HAMPTON'S SONS 1 - Capitolo 3 di 5

Scritto il 18/06/2026
da SIMONA DIODOVICH


Rick era nella sua stanza sdraiato sul letto. Il piede fasciato era appoggiato su ben due cuscini morbidi. Stava leggendo un libro, ma ogni dieci minuti si accorgeva che era nello stesso punto, riprendeva la pagina da capo, per poi perdersi a metà del discorso. Inutile dire che non aveva capito nulla del racconto. Chiuse il libro di scatto lanciandolo per terra, lontano da lui, per giunta.

  «Al diavolo tutto.»

Guardò il piede e il suo tutore tipo walker. Gli sembrava di essere un semi robot. Quella non era una calzatura, era un’armatura di mille lacci che gli ricordava ogni secondo che si era fatto male per la sua stupidaggine. Spuntavano le dita dei piedi proprio per misericordia. Ogni volta, nel vederlo, si sentiva un idiota. Aveva buttato via tutto. Oggi era il giorno in cui avrebbe dovuto iniziare la riabilitazione. Il mese di stasi era terminato. C’era questo obiettivo da raggiungere per poter camminare e non correre a livello agonistico, con gli energumeni che gli sarebbero venuti addosso. Come poteva riprendere gli allenamenti? Carriera finita.

Ogni volta che guardava il piede, in sintesi, vedeva la sua carriera cadere al suolo. Bell’affare. Ne aveva piene le scatole di tutto. Suo padre e sua madre lo guardavano con quell’aria di compatimento che cominciava a non reggere più. Amadeus non si era ancora espresso. Lo guardava in silenzio a tavola, mentre cenavano, e il più delle volte incrociava le braccia al petto. Rose stava per esplodere, di sicuro, vedeva le sue narici dilatarsi ogni volta che si voltava verso di lui. Era sempre un piacere cenare in famiglia, ultimamente.

Ma era Tara a distruggerlo ogni volta che entrava nella sua stanza. Aveva un sorriso favoloso e lo abbracciava per un solo attimo, non lo aveva più baciato, nemmeno una volta. Lo trattava come un fratello e lo incentivava alla riabilitazione. Ogni volta era un conto alla rovescia per assicurarsi che lui fosse pronto per tale evento. Il suo volto stava tornando al suo colorito normale, ma era stata una lenta agonia anche quella. Zio Colin non gli aveva detto nulla, come del resto tutti, ma solo perché mossi a pietà, o schifati dal suo comportamento.

Tara era il suo mattone sul cuore. Sorrideva, parlava a raffica, sprimacciava il suo cuscino e non la smetteva di essere euforica. Lui, invece, desiderava solo baciarla, stenderla sul letto e poggiarsi sopra di lei e godere delle morbidezze del suo corpo, solo per dimenticare il suo stato. Dimenticare cos’era successo. Anche il suo nome, se fosse stato possibile.

  «Ci sarà il ballo a Natale. Vorrei andarci con te. Sono sicura che tutti sarebbe entusiasti, se ti presentassi per ballare in mezzo alla pista. La gente ne sarebbe rincuorata perché saprebbe che presto tornerai a giocare, se ce la fai prima che finisca il campionato potresti avere lo stesso la borsa di studio, non sarebbe fantastico?» Il suo sorriso si era allargato di molto, ma poi vedendo che lui non era entusiasta come lei, lo ridimensionò «Certo, prima c’è la riabilitazione. Rick, il gran giorno è qui! Non sei contento? Ti porto io, gli altri sono al lavoro o agli allenamenti. Dio, che favolosa giornata! Oggi brilleremo come il giorno della rinascita. Sarà favoloso.»

Si muoveva parlando a raffica, gesticolando e senza smetterla di sorridere.

Rick stava perdendo la pazienza, dentro di lui un mostro divoratore stava prendendo il sopravvento e, mentre rimaneva apatico di fuori, dentro il suo corpo gridava come un ossesso.

