NON SMETTE DI PIOVERE
Capitolo 4 di 43

Scritto il 17/06/2026
da EMMA MEI


«Scusa per prima, è che odio i cambiamenti in corsa e detesto non essere messa al corrente delle cose. Ma mi conosci e sai che non mi sono mai comportata come poco fa.» Sfilo la mano dalla sua ed esco all'aperto rimanendo al suo fianco.

«Se Mikael te l'avesse detto, non sarebbe stata una sorpresa. Comunque, scuse accettate.»

Quella particolare sensazione ricompare al centro del petto, ormai è familiare, confortevole e mi fa sentire bene. Camminiamo lungo il marciapiede, con la frenesia del traffico che scorre accanto a noi. L'aria si è scaldata e rende piacevole passeggiare. Per raggiungere Times Square dobbiamo prendere un taxi, ma c'è ancora tempo. Nessuno ci mette fretta.

Sono appena le dieci del mattino e, anche se stamattina ho fatto un'abbondante colazione in albergo, il profumo che avverto passando davanti a una caffetteria stuzzica il mio appetito.

«Ti spiace se mangiamo qualcosa?» gli domando, indicando il locale dove mi voglio fermare.

Scuote lentamente la testa accennando un sorriso che sa di paternale.

«Lasciami indovinare: stamattina hai già fatto colazione con alimenti pieni di zucchero raffinato, succhi di frutta non spremuta al momento o, peggio, con del latte di origine animale. Ora sei in calo di zuccheri ed energie e hai bisogno di un'altra dose di cibi tossici.»

Mi fermo, facendo sbattere contro di me un signore con una valigetta in mano a cui chiedo scusa, mi scosto per farlo passare e prendo il bavero della camicia che Logan indossa, portandolo alla mia altezza d'occhi.

«Concentrati su quello che sto per dirti e che non voglio più ripetere.» Cerco di non perdermi nei suoi occhi, mantenendo il focus su quello che desidero mettere in chiaro. «Come io rispetto il tuo stile di vita salutare, fatto di rigore, disciplina e ricerca del benessere in ogni sua forma, tu devi rispettare il mio, fatto di nervoso, frenesia, cibi spazzatura e dove il cioccolato è l'alimento base. Il dormire bene per più di sette ore è una funzione sopravalutata e praticare l'attività sportiva non è essenziale. Chiaro?»

Senza aspettare una sua risposta, mollo la presa sulla camicia mi dirigo nella caffetteria, sorridendo trionfante per averlo azzittito.

Ecco, ora sono la solita Viktoria, non più preoccupata di trovarsi sola, a New York, con Logan!

Scelgo il donut con la superficie coperta dalla maggior quantità di glassa al cioccolato, ordino un frappè alla vaniglia e mi siedo al tavolino posto vicino all'ampia vetrata attraversata dai raggi del sole. Il locale è dipinto con tinte neutre, rosa pallido, verde menta chiaro e beige, mentre il bancone è in legno scuro. Un tavolo è occupato da una madre con due bambini, con la bocca e le mani sporche di torta, di fianco a loro tre giovani ragazze stanno facendo video con i cellulari, ridendo delle rispettive facce buffe. Il personale accoglie ogni cliente con un sorriso e in sottofondo si sente della tranquilla musica lounge.

Logan entra nel locale, facendo tintinnare la campanella posta sopra la porta, si guarda intorno e, appena mi scorge, scuote la testa raggiungendomi al tavolo.

Dio, quelle spalle!

La mente mi si riempie di immagini casuali: la forma dei muscoli della sua schiena mentre esegue i movimenti alle lezioni di tai chi, i gesti delle dita che compie quando tiene fra le mani una tazza piena di tè bollente, il tono di voce più rilassato che assume quando parla con Mikael che, in confronto a quello che usa con gli allievi del dojo, è gradevole. Solo ieri sera aspettavo con impazienza la giornata di oggi, assaporando l'idea del tempo che avrei trascorso con Mikael.

Invece c'è Logan.

Logan. L'amico fraterno di Mikael.

Logan. Che conosco da quando ero una bimbetta.

Logan. L'imprevisto che non ho mai pensato di prendere in considerazione.

