PERSA NEL TUO RIFLESSO - Capitolo 7 di 26

Scritto il 22/06/2026
da M. P. BLACK


Dopo essermi fatta una rapida doccia, indossai un tubino in lana nero e mi ripassai sulle unghie lo smalto viola brillante che mi aveva regalato Antoinette poco prima della mia partenza.

La mia migliore mi mancava tremendamente. Mi ripromisi che l’avrei chiamata in mattinata e che mi sarei confidata con lei, per evitare di impazzire del tutto.

Ma, come prima mossa, avrei parlato con Prudence. Dentro di me sapevo perfettamente che tutto quanto mi era accaduto, dopo la morte di mamma, non era imputabile alla mia follia, ma a qualcosa legato a esperienze extrasensoriali o comunque paranormali.

In effetti, avevo sempre creduto che alcune persone potessero avere il dono di entrare in contatto con gli spiriti. Ero sempre stata affascinata da questo aspetto astratto della vita materiale, ma ora che lo stavo vivendo in prima persona, senza che lo avessi chiesto o cercato, non ero del tutto convinta che si trattasse di una buona cosa.

Prudence, in ogni caso, avrebbe dovuto parlarmi per bene dell’anello che indossavo e del potere che gli attribuiva. Insomma, erano tante le domande che richiedevano risposte immediate e io ero assolutamente certa che entro la mattinata avrei soddisfatto ogni mia curiosità.

Quando però scesi nella sala da pranzo per la prima colazione, vi trovai solo papà, intento a imburrare una fetta di toast. Era sabato e lui lunedì avrebbe cominciato a insegnare alla Green Coast High School.

Lo fissai per qualche istante, pensando che non gli avevo ancora chiesto se fosse davvero felice della scelta che aveva fatto.

In quel momento, però, lo vidi estremamente rilassato, mentre valutava con interesse quali delle tre marmellate, sistemate in raffinate ciotole di porcellana, avrebbe scelto da spalmare sul pane tostato.

Feci spallucce e mi guardai attorno. La sala era arredata con un lungo tavolo rettangolare sistemato al centro, sopra il quale era stato poggiato il ben di Dio, e mobili scuri color mogano. Le pareti, infine, erano state ricoperte con carta da parati gialla con decori blu, assolutamente orribili, in abbinamento alla tende color ocra.

Scossi la testa, pensando che in quella villa ogni stanza era diversa dall’altra e che alcune erano davvero esageratamente colorate per i miei gusti, quindi raggiunsi papà, abbracciandolo da dietro.

“Ehi tesoro!” disse, poggiando il cucchiaino sul piattino. “Alla fine sei riuscita a dormire e a scacciare gli incubi?”

Gli passai una mano sulla testa pelata, prima di prendere posto accanto a lui.

“Tutto ok, grazie. Piuttosto, dov’è zia?”

Papà decise di immergere il cucchiaino nella marmellata ai frutti di bosco, prima di rispondermi.

“E’ giù in paese. Doveva incontrarsi con il suo editore.”

Sbiancai, poggiandomi sconfortata sulla sponda della sedia.

“E quando torna?”

“Starà via tutto il giorno, da quanto mi ha detto. Ha in mente un altro libro di ricette, quindi adesso è tutta presa da questo nuovo progetto.”

Mi sentii crollare il mondo addosso. Non sarei riuscita a attendere che arrivasse la sera, per parlare con lei.

Volevo delle risposte e le volevo subito.

Così decisi di partire all’attacco.

Afferrai una fetta di pane tostato e vi cosparsi sopra la marmellata alla fragola, che era la mia preferita, mentre papà mi porgeva una tazza di tè.

“Senti, mi presteresti la tua auto oggi? Vorrei fare un giro in paese, tanto per ambientarmi meglio.”

Lo guardai di sottecchi, sperando che non intuisse che stavo complottando qualcosa, e addentai la fetta di pane. La marmellata era squisita e solo in quel momento scoprii di avere una fame dannata.

Lui bevve un sorso di tè, poi poggiò la tazzina sul piattino e mi sorrise. Sembrava emozionato e forse anche commosso.

“Certo Emy. Stamattina non mi muoverò dalla villa. Devo telefonare al Preside della scuola e preparare il materiale per lunedì. Quindi l’auto è tutta tua. Ma guida con prudenza. Non conosci bene le strade del paese e ti ricordo che sono strette. A volte due auto stentano a passare insieme, su qualche via.”

