nel fango. Non aveva una meta precisa, l’unica cosa che contava era allontanarsi da Clarendon Manor. Ogni passo era come se gli strappasse via una parte di sé, facendolo a pezzi e riempiendo il vuoto doloroso che sentiva nel petto con una rabbia che bruciava, bruciava...

Forse, se l’avesse alimentata abbastanza, avrebbe bruciato anche il ricordo di Elizabeth e della stupidità con cui aveva pensato che lei potesse amarlo.

Stupido. Stupido. Sono stato solo uno stupido.

Perso nei suoi cupi pensieri, avanzava a testa bassa, il fagotto sulle spalle. Perciò non li vide fin quando non se li ritrovò davanti.

Le quattro ombre erano acquattate nel terreno, mentre un sole sbiadito faceva capolino tra le nuvole sopra la sua testa. Kenneth sussultò e si bloccò, sollevando lo sguardo, un senso di minaccia che gli gravava sul petto.

Potevano sembrare dei semplici viandanti, a quell’ora del giorno il sentiero che si snodava tra i pascoli e le tenute di campagna dei nobili londinesi era solcato da contadini e dai servitori che sbrigavano le incombenze per i loro padroni. Ma quegli uomini non vestivano come contadini, e nessun viandante se ne sarebbe andato in giro impugnando bastoni chiodati.

Kenneth strinse i denti fino a far scricchiolare la mascella, mentre un rivolo di sudore freddo gli scendeva lungo la schiena.

Possibile che si trattasse di briganti?

Così vicino alla città?

Appuntò lo sguardo sull’uomo che gli stava davanti. Era quasi calvo e, tra la barba rossiccia e ispida, il suo volto era attraversato da una grossa cicatrice in rilievo che gli atteggiava le labbra in un ghigno perenne.

Aveva qualcosa di familiare.

Rammentò di colpo dove l’avesse già visto: era accaduto un paio di mesi prima. Nelle scuderie di Clarendon Manor. Quell’uomo stava parlando con il Conte, il capo basso e il tono deferente di un cane che uggiola davanti al padrone.

Un moto di rabbia gli infiammò il petto.

È così, allora?

Si diede dell’idiota per non aver pensato a quell’eventualità. Con la coda dell’occhio si guardò attorno. Il sentiero proseguiva quieto tra le staccionate e i boschetti che dividevano le varie proprietà. Non si vedeva nessuno, e comunque nessun contadino sano di mente si sarebbe impicciato in quelle faccende. Era così che i nobili pulivano i loro panni sporchi, e Kenneth sapeva di non essere altro che un cencio usato e adesso diventato scomodo.

Nel frattempo i ceffi al servizio del Conte si erano disposti a ventaglio intorno a lui, per impedirgli ogni via di fuga.

Lasciò cadere a terra il proprio fagotto.

«Ebbene, signori?» domandò, i muscoli in tensione. «Posso fare qualcosa per voi?»

Per tutta risposta, il tipo con la cicatrice fece un cenno del mento ai suoi compari.

«Prendetelo!» ordinò.

Lui si era difeso come aveva potuto, sferrando calci e pugni con la forza della disperazione, ma alla fine la maggioranza numerica aveva fatto pendere l’ago della bilancia a favore dei suoi assalitori. Lo avevano lasciato agonizzante sul ciglio della strada, poi poco prima di andarsene uno dei quattro, quello con una profonda cicatrice che gli rovinava mezza faccia, gli si era accucciato accanto e gli aveva sollevato il volto tumefatto e sanguinante, agguantandolo per i capelli.

«Con gli omaggi del conte di Clarendon e della sua incantevole figlia, bastardo!» gli aveva mormorato all’orecchio prima di scoppiare in una risata sguaiata. «Non farti più vedere al maniero, se non vuoi ritrovarti a strisciare sul ventre come il verme che sei. Sempre che non crepi prima» gli aveva intimato filandosela con i suoi compari.

