(‘cause I’m having a good time)
Don’t stop me now (yes I’m having a good time) I don’t want to stop at all
- Queen -
«Okay, te lo chiederò per l’ultima volta e poi ti prometto che chiuderemo il discorso per sempre. Sei proprio sicura che questa sia la scelta giusta?»
Fisso il volto di Zoe e annuisco con decisione. Non riesco a fare nient’altro perché il groppo posizionato tra la trachea e le corde vocali m’impedisce di emettere suoni che non ricordino rantoli strazianti.
Devo farlo, devo lasciare questa città e provare a cambiare vita. Provare, una volta per tutte, a lasciarmi alle spalle la piccola Kim, la brava ragazza di provincia che non ha mai disubbidito ai suoi genitori, non ha mai tradito il suo ragazzo del liceo – diventato ex ragazzo da qualche mese – e non ha mai trovato il coraggio di seguire i suoi sogni e le sue aspirazioni.
Devo farlo perché quella ragazza non sono più io e, a dire il vero, non lo sono mai stata.
«Kimberly, amica mia, ci conosciamo da ventidue anni, abbiamo vissuto in simbiosi fin dal primo giorno, sai tutto di me proprio come la sottoscritta sa ogni minimo particolare sulla tua noiosa vita e credimi quando ti dico che questa volta non mi accontenterò di un cenno approssimativo della tua adorabile testolina. Ho bisogno di sentire la conferma dalla tua voce, la splendida voce che ti rende unica, quindi apri quella dannata bocca».
Abbozzo un sorriso perché Zoe è dolcemente insopportabile. Inspiro a lungo e non smetto di guardare i suoi splendidi occhi azzurri.
Ha ragione.
È la mia migliore amica, lo è sempre stata sin dal nostro primo incontro all’età di due anni, e sarà anche una delle tre cose che mi mancheranno di più in assoluto.
«E va bene, come vuoi, miss rompipalle. Sì, sono sicura che andarmene da Kenton sia la scelta giusta. Sei soddisfatta?»
«Lo sono. Ma sono anche orgogliosa di te».
«Davvero? Non pensi anche tu, come mia madre e il resto della popolazione di questa minuscola città, che stia facendo una cazzata? Per convincere mio zio Henry ad accompagnarmi a New York ci ho messo un mese e so già che mia madre non lo perdonerà mai, nonostante sia suo fratello».
«Fregatene, tesoro! E comunque no, nel modo più assoluto non stai facendo nessuna cazzata. Sei sprecata per questo posto. Tu hai un dono, un talento che fa spaventare le persone che abitano qui, per questo non capiscono e non lo faranno mai. Il tuo destino non è mai stato quello di servire caffè e ciambelle in questo buco di città, né tantomeno di rispondere al telefono in uno studio medico come faccio io».
«Non parlare di destino…»
«E invece lo nomino. Destino, destino, destino! È ora di piantarla, Kim. Il liceo è finito da un pezzo. La signorina Price ti ha inserito in ogni corso di recitazione possibile, ha chiesto favori a un sacco di gente solo per farti studiare canto e non fare spendere ai tuoi genitori troppi soldi e ora non sa più dove sbattere la testa per convincerti a fare un passo avanti. Non puoi accontentarti d’intrattenere i tuoi amici con recite improvvisate di stralci di film o a cantare nelle serate karaoke. Lo devi anche a quella santa donna e al tempo che ti ha dedicato, nonostante la scuola sia finita da un pezzo. È arrivato il momento di dare una svolta».
Zoe ha ragione. La signorina Price è stata la nostra professoressa di teatro al liceo e fin dalla prima recita mi ha preso sotto la sua ala. È stata la prima persona – all’infuori della famiglia e degli amici stretti – a interessarsi al mio talento. Ho perso il conto di tutte le volte in cui mi ha detto che avevo un dono speciale. Un dono che andava protetto e fatto maturare, così da presentarlo al meglio alle altre persone. Un dono, che, come ha detto Zoe, fa paura a molte persone, me
compresa. C’è da dire, però, che se non ci fosse stata lei, non avrei mai creduto in me stessa e nelle mie capacità.
