Alla fine, andò mio padre a prendere Antoinette, perché, mi aveva detto al telefono, “Sono davvero felice che lei si trasferisca qui. Da oggi in poi le cose cambieranno tesoro, te lo prometto”.
Poi, quando gli raccontai che l’indomani avrei iniziato a lavorare presso un negozio di animali, la sua reazione fu incontenibile. Prima mi domandò almeno una ventina di volte se non stessi scherzando, poi mi riempì di complimenti e di frasi tipo “Sono molto fiero di te, lo sapevo che non ti saresti mai arresa”, per arrivare infine a “Sono felice come non lo ero da mesi, so che tutto andrà per il meglio e che la tua vita da oggi in poi sarà meravigliosa.”
Io, seduta sul mio letto a gambe incrociate, mi ero sinceramente commossa. Così avevo chiuso in fretta la comunicazione, con la speranza che le due ore che mi separavano dall’arrivo della mia migliore amica potessero passare alla velocità della luce.
In quel lasso di tempo, cercai di non pensare a quanto mi era successo sugli scogli, nel negozio e infine alle parole di mia madre.
Ma, logicamente, non mi fu possibile cancellare dalla mente ogni vicenda che mi era accaduta fin dal mio arrivo a Green Coast. Era davvero troppo difficile, per il mio carattere fragile, riuscire a accettare quella nuova realtà e il fatto che, forse, la mia vita era in pericolo. La mia mente si opponeva con tutte le sue forze all’idea che avessi già vissuto una vita passata e che fossi morta tagliandomi le vene. Come ancora si ribellava all’idea che io potessi comunicare con i morti.
Così, decisi di aggirarmi per la villa alla ricerca di Prudence, finché non mi imbattei in Colin, il quale, con mio grande disappunto, mi comunicò che zia si era recata in Francia per un viaggio d’affari e che sarebbe ritornata solo dopo una settimana.
Con un diavolo per capello, ritornai in camera e mi gettai sul letto a fissare il baldacchino, con la mente colma di mille pensieri, che si accavallavano gli uni sugli altri.
Ma, soprattutto, con una rabbia feroce nei confronti di Prudence, che mi aveva abbandonata proprio nel momento in cui avevo più bisogno di lei, lasciandomi confusa, triste e sconcertata.
A un certo punto, la stanchezza prese il sopravvento e mi appisolai. Non so per quanto tempo la mia mente riuscì a scollegarsi dalla realtà, ma fu la voce squillante di Antoinette, alla fine, a svegliarmi all’improvviso.
Scattai a sedere sul letto e non feci in tempo a alzarmi in piedi, che lei era già nella mia camera, con le braccia spalancate. Le corsi incontro, stringendola forte a me.
Antoinette era alta quasi quanto me e possedeva un carattere forte, così era davvero raro vederla triste o abbattuta. Reagiva alle avversità tirandosi su le maniche e sfidando il destino, con il sorriso sempre dipinto sulle labbra.
Non come facevo io che, davanti alle bruttezze della vita, tendevo a richiudermi in me stessa e ad abbattermi.
Restammo abbracciate per qualche secondo, finché non fu lei a staccarsi da me.
La squadrai da testa a piedi, sorridendo.
Come me, vestiva sempre con abiti scuri, anche se lei aveva gusti decisamente più aggressivi e tendenti al punk. In quel momento, infatti, indossava un paio di pantaloni neri in pelle e una maglietta scura attillata, che metteva in mostra il suo seno prosperoso. Antoinette aveva una bellezza da togliere il fiato. Il viso possedeva tratti armoniosi e delicati e era contornato da una marea di capelli biondi e ondulati, che le arrivavano fino a metà schiena. Anche lei usava truccare il viso con ombretti scuri e metteva sempre in evidenza gli occhi, che possedevano il colore di un limpido cielo primaverile.
Portava tre paia di orecchini minuscoli in ciascun orecchio e aveva abbellito il sopracciglio destro con un piercing argentato. Sapevo che aveva un altro piercing in un punto non ben definito della sua femminilità, ma avevo sempre preferito non indagare.
L’aspetto sostanziale che ci differenziava era legato ai suoi gusti sessuali, anche se per me non era mai stato un problema.
Antoinette aveva avuto una storia importante, due anni prima, con una ragazza che abitava nei pressi della nostra cittadina, ma era finita male, dopo che quella stronza aveva deciso di mollarla per un uomo. Così lei aveva stabilito che se ne sarebbe stata single per un bel po’, pensando solo a coltivare l’amicizia con me e a divertirsi.