In seguito Kenneth non aveva saputo dire per quanto tempo fosse rimasto disteso nella polvere, a lottare tra lucidità e incoscienza. Sapeva solo che a un certo punto aveva udito il cigolio delle ruote di una carrozza e delle voci, poi si era sentito sollevare da mani gentili, prima di scivolare nel buio.

Quando aveva riaperto gli occhi, non era più sulla strada fangosa bensì in una stanza che non conosceva, adagiato su di un letto dalle lenzuola candide. Uno sconosciuto si trovava seduto al suo capezzale.

«Che è successo?» aveva gracchiato con una voce rauca che aveva stentato a riconoscere come propria. Aveva tentato di sollevarsi, ma un dolore lancinante alle costole gli aveva spezzato il fiato, costringendolo a sdraiarsi di nuovo.

«Che diavolo state facendo? Volete che i punti si riaprano?» lo aveva rimproverato severamente l’uomo. «Non ho perso tanto tempo, con voi, solo per vedervi morire proprio adesso» aveva aggiunto, deciso. Gli aveva messo una mano sul petto ricoperto dalle fasciature e aveva fatto in modo che restasse giù.

Kenneth aveva provato l’impulso di lottare, ma non ne aveva avuto le forze. Inoltre la ragione gli suggeriva che se quel tizio avesse voluto il suo male, lo avrebbe lasciato a morire per strada.

«Chi siete? Dove sono?» gli aveva domandato quindi, più tranquillo.

«Sono il visconte David Fitzgerald e voi siete ospite nella casa di campagna di mio padre, il conte di Rutherford» aveva spiegato il nobiluomo, che in realtà era un giovanotto che dimostrava solo qualche anno più di lui. «Vi ho trovato tre giorni fa per strada, morente, mentre mi recavo nella mia dimora. Vi ho portato qui e vi ho fatto curare dal nostro medico di famiglia.»

Tre giorni, aveva pensato Kenneth, sorpreso. Era stato incosciente per tre, lunghi giorni. E tutto per colpa di Elizabeth e di suo padre. I sicari che quei due avevano assoldato avevano svolto egregiamente il loro lavoro: lo avevano quasi ammazzato.

«Si può sapere chi avete fatto arrabbiare perché vi riducessero in quello stato?» aveva chiesto il Visconte, curioso, distogliendolo dalle sue meditazioni.

Kenneth era rimasto in silenzio, scuro in volto.

«D’accordo, non rispondetemi, se non volete» aveva scrollato le spalle il nobiluomo. «In ogni caso dovrete restarvene tranquillo per un po’. Il dottore ha detto che non potrete alzarvi che fra qualche settimana.»

Lui aveva girato di scatto la testa. «Non posso restarmene tanto a lungo a poltrire. Ho bisogno di cercarmi un lavoro.»

«Quello di cui avete bisogno ora è un estremo riposo» lo aveva interrotto il Visconte, categorico. «Non preoccupatevi del lavoro, quando vi sarete rimesso in sesto parleremo anche di quello.»

E aveva mantenuto la sua promessa, perché non appena si era ristabilito, Fitzgerald lo aveva assunto come suo valletto personale, trattandolo più come un amico che come un domestico. Con il passare dei mesi quel rapporto si era rinsaldato, cosa che aveva indotto Kenneth a rivelargli tutte le proprie vicissitudini, esternandogli anche il desiderio di rivalsa che lo divorava.

«Vedrai che prima o poi ne avrai l’occasione, amico mio» gli aveva detto David.

Quell’occasione era giunta quando l’avvocato del defunto duca di Wellesley si era presentato alla porta della dimora chiedendo di Kenneth. Come l’avesse rintracciato era un mistero, ma del resto non si diceva che gli avvocati ne sapessero una più del diavolo?

Kenneth era intento a scrivere delle lettere, quando il maggiordomo si era presentato nel salotto annunciando la strana visita. «Ne siete sicuro? Quell’avvocato ha chiesto proprio di me?» aveva replicato alzando un sopracciglio, confuso.

«Assolutamente sicuro» aveva replicato il capo della servitù con sussiego.