Bingo!

Mi sporsi verso di lui e gli scoccai un bacio sulla guancia.

Papà sospirò. “Che ne dici tesoro? Ho fatto la scelta giusta, portandoti qui?”

Inghiottii a vuoto la saliva e il pavimento parve cedere sotto i miei piedi. Avrei voluto gridargli, con tutto il fiato che avevo in gola, che aveva sbagliato a sbarazzarsi della casa che conteneva tutti i ricordi di Kate. Avrei voluto urlargli in faccia che mi ero trasferita in quel paese dimenticato da Dio, dove le linee del cellulare funzionavano a singhiozzo e dove probabilmente anche internet era quasi un miraggio, solo per renderlo felice. Avrei voluto scappare e affondare il viso in un cuscino e piangere per il resto della mia vita, dato che non sapevo ancora che farne.

Invece gli sorrisi, o per lo meno provai a farlo, e annuii.

“Certo papà. Qui sarà tutto diverso e sono sicura che ora le cose miglioreranno. Per entrambi.”

Lui sospirò ancora e poggiò una mano sulla mia. “Grazie per avermi rassicurato, Emy. Ero terribilmente in ansia per te.”

Poi si interruppe e corrugò la fronte. “Questo è l’anello di Kate.” Sussurrò, con un filo di voce. “ Non lo vedevo da anni. In effetti, non ho mai saputo che fine avesse fatto.”

“Me l’ha regalato ieri Prudence” gli risposi di getto, col cuore in gola. “Mamma glielo aveva consegnato subito dopo il vostro matrimonio. Non ti dispiace se lo porto io ora, vero?”

Lui scosse la testa e abbozzò un sorriso. “Assolutamente no.” disse, ancora in sussurro.

La sua voce era rotta dall’emozione, ma io finsi di non capire che il suo cuore era sicuramente in subbuglio. Gli sorrisi anch’io, cercando di stemprare la tensione.

Papà si passò una mano sulla pelata e si schiarì la voce. Lo faceva sempre, quando era emozionato. Poi iniziò a fissarmi con insistenza. E quando si comportava così, invece, aveva qualcosa di importante, o di complicato, da chiedermi.

“Emy, arrivati a questo punto, che intendi fare della tua vita?”

Ecco la domanda fatidica!

“Vuoi riprendere gli studi? Non sei obbligata a restare qui con me. Vorrei tanto che tu prendessi la laurea. Ricordi il tuo sogno, quello di aprire uno studio tutto tuo? Che ne dici?”

Provai una morsa al petto e il mondo, all’improvviso, parve crollarmi addosso. Certo che ricordavo il mio sogno, condiviso sia da mamma che da lui. Adoravo la psicologia, amavo lavorare con i pazienti e soprattutto con quelli più gravi, che ormai avevano fatto della follia la loro unica ragione di vita. E mio padre aveva già trovato da tempo, in città, un locale dove avrei potuto aprire uno studio tutto mio.

Ma la morte di mamma aveva cancellato tutto. Nel mio cuore si era aperta una voragine che nessuno, probabilmente, sarebbe più riuscito a richiudere.

“Non sono in grado di risponderti ora.”

Lui si portò una mano al mento e si accarezzò l’accenno di barba che quella mattina non aveva ancora rasato. Sapevo perfettamente che anche quello non era un buon segnale.

Così provai ad alzarmi, ma papà mi bloccò, afferrandomi per un braccio.

“Trovati un lavoro allora. Non puoi continuare a vivere così, senza riempire le tue giornate e senza impegnarti con qualcosa di concreto. Ti stai solo facendo del male.”

Rabbrividii e gli lanciai un’occhiata disperata. Sapevo che aveva ragione. Su tutto, senza sconti. Ma in quel momento non mi sentivo ancora in grado di riprendere le fila di una vita perduta.

O, forse, non volevo farlo.

“Ti prometto che ci penserò. Ma dammi ancora un po’ di tempo. Ti prego.”

Papà scosse la testa e afferrò nuovamente la tazzina per bere un altro, lungo sorso di tè.

