Elizabeth e suo padre rientrarono tardi quella notte: entrambi avevano un diavolo per capello, per motivi diversi. Per tutto il tragitto di ritorno nessuno dei due aprì bocca, decisi a non dare spettacolo fuori dalle mura domestiche, ma non appena ebbero varcato la soglia di casa, lei affrontò il genitore.
«Come avete potuto?» gridò, squarciando il silenzio che avvolgeva l’abitazione, incurante di poter essere udita dalla servitù.
Al diavolo l’etichetta!
«Che hai, sei impazzita?» la rimbeccò Lord Arthur, stupito da quell’attacco inaspettato.
«È vero che avete fatto picchiare Kenneth?» continuò la giovane, imperterrita. «Avanti, rispondete!»
«Che diavolo c’entra adesso quel bastardo del quale ti eri invaghita? Che vuoi che me ne importi?» replicò Clarendon, infastidito, gesticolando con il braccio come se stesse scacciando un insetto molesto.
«Buon Dio» comprese di colpo Elizabeth. «Voi non sapete nemmeno che faccia abbia, mi sbaglio?» domandò, disgustata dall’ennesima conferma della crudeltà dell’uomo che l’aveva messa al mondo.
Il Conte le lanciò un’occhiata scocciata. «Certo che non l’ho mai visto, io non mi mischio mica con la feccia. Ho relegato ad altri il compito di occuparsene. E di sbarazzarsene» ammise tranquillo, come se stesse discorrendo del più e del meno davanti a una tazza di tè.
Lei si sentì invadere da una cieca collera. «Non ne dubito» sibilò. «L’importante era levarvelo dai piedi una volta per tutte, giusto? Mi dispiace per voi, ma devo comunicarvi che non ci siete riuscito, perché gode di ottima salute e per di più non è più un misero stalliere, bensì il nuovo duca di Wellesley» annunciò, provando anche una certa soddisfazione nel rivelare la sconvolgente notizia.
«Cosa!?!» Il Conte strabuzzò gli occhi e il suo volto si fece paonazzo. Per un attimo Elizabeth pensò che fosse sul punto di esplodere, invece serrò le labbra in una linea dura e la agguantò per un braccio. «Vieni con me» sibilò trascinandola in biblioteca. Richiuse la porta dietro di loro, sbattendola con fracasso. «Parla!» la incalzò quando fu sicuro che la servitù non li avrebbe disturbati.
«Cosa volete che vi dica? Perché tutto questo interesse adesso?» indagò socchiudendo gli occhi. «Non avevate detto che non vi importava nulla di lui?»
«Adesso mi importa, visto che praticamente dipendiamo dal suo capriccio» affermò Lord Arthur a denti stretti.
Stavolta fu il turno di Elizabeth di rimanere senza parole. «Che significa? Cosa avete fatto?» chiese, anche se aveva paura di udire la risposta.
Clarendon sbatté un pugno sul tavolo della massiccia scrivania di mogano. La pila di fogli che si trovava sul ripiano si sparpagliò ovunque, ma nessuna delle due persone presenti nella stanza vi fece caso, né fece cenno di volerli raccogliere. «Maledizione!» inveì. «Maledizione a lui! Ero sicuro di vincere, era una mano quasi imbattibile, ma quel figlio d’un cane aveva una scala reale. Lo sapeva, il bastardo, l’ha fatto apposta.»
Elizabeth aspettò che quello sfogo si esaurisse, mentre lentamente il senso delle parole pronunciate da suo padre attecchiva dentro il suo cervello, nudo e terribile. «Vi siete giocato ciò che restava dei nostri soldi, non è così?» domandò con una voce bassa e stanca.
«Peggio» bofonchiò il Conte di malavoglia. «Ho puntato Clarendon Manor. E ho perso. Praticamente siamo in mezzo a una strada» snocciolò tutto d’un fiato.