Proveniva da una famiglia molto ricca, di origini francesi. Lei però se n’era sempre infischiata dei soldi del papà, tanto che, dopo l’ennesima litigata furiosa con lui, all’età di vent’anni anni aveva mollato tutto e era scappata di casa, andando a vivere con la stronza che poi l’aveva lasciata.
Suo padre, distrutto, aveva provveduto subito a diseredarla e da allora, da quanto mi era dato sapere, i due non si erano più incontrati.
“Sei uno schianto!” esclamò Antoinette, distogliendomi in fretta da quelle riflessioni, mentre mi lanciava un’occhiata maliziosa. “Peccato non poterti mettere le mani addosso, cara.”
Alzai gli occhi al cielo e le diedi uno scapaccione sulla testa. Poi l’abbracciai ancora, sinceramente emozionata, perché il fatto di averla lì con me mi riempiva di una giogia incontenibile.
Papà fece capolino all’improvviso nella stanza, poggiando a terra due ampie valigie color rosso fragola.
“Ecco qui” disse, attirando la nostra attenzione. “La tua camera è proprio di fronte a quella di Emy.”
Antoinette tese la mano destra. “Grazie Charles. E’stato davvero gentile a venirmi a prendere all’aeroporto.”
Lui sorrise e le strinse la mano, mentre mi lanciava un’occhiata complice.
“Non devi ringraziarmi cara, l’ho fatto con piacere.”
Poi mi si avvicinò e mi posò un bacio delicato sulla fronte.
“Sono davvero fiero di te.” sussurrò. E in quel momento vidi che i suoi occhi erano diventati lucidi. Così, gli gettai le braccia al collo, stringendolo forte a me per qualche istante.
Quando ci staccammo, notai che una lacrima stava solcando il suo viso.
Però lui non disse nulla. Si limitò a sorridere, a dare una pacca amichevole sulle spalle di Antoinette e a lasciare rapidamente la camera, chiudendo la porta dietro di sé.
“Hai un padre meraviglioso” decretò Antoinette gettandosi sul letto, con le braccia piegate dietro la nuca. “Il mio è un bastardo.”
Poi aggiunse qualcosa di incomprensibile, fece una strana smorfia col naso e si mise a sedere sul letto, mentre si levava gli anfibi neri.
Mi lasciai cadere accanto a lei e la fissai come se non avessi mai visto nulla di più bello in tutta la mia vita.
“Sono davvero felice che tu sia qui con me” sussurrai, per giustificare quegli sguardi che potevano essere mal interpretati. “Sono confusa Antoinette, e impaurita.”
Lei, che stava per accennare un sorriso, divenne improvvisamente seria e aggrottò le sopracciglia.
“Dimmi tutto. Dall’inizio. Senza risparmiarti sui dettagli.”
Feci un ampio respiro e partii con il racconto, con una tale adrenalina in corpo, che Antoinette non riuscì mai a interrompermi.
Le parlai della strana sensazione che avevo provato sin dal mio arrivo a Green Coast, del fatto che avevo scoperto di essere una Medium, di Henry, dello specchio sito nello studio e delle sensazioni che provavo, devastanti, quando ne sfioravo la superficie o solo mi soffermavo a pensare un po’ di più a Michael, poi passai a dirle di Anthony, ai timidi sentimenti che stavo iniziando a provare per lui, all’incidente con l’auto, all’apparizione di mia madre nell’Oceano, a quella del vecchio nella camera dell’ospedale, al fatto che un altro Medium, potente, voleva appropriarsi dei miei poteri e che per farlo, forse, avrebbe dovuto uccidermi, ma che non ci sarebbe riuscito perché solo io avrei potuto porre fine alla mia vita, essendo un immortale. A quel punto mi interruppi solo per prendere fiato e continuai raccontandole che nella mia vita passata ero stata Mary Cornish e che Michael era mio marito. E qui avevo dovuto interrompermi nuovamente, perché Antoinette aveva battuto le mani, esultando. Poi proseguii parlandole dello strano incidente che mi era accaduto sugli scogli, dell’apparizione della bambina nel negozio di animali e che l’indomani avrei iniziato a lavorare lì, aggiungendo che volevo portarmi a casa un cane di piccola taglia, di cui mi ero innamorata a prima vista. Infine, le raccontai dell’apparizione di mamma in giardino e del fatto che mi avesse messa in guardia sullo specchio che, a quanto pareva, era la porta per raggiungere l’aldilà. Porta che io, naturalmente, non potevo varcare, perché dall’altra parte potevano esserci degli spiriti cattivelli con i quali non era proprio il caso di scherzare.