“Non troppo però, tesoro. Sei adulta, è arrivato il momento che tu reagisca. Se l’ho fatto io, devi riuscirci anche tu. Kate vivrà per sempre nel nostro cuore – e qui la voce gli si spezzò – ma noi abbiamo l’obbligo di andare avanti.”

A quel punto, vinta dall’emozione, lo abbracciai e lui mi strinse forte a sé.

“Ti voglio bene” gli sussurrai in un orecchio. “Ti prometto che cercherò davvero di fare del mio meglio. Non voglio vederti soffrire.”

Papà si staccò con gentilezza, sorridendo. I suoi occhi brillavano per l’emozione. “Non devi farlo per me tesoro, ma solo per te, per quello che sei e per quello che potresti diventare.”

Annuii e mi alzai lentamente in piedi.

“Ok. Grazie. Allora prendo l’auto.”

Mi avviai verso la porta, ma la voce di papà mi bloccò prima che io riuscissi ad afferrare la maniglia.

“Sorridi Emy. Quando lo fai, sei bellissima e assomigli molto a tua madre.”

Ammutolii e, senza ribattere, uscii in fretta dalla stanza, col cuore in subbuglio e il desiderio irrefrenabile di urlare al mondo tutto il mio dolore.

 

 

 

 

 

 

Una ventina di minuti dopo, mi ritrovai in una delle vie principali di Green Coast, prestando particolare attenzione alla guida, come mi aveva chiesto papà. Infatti, non ero famosa per essere un’abile guidatrice e più volte in passato avevo ammaccato l’auto di mamma.

Avanzai lenta tra le stradine come una lumaca, anche per osservare meglio le abitazioni e i negozi.

Quello che più mi colpì delle case furono i tetti, alti e spioventi, e il fatto che fossero pressoché tutte identiche. In quella zona del paese girava parecchia gente, perché era ricca di negozi. C’era insomma un bel via vai di persone che passeggiavano e parlottavano, ma il tutto era comunque immerso in una pace e serenità innaturali che, invece di tranquillizzarmi, mi caricarono di una buona dose di ansia.

Se io mi sentivo triste e angosciata, anche il resto del mondo doveva esserlo, senza sconti. Vedere quelle persone che ridevano tra di loro, o facevano shopping, aveva improvvisamente reso la mia giornata più pesante da affrontare.

Il mio obiettivo era quello di trovare zia, a costo di entrare in ogni negozio o caffetteria del paese, che comunque non era immenso. Mentre stavo cercando un posto dove parcheggiare, con notevole difficoltà a dirla tutta, dato che in quella dannata zona sembrava davvero impossibile trovare un angolo dove sistemare l’auto, il cellulare, che avevo infilato in fretta e furia nella mia borsa nera a tracolla, iniziò a canticchiare senza sosta Bring me to life degli Evanescence.

Infilai la mano libera all’interno della borsetta, senza perdere di vista la strada, e finalmente riuscii a afferrare il cellulare. Sul display lessi il nome di Antoinette e mi sentii un verme per non averla ancora chiamata. Così decisi di risponderle, ma quando stavo per schiacciare il tasto verde, qualcosa bloccò la mia auto.

O meglio… io urtai qualcosa con la mia auto. Frenai all’improvviso, col cuore in gola e le braccia tese dinanzi a me. Dato che procedevo alla velocità di una lumaca, l’airbag non si era azionato, ma io ero comunque terrorizzata. Sapevo che dovevo aver investito un gatto o un cane.

Quando però lanciai un’occhiata rapida alla gente che si era bloccata accanto della mia auto, e vidi i loro sguardi angosciati, compresi che forse si trattava di una persona.

Con le gambe molli, il cuore in tachicardia e la testa che mi girava, scesi in fretta dall’auto, ma non ero pronta alla visione del ragazzo che giaceva a terra, supino, con gli occhi socchiusi.

Urlai e mi inginocchiai accanto a lui, mentre altre persone facevano lo stesso. Sentii qualcuno che diceva di chiamare l’ambulanza, ma a quel punto il ragazzo si sollevò a sedere e scosse la testa.

“Non serve, sto bene.” mi avvisò, abbozzando un sorriso.

Strabuzzai gli occhi. Come poteva sorridere, dopo che era appena stato investito e aveva rischiato di morire?