Tara aspettava una risposta, per un solo attimo la guardò sconcertato. Non aveva sentito neppure la domanda «Andiamo lumacone, non sarà poi tutta questa cosa orribile» allungò la mano per farlo alzare dal letto.

  «Ah, sì. È ora di andare…» sconsolato, prese le stampelle per aiutarsi.

  «Vedrai al ballo sarai di nuovo attivo, normale e un quarterback. Ne sono convinta.» Tara lo prese per la vita per aiutarlo e lui sentì il suo profumo meraviglioso. Desiderò baciarla. Invece lei si era trasformata nella sua infermiera personale, che non lo vedeva più con quegli occhi luminosi e innamorati.

Appena lei riprese a parlare del ballo, e tutto ciò che ruotava intorno, Rick s’infuriò. Ogni potenziale parola carina era scomparsa in lui. C’era solo rancore. Ancora non aveva capito per chi.

Si scansò da lei e prese le stampelle, muovendosi a rallentatore, cercò di uscire dalla sua stanza. In casa non c’era nessuno. Strano. Il suo carattere radioso aveva allontanato tutti. Non aveva nemmeno voglia di ridere della sua ironia. Questo fatto era da segnare sul calendario.

 

  «Allora signor Sherman, il mese è passato, siamo passati dall’assoluta immobilità, al circolare con le stampelle. Ci rimane da provare lo step successivo: la camminata senza walker e supporti esterni. Dice che ce la facciamo?» Il tizio davanti a lui sorrideva in modo ironico.

Rick quasi ricambiò il gesto. Poi si ricordò che a fianco c’era Tara e fece spallucce.

  «Non siamo dello spirito giusto, vero? Mi hanno detto che lei è un combattente.»

  «Non si lasci ingannare. Sono solo uno zoppo, ora.» L’acidità, che gli usciva nel parlare, smorzava ogni volta il sorriso di Tara.

La ragazza si sedette sullo sgabellino di ferro poco lontano e rimase in attesa. Rick s’innervosì nel vederla lì che controllava il suo possibile progresso.

  «Avanti, Rick. Via il tutore e le stampelle, facciamo una passeggiatina intorno alla pista.» L’uomo sembrava stargli col fiato sul collo. Non lo vedeva che aveva bisogno di tempo?

  «Ok.» Fu tutto ciò che disse.

Solo per togliere il walker sudò freddo e gli tremava il corpo. Abbandonare le stampelle sulla sedia, fu un vero atto di coraggio per lui. Si rizzò in tutta la sua altezza, senza dire una sola parola, troppo impegnato a digrignare i denti. Sentiva gli occhi di Tara addosso e sembrava non fare bella figura, detto per inciso.

Appoggiando il piede al suolo, si sentiva ondeggiare e non sentiva il piede. Sudori freddi imperlarono la sua fronte. Azzardò un passo, quando ormai era pressoché disperato. Cadde al suolo come una pera cotta e Tara corse verso di lui.

  «Rick!»

  «Lasciami stare. Non toccarmi!» Le parole gli uscirono così. Non voleva di certo essere cattivo con lei, ma il dolore provato era una cosa mai sentita in tutta la sua vita.

  «Va bene, Rick. Lo so che hai dolore, non avevi solo la rottura del tendine ma anche un pezzo di legno all’interno. Ora respira calmo e ritenta. Sono sicura che ce la farai. Se insisti, sei il tipo giusto che può ribaltare ogni diagnosi.»

Rick si rialzò facendo leva sulla gamba sana, quando riacquistò l’equilibrio appoggiò il piede malato al suolo. Una fitta di dolore lo fece sussultare maggiormente.

  «Rick…» Tara gli fu al fianco subito.

  «Vattene, Tara. Vai a casa» sussurrò lento e con lo sguardo d’odio.

  «Ma Rick…»

  «Ho detto di andartene. Fammi un piacere, non venire domani, e non venire nemmeno dopodomani. Non ho voglia di vedere la tua allegria mentre il mio corpo non si regge in piedi» sibilò con tristezza mista a furia troppo a lungo contenuta.

  «Non sai di cosa parli, sei solo sconfortato per l’insuccesso di oggi.»

  «No. So perfettamente di cosa parlo. Tu decanti un ballo a cui non parteciperò. Tu mi sproni a migliorare quando non riesco nemmeno a camminare come prima, figuriamoci giocare agli stessi livelli. Non posso nemmeno accusare nessuno, è tutto uno sbaglio mio. Ne pagherò da solo le conseguenze. Tu devi fare qualcosa di bello domani, non certo stare qui a sopportare me e le mie angosce future…»

  «Non dire così Rick, io ti amo. Lo sai, no?» Gli occhi si erano riempiti di lacrime.

  «Vattene di qua, subito

Si voltò per non vederla andare via. Sentiva i suoi singhiozzi trattenuti. Anche lui avrebbe voluto piangere. Ecco come rovinare tutto ciò che aveva nella vita, per una stupida lite che si poteva risparmiare. Aveva visto un film un paio di giorni dopo l’intervento. Lui era malato e meditava il suicidio, si era innamorato, e aveva fatto soffrire tantissimo la sua donna tenendosela stretta perché egoista. Lui non avrebbe fatto così. L’avrebbe lasciato andare via, per non farle spegnere quella luce negli occhi che possedeva.

  «Rick? Ti va di proseguire?» Il terapista s’intromise nei suoi pensieri.

Un macigno grosso come un muro pesava sul suo cuore e sullo stomaco. Era tutta colpa sua «No. Chiamo un taxi e vado a casa.»

  «Non fare così, Rick. I primi giorni farà male, ma poi migliorerà. Abbandonare la terapia non è un passo logico. Come allontanare l’unica persona che ti sprona a migliorare, temo.»

  «Lasciamo perdere, non insista. Se c’è una cosa che ho in abbondanza è l’orgoglio e una gran testa dura. È stato un piacere.» Così dicendo, con le stampelle sistemate sotto le ascelle, Rick uscì dall’edificio.

 

Era in casa, non c’era nessuno con lui. Era passato parecchio tempo da quel giorno. Erano ormai vicini a Natale. Il tempo volava senza che lui ne giovasse. Non c’erano stati progressi. Nulla di nulla. Non che non ci avesse provato da allora… con le stampelle, che ora utilizzava benissimo, camminò verso il frigorifero e si prese la terza birra ghiacciata.

Gli girava la testa, forse perché non aveva mangiato granché a mezzogiorno. Ovviamente lui non andava a pranzo al My Café. Si era tappato in casa dall’incidente e non era più uscito. Inutile dire che non vedeva i ragazzi da un po’. Nemmeno Tara.

Quella povera ragazza aveva una pazienza di Giobbe almeno fino a una settimana dopo, quando l’aveva cacciata del tutto. Si sentiva una merda, ma per lo meno lo era lui da solo e non con lei.

Fu in quel momento che la porta di casa sul retro si spalancò ed entrò Amadeus con Tara.

Rick strizzò gli occhi innervosito all’istante «Che ci fa lei qui?»

Era meglio non parlare direttamente con lei, altrimenti sarebbe morto dalla vergogna.

 «Ci siamo incontrati fuori. Forse è così carina da voler sapere ancora come stai dopo il tuo trattamento di merda. Dovresti essere onorato di avere persone così intorno.» Amadeus era così serio che la sua mascella s’indurì, quando gli andò vicino «Puzzi di birra. Datti una lavata.»

 «Non rompere, Ama. Fuori di qui.» Rick non guardò nemmeno il fratello. Troppo concentrato a vedere Tara che oggi portava dei pantaloni chiari e una maglia rosso fuoco. Era ancora abbronzata, ed era bellissima.

  «Ciao, Rick.»

  «Ehi, ti trovo bene.»

  «Non si può certo dire lo stesso di te, da quanto non ti fai la barba o non ti lavi?» Tara aveva arricciato il naso.