La mia migliore amica continua imperterrita a ficcare nella mia testa dura un po’ di buonsenso, solo che lo fa enfatizzando, come al suo solito. Volteggia per la stanza, agitando le braccia e alzando la voce.
«Meriti New York, bellezza. Meriti Broadway, meriti la fama, meriti vestiti firmati, autografi e guardie del corpo. Meriti di far conoscere il tuo talento al mondo intero. E, soprattutto, meriti di vivere come si deve».
«Perché ho la sensazione che tu stia esagerando? Non
stai volando un po’ troppo in alto?»
«Sei tu che voli basso. Dispiega le ali come un fottuto Icaro e raggiungimi. Da qui il panorama è stupendo».
Ridacchia mentre fa finta di avere le ali al posto delle braccia.
«Dio, Zoe, ma perché non vieni con me? Anche tu meriti tutto questo».
La mia amica si fionda su di me e mi stringe forte. Qualche istante dopo si stacca bruscamente e afferra il mio volto con entrambe le mani. So perché fa così, vuole imprimere nella sua testa questo momento per ricordarlo
per sempre. Ha iniziato a farlo quando avevamo dodici anni e cioè quando sua madre si è ammalata di Alzheimer e ha cominciato lentamente a dimenticare ogni cosa.
Ha il terrore che possa accadere anche a lei.
«Te lo ripeto, Kimberly West, si tratta di destino e il mio non si compirà a New York ma qui a Kenton, questo piccolo paesino in Delaware dove nessuno verrebbe a vivere di proposito ma dove ho trovato l’uomo della mia vita».
Alt! Fermi tutti. Di che diavolo parla?
«Mi sono persa qualcosa? Da quando Ryan è diventato l’uomo della tua vita?»
«Be’… da ieri sera, quando mi ha dato questa».
La sua mano destra finisce nella tasca del giubbotto di jeans che indossa e ne esce stringendo una piccola scatolina nera.
«Oh. Mio. Dio. Ti ha chiesto di sposarlo e me lo dici solo ora?»
«Cosa? No! Stai scherzando?»
«Ah, mi è preso un colpo. Scusa, pensavo che Ryan si
fosse all’improvviso ammattito».
«No, no, è troppo presto. L’avrei ucciso. Comunque, aprila e capirai».
La afferro e obbedisco, spinta dalla curiosità amplificata dal sorriso spuntato sulle labbra della mia amica. Appena sollevo il coperchio, vedo i bordi di una chiave che afferro e stringo tra due dita.
«Oddio. Lui ha…»
«Esatto. Mi ha chiesto di andare a vivere insieme».
«Zoe, questo l’ho capito. Ora, però, dimmi cosa gli hai
risposto».
«In teoria gli avrei detto quasi di sì…»
«… e in pratica?»
«Volevo confrontarmi con te».
«Che velatamente significa che prima di scegliere al cento per cento avevi bisogno della mia opinione sincera, giusto? Non mi stai chiedendo di decidere al tuo posto, vero?»
Si getta ancora tra le mie braccia, impedendomi di dire altro. La scatoletta nera che avevo tra le mani mi si conficca nello stomaco. Zoe è sempre stata così, sa predicare bene ma razzola malissimo e questo perché è brava a dare consigli, a spronarti e sostenerti, ma al
contrario non sa farlo con se stessa. È un disastro a prendere decisioni e non perché ha paura di affrontare le cose, ma perché è troppo riflessiva.
«Oddio, Kim, come farò senza di te?»
«Me lo sto chiedendo anch’io. Come farai senza il tuo spirito guida che ti fa prendere le decisioni giuste?» sorrido mentre lei esplode in una risata nervosa. La obbligo a guardarmi negli occhi e prima di continuare a parlare le sposto le ciocche rosso fuoco dalla fronte. «A parte gli scherzi, Zoe, io ci sarò sempre per te. New York è a solo due ore e mezzo di auto, che vuoi che sia. E in più abbiamo a disposizione tanta di quella tecnologia che tutto sarà come prima».
