Scorro a lungo con le dita sul cartoncino avorio che stringo tra le mani, curato ed elegante.
Rileggo quanto vi è scritto sopra, in un ricercato corsivo verde oro.
È lieto di invitare lei e il suo staff alla serata di gala che si terrà
Sabato 23 settembre 2017 alle ore 20.00
Presso la sua abitazione privata.
Sotto, al centro, indirizzo e numero di telefono.
E la richiesta di abiti formali.
Faccio una smorfia.
In passato la mia ex, Nathalie, mi aveva sempre trascinato a serate come quella: piene di politici e ricconi, di sorrisi falsi e opportunismo. Mi aveva costretto a indossare lo smoking ogni dannata volta, e sapeva che io lo odiavo.
Ho giurato a me stesso che non ne avrei indossato mai più uno, nemmeno sotto tortura, e non intendo certo tornare sui miei passi.
In quanto alla serata, però, quella non posso evitarla. Mi rigiro il biglietto tra le dita, la smorfia si trasforma in un lieve sorriso. Anzi, a questo evento non posso certo mancare, quindi… mi servono rinforzi.
Premo il tasto dell’interfono per chiamare la mia segretaria.
«Annie?»
«Mi dica, signor Marshall.»
«Mi chiami Greg e Clark. Li voglio subito nel mio ufficio.»
«Certo.»
Mi appoggio allo schienale e attendo fiducioso Gregory Carter e Clark Kent, i miei fidati collaboratori. Sostituto procuratore il primo e assistente procuratore il secondo, sono stato io stesso a nominarli, sei mesi fa, quando ho accettato la carica di Procuratore Distrettuale, qui a Washington.
Quando mi avevano offerto l’incarico al posto del mio capo, il procuratore uscente Paul Russel, ero convinto che loro fossero i migliori che avrei potuto avere al mio fianco. Li conoscevo da anni e sapevo per certo che erano due ottimi elementi: anche se erano alquanto fuori dagli schemi nella vita privata, in procura erano due avvocati davvero in gamba e inflessibili.
Proprio quello che serviva a me.
E nei sei mesi che sono trascorsi mi hanno dimostrato ampiamente che ho scelto il meglio.
Un bussare deciso alla porta mi fa sorridere.
«Avanti!» dico di getto, e alzo lo sguardo.
Li osservo entrare.
Clark è impeccabile, come sempre: completo scuro, camicia bianca, cravatta nera e gli immancabili occhiali sul naso, che indossa solo per cercare di camuffare la sua vera natura, proprio come il suo omonimo. Ma la stella tatuata sul collo, che spunta dal colletto inamidato e immacolato, la dice lunga su come lui sia davvero.
Greg entra invece con il suo sguardo beffardo e la barba incolta, l’esatto opposto del suo collega. Senza giacca, maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti e cravatta allentata, come se io l’avessi interrotto nel mezzo di un complicato lavoro. Ho sempre riconosciuto molto di me, in lui. Tranne che per la sua vita affollata di donne.
«Che succede, boss?» mi chiede Greg e mi guarda serio, aggrottando la fronte. Si richiude la porta alle spalle e avanza insieme a Clark verso la mia scrivania.
«Succede che dovete tirar fuori il vestito buono.» Mostro loro il biglietto, che entrambi si affrettano a leggere. «Annullate tutti gli impegni che avete, perché cascasse il mondo, verrete con me, sabato prossimo.»
Clark inarca un sopracciglio, si infila le mani in tasca, si sporge in avanti e legge il testo dell’invito, che ancora tengo stretto tra le dita. Solleva lo sguardo e mi fa un cenno con la testa, comprensivo. Sa bene quanto a me non piaccia presenziare a certi eventi.
Greg invece sfila il cartoncino dalle mie dita e lo legge con attenzione. Dopo alcuni istanti mi guarda in viso, serio. «Nicholas Walsh… conosco la sua storia. Lo avevano dato per morto, circa un anno fa.»
«Esatto, sia lui che la sua fidanzata, Michelle Brown, una agente dell’FBI.» Annuisco, mi appoggio con la schiena sulla poltrona di pelle. «Lei la conosco molto bene, era sposata con un mio carissimo amico, Josh Conrad. Lui era sostituto procuratore ai tempi in cui io ero assistente, morì in un attentato, davanti alla porta di casa sua. Saltò in aria con la sua auto, proprio sotto gli occhi di Michelle.»
«È vero, rammento bene quando accadde. Non sapevo che voi foste amici» commenta Clark, fissandomi comprensivo.
«Già.» Deglutisco, ricordando gli anni passati con lui. «Josh era un grande uomo: onesto, giusto, profondamente dedito al lavoro. Due volte la settimana giocavamo insieme a squash, dopo il lavoro. Da quando è morto, io non ho più toccato la racchetta» ammetto con la voce incrinata. «Mi manca ogni singolo istante, da quando sono diventato procuratore, perché questo ruolo spettava a lui, in realtà.»
«Anche tu te lo sei guadagnato, boss» sentenzia Greg con decisione. «E lui sarebbe orgoglioso di te, ne sono convinto.»