«Fallo accomodare e scopri cosa vuole» era intervenuto Fitzgerald, spiccio, al suo indirizzo. Aveva ordinato all’anziano servitore di introdurre l’ospite, quindi si era alzato per lasciare la stanza e concedergli un po’ di privacy.

«Per favore, restate» lo aveva pregato invece lui. «Non ho segreti per voi.»

«Se è questo che vuoi, ne sarò lieto» aveva annuito il Visconte.

Due ore dopo, quando l’avvocato si era congedato, Kenneth, con suo grande stupore, non solo non era più un bastardo senza arte né parte, ma era diventato anche il nono duca di Wellesley. L’ottavo, quel padre che non aveva mai conosciuto, se non per qualche informazione carpita a sua madre prima che questa spirasse per tisi, non avendo eredi legittimi viventi, in punto di morte si era degnato di riconoscerlo come figlio e gli aveva passato il titolo, oltre a un patrimonio incalcolabile.

«Diamine, dobbiamo festeggiare» aveva esclamato Fitzgerald quando erano rimasti soli, dandogli una vigorosa pacca sulla spalla. Si era diretto verso il tavolinetto nell’angolo della stanza e aveva preso due bicchieri dal vassoio d’argento, riempiendoli per metà con il miglior whisky esistente in circolazione. «Mi sa che adesso dovrai darmi del tu, non hai più scuse. Oh perbacco, dovrò anche chiamarti Vostra Grazia, visto che hai un rango superiore al mio» aveva ridacchiato porgendogli il liquore.

Kenneth a quelle parole era scoppiato a ridere, finalmente, e mentre buttava giù tutto d’un fiato il liquido ambrato che bruciava come l’inferno, nel suo stomaco, aveva già cominciato a pianificare la propria vendetta.

 

 

«Ehi, amico, mi stai ascoltando?»

La voce di David riportò Wellesley alla realtà. «Mi spiace» si scusò, «cosa hai detto?»

«Dicevo che non è da te questo accanimento» riprese il Visconte. «Ti conosco, sei una brava persona. Perché non lasci perdere? Ti sei già spinto troppo oltre. Dopotutto sei un uomo molto ricco, adesso, e puoi permetterti di soddisfare qualunque capriccio. Che bisogno hai di rivangare il passato? Scegliti una brava ragazza, sposala e facci una mezza dozzina di figli. L’odio porta solo ad altro odio.»

L’espressione di Kenneth si incupì.

Cosa ne sapeva David dell’odio?

Del tradimento, dell’umiliazione, di quel dolore che non voleva andarsene nonostante le ferite fisiche fossero ormai rimarginate?

Scosse il capo.

«Non prima che mi sia vendicato» ribatté con ostinazione. «Non ho pensato ad altro per mesi, steso su quel letto a guardare il soffitto, lo sai. Niente e nessuno riuscirà a farmi desistere.»

«Sei proprio un mulo cocciuto» sospirò Fitzgerald, la fronte corrugata per il disappunto. «Spero proprio che tu non debba pentirti di ciò che stai facendo, amico mio. Sai bene che Clarendon non riuscirà mai a riscattare la sua proprietà, visto che ti sei assicurato che la sua nave e il carico che trasporta non giungano mai in porto. Vuoi buttarli in mezzo a una strada? Ho sentito che la moglie del Conte si è ammalata, dopo la morte del suo primogenito. Praticamente non lascia più la sua stanza e io non credo che…».

«Non cercare di suscitare la mia compassione, quella famiglia non se la merita» dichiarò Kenneth, glaciale. «Inoltre, se tutto va secondo i piani, ho un’altra soluzione che aggiusterà le cose» concluse con un luccichio sinistro nello sguardo.

«Questa storia non mi piace per nulla» borbottò il Visconte in tono cupo.

Kenneth non replicò, non ve n’era bisogno.

Solo una cosa era importante adesso: molto presto Lady Elizabeth Alexandra Dormer sarebbe strisciata ai suoi piedi.

FINE CAPITOLO
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