Logan. Il ragazzo, quasi uomo, che l'anno scorso mi ha dato un semplice buffetto sulla guancia, lasciando una traccia che non se n'è più andata via.

Tuttora non riesco ancora a capacitarmi di cosa sia successo, era già accaduto in precedenza, ma quella volta è stato diverso. E l'ho capito perché, da quell'istante, si è posato un immaginario peso sul mio sterno che ha costretto il cuore a battere più velocemente.

Io, lady iceberg, mi sciolgo se c'è lui nelle vicinanze. Cerco di non farlo mai vedere e ogni volta è sempre più difficile. È un anno che lavoro più del dovuto, sono andata per ben tre volte in Germania al posto di papà, ho seguito la produzione europea delle stoffe e, al ritorno, mi sono chiusa in ufficio per disegnare nuove fantasie per i tessuti americani e per cercare nuovi abbinamenti di colori da proporre al mercato tessile, limitando le occasioni per vederlo. Sentire qualcosa di così bello per l'amico del proprio fratello è così assurdo quanto banale.

Mikael ha proprio ragione, devo lasciarmi andare e vedere dove io, fiocco di neve, andrò a cadere.

«Hai già ordinato?» domanda, distogliendomi dai pensieri.

«Prima di prendere posto al tavolo, proprio per evitare di sentire il tuo dissenso sull'ordinazione» ammetto con ironia.

Poggio i gomiti sul tavolo, metto le mani incrociate sotto il mento e lo fisso mentre legge il menù. La luce che entra dalla vetrata gli colpisce metà viso, lasciando in ombra l'altra.

Sì, decisamente questi due giorni mi serviranno per scoprire la parte che non conosco ancora di lui, o meglio, quella che non ho saputo cogliere prima.

Con un gesto della mano, richiama l'attenzione di una cameriera, la quale ci raggiunge con la mia ordinazione e, squadrandolo senza pudore, chiede a Logan se deve portare qualcosa anche a lui.

«Un tè matcha con il latte di soia, grazie.»

«Nient'altro?» insiste, facendomi alzare gli occhi al cielo.

«No, grazie» risponde educato, sapendo di avere un aspetto che non passa inosservato. Lo stronzo.

Guardo il donut con un certo languorino, ma attendo che venga servito anche Logan prima di mangiarlo e intanto sorseggio il frappè. Sento la sua occhiataccia e immagino che sia di biasimo. Problemi suoi, non miei.

«Cos'avevamo pattuito?» chiedo con voce intimidatoria.

«Non ho detto nulla.»

Alzo la testa e mi scopro a sorridere, anche se cerco di avere un'espressione minacciosa.

Gli viene servito il suo ordine e consumiamo la colazione in silenzio, senza imbarazzo, ma godendo del momento. Terminato di mangiare, ci alziamo dal tavolo e cerchiamo un taxi che ci porti a Times Square. L'atmosfera fra di noi è più rilassata rispetto a prima e ci perdiamo a guardare la città dal finestrino, ipotizzando una variazione sul programma della giornata di domani.

Il taxi si ferma in una via adiacente alla zona che ho indicato e procediamo a piedi. Mi è sempre piaciuto camminare per le vie di New York, mischiarmi alle persone, curiosare fra le vetrine e sentire il profumo proveniente dalle bancarelle di hotdog. Logan non dice nulla quando mi fermo più del dovuto davanti ai negozi che attirano la mia curiosità e mi trascina dentro a un famoso store di videogiochi, trasformandosi in un bambino che non sa dove guardare a causa delle troppe cose che hanno catturato la sua attenzione. Questo suo aspetto non l'avevo mai colto e mi piace osservarlo in un ambiente che non è il nostro abituale.

«Va bene questo posto, oppure vuoi andare più avanti?» domanda.

Ci troviamo sotto al New York Times Building, il luogo per scattare la foto di rito.

«È perfetto.»

Prendo il cellulare e mi avvicino a lui, mentre apro l'applicazione della macchina fotografica. Cerco una posa che inquadri bene lo sfondo, ma che non faccia sparire noi due in mezzo a tutte le immagini dei mega schermi e le persone che ci circondano. Il sole di mezzogiorno mi colpisce gli occhi e non riesco a vedere bene, ma premo lo stesso sullo schermo.