«Già.» Annuisco appena e ricaccio indietro tutti i ricordi che mi sono affiorati nella mente, le risate, il dolore. Il funerale. Guardo avanti, alla vita che ora sorride di nuovo alla mia amica, Michelle, e di riflesso sorrido anch’io, felice per lei. «Dicevamo, a proposito di Nicholas Walsh e Michelle, che in realtà non erano per niente morti, ma erano nascosti in Italia e la notizia è apparsa sui principali quotidiani, qualche giorno fa. Sono tornati in città e visto che il caso è stato chiuso, lui ha ripreso il suo posto al Dipartimento di Stato.»
«E quindi ha pensato di dare una bella festa, piena di sfarzo. Tipico» commenta Clark aggiustandosi gli occhiali sul naso e facendo una smorfia di disappunto.
«No, non è proprio tipico. A differenza di altri lui è un uomo molto ricco di famiglia, e davvero altruista.» Greg appoggia il cartoncino sulla mia scrivania e si siede sulla poltrona, di fronte a me. Clark lo imita subito. «Ho letto tutto su di lui, mi aveva incuriosito. Ha sempre fatto molta beneficenza, sembra che buona parte degli aiuti erogati da parte degli Stati Uniti ad alcuni paesi siano venuti in realtà dalle sue tasche.»
«Sì, è vero» gli confermo, serio. «Ne parlammo a lungo io e Paul insieme al capitano Mitchell dell’FBI, quando successe tutto quanto, anche se noi eravamo all’oscuro del fatto che in realtà fossero vivi. Allora ero sostituto procuratore e accadde proprio quando stavo per partire per Chicago, per quell’indagine su quel serial killer che aveva ucciso anche qui, anni prima.»
Per un attimo la mente mi torna a Roxanne Parker, sostituto procuratore distrettuale a Chicago, ai sentimenti che avevo provato per lei durante quell’incarico e a quanto avevo sofferto dopo, quando nonostante tutti i miei sforzi per conquistarla lei mi aveva rifiutato, scegliendo il marito. Andare via da Chicago e tornare qui a Washington era stato terribile, ci avevo messo mesi per ritrovare l’equilibrio. Appena rientrato avevo lasciato subito Nathalie e il suo lussuoso appartamento e mi ero gettato a capofitto nel lavoro, ma il pensiero era rimasto fisso su Roxy, per molto tempo. Sui suoi occhi, sulla sua pelle. Su quel poco che era successo tra di noi e che non riuscivo a dimenticare.
«Allora ci tocca, boss.» La voce ironica di Greg mi riporta di colpo al presente. Lo guardo in viso, mi sta fissando con un’espressione beffarda. «Io ne ho, di vestiti buoni… Tu?»
Sbuffo sonoramente. «Vedrò di trovare qualcosa di adatto.»
«Qualcosa di adatto non è sufficiente per una serata come quella. Ci vuole lo smoking, mi raccomando.» Clark mi sbeffeggia. «So che adori indossarlo.»
«Piantala.» Lo fulmino con lo sguardo. «Non ci penso nemmeno.»
«Neanche io, manco morto» mugugna Greg e fa un sorriso ironico, voltandosi verso Clark. «Tu invece scommetto di sì.»
«Puoi giurarci.» Lui annuisce, strizzandogli l’occhio. «Nonostante quello che possiate pensare sul mio conto, io credo che lo smoking sia proprio un abito fatto su misura per me.»
Le sue parole vengono seguite da un attimo di silenzio, durante il quale ci fissiamo tutti a lungo.
«Io in realtà l’ho sempre pensato» sentenzio e lo osservo serio, soffermandomi con lo sguardo sul suo tatuaggio. «Nonostante tu voglia far credere il contrario.»
«Devo prenderlo come un complimento, o…» mi chiede Clark. Inarca un sopracciglio e mi fissa curioso, io scoppio a ridere.
«Avanti, tornate al lavoro.» Indico loro la porta con la testa, invitandoli a uscire.
Si alzano entrambi, si congedano e mi lasciano di nuovo solo, chiudendosi la porta alle spalle.
Dopo una frazione di secondo, un bussare veloce mi fa inarcare un sopracciglio. «Avanti!» ordino.
La porta si riapre e Greg fa capolino, con un’espressione innocente sul volto. «Boss… prenoto l’auto diplomatica con l’autista, per sabato prossimo?»
Mi rabbuio. «Non ci penso nemmeno! Torna a lavorare, o ti licenzio.»
La risata che gli sento fare mentre richiude la porta mi strappa un sorriso.
Scuoto la testa, riportando l’attenzione sui dossier che ho sulla scrivania.
Certo che prenderò parte a quel maledetto party, in fondo sono costretto, e già so che sarà una lenta e lunga tortura. Ma sono certo che la compagnia dei miei due collaboratori ravviverà in qualche modo la serata.
E in più c’è una nota positiva: rivedrò finalmente Michelle.
In fondo si tratterà solo di un paio d’ore, no?
Sì, posso farcela.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione


