PERSA NEL TUO RIFLESSO - Capitolo 4 di 26

Scritto il 10/06/2026
da M.P. BLACK


Green Coast, Cornovaglia.

 

 

Mancava poco più di mezz’ora al nostro arrivo a Green Coast.

Composta da cinquemila abitanti, la cittadina era nata alla fine dell’Ottocento. Nel corso degli anni, si era sviluppata in parte sopra la costa alta, famosa per il suo verde sfavillante, e in parte in prossimità della lunga e ampia spiaggia di sabbia bianca che ogni anno, in estate, attirava sempre una buona quantità di turisti.

Io ero immersa in una vivace conversazione telefonica con Antoinette, mentre papà guidava con attenzione, canticchiando di tanto in tanto dei motivetti di cui ignoravo assolutamente l’esistenza e che comunque, in qualche modo, mi davano sui nervi.

Avevo provato a interromperlo più volte, lanciandogli degli sguardi esasperati e pizzicandolo anche su una gamba, ma lui non aveva mostrato alcuna intenzione di demordere. Così, a un certo punto, avevo anche smesso di punzecchiarlo, perché all’improvviso avevo capito che, dopo tanti mesi, sembrava finalmente sereno.

La mia decisione di intraprendere quel viaggio con lui, l’unica e sola persona al mondo che ora amavo più di me stessa, si era assolutamente rivelata la più azzeccata.

Antoinette, pur di trattenermi nella mia città natale, si era anche offerta di ospitarmi a casa sua, dato che lei viveva da un anno in un mini appartamento sopra il ristorante dove lavorava come cameriera. E io avevo faticato davvero a rifiutare un’offerta così interessante, che mi avrebbe permesso di non allontanarmi dal ricordo di mamma.

Papà aveva messo in vendita la casa e quando un giorno, di ritorno da un giro in centro con Antoinette, avevo visto il cartello con la scritta sold, mi si era stretto il cuore.

Per qualche istante, forse, avevo anche smesso di respirare.

I miei sensi continuavano a gridare, con tutte le loro forze, che mamma era ancora lì, all’interno di quelle mura.

Che questa sensazione fosse dettata da un fondo di verità, o più facilmente dalla pazzia, non mi era dato saperlo.

E comunque non mi interessava.

Mamma non mi aveva abbandonata. Mi era sempre stata accanto e, forse, avrebbe anche potuto seguirmi a Green Coast, dove viveva la sua strampalata sorella Prudence, che doveva avere più di qualche rotella fuori posto.

“Mi manchi già” brontolò Antoinette al telefono. “Qui sarà tutto di una noia mortale senza di te. Sicura di non voler cambiare idea? La mia offerta è sempre valida.”

Lanciai uno sguardo frettoloso a papà, che stava canticchiando una canzone terrificante battendo le dita sul volante, quindi trassi un profondo respiro prima di risponderle.

“Sicura, sì. Ma grazie, sei una vera amica.”

“Ok. Però promettimi solennemente che mi verrai a trovare qualche volta o giuro che verrò io da te, anche se tua zia mi terrorizza.”

Scoppiai a ridere e papà si girò a guardarmi con aria interrogativa.

“Terrorizza anche me, fidati, è completamente svitata, ma vedrò di metterla al suo posto. E certo che verrò a trovarti, non ho alcuna intenzione di farti uscire dalla mia vita, sai?”

“E vorrei ben dire!” esclamò lei, fingendosi offesa. “Non la troverai in nessuna parte del mondo un’amica come me!”

Attesi qualche secondo prima di rispondere, perché ero consapevole che Antoinette aveva ragione. Lei era sempre stata una grande amica per me. Lei c’era sempre, in ogni istante della mia esistenza. Lei era accanto a me, e mi teneva la mano, mentre mamma veniva sepolta nel cimitero del paese. Lei era stata l’unica persona alla quale avevo rivelato di aver fatto sesso, per la prima volta a sedici anni e con Joe Armstrong, il più palestrato della scuola.

E Antoinette c’era anche quando io, terrorizzata, avevo fatto un test di gravidanza, perché ero in ritardo col ciclo di venti giorni.

“Certo che no tesoro, tu sei la numero uno.”

Poi mi interruppi ancora, con la voce rotta dell’emozione.

“Emy? Stai bene?”

Tirai su col naso prima di rispondere, mentre papà mi lanciava un’altra occhiata, questa volta però carica di preoccupazione.

“Mi mancherai tantissimo, Ette. Non sai quanto. Sei una persona eccezionale.”

“Lo sei anche tu tesoro” sussurrò lei. “Chiamami ogni giorno, mi raccomando, e ogni volta che ne senti il bisogno. E’ un ordine.”

Annuii col capo, anche se lei non poteva vedermi.

Poi mi balzò alla mente un’idea che non tardai a esprimere.

“Ette, perché non mi raggiungi per Natale? Tu non hai paura di guidare, oppure potresti prendere l’aereo e atterrare all’aeroporto più vicino. Che ne dici?”