«Ti dispiace se faccio io?» Con un movimento disinvolto sfila dalla mia mano il cellulare e lo alza tenendo la telecamera orientata verso il basso, posa un braccio sulle mie spalle e scatta.

«Sorridi» suggerisce, mentre mi stringe ulteriormente a sé, non smettendo di muovere il cellulare e di scattare ogni volta che cambia inquadratura. «L'ultima deve essere la più bella quindi… fai la linguaccia!»

Scoppio a ridere, provando inutilmente a fare quello che ha chiesto, mentre lui scatta l'ennesima foto. Torno in possesso del cellulare e controllo la galleria fino ad arrivare a guardare, meravigliata, l'ultima immagine. Lo sto abbracciando, non mi ero resa conto di come avessi avvolto un braccio dietro la sua schiena, posando l'altro al centro del suo petto, con la mano che stringe la camicia. Rido e splendo di felicità, nonostante alcuni capelli sfuggiti dalla coda di cavallo che mi ero fatta prima. Lui ha mantenuto il braccio sulle mie spalle, ma non guarda in camera.

Sta fissando me con un'espressione dolce, mai vista prima sul suo viso.

Schiarisco la gola, un po' in imbarazzo, lisciando delle invisibili pieghe sui miei pantaloni.

«Dunque, il primo punto del programma lo possiamo spuntare. Ora dobbiamo trovare un negozietto di souvenir e comprare qualcosa per ricordo da donarci l'uno all'altra.»

Non dice nulla e resta al mio fianco, ogni tanto mi prende sottobraccio, quando attraversiamo la strada o se dobbiamo superare un gruppo di turisti fermi sul marciapiede. Ci fermiamo davanti a un negozio, sulla cinquantunesima, con un'immensa insegna luminosa e grandi vetrate da cui si intravedono gli articoli in vendita.

Entrando nel negozio mi manca il fiato a causa della bassa temperatura dell'aria condizionata che mi fa venire i brividi.

«Vai nell'altra corsia o al piano superiore. Non dobbiamo vedere ciò che compriamo fino allo scambio dei regali, domenica sul volo di ritorno» dico, mentre lo spingo con una mano per allontanarlo da me.

«Posso avere un piccolo aiuto su ciò che non ti piace come gingillo? Vorrei trovare qualcosa di grazioso che ti ricordi questi giorni.»

«Grazioso? Hai davvero detto quella parola?» Scoppio in una risata di pancia. Neanche tre ore fa l'avrei strozzato con la sola forza del pensiero e ora mi trovo a divertirmi con lui come mai mi sarei aspettata.

«Anche se non ho studiato in una prestigiosa scuola tedesca, i miei voti erano altissimi e spesso aiutavo i miei compagni di classe. Ah! E ho il vizio di leggere.»

«Cosa leggi? Le istruzioni di lavaggio sulle etichette dei kendogi?» lo prendo in giro.

«Chi sei? Che ne hai fatto di Viktoria, la piccola kreisel di ghiaccio?» domanda, trattenendo a stento un sorriso.

«Mi stai facendo perdere tempo e devo concentrarmi sul tuo regalo. Ricordati che non devi spendere più di dieci dollari. Ci vediamo all'uscita fra una ventina di minuti.»

«Accessorio, indumento, quadro, penne? Cosa preferisci?»

«Stupiscimi, sensei Logan.» Gli volto le spalle e mi incammino lungo la prima corsia che trovo.

Gli scaffali sono pieni di gadget di ogni tipo, suddivisi per tipologia e colore, dalle mensole scendono delle corde con appese magliette e cappellini da baseball e la tipica scritta I love NY. Ogni oggetto potrebbe andare bene, ma nessuno mi convince. L'ambiente è spazioso e riesce a contenere i turisti che toccano qualsiasi oggetto ed esclamano meravigliati se trovano qualcosa di particolare. Quello che sto guardando mi ispira due diversi disegni per i tessuti e, per non perdere le idee, scatto una foto con il cellulare, aggiungendo una nota per quando farò lo schizzo su carta. La gente potrebbe diventare una serie di profili dall'aspetto di inizio secolo scorso, mentre gli oggetti, semplificandone le forme, potrebbero essermi utili per la linea bambini. Ripongo il cellulare e continuo la mia ricerca, finché non mi fermo davanti a dei quadretti raffiguranti gli edifici più famosi della città. Il mio sguardo è catturato da un'immagine notturna del ponte di Brooklyn, tratteggiato come se fosse La Notte stellata di Van Gogh. Controllo che Logan non sia nei paraggi, vado immediatamente alla cassa per pagare e poi nascondo il pacchetto dentro la borsa. Appoggiandomi con la schiena al muro, approfitto dell'attesa per scarabocchiare, sul mio inseparabile blocco da disegno, le idee che ho avuto poco fa.

