Alex varcò il limite del villaggio con un nodo stretto alla gola. Si fermò quasi subito, come se il suo corpo si rifiutasse di andare oltre. Lo sguardo scivolò lentamente tutt’intorno, incapace di credere a ciò che vedeva.
Case basse, costruite in legno grezzo, si allineavano lungo sentieri in terra battuta. I tetti spioventi erano coperti di paglia, schiarita dal tempo e dalle intemperie. Non c’era traccia di cemento o acciaio.
Sembrava di essere stati catapultati indietro nel tempo.
Come se qualcuno avesse strappato quel luogo dal passato e lo avesse nascosto lì, lontano dal resto del mondo.
Un carro cigolò poco distante, trainato da un cavallo stanco. Un uomo lo guidava con le redini in mano, mentre una donna con un grembiule macchiato di terra sistemava alcune ceste ricolme di ortaggi.
Alex aggrottò la fronte.
«Ma che…» mormorò, strabuzzando gli occhi.
Cercò con lo sguardo qualcosa di familiare. Un palo della luce. Dei cavi. Un’antenna. Qualsiasi segno di modernità.
Non trovò nulla di tutto ciò.
Incredulo, si voltò verso Nina.
«Che posto è mai questo?»
«Casa», rispose lei, scrollando le spalle.
«Cosa siete? Amish, mormoni o che altro?»
Nina rise. Una risata leggera, spontanea.
«Certo che no! Siamo solo persone che hanno scelto uno stile di vita diverso dal tuo».
Fece qualche passo avanti, invitandolo a seguirla. Dopo un attimo di esitazione, Alex si mosse.
«Il nostro stile di vita», spiegò lei, continuando a camminare spedita, «è forse più duro. Ma è anche più sano».
Indicò con un cenno i campi poco distanti, dove alcuni contadini lavoravano la terra con gli attrezzi di una volta, piegati sotto il sole.
«Niente macchinari. Niente tecnologia. Niente che possa controllarci».
Alex spalancò la bocca, sempre più sconvolto.
«Vuoi dire che non avete niente? Computer, telefoni…»
«Radio, televisione…», concluse lei. «Tutto abolito».
Lui rimase in silenzio per un momento, cercando di immaginare una vita del genere.
Gli sembrò impossibile.
«È folle», disse infine, quasi senza rendersene conto.
Nina rise di nuovo, stavolta più apertamente.
«È quello che pensano tutti all’inizio».
Continuarono a camminare lungo il sentiero principale. Il rumore dei loro passi sul selciato polveroso era l’unico suono familiare.
Poi Alex iniziò a notare gli sguardi della gente. Silenziosi. Fissi su di lui. Le persone si fermavano al loro passaggio. Alcuni stringevano le labbra, altri abbassavano la testa.
Nessuno di loro sorrideva.
Un brivido gli percorse la schiena.
«Nina, perché mi guardano così?».
Lei non rispose subito.
Il suo sorriso svanì, come cancellato da un’ombra improvvisa. Per un istante, evitò il suo sguardo.
«Gli Incontaminati sono diffidenti nei confronti di quelli come te».
Alex strinse involontariamente la mano, sentendo il peso del Marchio pulsare sotto la pelle, come se anch’esso avesse percepito quell’ostilità.
«Già», sussurrò.
Per un attimo pensò di aver fatto male a seguirla, di aver sbagliato tutto. Ma poi Nina si fermò, voltandosi verso di lui. I loro occhi si agganciarono, e in quelli di lei riconobbe una grande determinazione.
«Non preoccuparti. Sei insieme a me», gli disse. «E finché saremo insieme non avrai nulla da temere».
Alex la guardò.
E per la prima volta da quando erano entrati nel villaggio, il peso sul petto si alleggerì.
Non sapeva se fidarsi di quel posto. Di quella gente.
Ma di Nina, di lei si fidava ciecamente.
