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«È qualcosa che ha a che fare con la storia della mia famiglia».
E io che per una frazione di secondo avevo sperato, ops, immaginato, che volesse sedurmi, feci spallucce con una punta di delusione. «Questo… lo fanno molti scrittori».
Scosse il capo, quasi con esasperazione. Poi, posò sul bancone il bicchiere. Lo vedevo in difficoltà ma non ne comprendevo il motivo.
«Vorrei mostrarti qualcosa».
«Spero non sia la tua collezione di farfalle, perché io…»
«Non ho bisogno sotterfugi, Elspeth, se voglio portarmi a letto una donna solitamente glielo chiedo».
Aprii e richiusi la bocca più volte. Non sapevo se mi sentivo delusa dal fatto che non ci stesse provando o lieta che non lo stesse facendo. Al diavolo il gentiluomo senza sotterfugi! Sì, avevo desiderato che ci stesse provando.
Lo seguii sulla stretta scala di pietra, nella luce traballante di una lampadina quasi esaurita, poi su per altre scale, incastonate come vene segrete fra i piani del palazzo. Uscimmo da una porticina coperta di tappezzeria scolorita.
Sbucammo in una sala allungata, con una sola fila di finestre. Non poteva che essere la galleria, dove i dipinti che si erano salvati dalle aste ancora facevano bella mostra di sé.
«Spero non sia un ghost tour, perché io…», dissi, tanto per rompere il silenzio che cominciava a rendermi nervosa, «…non ci credo». La voce mi si era trasformata in un sussurro. In realtà, avevo paura. Avevo paura di qualcosa che percepivo, di quello che provavo e non riuscivo a comprendere, di quel freddo strano che mi stava avvolgendo, paralizzandomi i sensi.
Prese il cellulare, lo impostò sulla torcia. «Sei convinta che io sia Archibald?» domandò, ricordandomi come il suo protagonista solesse portare le conquiste a cercare fantasmi nel suo maniero perché spaventate diventavano più… arrendevoli.
«Non lo sei?» ribattei con sincerità. Di nuovo lui si mise a ridere, cosa che lo rendeva oltremodo affascinante, ma ricacciai quella considerazione in coda a quelle dedicate alla sopravvivenza.
«Se non altro gli invidio l’ingente patrimonio», rispose, procedendo lungo il corridoio. Mi sarei volentieri arpionata alla sua mano. Invece, lo seguii a un passo di distanza, mentre strane percezioni si impadronivano di me. La sensazione di familiarità che avevo provato arrivando al maniero. Quel senso di Dejà vu che avevo attribuito ai libri letti. Non ero mai stata lì, ma era come se appartenessi a quel luogo. No, non era nemmeno quello: era come se sapessi di essere arrivata dove dovevo andare. L’emozione fu così forte che mi dovetti fermare. Chi era lui? Chi era lord Archibald? E chi era Esme? «Non sono sicura di voler proseguire».
«A volte i libri raccontano verità che la realtà ci nasconde», rispose. «E io credo che tu voglia sapere».
La sua torcia lampeggiò nell’oscurità, verso la galleria. «Una mia antenata si chiamava Elspeth Mackey», spiegò lui, e a quel punto credo di essere stata io a sussultare. Era così che mi aveva chiamata. Quello era il mio nome e avevo supposto che lo avesse letto in qualche fascicolo del Trust, ma ora...
Non era la coincidenza che mi turbava, quanto il modo in cui ne aveva parlato: senza sorpresa, anzi, come se si aspettasse da me una sorta di agnizione.
«Mi sono ispirato a lei per il personaggio di Esme».
«Non vedo i fantasmi». Non capivo perché mi ero messa tanto sulla difensiva. Né perché all’improvviso desideravo solo scappare via da quel luogo, mentre quasi ipnotizzata lo seguivo verso la fine del lungo corridoio, sotto allo sguardo severo dei suoi antenati che dalle pareti manifestavano tutta la loro irritazione per la nostra incursione notturna.
Arrivammo in fondo. Un drappo celava la parete, dietro alla quale immaginavo fosse nascosta un’altra porta per le scale della servitù. Oliver lo scostò tirando una corda sottile, provocando un lieve fruscio di stoffe. L’odore della polvere, misto a quello che mi parve il profumo dei fiori d’arancio – come non riconoscerlo, visto che lo usavo anch’io in estate? – mi solleticò le narici.
La luce del cellulare baluginò sulla superficie leggermente increspata di un dipinto a olio.
«La Dama in Verde», scandì lui, guardando me invece del dipinto.
Feci un passo indietro, per vedere meglio, nella segreta speranza che la prima impressione venisse confutata da una maggiore distanza.
Una giovane donna in abito stile impero, il velluto verde che dominava l’immagine. Il contrasto con lunghi capelli rossi, stranamente lasciati liberi dalle acconciature tipiche del primo Ottocento. Il mio ritratto mi stava di fronte.
«Allora, Elspeth, dimmi, sei un fantasma e non me lo vuoi dire?» mi chiese Oliver con inattesa dolcezza. Ed era terribilmente serio, tanto che quelle parole, che dette da qualcun altro e in altro modo, mi sarebbero parse esilaranti. Invece, lo mandai a quel paese con poca classe.
«Ok, mi somiglia, ma questo potrebbe solo voler dire che siamo lontani parenti», tentai di spiegare, «A volte capita che la genetica faccia scherzi, e poi le mie origini scozzesi sono chiare, no?» Sollevai una ciocca di capelli, i cui riflessi ramati erano inconfondibili anche nella penombra.