Le raccontai, insomma, un’accozzaglia di avvenimenti, rendendomi pienamente conto che alla fine mi avrebbe dato della pazza, consigliandomi di rivolgermi a un buon psichiatra.
Invece Antoinette, ancora una volta, mi stupì.
“Voglio vedere lo specchio” esclamò, scattando in piedi e afferrandomi per un braccio. “Sbrigati!”
Sbarrai gli occhi, confusa.
“Ma hai sentito quello che ti ho detto?” chiesi, cercando di scrollarmi dalla sua presa.
Lei sbuffò, afferrandomi anche con l’altra mano. Dimenticavo sempre quanto Antoinette potesse essere forte.
“Certo che ho capito, non sono mica scema! Però voglio vedere lo specchio, ok? Muovi quel culone moscio, avanti!”
La fissai ancora per qualche istante, quindi scoppiai a ridere.
Ecco.
Antoinette era fatta così. Era in grado di farmi ridere anche davanti alla giornata più scura o a una difficoltà pressoché insormontabile.
“Innanzitutto io non ho il culone moscio!”sbottai, alzandomi in piedi. “E poi zia non vuole che io entri nello studio.”
Antoinette mi guardò di sbieco, quindi si precipitò fuori dalla camera. La raggiunsi col cuore in gola.
“No, zia mi ha ordinato di non entrare!” gridai, sperando che il personale della villa non si mettesse in allarme o che mio padre non ci raggiungesse in preda al panico.
Antoinette, a quel punto, mi posò addosso uno sguardo severo, che mi fece rabbrividire. Era la prima volta, in assoluto, che mi guardava così.
“Fidati di me, Emy. Ci sono tante cose che ancora non sai.”
La fissai stralunata, senza capire.
“Cosa?” sussurrai. Avevo addosso uno strano presentimento, uno di quelli che ti fanno mancare il fiato e il pavimento sotto i piedi.
Lei mi afferrò dolcemente per un braccio e mi sorrise. “Portami allo studio, tesoro.”
Scossi la testa, ma obbedii, perché ero così frastornata che Antoinette, in quel momento, sarebbe riuscita a farmi fare tutto.
Quando la piazzai dinanzi allo specchio, lei spalancò occhi e bocca.
“E’ magnifico.” sussurrò, sfiorando la superficie con due dita.
Quindi si soffermò sulla scritta.
“Mentis oculis videre. Vedere con gli occhi della mente. Interessante.”
Mi sistemai al suo fianco e la guardai con intensità.
“Che può significare, secondo te?”
Antoinette si voltò a fissarmi con i suoi grandi occhi azzurri. “Che devi usare la mente per riuscire a guardare al di là dello specchio.”
Sbuffai, infastidita. “Questo l’avevo capito da sola.”
Lei sorrise e mi diede una pacca sulla nuca. Le gettai uno sguardo infastidito, ma lei fece finta di nulla.
“Quello che intendo dirti è che una persona, per poter guardare oltre la superficie dello specchio, deve utilizzare dei poteri mentali. Come nel tuo caso, Emy. Tu sei una Medium e puoi farlo.”
Trasalii. Sì, io potevo farlo. Michael aveva cercato di comunicare con me e mi aveva fatto provare delle sensazioni devastanti, quasi intollerabili da sopportare.
“Tocca lo specchio” mi ordinò lei con un tono che non ammetteva repliche. “Voglio vedere che succede.”
E io, ancora una volta, obbedii senza fiatare. Con Antoinette era sempre così. Riusciva a convincermi con facilità a fare le cose e questo era uno dei motivi per il quale l’avevo da sempre considerata la mia migliore amica.
Trassi un profondo respiro e poggiai il palmo della mano destra sulla superficie dello specchio. Qualche istante dopo, iniziai a provare un certo calore in mezzo alle gambe, ben conosciuto.
Quindi mi apparve il viso di Michael.
“Che vedi?” chiese lei, con apprensione.
Non le risposi subito, troppo inebetita per farlo.