La sentii sospirare nel cellulare.

“Cavolo, non mi sarà facile avere ferie in quel periodo dell’anno, ma prometto che ci proverò tesoro!”

Trassi un profondo respiro, sinceramente entusiasta all’idea di poter trascorrere ancora qualche giorno insieme alla mia migliore amica.

“Cerca di fare l’impossibile.”

Poi mi interruppi nuovamente, osservando il cartello che segnava il nostro ingresso a Green Coast e che ci dava il benvenuto.

“Ok. Siamo arrivati. Ti chiamo stasera. E… ti voglio bene!”

Chiusi la comunicazione prima che lei potesse rispondermi, perché sentivo le lacrime pungermi gli occhi e la gola chiusa per l’emozione intensa che mi stava travolgendo.

Il mio paese natale distava ormai centinaia di chilometri da lì e quel maledetto cartello mi aveva fatta piombare improvvisamente nella realtà.

Mentre papà si fermava a uno stop, fui avvolta da una strana inquietudine e una cascata di brividi mi scosse da testa a piedi.

Il cuore intraprese nel petto una corsa sfrenata e il respiro mi si mozzò in gola.

Qualcosa di strano e terrificante stava per accadere in quel luogo. Ogni fibra del mio corpo ne era assolutamente certa.

In passato, avevo provato ancora quelle strane sensazioni e ciò che avevo previsto si era spesso realizzato, in un modo o nell’altro.

Socchiusi gli occhi e provai a respirare con calma, soprattutto per non preoccupare papà, mentre quell’idea si trasformava, attimo dopo attimo, in un’unica parola.

Morte.

 

 

 

 

 

 

Ero angosciata. Cercai di distrarmi osservando il piccolo centro di Green Coast, che stavamo percorrendo lentamente per gustarci con attenzione le abitazioni costruite lungo il viale principale e accostate le une alle altre.

Generalmente erano tinte di bianco e, spesso, gli infissi delle finestre erano dipinte con un vivace color azzurro turchese, che saltava agli occhi.

Il centro sorgeva in prossimità della spiaggia e ai piedi della costa alta, che si riusciva a intravedere sopra i tetti delle abitazioni più basse.

Superammo l’unica chiesa del paese, con il suo alto campanile grigio che svettava imperioso tra le case. Quindi ci addentrammo nella zona ricca di negozi di artigianato e di souvenirs, che attiravano l’attenzione dei turisti, oltre alla mia, naturalmente.

Infine svoltammo a destra, per imboccare la strada che ci avrebbe condotti in cima alla costa, dove sorgevano altre abitazioni molto eleganti e sontuose, tra cui quella di Prudence.

Zia era famosa in tutta la Cornovaglia, ma probabilmente anche in altre zone dell’Inghilterra, per aver pubblicato un libro di ricette, inventate da lei, che aveva avuto un successo strepitoso.

Prima della morte di mamma, aveva girato parecchie cittadine della Cornovaglia per pubblicizzare il libro e la sua notorietà era aumentata a dismisura, tanto che a Green Coast era ritenuta una vera e propria celebrità.

Sospirai, mentre riflettevo sul fatto che non avevo ancora letto il suo libro. Mi ripromisi di farlo al più presto e spostai la mia attenzione sullo splendido panorama che era apparso improvvisamente davanti ai miei occhi.

Ci eravamo alzati dalla spiaggia già di un bel po’. Da quel punto si poteva ammirare il mare, baluginante della luce di una giornata invernale fredda ma tersa, e le acque riflettevano il colore azzurro del cielo, tanto da fondersi con esso in un tutt’uno magico e rassicurante.

E fu a quel punto, davanti a tanta magnificenza, che mi diedi della stupida, pensando che stavo davvero andando fuori di testa. Compresi infine che essere lì, in quel paese, mi avrebbe sicuramente aiutata a uscire dalla sofferenza, che aveva riempito fin troppo gli ultimi mesi della mia esistenza.

“Sei silenziosa.” buttò lì a un certo punto papà, lanciandomi un’occhiata carica di preoccupazione.

Gli sorrisi. “Sono in estasi. Il paesaggio è una meraviglia.”

Lui, allora, sollevò la mano sinistra e mi scompigliò i capelli.

Feci una smorfia di disappunto mentre scoppiavamo entrambi a ridere, lasciandoci alle spalle, per qualche istante, tutto quel bagaglio di tristezza che avevamo portato sempre con noi, dopo la morte di mamma.

All’improvviso, la salita terminò e ci ritrovammo su un promontorio, dal quale vi era una vista mozzafiato sia sul paese, che sul mare. Smisi di respirare per qualche secondo e il mio cuore si caricò di un entusiasmo così vero da sembrare quasi doloroso.

“Ecco l’abitazione di Prudence!” esclamò papà, segnando una villa maestosa che era apparsa alla nostra sinistra, dopo un buon chilometro di strada.