  «Non… ricordo, ma non ha importanza.» All’improvviso si sentiva molto stanco.

  «Come vanno gli esercizi per migliorare il tendine?»

  «A meraviglia, vedi? In questi giorni sono molto preso e non riesco a farli. Ma è tutto ok.» Replicò piccato.

  «Non direi. Forse ti conviene darti una scossa, Rick. Non puoi continuare così. Sei l’ombra del ragazzo che amavo e mi stai perdendo, per la cronaca. Così sei solo irritante per tutti e basta. Non stai concludendo nulla di buono e invece puoi ancora farcela. Basta allenarsi, è come un vero e proprio torneo di football, solo che stavolta non c’è in gioco una vittoria, ma una guarigione.»

  «Finiscila. Non ho bisogno che tu svolga il compito di cheerleader con me. Sono fuori dal campo, ora. L’ho fatto per te. Ti ho lasciato libera di divertirti, andare al ballo con chi vuoi. Adesso lasciami stare.»

  «Rick…» Tara cercò di avvicinarsi il più possibile a lui.

Quando Rick vide la mano di lei toccargli il petto, il suo cuore fece un balzo di terrore e amore insieme, fece un passo indietro e cadde per terra senza il sostegno delle stampelle.

  «Rick! Ti aiuto aspetta.»

  «Vattene di qua subito! Vattene! Non fartelo ripetere ancora.» Era così furioso che sembrò fucilarla con lo sguardo.

Gli occhi allibiti e, feriti di lei, confermarono il tutto. Tara si ricompose e uscì dalla stanza.

  «Sei davvero un grande stronzo. Tutta questa fatica per conquistarla e non combatti nemmeno per stare in piedi. Fai proprio pena in questo momento.»

  «Fottiti, Ama. Esci anche tu. Vai a fare un giro.»

La porta fu sbattuta e nessuno dei due si rivolse più la parola.

 

Amadeus parcheggiò la macchina davanti al vialetto di casa Beenson. Prima di uscire dalla macchina ci pensò molte volte. Ci fu un momento in cui le lacrime fecero capolino, vincendo la sua durezza. Fu un solo attimo. Si ricompose per poter uscire dall’abitacolo e andare dalla sola persona che poteva aiutarlo ora.

I passi fino alla porta furono i più lunghi della sua vita, ne fu pienamente cosciente. Quando bussò, quasi trattenne il fiato.

L’uscio di casa si aprì e mostrò l’altra persona che lui amava come un genitore «Ciao, zio Colin. Posso parlare con te?»

La porta si spalancò senza che lui dovesse aggiungere altro «Non sapevo cosa fare, solo tu puoi aiutarmi.»

 

Rick era sdraiato sul suo letto. Non c’era più nemmeno la voglia di pensare a cosa potesse fare, o meno, per liberarsi da quel peso che nel suo petto stazionava da tempo. Aveva sbagliato tutto. Tara, Amadeus, famiglia, amici, sport e piede. Se l’avesse potuto, sarebbe tornato indietro nel tempo solo per evitare quella rissa e baciare Tara davanti a Gavin. E ora l’aveva persa. Era indietro con gli esercizi. Non avrebbe nemmeno camminato più come prima, questo era un dato di fatto, ormai.

La porta della sua camera si spalancò. Era già pronto a mandare al diavolo i fratelli, quando di fronte a lui si trovò il volto dell’unica persona che era al di sopra di tutto.

  «Zio Colin!»

  «Rick Colin Sherman, non so se lo hai notato, ma porti il mio nome e dovresti farlo con onore. Adesso muovi il culo e vieni con me, perché questa cosa deve finire e io non voglio più vederti comportare come un idiota e mia figlia piangere a causa tua.» Non gli diede nemmeno il tempo di alzarsi, lo strattonò per un braccio mettendolo lui stesso in piedi.

  «Ma zio…»

  «Lascia stare quelle stampelle. Tanto non ti servono.»