Elizabeth si portò una mano alla bocca e un gemito le sfuggì dalle labbra. «No» boccheggiò. Si era aspettata qualcosa di drammatico. Di perdere tutti i soldi, di rimanere nel maniero senza la servitù perché non potevano pagarla, ma questo? Perdere persino la loro casa, che apparteneva alla famiglia da secoli...
Lord Arthur ignorò la sua reazione e proseguì, imperterrito. «Facevo affidamento su quel carico proveniente dalle Indie per riscattarla, ma come sai quella maledetta nave è sparita tra i flutti marini insieme a tutti i miei soldi.»
«È Dio che vi sta punendo per la vostra crudeltà» dichiarò lei. In cuor suo ci credeva realmente. Non si spiegavano altrimenti tutte le disgrazie che erano capitate loro nell’ultimo anno.
Il Conte, tuttavia, non era dello stesso avviso.
«Sta’ zitta, stupida! Lascia in pace Dio e i suoi Santi, come se gliene fregasse qualcosa, a loro, da lassù» strepitò fulminandola con un’occhiataccia, poi prese a misurare il pavimento avanti e indietro. All’improvviso si fermò, come colto da un’illuminazione. Le si avvicinò e le artigliò di nuovo il braccio, malmenandole la pelle sotto la stoffa. «Parlagli tu» le disse, fissandola con occhi spiritati.
Elizabeth sbatté gli occhi, confusa. «A chi?»
«A quel figlio di puttana del Duca, di chi vuoi che stia parlando?» proruppe Clarendon scuotendola e tirandola verso di sé. Il suo alito sapeva di vino e di marcio. «Era innamorato di te, no? Forse ti darà ascolto e ci concederà una dilazione. Un anno fa era disposto a tutto pur di sposarti.»
Il pensiero fu come una coltellata nel petto di Elizabeth, che cercò di divincolarsi. «Non dopo quello che gli avete fatto.» Scosse il capo con amarezza. «Ci odia entrambi adesso.»
«E allora? Odio e amore sono spesso facce della stessa medaglia» osservò Lord Arthur. «E poi ho visto come ti guardava. Non gli sei indifferente, questo è certo, e se sei furba e giocherai bene le tue carte, sono sicuro che riuscirai a sedurlo» affermò con uno scintillio avido nello sguardo. «Potresti persino diventare la sua Duchessa.»
L’indignazione scaturì dal petto della fanciulla, come un fuoco rovente. «Siete un illuso!» gridò, incurante di chi potesse sentire nella casa. «Kenneth non è certo uno stupido che potete rigirarvi come volete, non lo è mai stato. Inoltre io non sono una donnaccia e non sedurrò proprio nessuno.»
«Tu farai esattamente ciò che dico» la interruppe Clarendon, furioso, senza lasciarla andare. «Se non vuoi ritrovarti a chiedere l’elemosina per strada. Cosa credi che accadrà quando si spargerà la voce che siamo in miseria e non sono in grado di garantirti una dote? Nessun gentiluomo vorrà mai sposarti, e i pochi che si faranno avanti saranno interessati a te solo come amante. Se devi fare la sgualdrina, tanto vale allora che diventi la sua, no?»
La verità celata dietro quelle parole dure fece rabbrividire Elizabeth fin nel midollo. «Siete un essere spregevole» sussurrò con le lacrime agli occhi. «Mi vergogno di condividere con voi lo stesso sangue.»
Aveva sempre sospettato che suo padre non nutrisse alcun affetto per lei, ma vederselo sbandierare così, davanti al naso, la riempiva di un malessere senza fondo. Aveva già rinunciato alla possibilità di essere felice a causa di quell’uomo, con la segreta speranza di farlo in qualche modo contento, così magari lui si sarebbe dedicato di più a lei e a sua madre, che aveva bisogno di tutto l’appoggio possibile nella sua malattia. Invece ora le stava chiedendo di vendersi come se fosse la cosa più naturale del mondo, pur di non assumersi le proprie responsabilità.