«Ci sono delle storie su questo dipinto, sai? Una specie di segreto di famiglia».
Mi sembrava tutto così strano. D’improvviso avevo l’impressione che l’aspetto familiare di Oliver non fosse dovuto solo alle foto sulle copertine dei libri. I suoi romanzi così interessanti non solo per le trame ben costruite. Ricordai come arrivando a Hemsworth Manor mi fossi sentita a casa e odiai quella sensazione.
«Ma per favore!», lo interruppi. «Questa è la trama del…»
Non volevo più sapere niente, a costo di arrivare al villaggio a piedi, facendo l’autostop o a cavallo di un cammello. La scala centrale era quasi davanti a noi, perciò non dovevo nemmeno ripercorrere quella galleria fino alla porticina. C’era un chiarore lattiginoso, le nuvole si erano dissipate lasciando occhieggiare la luna quasi piena. Potevo sbrigarmi e scendere senza chiedergli luce. Potevo distinguere perfettamente il corrimano ligneo, la passatoia di stoffa rossa che nel buio sembrava nera, quasi una scia di sangue rappreso.
Mi bloccai in cima alla rampa delle scale, la mano stretta sul pomolo gelido come il ghiaccio. Io stessa ero raggelata, non solo dall’improvviso freddo che mi aveva investito dal pianerottolo, che mi aveva fatto rizzare i peli delle braccia sotto al pesante maglione, ma soprattutto per quello che vidi.
Gridai, sentii le gambe cedere.
Sentii le braccia di Oliver trattenermi per impedirmi di cadere.
Mi aggrappai alla soffice lana e chiusi gli occhi.
«L’eredità degli Hemsworth» mi sussurrò lui, cullandomi come una bambina. E in quel momento mi sentivo proprio così, una bambina terrorizzata dall’oscurità di una notte in cui ogni incubo poteva prendere forma. «Un legame, che va oltre la vita e la morte».
«Non sono…» Che cosa volevo dire? Non sono una di voi? Eppure dentro di me era sorta una vaga ma ineluttabile certezza, avevo più legami con quel maniero e con Oliver Gray di quanto volessi.
Sbirciai di nuovo verso lo scalone, rassicurata dal contatto con quelle braccia che mi regalavano un senso di sicurezza. Lei era ancora lì. Un corpo abbandonato sul pianerottolo, biondi capelli che formavano una raggiera intorno a un volto di grande bellezza, ma d’un pallore cadaverico. Le labbra annerite dalla morte. Ma la cosa peggiore erano quegli occhi spalancati e vuoti, le membra scomposte sotto alla veste vaporosa e candida, che sembrava sciogliersi in volute di fumo. Emanava un bagliore ultraterreno, inspiegabile. Quelle iridi bianche perse nel vuoto, le mani delicate che si protendevano lentamente verso l’alto… Non era viva. Non era reale. Eppure la sua presenza entrava in me con una forza dirompente. Emisi un grido, nell’esatto momento in cui anche la sua bocca si spalancò per urlare. Ma nessun suono turbò la quiete del palazzo.
Oliver mi accompagnò con gentilezza lontano da quello spettacolo, mentre la luna di nuovo spariva oltre la cortina di nubi. Nella galleria il freddo cresceva, ero quasi certa che altri orrori avrebbero preso forma se fossimo rimasti lì. Capivo perché era così geloso della sua casa, eredità e maledizione insieme. Era parte di lui e, ora lo sentivo, parte di me. Era questo che avevo cercato nei libri antichi? Era il contatto con le vite passate, con le storie che mi accarezzavano nell’oscurità?
Mi riportò di sotto, al calore della cucina, alla luce, alla rassicurante normalità di una stanza vissuta. Mi passò il vino che avevo lasciato e che bevvi come un medicinale per calmare il groviglio di sensazioni che mi aggrediva senza pietà.
Oliver prese le mie mani gelide nelle sue, grandi, calde, accoglienti.
Mi sembrava impossibile averlo conosciuto soltanto due giorni prima. Eppure era così.
Oliver Gray era stato per anni soltanto una voce fra le pagine dei suoi romanzi, un volto stampato sulle quarte di copertina, una fantasia coltivata nelle sere d’inverno, ma mentre stringeva le mie mani fra le sue, Hemsworth Manor sembrava suggerire qualcosa di diverso. Qualcosa di antico, inquietante e assurdo, che non volevo nemmeno provare a nominare.
Finii col rigettare il vino sul tappeto consunto dell’unico salottino riscaldato, dove lui lavorava con computer e quadernoni. Una delle poche stanze in cui “non lo disturbava nessuno”.
Finii col piangere sulla sua spalla.
Mi addormentai così, e niente mi era mai sembrato tanto normale e giusto.
L'alba malinconica dell'ottobre inglese ci sorprese addormentati insieme sul divano sfondato, come due amici di vecchia data dopo una serata al pub.
La casa si stava placando, le ombre tornavano a nascondersi nei recessi più nascosti delle antiche stanze, lasciando per un poco, un poco soltanto, spazio ai vivi.
Sopra di noi, nella galleria silenziosa, la Dama in Verde attendeva.
Non aveva fretta – né l’avevo io – di chiudere quei cerchi che il tempo aveva iniziato a tracciare e l’eternità aveva abbracciato.
La mia mano si intrecciò a quella di lui, abbandonato serenamente al sonno, mentre gli ultimi sussurri della notte mi raccontavano storie antiche, amori che il tempo non aveva saputo tenere separati, strade percorse e vie ancora inesplorate. Io, la mia, l’avevo trovata.
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