«Eccoti! Possiamo andare al parco.» In mano non ha nessuna sportina che mi possa far capire almeno la grandezza del regalo che mi ha comprato. «L'ho nascosto nello zaino prima di uscire.»

«Non stavo cercando nulla» controbatto, usando un tono falsamente innocente.

«Sì, ma la tua espressione ha parlato tantissimo. Forza, metti via gli strumenti di lavoro. Ti proibisco di usarli fino a quando non saremo arrivati a casa. Se una vacanza deve essere, che vacanza sia. Sei d'accordo?»

«Niente da obiettare, sensei Logan» lo sbeffeggio.

Cammina al mio fianco con passo sicuro, e noto che tiene le spalle tese e aperte, il collo allungato e lo sguardo dritto davanti a sé. Vorrei dirgli che non siamo a lezione e può anche incurvare la schiena e ciondolare con il corpo, ma mi trattengo perché so che è forgiato da tutte le arti orientali che pratica.

Con ottimi risultati, aggiungerei.

Il colore degli alberi spunta in mezzo al grigio e freddo della città. Come sempre, la vista dell'entrata di Central Park mi fa pensare a una porta che fa accedere a un posto magico.

«La prima volta che sono venuta qui, mi sono persa perché ero troppo intenta a fotografare ogni cosa e ad andare da una parte all'altra senza una meta precisa» gli dico, mentre attraversiamo sulle strisce pedonali ed entriamo nel parco.

«Ero con Mikael quando gli hai telefonato in lacrime, terrorizzata di essere aggredita di lì a poco» risponde ridendo.

«Non ridere! Smettila di pensare che tutti possano reagire agli eventi come faresti tu. Non tutti hanno la tua corporatura e la tua conoscenza delle arti marziali. Immagina, invece, di essere come me e trovarti nel tardo pomeriggio in un parco di una città dove non conosci nessuno. Ti saresti spaventato anche tu, altro che ridere come stai facendo adesso.»

«Non capisco perché non hai mai voluto seguire un corso di judo o karate. Sei sempre in tempo, sai?»

Mi fermo costringendolo a farlo a sua volta, mettendogli una mano chiusa davanti al viso.

«Uno, perché mi riempirei di lividi viola ovunque, di quelli che nessun fondotinta riuscirebbe a mascherare. Due, odio sudare. Tre, non mi piace il judogi e trovo molto più comoda la tuta. Quattro, trovo fastidiose le urla che si fanno durante le posizioni.» A ogni punto che elenco alzo un dito. «E cinque… il solo immaginare di avere te e Mikael come insegnanti mi fa rabbrividire. Diventerei mira delle vostre derisioni e sai che ti dico? Anche no!»

«Non ti prendiamo in giro.»

«Ah no? Il tuo essere vegano ti fa mancare lo zinco, dovresti mangiare del pesce per aiutare la memoria. Voi due non avete mai perso occasione per mettermi in imbarazzo in mezzo alla gente. Per esempio, per non andare troppo indietro nel tempo, la festa che ha organizzato Janette a casa sua un mese fa.»

«Lo zinco si trova anche nella frutta secca, nei funghi e nei fagioli.» Riprende a camminare. «Quella sera sembravi un pesciolino fuor d'acqua e Mikael ha pensato che, raccontando qualcosa di te, ti avrebbe aiutato a socializzare di più con gli altri ospiti della festa.»

Eh certo. Socializzare. Mio fratello ha raccontato, con dovizia di particolari, del mio essere maniacale nell'ordinare i colori in scala cromatica. Solo che non si è fermato alle matite colorate o ai pennarelli che uso per lavoro, ha anche spiegato com'è disposto il mio armadio e pure il cassetto della biancheria intima.