Che devo fare?, si chiese, combattuta, specialmente pensando alla Contessa, rinchiusa nella sua stanza al piano di sopra. Sapere quanto era accaduto le avrebbe spezzato il cuore. Con che coraggio poteva arrecarle altro dolore? Non avrebbe sopportato di perdere anche la sua casa, dopo aver perduto Richard. Non aveva scelta: doveva obbedire a suo padre, per quanto la cosa la ripugnasse. Anche perché egli aveva ragione: ormai nessun gentiluomo l’avrebbe chiesta in moglie.
Il suo destino era segnato.
Che opzione le rimaneva? Il convento?
Rinchiudersi per tutta la vita tra quattro mura, senza vocazione, le sembrava inattuabile quanto ipocrita.
Restava solo una possibilità.
Senza una parola, si voltò e si diresse alla porta, le spalle incurvate sotto un peso che non avrebbe mai pensato di dover sopportare.
«Lo farai?» La voce del Conte la raggiunse quando ormai aveva la mano sulla maniglia. Non era pentita, affatto: era solo carica di aspettativa.
Elizabeth prese un sospiro. «Sì!» rispose con voce atona. «Ma sappiate che è solo per mia madre» concluse.
Senza attendere una replica, spalancò l’uscio e corse in camera sua, incespicando tra le pieghe ingombranti del vestito e desiderando soltanto di sprofondare nel pavimento insieme alla propria disperazione.
Non erano nemmeno le otto del mattino quando Elizabeth, vestita di tutto punto, ordinò ad Angelica di far preparare la carrozza. Non aveva praticamente chiuso occhio, quella notte, e sul suo volto spiccavano due profonde occhiaie scure. Si pizzicò le guance per dare un po’ di colore al viso, ma non ottenne grandi risultati: era troppo nervosa a causa della dura prova che l’attendeva. Sapeva che non sarebbe stato semplice affrontare Kenneth. Era arrabbiato e aveva tutte le ragioni di esserlo. Sperava solo di indurlo a essere comprensivo, anche se non nutriva grandi speranze.
«Volete che venga con voi?» chiese con premura la sua cameriera personale mentre finiva di sistemarle i capelli. Non conosceva la sua meta, forse pensava che si recasse di nuovo in chiesa a pregare per l’anima di suo fratello.
«Non sarà necessario» scosse il capo lei. Per quella faccenda non aveva certo bisogni di testimoni. Congedò la domestica e, una volta sola, si alzò dalla petineuse e si guardò allo specchio con occhio critico. Quel giorno aveva indossato un abito da mattina verde pallido molto castigato e abbottonato sul davanti, ma che non nascondeva le curve armoniose del suo corpo. Prese la mantellina abbinato e se l’appoggiò sulle spalle, quindi scese di sotto. Non fece nemmeno colazione, aveva lo stomaco troppo chiuso perché vi entrasse qualcosa.
Venti minuti dopo la carrozza con lo stemma nobiliare dei Clarendon si arrestò davanti alla dimora londinese del duca di Wellesley.
Elizabeth spalancò lo sportello e scese dal predellino con il cuore in gola: sapeva di aver commesso un azzardo andando lì senza nemmeno farsi annunciare.
E se lui si fosse rifiutato di vederla?
Se l’avesse cacciata via?
Si guardò brevemente intorno: la via era deserta per fortuna, perché se qualcuno l’avesse vista lì, da sola, mentre faceva visita a un uomo non sposato nella sua casa, sarebbero sicuramente sorti dei pettegolezzi, nel migliore dei casi; nel peggiore, sarebbe stata rovinata. Ma nel quartiere di Mayfair, la zona più esclusiva della capitale inglese, qualsiasi attività non cominciava prima di mezzogiorno, quando i nobili si svegliavano dopo le loro feste notturne.