«Lo so…»
«Videochiamate su Facetime, i social, i messaggi su
Whatsapp…»
«Lo so…» ripete, ma alcune lacrime le scivolano sulle guance. Un istante dopo mi accorgo che anche le mie si sono inumidite. Tiro su con il naso e provo a darmi un contegno, ma Zoe inizia a singhiozzare. Le mie braccia si allargano ancora e lei si rifugia di nuovo nella mia stretta. Le nostre teste s’incastrano l’una nell’incavo del collo
dell’altra, formando come di consueto il simbolo dello Yin e Yang che Zoe tanto ama. In un attimo di follia l’abbiamo persino tatuato sul polso sinistro, esattamente nello stesso punto.
«Ti voglio bene, Kiki» mormora senza smettere di stritolarmi.
È l’unica che mi chiama così, ed è il solo soprannome che riesco a tollerare oltre a Kim con cui mi chiamano gli altri, compresa mia madre.
«Ti voglio bene anch’io, Zozo» replico, utilizzando il nomignolo che tanto la fa ridere e, infatti, inizia a farlo. Non lo uso spesso, solo quando siamo in momenti di completa tenerezza proprio come questo.
E tra noi questi momenti sono rari.
«Ragazze, ci siete?»
La voce di Ryan che è appena entrato in casa fa interrompere il nostro abbraccio.
«Siamo di sopra!» grida la mia amica.
Non è la prima volta che Ryan viene in camera mia, quindi non ho problemi.
Siamo amici da dieci anni, da quando è venuto ad abitare proprio qui accanto. È un bravo ragazzo e – non
solo per questo motivo – sono convinta che sia perfetto per Zoe. È stato il primo che ha riportato il sorriso sulle sue labbra dopo che Beth, la madre di Zoe, è volata in cielo otto anni fa, lasciando sola una quindicenne a gestire suo padre, il fratellino più piccolo e la casa. È stato il primo ragazzo che ha inquadrato l’indole folle ed eccentrica della mia amica, facendola combaciare perfettamente alla sua. Ed è stato l’unico che non ha cercato di farci allontanare e che ha compreso il nostro legame che supera la barriera dell’amicizia.
Zoe e io siamo anime gemelle.
«Prima che Ryan ci raggiunga, c’è una cosa che voglio dirti. Sono davvero felice per voi, sai cosa penso di lui e mi dispiace ma non ti dirò cosa devi fare perché sai già benissimo quale sia la decisione giusta da prendere».
Zoe non ha il tempo per replicare perché Ryan
compare davanti all’ingresso aperto della mia camera.
«Ehi, che state facendo?»
«Piangiamo, ma questa è stata l’ultima volta, giusto
Kimberly?»
«Assolutamente. Non c’è motivo per continuare a
farlo».
«Non sarà l’ultima volta, vi conosco troppo bene. Comunque, ho una bella notizia. Ho trovato un’auto e quindi non sarà Henry ad accompagnarti a New York ma saremo Zoe e io».
Spalanco la bocca per la sorpresa e la mia amica inizia a saltare e gridare.
«Ah! Oddio!»
«Dici sul serio?»
«Certo, non potevamo lasciarti partire da sola e voi due meritate di salutarvi come si deve».
Ryan s’infila le mani in tasca e stringe le spalle, cercando di mantenere un atteggiamento distaccato. Ma non serve a niente perché lo conosco troppo bene e so che ha fatto tutto questo principalmente per la mia amica, la stessa che ora lo sta guardando come se fosse il suo principe azzurro, anzi no, direi come se fosse vestito da supereroe.
«Grazie, Ryan, non so davvero come ringraziarti».
«Non c’è bisogno, lo faccio con piacere».
Mi avvicino all’orecchio di Zoe e, stando attenta a farmi sentire solo da lei, le sussurro una frase che non avrei dovuto dirle, ma che scatenerà delle conseguenze che Ryan si merita.
«Avevi ragione, è l’uomo della tua vita e andare a
vivere con lui è la scelta migliore che tu possa fare».
DUE GIORNI DOPO
Mi guardo intorno un’ultima volta e imprimo nella mente ogni angolo della mia stanza. Mi mancheranno queste pareti piene di fotografie, di poster e testi di canzoni e anche il letto su cui ho fatto tanto oltre che dormire e sognare il mio futuro.