La osservò come se la vedesse davvero per la prima volta. I capelli castano chiaro le ricadevano sulle spalle, mossi da una brezza leggera che portava con sé l’odore della terra e del fieno. Alcune ciocche le sfioravano il viso, ribelli, incorniciandole i lineamenti delicati.
Era… carina.
Il suo sguardo scese verso il basso, quasi senza che potesse impedirlo. Il corpo magro, la vita sottile, le gambe lunghe e snelle che si muovevano con naturalezza lungo il sentiero.
Ma la cosa di lei che lo colpì più di ogni altra fu il sorriso.
Quel sorriso era diverso da quelli artificiosi delle ragazze che era solito frequentare. Era radioso. Autentico.
Fiducioso.
Come se tra loro non esistessero barriere, marchi, ostilità. O paure.
Alex si ritrovò a fissarla, incapace di distogliere lo sguardo.
Aveva labbra piene, rosse come ciliegie mature.
Invitanti.
Il pensiero lo colpì all’improvviso, spiazzandolo. Rimase immobile, quasi irritato da se stesso, ma senza riuscire a guardare altrove.
Per un istante tutto il resto svanì.
Poi una voce squarciò il silenzio.
«Nina!».
Alex sobbalzò, distogliendo lo sguardo di scatto.
Un giovane si stava avvicinando a passo deciso. Indossava una camicia di lana grezza, con le maniche arrotolate fino ai gomiti, e un cappello di paglia calcato sulla testa. Il volto era teso, gli occhi fissi su Nina con un’espressione tutt’altro che amichevole.
Si fermò davanti a loro senza nemmeno degnare Alex di uno sguardo.
«Sei impazzita?», sbottò, rivolgendosi direttamente a lei.
Nina si irrigidì, ma continuò a sorridere.
«Ciao, Jacob. Che succede?»
Il giovane fece un gesto brusco, indicando Alex con un cenno del capo.
«Hai portato un Marchiato al villaggio, ecco cosa succede!». La sua voce era carica di disapprovazione. «Vuoi forse creare problemi?».
«No, non voglio creare problemi», disse Nina, cercando di mantenere la calma. «L’ho portato qui per aiutarlo».
Il giovane sbuffò, scuotendo il capo con evidente disprezzo. «Aiutarlo?». Rise piano. Una risata secca, ostile. «Sei un’illusa, Nina. Non c’è salvezza per quelli come lui».
Lei si irrigidì. Il suo sorriso svanì del tutto.
«Non è vero», ribatté, ostinata. «Un modo c’è».
«Nessuno qui muoverà un dito per lui, e lo sai», replicò il ragazzo. «Il Marchio consuma. Li uccide. Fine della storia».
«Allora perché io sto ancora qui a provarci, Jacob?», scattò lei, gli occhi accesi di collera.
Lui strinse la mascella. «Stai mettendo in pericolo tutti. Sai bene che dei Marchiati non possiamo fidarci. O lo hai dimenticato? Ci hanno perseguitato, braccato, umiliato. E in cambio hanno solo quello che si meritano».
«Quindi, per te cercare di salvare una vita è sbagliato?»
«Sbagliato e inutile». Jacob afferrò Nina per un braccio, e questo fece reagire immediatamente Alex.
«Lasciala andare», sibilò, facendo un passo avanti. «Subito».
La sua voce era bassa, tagliente.
Entrambi si voltarono verso di lui, e per un istante calò il silenzio.
«Tu fatti gli affari tuoi». Jacob sputò per terra, gli occhi accesi di un odio totale. Devastante.
Per un attimo si squadrarono, come per prendersi le misure.
«Questi sono affari miei. Stai maltrattando una ragazza, coglione».
Jacob inclinò la testa di lato, una ruga di disgusto gli si formò sulla fronte.
«Sei solo un morto che cammina».
Quelle parole lo colpirono con la violenza di uno schiaffo.
Alex serrò la mascella.
«Ripetilo».
Accadde tutto in un attimo. Un battito di ciglia. Jacob si mosse in avanti, veloce. La testata arrivò improvvisa, brutale. Colpì Alex in pieno stomaco, facendolo piegare in avanti e togliendogli l’aria dai polmoni.