Salì determinata i pochi gradini che la separavano dall’ingresso dell’abitazione, che si affacciava sulla piazza principale, e si sforzò di accantonare tutti i ma e tutti i se che le affollavano la mente, prima di perdere il poco coraggio che le rimaneva, quindi afferrò il pesante anello dorato posto sul battente e lo calò con forza. Per diversi istanti non udì nulla, a parte il frenetico battito del proprio cuore. Stava per bussare di nuovo, quando il portone venne aperto da un maggiordomo in livrea.
«Desidera?» le domandò l’uomo squadrandola dalla testa ai piedi, compunto.
Lei cercò di apparire del tutto a suo agio. «Sono Lady Elizabeth Alexandra Dormer e sono qui per vedere Sua Grazia» esclamò con voce sicura. «Mi scuso per non essermi fatta annunciare da un biglietto» proseguì, «ma ho urgenza di parlargli.»
Se il capo della servitù di quella casa era rimasto stupito dalla sua richiesta, non lo diede per nulla a vedere. «Accomodatevi pure nello studio, Milady, prego» disse invitandola a entrare, poi le fece cenno di seguirlo in una stanza. «Vado subito a riferire il vostro messaggio. Posso farvi portare qualcosa nel frattempo?» domandò gentilmente.
«Sono a posto così, grazie» replicò con un sorriso.
«Come desiderate» si inchinò l’anziano servitore prima di lasciarla.
Elizabeth si guardò intorno: quello studio trasudava ricchezza e opulenza, e sicuramente il resto della casa non doveva essere da meno. Al centro della stanza spiccava un grande camino nel quale sfrigolavano allegramente dei ceppi di legno, rendendo l’atmosfera calda e accogliente. Sulla sua sommità c’era una mensola di marmo sulla quale facevano bella mostra due vasi cinesi antichi e una scatola d’argento intarsiato che doveva contenere dei sigari. Il pavimento era ricoperto da un tappeto gigantesco intessuto con fili d’oro e, lungo tutto il perimetro della stanza, si innalzavano fino al soffitto degli scaffali in legno pregiato sui quali erano ordinatamente impilati migliaia e migliaia di libri in pelle con incisioni d’oro sul dorso, sicuramente tutte prime edizioni. Completavano l’arredamento una scrivania, due poltrone, un divano e un lampadario di cristallo, dalle centinaia di braccia, che pendeva dall’alta volta a stucchi veneziani.
Elizabeth stava accarezzando un voluminoso tomo, intrigata dalla bellezza della rilegatura, quando una voce imperiosa la fece sobbalzare.
«Lady Elizabeth!» esclamò Kenneth con una giovialità esagerata. «Qual buon vento vi conduce nella mia umile dimora?» continuò dandole del voi, come si conveniva, mentre accostava i due battenti della porta a scomparsa.
Lei posò il libro e si allontanò dalla libreria, quindi raggiunse l’uomo di cui era ancora profondamente innamorata, fissandolo negli occhi. «Sai bene perché sono qui» disse con voce tremante. Mentre lo osservava, si sentì rimescolare il sangue, perché quella mattina, con quei capelli lunghi che gli arrivavano alle spalle, la camicia slacciata a mettere in mostra il torace possente e un accenno di barba sulle mascelle virili, era da togliere il fiato.
«In effetti sì, ma non mi aspettavo di vederti tanto presto. Sentivi forse la mia mancanza?» la stuzzicò il Duca passando di nuovo al tu, adesso che erano lontani da orecchie indiscrete.
«Kenneth, per favore…» iniziò lei, arrossendo lievemente, poi si interruppe. «O preferisci che mi rivolga a te chiamandoti Vostra Grazia?»
«Kenneth va più che bene» scosse la testa l’uomo, minimizzando con un cenno della mano. «Del resto le formalità tra noi non servono visti i nostri trascorsi, dico bene?»