Un letto su cui ho perso la verginità a quindici anni, purtroppo con quel cretino di Ken Adams che per tutto il tempo non ha fatto altro che riempirmi il volto di saliva.
Un letto che ha provato a confortarmi e ha asciugato le mie lacrime quando papà ci ha lasciato.
Un letto che è stato il mio rifugio e il primo palcoscenico su cui mi sono esibita e dove ho capito che lavorare a Broadway era proprio il mio grande sogno.
Sfioro il bordo del copriletto e poi mi avvicino alla finestra. Fisso il cielo limpido e senza nuvole. Anche il tempo è a mio favore, non ho più scuse.
Il suono del clacson mi fa spostare lo sguardo verso il basso. Ryan e Zoe sono arrivati. Afferro il borsone appoggiato sulla scrivania, incrocio il mio sguardo nello specchio e sospiro un’ultima volta dandomi forza. Leggo determinazione nei miei occhi scuri, devo solo metterla in pratica. Esco dalla stanza richiudendomi la porta alle spalle senza guardare più indietro.
È ora. È arrivato il momento di crescere.
Scendo al piano di sotto e trovo mia madre seduta in cucina. Ha davanti a sé il computer e questa scena mi sorprende.
April West che usa un PC?
«Lo sapevi che New York ha più di otto milioni di abitanti?»
«Certo, mamma. E questo numero ogni anno cresce.
Perché?»
«Senza contare i turisti! Sei proprio sicura che sia la città giusta per andare a vivere da sola?»
Alzo gli occhi al cielo e m’infilo la giacca nera con il cappuccio e le rifiniture d’oro che ho ricevuto come regalo di compleanno. È la prima volta che la indosso, la tenevo per un’occasione speciale e credo che questa lo sia. Sotto ho una camicia verde militare e le gambe sono coperte da un jeans scuro, così da essere comoda e casual.
Mia madre esce dalla cucina e mi raggiunge davanti
alla porta d’ingresso.
«Una ragazza così giovane sola a New York. Che cosa penserà la gente?»
«Forse che ha finalmente trovato il coraggio di prendere in mano la sua vita?»
«E per farlo hai bisogno di trasferiti a centosessanta miglia da qui?»
«Oddio, le hai contate?» le chiedo incredula.
«No, Kimberly, l’ha fatto per me quel dannato Goollo
che visiti ogni giorno».
«È Google, mamma, e davvero hai navigato su internet?»
«Perché ti stupisci tanto? Ho quarantanove anni, non sono cretina. Solo perché una cosa non mi piace, non
vuol dire che non la so fare. E poi tuo zio Henry mi ha fatto vedere come si fa. Ha detto che m’insegnerà anche altre cose. E comunque non cambiare discorso».
«Non ho bisogno di cambiare discorso perché la mia decisione l’ho presa. E non ho voglia di continuare a discutere con te».
Spalanco la porta e Zoe esce dall’auto.
La vedo incamminarsi verso casa ma, all’improvviso, si blocca. Deve aver notato la presenza di mamma alle mie spalle o la mia espressione affranta. Mi volto ancora e la donna che mi ha messa al mondo ha le braccia intrecciate sul petto ed evita di proposito i miei occhi. Il cuore mi si stringe in una morsa.
Non voglio allontanarmi da questa casa lasciando tesi i rapporti con lei. Ho bisogno della sua benedizione.
«Mamma, ti prego guardami».
Sospira, ma un istante dopo accoglie la mia richiesta.
«Per anni tu e papà mi avete ripetuto che ero brava, che potevo diventare ciò che volevo, addirittura che il mondo fosse a mia completa disposizione. Che cosa è cambiato? Perché vuoi impedirmi di continuare a sognare o a veder realizzati quei sogni?»
«Perché ho paura, Kimberly. Ho paura per te. E, anche a costo di sembrare un’egoista, ho paura per me. Non voglio rimanere sola, ecco l’ho detto». Sospira e scrolla le spalle.
«Mamma…»
«E se un giorno ti svegliassi capendo di aver sbagliato tutto? Abbiamo sofferto tanto dopo la morte di tuo padre, non voglio più vederti così a pezzi».
«Non succederà».
«E come puoi esserne convinta?»