  «Zio è tardi ormai…»

  «Tardi lo dico io e, siccome sono il finto zio migliore che hai, non è tardi finché non sono io a farti sputare sangue al suolo. Mi han sparato due volte sulla stessa spalla e sono sceso in campo a giocare lo stesso e tu non puoi essere uno smidollato, nemmeno per tutto l’oro del mondo. Ami mia figlia? Hai il coraggio di riprendertela?»

  «S-sì.» Rick stava tremando in piedi senza stampelle.

  «Tara non sta con quelli che non hanno spina dorsale. Mostrami il tuo coraggio adesso. Mostrami che hai intenzione di amarla per sempre.»

Rick guardò lo zio sperando che scherzasse, quando vide in lui uno sguardo glaciale e duro, fu costretto a muoversi di qualche passo verso di lui. Il primo fu così difficile che gli scesero le lacrime dagli occhi. Il secondo andò meglio. Al terzo tremava.

  «Adesso noi andiamo in un posto per un paio di settimane. La valigia l’ha fatta tuo fratello. Forza Rick, muovi quelle chiappe. Natale è vicino, il miglior regalo che puoi farti, o fare a chi ti ama tanto, è il tuo coraggio nell’affrontare questa situazione. Ti ritengo responsabile per ogni lacrima che ha versato mia figlia, e anche del tuo fallimento. Io e i tuoi genitori non ti abbiamo cresciuto così. Sii uomo. Mostrami il vero valore di Rick Sherman. Dona alla tua famiglia un vero atto eroico. Ritorna a fare ciò che facevi prima.»

  «Camminare come prima non credo sia poi tutto questo gran coraggio, zio. È il tornare a giocare che è impossibile. Nemmeno sotto Natale, non c’è nessuno che mi fa un miracolo.»

  «Ma io non ho detto di tornare a passeggiare come una femminuccia. Ho proprio detto di tornare a fare ciò che facevi prima, e tu sei un giocatore di football americano. Tu sei Rick Sherman, e tuo padre è stato un campione, non sei da meno. A me serve che raschi nel fondo della tua testolina e trovi la forza per seguirmi. Credimi, figliolo, sarà la miglior avventura della tua vita.»

  «Stai facendo leva su due cose che non posseggo ora…»

  «Il coraggio? Certo che ce l’hai. Combatterai fino alla fine, perché ti solleverò da terra prendendoti per i capelli. Se non vuoi finire calvo, è il caso che tu cominci a camminare nel modo giusto.»

  «Ma zio Colin…» tentò di bloccare l’entusiasmo di Colin.

  «Non ti meriti di chiamarmi zio, oggi. Il Rick che conosco è uno scapestrato, con un gran valore sul campo e fuori. Questo non sei tu. A Natale ti voglio in campo, altro che Non posso farcela. Ognuno di noi ha avuto il suo momento negativo, ci vuole solo una buona dose di tenacia, uno spirito battagliero e la voglia di riuscire. Così ti abbiamo cresciuto.»

  «Hai troppa fiducia nel Rick che c’era prima. Questo beve birra e spara cazzate, non so se lo conosci…»

  «Oh, lo conosco eccome. È solo una maschera. Tuo fratello ti ama così tanto da decidere di venire da me per scrollarti quel marciume che ti porti addosso, tra l’altro puzzi. Per quel ballo di Natale tu sarai indietro e camminerai a dovere. Se avrò fatto un buon lavoro, sarai anche nuovamente in campo contro i Kellam. E ora fammi vedere che cammini senza quelle odiose stampelle.»

  «Zio…»

  «Coraggio Rick. Ci vuole solo coraggio. Ce la puoi fare.»

 

Solo per fare il piano terreno e il porticato, Rick si sentì svenire. Era sorretto da Colin che, in un attimo di magnanimità, si era ricordato che lui era ferito e le stampelle erano in casa.

  «Forza, Rick Colin Sherman. Non ho intenzione di vederti cadere in un abisso sempre più profondo per colpa di una paura. Muovi quelle zampette che ti trovi in basso al corpo e datti una mossa. Voglio arrivare in questo posto entro sera, prima che faccia buio è meglio.»