Lei preferì non replicare a quell’affermazione, quindi proseguì con il discorso che si era preparata durante la notte insonne che aveva trascorso e che si era ripetuta mentalmente in carrozza per tutto il tragitto. «Mio padre ha ammesso tutto. So che hai vinto Clarendon Manor a poker e che ormai la nostra casa ti appartiene, ma sono venuta lo stesso a supplicarti di non buttarci fuori. Stiamo attraversando un brutto periodo, soprattutto mia madre, e se la privassi della sua casa sono sicura che ne morirebbe. È molto gracile e ha bisogno di continue cure.»
«Non serve che tu tenti di suscitare la mia compassione» replicò Kenneth, duro. «La mia risposta è no.»
«Ti prego» insorse Elizabeth congiungendo le mani davanti a sé. «So che mi odi perché pensi che io c’entri qualcosa con il tuo pestaggio, ma ti assicuro che non è così. Fino a ieri ignoravo cosa ti fosse accaduto, non avrei mai permesso quell’infamia.»
Il volto del Duca si fece di pietra. «Perché dovrei crederti? So bene quanto tu sia bugiarda, me l’hai dimostrato molto chiaramente un anno fa.»
«Non avevamo un futuro insieme, lo sai» dichiarò Elizabeth, appassionata, preferendo non confessare il peso che aveva avuto il Conte in quella decisione, nel timore che lui si dimostrasse ancora più determinato a distruggerli per vendicarsi di suo padre.
«Solo perché tu non ci hai dato una possibilità» sibilò Kenneth, furioso, i pugni stretti. «Hai preferito balli e gioielli al nostro amore, e ti sei persa tutto questo» disse allargando le braccia per mettere in evidenza lo sfarzo che li circondava. «Non è buffa la vita? Saresti stata mia moglie a quest’ora, e io avrei condiviso tutto questo con te. Ma sono stato solo un piacevole trastullo, purtroppo, vero? Un giocattolo che hai gettato via alla prima occasione.»
«Kenneth, io…».
«Vattene Elizabeth, non voglio udire un’altra parola uscire dalla tua bocca» la interruppe il Duca inchiodandola con uno sguardo fiammeggiante.
«Ti supplico, sono disposta a fare qualunque cosa affinché tu mi ascolti» tentò ancora una volta lei, disperata.
Questo sembrò finalmente attirare l’attenzione dell’uomo.
«Davvero?» replicò alzando un sopracciglio. «Qualunque cosa?»
«Sì» annuì, decisa.
«Molto bene» affermò l’altro. «Allora chiudi a chiave la porta e spogliati, in modo che io possa valutare quello che hai da offrirmi.»
«Cosa?» squittì lei, convinta di aver capito male.
Kenneth non poteva averle davvero chiesto questo... o sì?
Lui continuava a guardarla, serio, con l’accenno di un sorriso sulle belle labbra. «Hai detto che sei disposta a fare qualunque cosa, no? Allora dimostralo.»
Il suo tono, adesso, non ammetteva repliche, e non c’erano più dubbi. Elizabeth, le guance in fiamme, si diresse verso la porta, desiderando di poter correr via. Invece la chiuse, diede due giri di chiave e tornò sui suoi passi. Esitò per qualche istante, aspettando che lui le dicesse che non importava, che era uno scherzo e non intendeva veramente quello che aveva detto... ma non lo fece. Così, lentamente e con le mani che non smettevano di tremare, cominciò a spogliarsi.
«Sbrigati, non ho tutto il giorno» le intimò Wellesley, quasi annoiato, ma la sua voce era roca quando pronunciò quelle parole.
Elizabeth, se possibile, diventò ancora più rossa. Obbedì, anche se gli occhi azzurri le si riempirono di lacrime man mano che gli indumenti ricadevano al suolo, insieme alla sua dignità. Sollevò lo sguardo solo quando fu completamente nuda davanti a lui.
«Vieni qua» la invitò Kenneth, incurante del suo tormento.
Ancora una volta lei obbedì.
Lui abbassò gli occhi e si prese un tempo infinito per esaminarla, come se stesse valutando una cavalla al mercato, infine: «Adesso mettiti in ginocchio» le disse.