Nina lanciò un urlo.
«Jacob che fai? Sei impazzito?».
Il dolore si trasformò in rabbia pura. Alex si raddrizzò in un attimo, senza pensare sferrò un pugno in direzione dell’Incontaminato. Il suo destro micidiale lo colpì in pieno volto. Si sentì un crack, poi Jacob barcollò all’indietro, portandosi una mano al naso. Il sangue iniziò a scorrergli tra le dita mentre un urlo di dolore gli risaliva su per la gola.
«Basta! Smettetela!» Nina cercò di frapporsi tra loro, ma la ignorarono.
Jacob si lanciò di nuovo contro Alex, spingendolo. Finirono a terra, nella polvere. Seguirono pugni, calci, insulti.
Alex sentì il sapore metallico del sangue in bocca, tuttavia non si fermò.
Non poteva.
Era una questione di orgoglio.
Intorno a loro cominciò a radunarsi una folla di gente, ma nessuno intervenne. Alex riuscì a percepire i loro sguardi giudicanti e i bisbigli, mentre si piegava di lato per evitare un calcio del suo avversario.
All’improvviso una voce, ferma e autorevole, squarciò il brusio.
«Basta!».
Tutti si immobilizzarono.
Alex sentì una mano sorprendentemente forte afferrarlo per il braccio e tirarlo indietro, mentre Jacob veniva trattenuto da due uomini del villaggio, ancora ansimante e col sangue che gli colava dal naso.
Si rialzò a fatica, l’addome che gli bruciava per il colpo ricevuto, il labbro spaccato e le nocche doloranti.
Era stata una bella scazzottata davvero.
Solo allora si accorse dell’anziana donna che si era fatta largo tra la folla. Era minuta, ma emanava un’autorità impossibile da ignorare. Aveva i capelli completamente bianchi, raccolti in una treccia che le scendeva fino a metà schiena, ed era avvolta in un mantello di lana da cui traspariva un abito lungo fino ai piedi, di colore grigio.
I suoi occhi chiari e severi si posarono subito su Nina.
«Cosa significa tutto questo?».
Lei fece un passo avanti, appariva terribilmente scossa.
«Io non…».
La donna la fulminò con lo sguardo.
«Hai portato un Marchiato al villaggio senza consultare il Consiglio? Come hai potuto?».
Un silenzio denso e carico di tensione cadde di colpo tra loro.
Alex sentì Nina irrigidirsi. Per la prima volta da quando l’aveva incontrata la vide vacillare.
«Volevo solo aiutarlo», disse lei, abbassando il tono di voce. «Non c’era tempo».
L’anziana donna scosse il capo, implacabile.
«Non hai l’autorità per prendere una simile decisione da sola».
«Ma…».
«Zitta!». Lo sguardo della vecchia trafisse Nina come una lama. «Hai agito d’impulso e hai messo il villaggio in agitazione».
Alex serrò la mascella. La rabbia per la rissa non si era ancora spenta, ma adesso lasciava spazio a un’emozione differente.
Una sensazione sgradevole.
Lo sguardo dell’anziana si spostò su di lui. Lo studiò in silenzio, soffermandosi sul Marchio.
«Per il momento Nina si occuperà di te», decretò. «Ma è solo una sistemazione temporanea». Le sue parole caddero fredde e letali come una mannaia. «Poi dovrai andartene. Non c’è posto per gli stranieri qui».
Alex avvertì un’ondata di gelo nelle ossa.
Straniero.
Non era una persona.
Era un nemico.
Nina fece un passo avanti, il volto pallido.
«Non è giusto».
«Non sta a te decidere cosa sia giusto o no. Il ragazzo ha già creato fin troppi problemi, non può restare».
«Ma è stato Jacob a provocare la rissa!». Nina aveva gli occhi accesi di sdegno. Si stava battendo con le unghie e con i denti per lui. E lo conosceva appena. «Se deve essere presa una decisione, allora che lo faccia il Consiglio».