Digrignò i denti dal dolore, ma non permise a quest’ultimo di farlo sembrare debole agli occhi di Colin. Suo fratello aveva giocato bene la sua carta. Zio Colin aveva davvero una spalla ferita da due pallottole più o meno nello stesso punto, e aveva giocato per vincere il campionato. Ma, cosa più importante, non si era lasciato abbattere.

  «Forza bello. Sali in macchina.»

Con grande sforzo si posizionò sul sedile accanto al guidatore. Stava per chiudere gli occhi dalla disperazione, quando vide i genitori e i fratelli guardarlo dalla finestra. Erano tutti d’accordo a quanto pareva.

Vide il padre alzare una mano in segno di saluto. All’ultimo secondo, lo girò in un pollice alzato. Un brivido cominciò a correre lungo tutta la sua spina dorsale. Lo stesso vide apparire al resto della famiglia e una lacrima scese velocemente sulla sua guancia. Con rabbia, la nascose agli occhi di Colin. Non voleva che lo vedesse debole. Che stronzata, loro erano così che lo vedevano da tempo.

Appoggiò la testa sullo schienale del sedile e chiuse gli occhi. Doveva calmarsi.

  «Sì, bella idea riposarti ora, perché nelle prossime settimane ti farò sfinire come mai nella tua vita ti è successo.»

Rick abbozzò un sorriso «Detto da te Colin, non ho dubbi.»

  «Non mi chiami più zio, ora?» Era sarcastico. Guidava sicuro senza voltarsi a guardarlo.

  «Mi hai rapito, vuoi farmi sputare sangue, oggi non mi sento in vena di chiamarti zio» replicò piccato.

  «Oh, non ci credo. Il Rick che conosco io ama le sfide, le zuffe e vincere. In verità, sei proprio uno stronzo, ragazzo mio. Devi aver preso da me, sai, per via del nome.»

  «Eh, smettila. Mi stai portando dove vuoi, sono qui senza stampelle. Puoi risparmiarmi almeno il tuo sarcasmo gratuito.»

  «Attento ragazzo, se tutto va bene tu potresti avere una relazione lunga con mia figlia, sempre che ti voglia ancora, e forse in un futuro lontano diventerai mio genero. Non ti consiglio di trattarmi così, potrei boicottare il tuo futuro in un attimo.»

Rick non aggiunse nulla. Se c’era una persona che era sempre stata presente nella sua vita, che gli cambiava persino i pannolini, era zio Colin. La sua famiglia era composta da tutte quelle persone che lui aveva visto intorno ai genitori da quand’era nato. Nessuno escluso.

Zio Norman per qualcosa, zia Molly per altro, zia Violet per le tenerezze nascoste agli altri. Ognuno di loro era stato presente. Non si era nemmeno accorto che non erano parenti veri. Be’, fino a quando non aveva visto arrivare Tara con i capelli tagliati corti e diventata splendida fanciulla. Lì trovava faticoso chiamare Colin zio, sembrava quasi incestuoso amare alla follia la cugina.

  «Ho deluso tutti, vero?» sussurrò allora un attimo dopo, senza guardarlo in volto.

  «No, hai fatto preoccupare tutti. Mia figlia ha pianto ogni lacrima che ha di riserva per i prossimi vent’anni. Fai che questa sia l’ultima per cui.»

Rick non se la sentì di rispondere. Il silenzio cadde nella macchina e per parecchio tempo sentirono solo il rumore del motore e il loro respiro. Erano i primi di dicembre e stava diventando buio. Fu allora che cominciò la pioggia. Rick chiuse gli occhi e si lasciò cullare da quel suono per parecchio tempo. Sentiva il suo cuore battere allo stesso ritmo della pioggia, sperò solo che, con la fine di essa, anche il suo cuore si sarebbe placato.

Aveva combinato un gran disastro, questo era palese anche per i muri. Doveva rimediare. Nemmeno lui si piaceva molto così.

 


 



 


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