«No, ti prego» balbettò la ragazza, mortificata, perché l’uomo gentile e premuroso che ricordava non le avrebbe mai chiesto una cosa simile. Ma il giovane di cui si era innamorata non c’era più: al suo posto era rimasto solo quell’estraneo.
«Che c’è? Hai dei ripensamenti? Sappi che sei libera di andartene in qualunque momento tu voglia» la prese in giro il Duca, come se lei avesse davvero quella scelta.
Elizabeth ingoiò a vuoto diverse volte per trattenere i singhiozzi, poi, facendosi coraggio, fece come le aveva ordinato.
«Adesso mettiti a quattro zampe, da brava» tornò a dire Kenneth, duro, «e gattona fino a quel tavolino.»
La ragazza alzò lo sguardo velato dalle lacrime e incrociò le iridi scure dell’uomo: scintillavano.
«Fallo!» sibilò l’uomo.
Lei sussultò davanti a quel tono imperioso, come se l’avesse colpita, ma scosse il capo in un’impennata d’orgoglio. «Non sono un animale, né una delle tue puttane» gli replicò.
Il Duca scoppiò in una risata amara. «Sì che lo sei, mia cara. O almeno è quello che diventerai, se deciderò di accettare la tua proposta. Una puttana: la mia. Non hai appena affermato che sei disposta a fare qualunque cosa affinché non vi butti in mezzo alla strada? Prima dovrai superare questa prova. Servirà a farti capire chi comanda, in modo che non lo dimentichi mai.»
«Kenneth, ti scongiuro, un tempo dicevi di amarmi…».
«Hai detto bene, tesoro, un tempo» replicò Wellesley, glaciale. «Prima che mi rifiutassi perché non ero nessuno. Ma adesso non è più così, vero?» Ci fu una breve pausa, poi egli riprese: «Dimmi una cosa. Chi ti ha convinta a venire qui a strisciare ai miei piedi? È stato lui?»
Lei non rispose e Kenneth capì di aver fatto centro.
Il saperlo lo mandò in bestia, perché quel viscido serpente di Clarendon non meritava tanta lealtà. Lei avrebbe dovuto riporre in lui quella fiducia incondizionata, perché invece egli l’avrebbe protetta come il più prezioso dei tesori.
Ma aveva scelto suo padre.
Ancora una volta.
No, lei non meritava la sua pietà: voleva vederla umiliata, privata di ogni orgoglio, completamente sottomessa. «Fa’ quello che ti ho detto oppure vattene» le ingiunse.
Elizabeth capì in quel preciso istante che era inutile cercare di suscitare compassione in quel cuore esacerbato dal desiderio di vendetta e dall’odio. Sconfitta, chinò il capo e si mise in ginocchio, quindi posò anche le mani sul pavimento e si diresse verso il tavolino.
Kenneth trattenne il fiato alla vista di quelle natiche sode che si muovevano su e giù. La ragazza aveva le ginocchia divaricate e il monte di Venere, ricoperto da ciuffi di peli biondi, era del tutto in bella mostra, lì davanti a lui. Il suo corpo venne attraversato da un brivido di pura lussuria e dovette fare violenza a se stesso per trattenersi dal raggiungerla e prenderla così, da dietro, come l’animale che in quel momento si sentiva di essere. Serrò la mascella e si sforzò di non pensare a quella carne morbida che lo tentava. Intanto Elizabeth aveva raggiunto la sua méta. Sollevò il volto e lo guardò, in attesa. «Apri quel cofanetto» la istruì.
La fanciulla avrebbe voluto urlare il suo rifiuto, non si era mai sentita tanto mortificata in vita sua, ma ancora una volta ingoiò l’orgoglio e ubbidì. Non aveva alternative.