Con il corpo scosso da fremiti, mi piazzai davanti a lui, poggiando le ginocchia sull’asfalto. La gente attorno a me continuava a parlottare e qualcuno disse che ero una sprovveduta, o qualcosa del genere. Ma io non li ascoltai. Ero preoccupatissima per quel ragazzo che ora si stava massaggiando il collo e che, comunque, continuava a sorridermi, come se non gli fosse accaduto nulla di grave.

“Ma sei sicuro di sentirti bene?” sussurrai appena, stralunata. “Forse è meglio chiamare un’ambulanza, potresti avere una commozione cerebrale, o un’emorragia interna, o…”

“Ehi ehi, calma! Sto bene, è tutto a posto!” mi interruppe lui, poggiando una mano a terra per cercare di rialzarsi. Io allora, da buona crocerossina, lo afferrai per un braccio e l’aiutai a rimettersi in piedi.

“Ce la fai?” gli chiesi ancora, fulminando con uno sguardo truce un uomo che mi aveva appena dato dell’imbranata omicida, o una cosa del genere.

“Certo che ce la faccio. Te l’ho detto che sto bene. E’ tutto a posto, davvero.”

Trassi un profondo respiro, mentre la gente cominciava ad allontanarsi, anche se qualcuno stava ancora chiedendosi se non fosse il caso di chiamare l’ambulanza, per ogni evenienza.

E fu in quel preciso momento che io mi decisi a guardare per davvero il ragazzo che mi stava sorridendo, dopo che avevo rischiato di ammazzarlo.

Aveva occhi verdi e grandi, nei quali baluginavano pagliuzze dorate. Il viso, dai tratti duri ma dannatamente affascinanti, era contornato da una massa di capelli ricci color oro, che davano l’idea di aver bisogno di una bella pettinata, ma che lo rendevano ancora più attraente. La mia attenzione si spostò poi sulle labbra, sottili e ben disegnate, e sulla spruzzata di lentiggini che gli coloravano le guance.

Poi il mio sguardo cadde inevitabilmente sul resto del corpo. Il ragazzo era palestrato e la maglia di lana bianca, che aveva indossato sopra un paio di jeans scuri, non lasciava molto spazio all’immaginazione.

In tutta sincerità, raramente, nel corso dei miei ultimi anni, avevo incontrato ragazzi così sexy e affascinanti. Quel tizio sembrava uscito direttamente da un film o da uno di quei reality che andavano di moda ultimamente e che io disprezzavo con tutta me stessa.

A un certo punto lui, continuando a sorridere e mettendo anche in mostra una fila perfetta di denti bianchi, allungò la mano destra.

“Antony Chapman.”

Strabuzzai gli occhi. E ora si presentava pure, dopo che l’avevo quasi mandato nell’altro mondo?

“Emmanuelle Hill. Ma tutti mi chiamano Emy.”

Lui mi fissò con curiosità per qualche istante e io arrossii. Chinai la testa per non farmi vedere e poi un campanellino risuonò imperioso nella mia mente.

“Chapman? Quei Chapman?” chiesi, con gli occhi ancora sbarrati come una civetta.

“Proprio così” rispose lui, divertito. “Senti, direi di spostare la tua auto, stai tirando su una bella colonna.”

Lo fissai allibita per qualche istante, quindi mi girai verso l’auto di papà. Almeno quattro vetture sostavano dietro la decappottabile, con i motori accesi.

“Merda.” bofonchiai, passandomi una mano tra i capelli.

Lui scoppiò a ridere. “Salgo con te. C’è un parcheggio qui vicino, davanti al porticciolo. Non mi sembri di queste parti.”

Attesi qualche secondo prima di rispondere. I miei neuroni sembravano essere andati completamente in pappa.

Poi il tipo che guidava l’auto appena dietro la mia, iniziò a suonare il clacson come un pazzo e io trasalii, ritornando subito alla realtà.

“Dai, andiamo” proseguì Anthony, afferrandomi delicatamente per un braccio. “Così ti offro un tè.”

Mentre salivo in auto, e lui faceva altrettanto, mi ritrovai a pensare che forse il tè avrei dovuto offrirglielo io, per averlo quasi fatto secco.

“Ecco, ora svolta a sinistra.” ordinò lui, segnando la stradina che si apriva appena dopo il semaforo che avevamo appena superato.