«Non lo sono. Ma non posso rimanere a Kenton bloccata dalla tua paura di rimanere sola, dalla mia paura di sbagliare e da quella di crescere… e poi gliel’ho promesso, mamma».
Uno strano silenzio scende su noi.
Per diversi minuti rimaniamo così, a fissarci senza dire nulla. Solo il ticchettio dell’orologio e il rumore dei nostri respiri provano a smorzare la tensione.
Quando smette di guardarmi, mi accorgo che posa lo sguardo alla mia sinistra. Seguo i suoi occhi che ora stanno osservando la foto di papà che c’è sul tavolino accanto all’ingresso.
«Lui aveva la risposta a ogni domanda possibile» dice con la voce rotta. Ha ragione, papà sapeva ogni cosa ed era bravo a fare tutto. E, cosa più importante, credeva nel mio talento e mi sosteneva.
Trova sempre qualcuno per cui cantare, Kim, e la musica renderà tutto incredibilmente magico.
Mi ripeteva spesso questa frase e farei di tutto per sentire la sua voce che la pronuncia almeno un’ultima volta. Papà mi chiamava la sua piccola stella. Amava sentirmi cantare e gli piaceva duettare con me. Quando è morto cinque anni fa, ero appena diventata una diciottenne piena di sogni e speranze. Un maledetto incidente in fabbrica l’ha ridotto in fin di vita. I medici hanno fatto il possibile per salvarlo, ma le sue condizioni erano critiche. Sono riuscita a parlare con lui giusto cinque minuti prima che entrasse in coma senza più risvegliarsi.
Io e mamma ci siamo sentite perse perché da quel momento in poi siamo rimaste sole e potevamo contare solo l’una sull’altra.
«Lo so…»
«E sai che mi avrebbe impedito di comportarmi così».
«So anche questo» dico mordendomi il labbro inferiore per evitare di mostrare le mie emozioni.
«Se fosse qui, mi direbbe di smetterla di comportarmi da mamma-psico, di smetterla di assillarti, di stringerti forte e soprattutto di obbligarti a chiamarmi almeno due volte la settimana, quindi seguirò le sue direttive. Vieni qua e stringimi prima che cambi idea».
Allarga le braccia e sorride e io con un balzo la raggiungo, ignorando di proposito le due lacrime che ho visto scivolare sul suo viso.
«Ti voglio bene, mamma».
«Anch’io, bambina mia» accarezza le ciocche mosse
della mia chioma color ebano e bacia la mia fronte.
«Buona fortuna e mi raccomando rendi reali i tuoi sogni e stai lontana dai ragazzi, soprattutto quelli belli che solo a guardarli ti fanno stare male».
Prima annuisco e poi, mentre sorrido, scuoto la testa.
«Stai tranquilla, per ora ho chiuso con i ragazzi.
Voglio concentrarmi solo su me stessa».
Alza le sopracciglia e mi fissa dubbiosa.
«Hai chiuso con i ragazzi? Alla tua età? Oh, bambina mia, che sciocchezza hai appena detto».
«È la verità. Avere a che fare con il genere maschile è
l’ultimo dei miei pensieri».
«Okay, voglio crederti. Però, quando lo incontrerai, ricordati le mie parole».
Annuisco di nuovo mentre recupero le due borse, la valigia e il piccolo ukulele beige che mi ha regalato papà al mio decimo compleanno. Sul corpo c’è una stella dorata disegnata proprio da lui. Ultimamente lo sto usando poco perché di solito canto seguendo le basi registrate, ma non posso di certo lasciarlo qui.
È un oggetto troppo prezioso.
Ryan mi aiuta a caricare tutto sull’auto che ha preso in prestito e di cui noto subito l’enorme bagagliaio.
Viaggeremo super comodi!
Abbraccio mamma ancora una volta e la rassicuro che andrà tutto bene.
«Ti ho installato Whatsapp sul telefono e ho chiesto a zio Henry d’insegnarti a usarlo così potremo anche vederci oltre che sentirci».
«Okay…» mamma annuisce e io le do un ultimo bacio
sulla guancia, poi volto le spalle e salgo in auto.