Gli occhi della donna si strinsero. Per un lungo istante Alex credette che si sarebbe rifiutata.
Poi l’anziana sospirò.
«E sia».
Un mormorio attraversò la folla.
«Convocherò il consiglio domani prima del tramonto. Decideremo la sorte del Marchiato».
Quelle parole restarono sospese nell’aria come una sentenza.
Alex sentì lo stomaco contrarsi. Poi Nina si voltò verso di lui.
«Vieni».
La seguì senza dire nulla, mentre la folla si apriva al loro passaggio. Sentì dei mormorii, gli sguardi continuavano a pesargli addosso.
Diffidenza.
Paura.
Odio.
Camminarono per qualche minuto in silenzio lungo un sentiero laterale, lontani dal brusio del centro del villaggio.
«Chi era quella donna?», chiese infine lui, senza riuscire a trattenersi.
Nina lo guardò. Il vento le sollevò i capelli castano chiaro, e Alex sentì il respiro fermarsi.
«È la guaritrice del villaggio». Fece una pausa, durante la quale i loro occhi si cercarono e si trattennero. «E mia nonna», aggiunse poi.
Alex per poco non inciampò.
«Non sembrava molto felice di vedermi».
Nina lo guardò di sbieco.
«Come poteva esserlo, dopo lo spettacolo che tu e Jacob avete messo in scena?». Inaspettatamente i suoi occhi si addolcirono di colpo. «Ma almeno ti ha concesso una possibilità».
Alex non rispose.
Una possibilità.
Era solo una condanna rimandata.
Camminarono ancora un po’, fino a fermarsi davanti a una piccola casa in legno ai margini del villaggio, poco distante dai campi coltivati.
La capanna di Nina, immaginò.
Alex la seguì fino alla porta, il respiro ancora leggermente irregolare a causa della rissa. Quando lei spinse il battente ed entrò, lui trattenne il fiato. Esitò un istante prima di varcare la soglia.
L’interno lo colpì subito per la sua semplicità.
Non c’era nulla di superfluo.
Un tavolo segnato da graffi e anni di utilizzo occupava il centro della stanza. Poco più in là, una vecchia stufa a legna diffondeva un calore piacevole e rassicurante, e alcune sedie impagliate erano disposte intorno al tavolo, mentre lungo una parete correvano mensole cariche di piatti, bicchieri e barattoli di vetro di varie dimensioni, pieni di erbe esiccate, farina e conserve.
Lo sguardo di Alex si soffermò su ogni dettaglio.
Anche quella casa sembrava appartenere a un altro tempo.
Nina chiuse la porta alle loro spalle, quindi si diresse verso un mobiletto, iniziando a rovistare nei cassetti.
«Che stai facendo?», le chiese lui, ancora fermo vicino all’ingresso.
Lei non alzò nemmeno lo sguardo.
«Sto cercando la cassetta del pronto soccorso. Devo medicarti le ferite».
Alex si portò istintivamente la mano sul labbro spaccato, sentendo il bruciore tornare vivo.
«Non ce n’è bisogno», borbottò. «Sono solo graffi».
Nina si voltò, corrugando la fronte. Lo fissò con quell’aria determinata che ormai Alex aveva imparato a conoscere.
«Siediti».
Non era una richiesta.
Lui sbuffò, esasperato. Ma qualcosa nel tono di lei gli fece capire che discutere sarebbe stato inutile. Nina posò la cassetta sul tavolo con un colpo secco, poi la aprì. Tirò fuori una bottiglietta di disinfettante, alcune garze e dei cerotti.
Alex la seguì con lo sguardo, incuriosito dalla precisione con cui si muoveva. Come se non fosse la prima volta che si occupava di simili incombenze.
A un tratto lei si fermò di fronte a lui. Per un istante i loro occhi si incrociarono.
«Potrebbe bruciare un po’», mormorò.
Alex accennò un mezzo sorriso.