«Che ne dici se prendiamo qualcosa al volo in un chiosco e ci mettiamo a mangiare su un prato? Mikael mi aveva dato indicazioni di visitare lo zoo, ma non voglio vedere gli animali costretti a dare spettacolo» domanda, guardandomi di sfuggita.

«Questo è il nostro weekend e possiamo fare quello che vogliamo» rispondo. Realizzo solo adesso, da cretina, che il programma militaresco di Mikael può essere modificato a nostro piacimento.

Compriamo del cibo da asporto e troviamo un posto all'ombra di un albero nella zona di Sheep Meadow.

Ci sono gruppi di persone che prendono il sole stesi sul prato, c'è chi gioca lanciandosi un pallone, chi legge, e vedo anche alcune coppiette teneramente abbracciate. È una visione a tutto tondo che mi affascina e mi incuriosisce. Poso gli occhi su Logan che sta fissando i ragazzi che giocano.

«Se vuoi fare un tiro con loro, sei libero di farlo» propongo.

«No, preferisco stare qui con te e parlare.» Si pulisce gli angoli della bocca e si sdraia sulla schiena mettendo le mani sotto alla testa. «Senza parlarmi della questione lavorativa, raccontami come hai trascorso questi giorni di fiera tutta da sola.»

Questo è un argomento che definisco comfort zone e parlo senza interruzione.

«Intanto non è una fiera, ma la settimana della moda, e come da copione è stata stressante, caotica, frenetica come la città che la ospita due volte all'anno. Fin dal mio arrivo, martedì, ho assistito alle sfilate, partecipato ad alcuni meeting, ho incontrato i clienti con cui avevo fissato in precedenza gli appuntamenti e sono andata a due party post-sfilata. Sono riuscita a ritagliarmi due momenti liberi che ho impegnato andando a vedere un museo e passeggiando fra le vie di questa Grande, quanto affascinante, Mela che non riesco mai a godermi come vorrei. E questo è uno dei motivi che ha dato origine ai giorni da brüder.»

Si è girato su un fianco e regge la testa con una mano, non dice nulla, mi fissa soltanto. Leggermente in imbarazzo, torno a guardare quello che c'è attorno a noi e scorgo i primi timidi colori autunnali fra le foglie degli alberi. L'istinto vorrebbe farmi prendere il blocco e disegnare qualcosa con fantasie e differenti combinazioni di sfumature calde da proporre per le prossime collezioni a mio padre, ma mi ricordo della richiesta di Logan e cerco di godere del momento.

«Stai mordicchiando il labbro inferiore.» Senza aggiungere altro, indica la mia borsa dove è contenuto il blocco da disegno.

«Beccata» ammetto, alzando le mani come se dovessi arrendermi. «È che sono in un periodo dove le idee si susseguono, i colori si mescolano assieme a fiori, forme geometriche o animali stilizzati. Anche prima, nel negozio di souvenir, ho avuto l'ispirazione per una stampa stile vintage. Sono in una fase creativa prolifica che mi fa sentire bene e stanchissima allo stesso tempo. Non riesco a spiegare come sia possibile, ma è così.»

Posa una lenta occhiata sul mio corpo, come a sfiorarne i contorni, con un'espressione seria e concentrata.

«Non sono bravo come Janette a leggere l'aura di una persona, ma hai la zona del chakra della gola molto intenso. Si chiama visuddha e le sue caratteristiche sono la comunicazione, l'ascolto e la creatività.»

«Me ne aveva parlato tempo fa a fine lezione di yoga, suggerendomi di fare una seduta di riequilibrio e apertura dei chakra, per non avere un eccesso di energie sulla gola. Ma non sono cose che mi interessano e, a essere sincera, non credo nella pratica olistica» rispondo, alzando una spalla.

«Ah, piccola miscredente, arriverà il momento in cui ti renderai conto che il tuo corpo è fatto di energia e io sarò lì, al varco assieme a Mikael, per dirti te l’avevamo detto.»

«Vi verranno i capelli bianchi a forza di aspettare» ribatto ridendo.