Saluto mentalmente due delle tre cose che mi mancheranno di più: mia madre e la mia casa. La terza, per fortuna, mi accompagnerà a New York e quindi avrò le prossime ore per salutarla come si deve.
***
Il viaggio è stato divertente, nonostante i comprensibili attimi di tristezza dovuti all’imminente separazione. Abbiamo cantato a squarciagola le nostre canzoni preferite, che Ryan ha inserito in una playlist creata per l’occasione. Lo adoro, ha provato in tutti i modi a tenere i nostri animi allegri. Ho apprezzato questo suo gesto, tanto da farmi comprendere che, in realtà, saranno quattro le cose che mi mancheranno. È stato ufficialmente aggiunto alla mia lista.
Arriviamo a Williamsburg, un quartiere di Brooklyn e sede della mia prossima dimora. C’è confusione, tanta confusione. Il rumore dei clacson e le grida delle persone si mescolano con i miei pensieri. Dopo aver sbagliato strada due volte, troviamo finalmente quella giusta, Kent Avenue, dove c’è il mio nuovo appartamento.
Lasciamo l’auto in doppia fila e con le quattro frecce inserite, sperando che non mi facciano troppi problemi. Scendo subito e mi guardo intorno. Ryan fa lo stesso, aiutandomi a scaricare le mie cose.
L’odore della città non mi scatena ricordi, è tutto
nuovo, tutto differente, tutto spaventosamente eccitante.
«Kimberly, sei sicura che sia qui?» mi domanda Zoe raggiungendomi. Ha una strana espressione sul volto, come se qualcosa la contrariasse.
«Sì, perché? Non è male questa zona e in più devo aver fatto pena al tizio che mi affitta l’appartamento, oppure la mia voce da brava ragazza funziona ancora, visto che ha deciso di farmi pagare cinquecento dollari al mese invece che settecento come diceva l’annuncio».
«C’è un ristorante cinese».
«Lo so, Zoe, il palazzo appartiene al proprietario».
«C’è un ristorante cinese sotto il tuo appartamento».
«Ho capito, qual è il problema?»
«Il problema è che c’è un fottuto ristorante cinese sotto il tuo appartamento!» grida con enfasi, indicando il locale e attirando alcuni sguardi. «Sai che significa? Che
tutto puzzerà di fritto. Muri, mobili, vestiti… oddio,
anche i capelli! Puzzerai ogni giorno».
«Zoe, calmati, ha capito» prova a intromettersi Ryan.
«E comunque a me piace il cibo cinese».
«Ryan, amore, non mi aiuti così» Zoe gli lancia un’occhiataccia e lui alza le mani, allontanandosi da noi. Scoppio a ridere e do una pacca sulla spalla alla mia amica.
«Mi abituerò, Zozo, andrà tutto bene».
«Certo che andrà bene, solo che…»
«Shh… lo so. Mi mancherai anche tu».
La stringo forte e le parole che inizia a sussurrarmi
all’orecchio so già che non le dimenticherò mai più.
«Il coraggio che stai avendo mi riempie di orgoglio. E sappi che non importa quando accadrà, Kimberly West, tu arriverai al successo. Tu farai la differenza. Il fallimento è da escludere».
Vorrei dirle che ha ragione ma non ne sono sicura al cento per cento. Su una cosa, però, sono certa: nessuno riuscirà ad arrestare la mia determinazione.
Finiamo di portare la roba nel mio appartamento e, purtroppo, ci mettiamo meno tempo del previsto. È
arrivato il dannato momento dei saluti e sto cercando dentro di me tutta la forza che possiedo per non piangere come una bambina. Anche Zoe si sta sforzando, lo vedo. Ci abbracciamo ma solo dopo qualche minuto riusciamo a staccarci.
«Ti voglio bene» le dico. Lei sorride e quello che dice come risposta fa sorridere anche me.
«Lo so e ti conviene non trovare un’altra migliore amica perché questo posto è mio e nessuno usurperà il mio trono».
«Non succederà, te lo prometto». Zoe e Ryan risalgono in auto.
Mi fermo sul marciapiede per salutarli e mentre sono lì inizio a canticchiare mentalmente il ritornello della canzone dei Queen “Don’t stop me now”, regalando il primo sorriso a questa città.
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