«Adesso prendi quello che c’è lì dentro e portamelo» riprese Kenneth. Un ghigno trionfante gli si disegnò sulle labbra vedendo che lei aveva appena preso in mano un collare tempestato di pietre preziose, del tipo che i nobili usavano per circondare il collo delle loro bestioline da compagnia. Lo aveva comprato apposta per quell’occasione, pochi giorni prima. Elizabeth studiò per qualche istante l’oggetto, poi un lampo di comprensione le illuminò lo sguardo, ma lui non si fece commuovere da quell’espressione ferita. «Mettilo in bocca e portamelo» le ingiunse.
Lei indugiò, pietrificata.
«Sto aspettando!» tuonò, visto che la giovane non accennava a muoversi. Stavolta gli obbedì, ma le spalle le tremavano per i singhiozzi trattenuti. Lo raggiunse e si fermò a pochi passi da lui, in attesa. Gli occhi abbassati.
Kenneth si accovacciò fino a quando non fu alla stessa altezza del suo viso, perfetto e levigato. Le afferrò il mento e la obbligò a guardarlo. «Sei stata abbastanza soddisfacente, ma la prossima volta non tollererò altre esitazioni da parte tua, sia chiaro» sostenne.
Per Elizabeth quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Non riuscì a trattenersi oltre e scoppiò in singulti disperati. Lui si sentì un gran bastardo, in quel momento, e il rimorso gli attanagliò l’anima, ma fu questione di un attimo. Rammentando ciò che era accaduto un anno prima in quel maledetto giardino, e soprattutto ricordando quello che i sicari assoldati da Clarendon gli avevano fatto, attinse coraggio dalla rabbia. «Smettila!» le ordinò, perentorio. «Rivestiti e tornatene a casa.»
La giovane, i capelli scarmigliati e il volto completamente disfatto dalle lacrime, non se lo fece ripetere. Si alzò e recuperò i suoi abiti, quindi li indossò in fretta e furia. Non desiderava altro che fuggire da lì e dimenticare quanto era accaduto, ma sapeva già che era una mera illusione, la sua. Aveva già la mano sulla porta, quando la voce di Kenneth la bloccò.
«Non stai dimenticando qualcosa?» disse con una voce dolce come il miele.
«Co… cosa?» gracchiò lei.
La raggiunse con un sorriso mellifluo dipinto sul bel volto. «Questo!» le disse aprendole il palmo e posandovi sopra il prezioso collare, poi le richiuse le dita. «Da questo momento in poi mi aspetto che tu venga qui ogni volta che te lo chiederò, con questo grazioso ninnolo attorno al tuo collo. Non accetterò rifiuti che non siano giustificati. Inoltre, per tutto il periodo in cui sarai la mia amante non dividerò i tuoi favori con nessun altro. In caso contrario sai bene cosa accadrebbe. Da parte mia mi impegno a darti gioielli, vestiti e tutto il denaro di cui avrai bisogno, non mancherà nulla né a te né alla tua famiglia.»
Elizabeth ascoltò tutto nel più completo silenzio, non aveva la forza di parlare, così il Duca riprese: «Sarai la mia amante fino a quando non mi sarò stufato di te e metterò fine alla nostra relazione. Quando ciò avverrà, riavrai di nuovo Clarendon Manor insieme a una cospicua buonuscita che ti permetterà di trovarti un marito adeguato. La casa sarà intestata a tuo nome ovviamente, in modo che tuo padre non possa più mettervi sopra le sue avide mani. Mi sembra un accordo più che ragionevole, che ne dici?»
Lei si limitò ad annuire. «Po… posso andare adesso?» mormorò con un filo di voce.
«Sì» assentì Kenneth.
Elizabeth girò la chiave nella toppa, spalancò l’uscio e si precipitò nell’anticamera. Non incontrò nessuno, con suo grande sollievo, e fuggì via da quel posto orribile.
Una volta al sicuro nella carrozza, le lacrime le bagnarono senza ritegno il volto, perché sapeva che quel giorno non solo aveva ucciso una parte della sua anima, ma era morto anche quell’amore sincero e pulito che un tempo aveva provato per quell’essere senza cuore che era diventato Kenneth.
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