Obbedii senza fiatare e riuscii a sistemare per un soffio la decappottabile in un parcheggio lungo e stretto, che si trovava proprio davanti a una porzione dell’ampio porticciolo di Green Coast.

Scesi in fretta, imitata da Anthony, il quale si sistemò dinanzi all’auto e si mise in ginocchio.

Lo osservai con aria interrogativa, assolutamente sicura che la mia mente fosse andata completamente in tilt.

“Tutto a posto, nessun danno” spiegò lui, rialzandosi in piedi. “Per fortuna andavi piano.”

Sgranai gli occhi, mentre la realtà mi piombava addosso in tutta la sua drammaticità.

“Oddio, stavo per ammazzarti!” blaterai confusa, immergendo i miei occhi nei suoi, che erano così belli da togliere il fiato. “Non volevo davvero, mi dispiace! Mi sono distratta solo un secondo con il cellulare e…”

“Non è successo niente, stai tranquilla” mi interruppe lui, sorridendo e mostrando ancora quella fila di denti immacolati. “Che ne dici, ci beviamo qualcosa assieme? Mi sembri parecchio scossa.”

Lo fissai inebetita per qualche istante, quindi annuii. Anthony allora mi afferrò per un braccio, portandomi verso il porticciolo. Aveva una stretta forte e sicura e la mano incredibilmente calda. Il mio cuore iniziò a ballare il tip tap nel petto, mentre camminavamo lungo il porticciolo, dove alcuni pescherecci, ancorati, si muovevano lentamente, spinti dai movimenti leggeri delle onde del mare. Alcuni gabbiani garrivano con insistenza sopra le barche, forse alla ricerca di qualche pesce dimenticato, e la superficie dell’oceano brillava della luce nitida di quella mattinata fredda, ma soleggiata.

Con la mano libera mi strinsi sul collo il bavero del cappotto grigio e in quel momento mi accorsi che lui vestiva solo con la maglietta bianca.

“Ma non hai freddo?” gli chiesi, timidamente. “Io sto gelando.”

Anthony mi sorrise ancora e le mie gambe iniziarono a tremare. Le implorai di non cedere, mentre lui fissava il mio cappottino e si soffermava più del dovuto sul seno.

“Sono un tipo caloroso.” mi rispose, accentuando la parola caloroso.

A quel punto avvampai e voltai di scatto la testa dall’altra parte, a fissare con ostinazione alcuni negozi. Non volevo che mi vedesse in quelle condizioni. Detestavo arrossire ma, purtroppo, mi accadeva spesso, nelle situazioni più difficili o imbarazzanti.

“Eccoci arrivati.” proseguì lui, indicando un locale che riportava la scritta Cornwall cafè. “Vengo sempre qui. Fanno degli ottimi Cornish fairings, da accompagnare a uno dei migliori tè della Cornovaglia.”

“Ok.” risposi semplicemente, con un filo di voce.

Entrammo in fretta nel locale e io mi rilassai immediatamente, dopo che un’ondata di tiepido calore mi investì in pieno, facendomi dimenticare in pochi istanti il gelo dell’esterno.

Il locale aveva un aspetto caldo e rassicurante. Le pareti erano ricoperte di legno scuro come i mobili e i tavoli, sparsi per l’ampia stanza. Dal soffitto pendevano pentolini in rame di varie dimensioni e le finestre erano ricoperte da tendaggi in velluto rosso.

Anthony diede un rapido sguardo ai tavoli liberi e mi condusse verso quello sistemat0 in fondo alla stanza, in un angolo carino e riservato.

Quindi spostò una delle sedie e mi invitò ad accomodarmi.

“Sembri uscito da un film dell’Ottocento.” gli dissi, scuotendo la testa.

“Solo perché sono educato?” chiese, facendomi l’occhiolino e sedendo di fronte a me.

Arrossii fino alla punta delle orecchie e chinai il capo verso il basso. Non sarebbe servito a molto, dato che lui mi aveva sicuramente vista avvampare, ma in quel momento non ero davvero in grado di sostenere il suo sguardo, acuto e in un certo senso anche imbarazzante.

“Tè o caffè?” chiese ancora. E a quel punto fui costretta a sollevare la testa. Mi bloccai un istante, prima di rispondergli, presa dall’incanto dei suoi brillanti occhi verdi.

“Caffè, grazie. Ma offro io.”

Lui agitò la mano destra, quasi con fare spazientito. “Non se ne parla proprio.”

Poi rivolse la sua attenzione al cameriere, che stava attendendo con pazienza le nostre ordinazioni.

“Due caffè e qualche biscotto, quelli speziati.”

Il cameriere, un ragazzo alto, dinoccolato, dai folti capelli rossi e il viso colmo di lentiggini, annuì, mi sorrise con fare fin troppo accondiscendente, quindi sparì verso il bancone.

“Emy, è tutto a posto, davvero. Io sto bene.” mi rassicurò lui, afferrando la mia mano destra, che avevo poggiato sopra il tavolino.

Aveva una stretta calda e rassicurante. Così non la ritrassi.

Quel ragazzo mi stava stregando, ma io non avevo alcuna intenzione di tirarmi indietro. Avevo bisogno di provare quell’emozione. Da tempo non mi lasciavo andare, chiusa in un bozzolo buio e stretto, dal quale forse era arrivato davvero il momento di uscire.

“Non ti ho proprio visto. Io…”

“Ora basta. Parlami un po’ di te invece. A questo punto me lo devi.”

Arrossii ancora e con la mano libera mi riassettai i capelli.

“Sono molto belli” continuò Anthony, sorridendo. “I capelli, intendo. Non se ne vedono tanti da queste parti, di così scuri. Mi affascinano.”

Quasi mi soffocai con la saliva, ma fortunatamente sopraggiunse il cameriere a togliermi dall’imbarazzo in cui ero precipitata.

Il ragazzo poggiò un ampio vassoio ovale sopra il tavolino, ricolmo di biscotti rotondi e marroni, che profumavano davvero di buono, lanciò uno sguardo lascivo al mio seno, quindi girò sui tacchi e si allontanò.

“Assaggiali, sono deliziosi.”

Anthony afferrò un biscotto e me lo poggiò sulle labbra. Io le dischiusi lentamente e ne addentai un pezzetto. Sbarrai gli occhi. Era davvero buono. Ma quel gesto possedeva un significato differente.

Sembrava che Anthony stesse davvero provandoci con me.

Scacciai immediatamente quel pensiero, dandomi della stupida. Lui era un ragazzo affascinante, forse si trattava del più bell’esemplare del genere maschile che io avessi mai avuto la fortuna di incontrare lungo la mia strada. Ed era incredibilmente ricco.

Quindi, non era pensabile che perdesse del tempo con me, dato che mi ritenevo una donna alquanto insignificante.

“Allora, mi parli un po’ di te, dolce Emy?” insisté lui, addentando a sua volta un biscotto.

Bevvi un lungo sorso di caffè, prima di rispondere. Mi sentivo a disagio, ma non volevo deluderlo. Si stava davvero dimostrando fin troppo gentile, dopo quello che gli avevo fatto. Quindi decisi che gli avrei raccontato qualcosa di me, tanto per chiudere la faccenda.

“Sono appena arrivata qui, proprio ieri. Abito nella villa dei tuoi antenati. Prudence è la sorella di mia madre, che è morta qualche tempo fa in un incidente stradale.”

Mi interruppi, aspettando la sua reazione. Che non tardò ad arrivare.

“Emy, mi dispiace davvero” borbottò lui, scuotendo la testa. “Una tragedia immensa.”

Feci spallucce e bevvi un altro sorso di caffè. “Sì. E siccome ero andata un po’ fuori di testa dopo la sua morte, papà ha pensato di trasferirsi qui. Da lunedì inizierà a insegnare alla High School.”

Mi bloccai ancora, perché quella discussione aveva davvero iniziato a mettermi fin troppo a disagio.

Lui se ne accorse e cambiò direzione.

“Tieni.” disse, porgendomi un altro biscotto che io afferrai in fretta, fingendo di sentirmi del tutto a mio agio.

“E così sei la nipote di Prudence” continuò, accennando un sorriso terribilmente affascinante. “Tua zia è una celebrità da queste parti, dopo che ha pubblicato quel libro di ricette. Una donna un po’ stramba in verità, non trovi?”

Mi scappò da ridere e dovetti portarmi una mano alla bocca per evitare di sputargli addosso qualche pezzetto di biscotto.

“Non è stramba, è completamente folle” puntualizzai, alzando gli occhi al cielo. “Ma  una buona persona, o almeno così credo insomma.”

“Non la conosci molto, da quanto posso capire.”

Scossi la testa. “Non venivo da anni da queste parti. Ma ora mi sa che ci starò per un bel po’.”

Lo fissai, per capire se quella frase potesse averlo colpito in qualche modo.

Lui, in effetti, sembrò illuminarsi e si sporse leggermente verso di me, accarezzandosi il mento ricoperto da una leggera peluria bionda.

“La cosa si sta facendo interessante, dolce Emy” sussurrò. “Che ne dici se una sera passassi a prenderti per una cena e una bella passeggiata sul porticciolo? Ti andrebbe?”

Quella richiesta mi colse del tutto impreparata. Iniziai a sudare freddo e mi sentii nuovamente avvampare.

Lui corrugò la fronte e mi osservò con aria preoccupata.

“Ho detto qualcosa di sbagliato?”

Sbarrai gli occhi e alzai le mani, agitandole davanti a me. “No no! Scherzi? Nulla di sbagliato, solo che… ecco…”

“Non ti va di uscire con me?”

Lo fissai allibita. Certo che mi andava di uscire con lui! E anche di essere baciata da lui, da quelle labbra sottili ma cariche di eros, dalle quali non riuscivo a staccare gli occhi.

“Certo che sì.”

Lui si rilassò e mi sorrise. “Ti lascio il mio cellulare allora.”

Annuii e mi piegai verso la borsa per cercare il mio, di cellulare. Ci scambiammo i numeri velocemente, senza parlare. Poi lui afferrò la mia mano destra e con il dito indice iniziò a sfiorare l’anello con fare seducente.

“Voglio conoscerti meglio, Emmanuelle Hill. Mi incuriosisci. E sappi che sei dannatamente bella.”

Mi bloccai con la tazza sospesa a mezz’aria e inghiotti in fretta il caffè, per evitare di soffocarmi.

“Che dici.” sussurrai, arrossendo e scuotendo la testa.

Lui fece spallucce. “Io dico sempre la verità Emy, sappilo.”

A quel punto decisi che era arrivato il momento di lasciare a casa la timidezza e di mettere le carte in tavola.

“Ci stai provando con me, Anthony Chapman?”

Lui sorrise, ammiccando.

“Assolutamente sì.”

Poi divenne improvvisamente serio e mi posò addosso uno sguardo tanto intenso da togliermi il fiato.

“Ho la tua benedizione, dolce Emy?”

“Sì.” risposi, chinando il capo sul tavolo.

Anthony mi sollevò il mento con un dito e mi obbligò a guardarlo.

“Non abbassare mai lo sguardo. Tu sei speciale Emy e devi esigere sempre il massimo del rispetto. Da tutti.”

Lo fissai senza capire.  Stavo per chiedergli che intendesse dire, quando lui scattò in piedi e fissò il suo orologio da polso che, a una prima occhiata, valutai essere un Rolex.

“Mi dispiace, ma devo andare. Impegni.”

Mi alzai a mia volta, ma Anthony mi poggiò una mano sulle spalle e mi invitò a riaccomodarmi.

“Finisci con calma il tuo caffè e i biscotti, Emy. Ci rivedremo presto, te lo prometto.”

Quindi mi fece l’occhiolino e io, senza parlare, lo guardai dirigersi al bancone, pagare e lasciare il locale con un gran sorriso dipinto sulle labbra.

Mi ci volle un buon quarto d’ora per riprendermi dalla quantità immensa di emozioni, che mi avevano travolta come un fiume in piena.

Fu il cameriere pel di carota a farmi ripiombare nella realtà, chiedendomi se volessi ancora del caffè o altri dolcetti.

Scossi la testa, scattai in piedi, seppure barcollando, e attesi che il ragazzo mi portasse il cappotto, prima di uscire fuori al freddo e dirigermi come un automa verso l’auto di papà.

Solo a quel punto mi ricordai il motivo per il quale ero capitata in paese. Dovevo cercare Prudence.

Ma a quel punto, sinceramente, non me ne importava proprio un accidenti di trovarla. Dopo l’incontro con Anthony, qualcosa era scattato in me.

E, mentre mettevo in moto l’auto, all’improvviso capii di che si trattava.

Ero uscita dal bozzo, pronta a vivere nuovamente.





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