«Non sono un marmocchio, posso sopportarlo».
Le labbra di Nina si incurvarono rapidamente verso l’alto, in maniera quasi involontaria. Poi immerse la garza nel disinfettante e gliela avvicinò al viso. Il contatto sul labbro spaccato lo fece sussultare.
«Cazzo…» sibilò tra i denti.
«Te l’avevo detto». Nina lo guardò con aria saccente, ma la sua voce aveva una dolcezza inattesa.
La delicatezza con cui continuò a tamponare la ferita lo sorprese. Le dita di Nina si muovevano leggere, attente, quasi temessero di fargli male più del necessario.
Lui restò immobile. La lasciò fare.
Da quella distanza poteva sentire il profumo della sua pelle. Sapeva di pulito. Sapone, muschio e borotalco.
I capelli le scivolarono in avanti mentre si chinava su di lui, sfiorandogli inavvertitamente uno zigomo con la mano.
Il cuore di Alex mancò un battito.
La osservò in silenzio, concentrato. I suoi occhi grandi, di un colore a metà tra il verde a l’azzurro. La piega morbida delle labbra.
Nessuno si prendeva cura così di lui da… non ricordava nemmeno da quanto tempo.
Provò un’emozione nuova.
Sconosciuta.
Pericolosa.
Non era gratitudine. O almeno, non solo.
Era qualcosa di più profondo, quasi doloroso, che gli si insinuò nel petto, destabilizzandolo.
Si sentì turbato.
Distolse lo sguardo immediatamente, quasi infastidito da se stesso. Ma quando tornò a guardarla, Nina era ancora lì. Vicina.
Troppo vicina.
Terminò di disinfettargli il labbro e si scostò appena per osservarlo meglio. Il suo sguardo indugiò sul livido che iniziava a scurirsi lungo lo zigomo, poi scese più giù.
«Togliti la felpa».
Alex si irrigidì.
«Come, scusa?»
La guardò, cercando di capire se avesse sentito bene.
Nina incrociò le braccia, le labbra piegate in una smorfia.
«Devo controllare se hai altre ferite».
Per un istante lui esitò.
Non era la richiesta in sé a metterlo a disagio. Era il pensiero di mostrarsi vulnerabile davanti a lei. Non gli era mai capitato prima, ma si sentiva nudo, esposto sotto gli occhi limpidi e attenti di quella ragazza.
Si lasciò andare contro lo schienale della sedia e le indirizzò un sorriso malizioso.
«Ah, ecco dove volevi arrivare».
Nina aggrottò la fronte.
Lui allora inclinò la testa di lato, mascherando il suo turbamento con l’ilarità.
«Se vuoi vedermi nudo, devi solo chiedere».
Per un secondo nella stanza cadde un silenzio teso, pesante. Poi le guance di Nina si incendiarono. Un rossore intenso le colorò la faccia fino alla punta delle orecchie.
«Cretino».
Alex rise piano. Inspiegabilmente la reazione di Nina gli procurò una soddisfazione che non seppe spiegarsi.
Lei si ricompose in fretta, sollevando il mento con quella fierezza ostinata che la caratterizzava.
«Allora, vuoi toglierti la felpa o no?»
Il tono voleva essere duro, ma lui vi colse una leggera esitazione.
Era imbarazzata.
Alex trattenne un sorriso.
Perché, in fondo, il suo imbarazzo non solo lo divertiva. Lo trovava eccitante.
«D’accordo».
Sospirò, quindi afferrò il bordo della felpa e, con gesti lenti e premeditati, se la sfilò dalla testa. L’aria fresca della stanza gli sfiorò la pelle ancora accaldata per l’adrenalina della rissa.
«Ecco fatto!», esclamò, mostrando una strafottenza che era solo una maschera.
La strana sensazione provata prima si intensificò, gli si annidò nello stomaco più viva e pericolosa. Provò qualcosa a cui non seppe dare un nome, ma che ormai – ne era certo – non poteva più ignorare.
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