Dio mio, quanto mi piace questa atmosfera!

«Va bene, la pazienza è la virtù dei forti. Piuttosto, spiegami del tatuaggio che ti farai fare fra poco.»

«Ma non mi dire!» esclamo, mentre incrocio le gambe e mi riappoggio al tronco dell'albero. «Tu e mio fratello non vi confidate ogni cosa?»

«L'esclusivo rapporto dei fratelli Weber non include nessuno eccetto voi due. Non mi dice mai nulla delle vostre telefonate o del tempo che trascorrete insieme. Ammetto che, durante il periodo in cui tu studiavi in Francia, sono stato invidioso di quello che c'era fra di voi. Siete legati come gemelli, anche se Mikael è più grande di te di quattro anni.»

Sorrido perché è vero, io e Mikael siamo una cosa sola ed è difficile da capire anche per mamma e papà. Siamo sempre stati così, complici in tante cose, il prolungamento l'uno dell'altra.

«Hai presente il viaggio che avete fatto in Tibet due anni fa?» Annuisce con la testa, incitandomi, con un gesto della mano, a proseguire. «Un maestro zen gli ha donato un disegno e, quando me l'ha mostrato, sono rimasta colpita dalla semplicità dalla pennellata circolare del simbolo dell'ensō iv. Mikael è pieno di tatuaggi sul corpo e ha sempre cercato di convincermi di farne uno insieme.»

Mi sono sempre rifiutata, non per paura degli aghi, ma un tatuaggio è qualcosa di indelebile, che ti rimane sulla pelle per sempre ed è difficile trovare un'immagine che non stanchi nel tempo. Solo quando ho scoperto il significato dell'ensō ho capito che era quello giusto. L'idea è di farmelo tatuare alla base della nuca, così da poterlo coprire con i capelli e non dover sentire l'ennesimo disappunto di mio padre.

Mikael si è dimostrato entusiasta della scelta, anch'io. Ma, dopo oggi, mi domando se sia giusto farmelo senza di lui.» Spezzetto un filo d'erba per nascondere la delusione che, ormai ho capito, non dipende da Logan.

«Sai che anche io ho la pelle senza inchiostro?» Si rigira sulla schiena, incrocia le braccia dietro la testa e comincia a fissare il cielo.

Certo che lo so, cosa crede che faccia quando viene in piscina a casa nostra? Che chiuda gli occhi e non veda nulla del suo corpo? Assurdo!

«Come mai?»

«Per i tempi di guarigione. Non posso permettermi di avere la pelle che ci impiega dei giorni prima di cicatrizzare e non riuscire a eseguire le mosse durante la lezione o gli allenamenti. Tuo fratello ha ovviato al problema dedicandosi al tai chi o assegnando i suoi allievi agli altri maestri, soprattutto a me.»

Mi metto a ridere, è tipico di Mikael.

«Sarà in debito con te. Vuoi che ti aiuti a fargli pagare tutto in una volta?» dico, immaginando già tre perfidi scenari possibili.

Volta la testa verso di me. «Questo viaggio pareggia tutti i favori che gli ho fatto.»

Il cuore sfarfalla e quella sensazione esplode violenta, partendo dal centro del petto e diffondendosi in tutto il corpo. Avverto le guance farsi rosse, ma non abbasso il viso e mantengo lo sguardo nel suo, cercando di ricordarmi di respirare.

Non riesco a commentare in nessun modo e Logan non aggiunge altro. Controlla l'orologio, si alza spolverandosi i pantaloni e mi aiuta a fare altrettanto. Posiziona la mano alla base della mia schiena e ci dirigiamo verso un vialetto per uscire da Central Park, lasciandomi giusto il tempo di scattare alcune foto prima di salire sul taxi, mentre lui è impegnato in una telefonata.

La vibrazione del cellulare mi distrae dai pensieri.

Mikael: Hai deciso il colore per l’ensō? Rimango dell’idea che potresti fartelo fare sfumando i colori dei sette chakra, nel caso chiedi a Logan di controllare che l’ordine sia giusto. Mandami la foto appena terminata la seduta. Io: Ok. Ma io e te dobbiamo parlare, vedi di rispondere quando ti chiamerò stasera.

FINE CAPITOLO
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