Antoinette allora mi poggiò una mano sulle spalle, per riportarmi alla realtà.
“Michael. E’ lui.” le risposi, in un sussurro.
“Parlagli!”
Parlargli. Sembrava facile, dato che l’unica cosa che il mio cuore desiderava, in quel momento, era di fare l’amore con lui.
“Emmanuelle.”
Sentire il mio nome mi fece mancare le forze, ma cercai di mantenere il contatto con lo specchio.
“Io sono Mary in verità. Vero?”
Ecco. L’avevo fatto. Avevo iniziato a parlare con lui. Con lo spettro del mio defunto marito, della mia defunta vita precedente.
Lui annuì, abbozzando un sorriso.
Io allora, mentre la mia eccitazione continuava a salire, decisi di proseguire con le domande.
“E perché sei al di là dello specchio?”
Lui si rabbuiò e i suoi occhi divennero tristi. In quel preciso istante, ogni sensazione devastante che Michael voleva farmi provare svanì come fumo allontanato dal vento. E io mi sentii vulnerabile, in balia di emozioni contrastanti, che non riuscii a comprendere.
“Sono stato intrappolato da mio fratello.” rispose lui, con la voce colma di rabbia.
Mi voltai verso Antoinette, che continuava a fissarmi con apprensione.
“Dice di essere stato intrappolato dal fratello nello specchio.” le comunicai, mentre un brivido gelido mi scorreva lungo la schiena.
Lei strinse gli occhi a fessura, ma mi invitò a proseguire con un rapido cenno della mano destra.
“Continua Michael, ti prego.”
Lui annuì e spostò un attimo lo sguardo alla sua destra, prima di prendere di nuovo la parola.
“Non ho molto tempo a mia disposizione, quindi ascoltami Mary. Mio fratello era un Medium potente, come lo eri tu. Troppo tardi ho capito che voleva i tuoi poteri e che ti aveva fatto del male, pur di ottenerli. Una sera l’ho affrontato e abbiamo avuto una colluttazione. Ricordo di aver perso i sensi. E, mentre ero svenuto, ho sentito George parlare con una donna. Le diceva di fare in fretta.”
Michael si interruppe e guardò ancora alla sua destra.
“Continua, ti prego!” lo implorai, mentre le lacrime avevano iniziato a solcare il mio viso.
“Quella donna era una strega, Mary! Assicurò a mio fratello che avrebbe trovato un modo di intrappolare il mio spirito, perché lui mi odiava a tal punto da non volere neppure che io, dopo la morte, potessi raggiungere la tanto agognata pace. A quel punto, ho cominciato a riprendere i sensi, ma subito dopo ho provato una fitta terrificante al petto e poi mi sono ritrovato qui, intrappolato nello specchio, in un limbo grigio, solo e condannato a trascorrervi l’eternità.”
Michael si interruppe, si allontanò dallo specchio e poggiò il palmo della mano destra sulla superficie, nel tentativo assurdo e drammatico di voler sfiorare la mia.
“Purtroppo, il mio tempo qui sta per scadere. Non posso apparire per molto. Perdo le energie e il buio, che comincio a intravvedere alla mia destra, poi mi avvolge, facendomi vivere in un oblio fatto di tristezza e di angoscia. Ritorno solo quando tu sfiori lo specchio, mio adorata Mary.”
Non riuscivo a credere a quanto mi aveva appena rivelato Michael. Era davvero troppo da sopportare.
“Emy, che succede?” mi chiese Antoinette con cautela, rispettando la mia emozione.
“Una strega. Una strega lo ha intrappolato nello specchio.” le risposi, con la voce spezzata dall’angoscia.
Lei mi diede uno scossone, afferrandomi per il braccio sinistro.
“Digli che troveremo il modo per liberarlo!” urlò, guardando poi la superficie dello specchio.
Esitai, ma alla fine decisi di obbedire.
“Troverò il modo per farti uscire da lì” sussurrai. “Te lo prometto.”
Michael sbarrò gli occhi e aprì la bocca per parlare, ma proprio in quell’istante svanì.
Stravolta, allontanai la mano dallo specchio e mi voltai verso Antoinette.
“Come faremo a liberarlo?” le chiesi, quasi con rabbia.
“Troveremo il modo.”
“E tu come pensi di poterlo trovare, questo modo?”
Antoinette abbozzò un sorriso, prima di rispondermi.
“Semplice. Perché io sono una strega.”
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