Sbarrai gli occhi e la bocca, assolutamente colpita dalla struttura. Non visitavo da anni zia Prudence e ora tutto mi appariva più grande e differente.

“Bella vero?” continuò lui, mentre io annuivo senza riuscire a fermarmi. “Ti ho mai detto che questa villa risale alla metà dell’Ottocento e che è stata costruita dalla famiglia più potente e ricca di quel periodo?”

“Sì, i Chapman se non ricordo male, vero?”

“Proprio loro. A un certo punto, alla metà degli anni cinquanta, se ne sono andati dal paese in fretta e furia, e la casa è stata messa in vendita.”

“Così i nonni l’hanno acquistata immediatamente.”

Papà convenne con un rapido cenno del capo, mentre imboccavamo il vialetto cosparso di ghiaia bianca e delimitato da alti cipressi, che ci avrebbe condotti proprio dinanzi alla villa.

“Sì, ma i Chapman sono ritornati in paese dieci anni fa. O meglio, quello che è rimasto di loro. Timothy Chapman è deceduto da tempo e nella villa, vicino alla spiaggia, abitano la vedova e il figlio, poco più grande di te. Il figlio ha ricevuto in eredità dal padre il cantiere navale che forse avrai visto salendo lungo la costa. In sostanza, continuano a essere i più ricchi della zona e credo che possiedano anche un certo potere politico, da queste parti.”

Feci spallucce. “A bé, contenti loro. L’importante è che non rompino le palle a noi.”

Papà corrugò la fronte. “Emmanuelle Hill, non si usano certi termini, lo sai. Ora dovrò sculacciarti!”

Lo fissai stranita per qualche istante, quindi scoppiammo a ridere entrambi, finché non giungemmo davanti alla villa.

“Ecco arrivati infine. Tutto bene tesoro?”

“Sì sì, tranquillo.” mi limitai a rispondere, mentre spalancavo la portiera e uscivo in fretta dall’auto.

Mi sgranchii le gambe e le braccia per qualche istante, quindi lasciai scivolare lo sguardo sulla villa, assolutamente splendida e maestosa, che a vista d’occhio poteva contenere almeno una cinquantina di stanze.

La struttura era composto da tre sezioni. La parte centrale, dove era stata collocata la grande porta d’ingresso, e le due laterali, che erano state costruite con un angolo di quarantacinque gradi rispetto all’edificio principale. Le pareti, di mattonelle rosse, erano quasi del tutto ricoperte dall’edera rampicante e spezzate da un buon numero di finestre dagli infissi color grigio perla, dello stesso identico colore del tetto, che svettava senza alcun timore verso il cielo azzurro.

“Chiudi la bocca, sembri un pesce lesso.” Mi rimproverò papà con dolcezza, accostandosi a me e dandomi poi un buffetto sulla guancia.

In quel momento la porta d’ingresso si spalancò e la donna che apparve sull’uscio mi fece tremare le gambe.

Era incredibilmente assomigliante a mamma, se non fosse stato per le rughe che le segnavano gli occhi, essendo più vecchia di lei di sei anni, e i capelli, colorati con un accecante rosso rubino, che le scendevano diritti fino a metà schiena.

Senza riuscire a proferire parola, la osservai con attenzione mentre, saltellando, scendeva dall’ampia scala per raggiungerci. Indossava un paio di jeans sbiaditi e una camicia bianca con qualche bizzarro decoro blu, stile figlia dei fiori.

La prima cosa che pensai di lei fu che era indubbiamente una pazza furiosa, se aveva il coraggio di uscire senza un giaccone. Ma, mentre cercavo di elaborare quel dato, Prudence mi gettò le braccia al collo, con l’entusiasmo di una ragazzina.

“Benvenuta a Green Coast, Emmanuelle. E’ un onore per me ospitarti insieme a tuo padre. Ora inizia una nuova vita per te e ti assicuro che ciò che andrai ad affrontare sarà assolutamente nuovo e imprevedibile.”

Si staccò da me fissandomi con uno sguardo strano, acceso da quella che a me sembrò la luce della follia.

Ci siamo. Mi ritrovai a pensare, sospirando.

Poi Prudence tese la mano a papà, che lui strinse prontamente.

E io ricominciai a provare quella strana e terrificante sensazione che per qualche istante ero riuscita a dimenticare.

Forse, tutto sommato, non ero pazza.

O, forse, l’oblio in cui ero precipitata era così buio e spesso da rendere praticamente impossibile un mio ritorno alla vita reale.

“Nulla è come sembra” mi sussurrò zia all’orecchio. “Ma tutto possiede un significato. Presto capirai, mia cara.”

Poi mi lasciò così, intontita e stravolta, davanti alle scale, mente il personale aiutava mio padre a prelevare le valigie dal baule e lei si fiondava in casa, canticchiando un motivetto idiota.

 





Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione