VENDETTA D'AMORE
Capitolo 12 di 26

Scritto il 09/07/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


Justine pensava di capire perché di solito ai concerti il programma era scritto su un foglio arrotolato e legato con eleganti nastri colorati: perché quando ti sedevi e lo leggevi con attenzione, era ormai troppo tardi per trovare una scusa e andartene.

Dodici pezzi.

Dodici!

Poco importava che fossero previsti tre intervalli per permettere agli ospiti di svagarsi e rifocillarsi con le più squisite prelibatezze emerse dalle cucine del padrone di casa: dodici pezzi significavano come minimo tre ore incollati a una sedia a fissare il vuoto.

O le tre musiciste.

Non dubitava che questo costituisse uno spettacolo interessante per la maggior parte degli scapoli presenti: le cugine Stanford erano adorabili con i loro vestiti, delle più tenui sfumature del rosa, che ricadevano in pieghe diafane mentre le ragazze suonavano i loro strumenti, e con i gioielli messi in bella mostra, almeno quanto la pelle del loro petto sopra il decolleté basso e quadrato. Ma, per quanto la riguardava, quel concerto si stava rivelando una noia mortale. Apprezzava Bach, Mozart e Beethoven, certo, ma a piccole dosi e meglio se nel frattempo poteva danzare o fare qualcos’altro. Restare seduti per tutto quel tempo era semplicemente troppo per lei. Si guardò intorno, pensando di scorgere intorno a sé facce sconvolte quanto la sua, ma le altre gentildonne sedevano composte, le mani in grembo, oppure agitavano i ventagli di piume. Nessuna sembrava pensare di alzarsi e fare quattro passi.

O fuggire di lì a cavallo.

Represse un sospiro e si lasciò ricadere indietro sullo schienale di velluto. Quanto mancava al secondo intervallo? Tornò a guardare scocciata il programma: le musiciste avevano appena intonato il secondo movimento della Sonata KV279 di Mozart, il primo brano della lista dopo l’intervallo. L’attesa sarebbe stata ancora lunga. Ne poteva valere la pena, se dopo avesse avuto modo di conversare ancora con David. Fu un delizioso piacere ricordare l’ultima volta in cui avevano ballato insieme, dai Thompson: le braccia del Visconte erano solide e il suo calore piacevole, tanto da farle desiderare di stringersi a lui più di quanto concedesse l’etichetta.

E magari di baciarlo.

Se suo padre avesse saputo che la sua unica figlia femmina stava fantasticando sul baciare un uomo con il quale non solo non era sposata, ma nemmeno fidanzata, sarebbe uscito definitivamente di senno. Justine non capiva perché fossero sempre gli uomini a dover fare il primo passo nelle questioni di cuore. Se voleva baciare David non poteva farlo e basta, o per lo meno dirglielo in modo che lo facesse lui, e alla svelta?

Una pausa.

Il secondo tempo della sonata di Mozart finì, senza che lei ne avesse ascoltata una sola nota, e cominciò il terzo. Per fortuna quel pezzo non era lungo. Contò di nuovo quanti ne mancavano alla fine e si sentì assalire dallo sconforto.

Avrei dovuto fare come Elizabeth e sparire da qualche parte quando ne avevo l’occasione, considerò cupamente, sbirciando verso la sedia vuota al suo fianco. L’amica durante l’intervallo sembrava svanita nel nulla. Con la coda dell’occhio cercò di spiare verso il tavolo dei rinfreschi, ma non era neppure lì.

La stizza cominciò a lasciare il posto alla preoccupazione. Elizabeth non aveva un bell’aspetto, poco prima, e negli ultimi tempi sembrava smagrita per le ansie che la tormentavano.

Se si fosse sentita male?

Una volta insinuatosi nella sua mente, il tarlo del dubbio continuò a roderla, facendola dimenare sempre di più sulla sedia, tanto che alla fine del pezzo di Mozart la sua bella gonna era tutta stropicciata e la sua pazienza giunta al limite. Approfittando dello scrosciare di applausi e dell’attimo di pausa, si alzò e scivolò lungo la fila di sedie per cercarla, a costo di apparire maleducata. Se le fosse successo qualcosa, non avrebbe potuto perdonarselo.

Aveva detto che sarebbe andata a prendere una boccata d’aria, forse era ancora nella grande terrazza di pietra. Decise che quello sarebbe stato il primo posto dove avrebbe guardato. Uscì a passo leggero dalla portafinestra, ma con disappunto vide che non c’era nessuno là, soltanto vasi di piante ornamentali e una ringhiera affacciata sui sentieri tortuosi e sulle siepi che costituivano il grande giardino. Anche le due scalinate gemelle, una da un lato e una dall’altro, che conducevano dalla terrazza fino alla vegetazione dabbasso, erano deserte.

Ma dove accidenti sarà finita?, si domandò corrugando la fronte e accennando qualche passo verso la ringhiera. In ogni caso, adesso non poteva rientrare: dalle tende del salone filtrava il suono deciso del pianoforte. Le cugine Stanford avevano attaccato il pezzo successivo, il Marcello Oboe Concerto adattato da Bach, e non sarebbe stato affatto educato muoversi per la sala durante la sua esecuzione.

Per nulla dispiaciuta, inspirò i profumi umidi del giardino e si accostò ai rami di un albero che s’innalzava dal basso. I fiori dell’erica che serpeggiavano intorno alla balaustra erano abbastanza vicini da essere colti e immaginò che quell’angolino appartato fosse il preferito dalle giovani coppiette impegnate nel malizioso gioco del corteggiamento. Se ci avesse portato David, forse il Visconte le avrebbe colto un fiore, porgendoglielo con un sorriso, o magari gliel’avrebbe intrecciato tra i capelli.

«Ve lo ripeto ancora una volta!» esclamò qualcuno rabbiosamente. «State lontano dal duca di Wellesley.»

Venne riscossa bruscamente dalle sue fantasticherie da signorina poco a modo.

Si immobilizzò, sorpresa, e impiegò qualche istante per comprendere che quelle parole provenivano dal giardino sottostante. Le aveva pronunciate una donna, non c’era dubbio, e avevano qualcosa di familiare. Non ebbe invece difficoltà a individuare la voce che seguì.

«E io ve lo ripeto ancora una volta, Lady Chandler» proclamò freddamente Elizabeth. «Niente mi darebbe più piacere che obbedirvi. Ma la cosa non dipende da me. E neppure da voi, a quanto pare.»

Justine si morse le labbra. Ma certo, quella vipera della Viscontessa Chandler. Cosa voleva dalla sua migliore amica?

Se l’aveva trascinata lì tra le siepi, al calar del sole, nel bel mezzo del concerto, chiaramente non voleva essere ascoltata da orecchie indiscrete. Solo questo era un motivo più che sufficiente perché lei intendesse ascoltare ogni parola.

Si appoggiò alla ringhiera, badando di non sporgersi troppo per non farsi scoprire, e aguzzò bene le orecchie.

«Basterebbe girargli al largo, invece di civettargli intorno con la vostra aria da santerellina» insistette la Viscontessa. «Come l’altra sera a teatro: tutta quella patetica messinscena dell’emicrania, poverina, solo per farvi riaccompagnare a casa.»

«Per l’amor del Cielo! Ma se è stato proprio il Duca a costringermi a prendere la sua carrozza» protestò Elizabeth, sempre più indignata. «Da parte mia, sarei stata ben lieta di farmi accompagnare dalla mia amica, Lady Justine Tremaine, e da suo fratello. Ben più che lieta, ve lo posso assicurare.»

«Non prendetemi in giro!» scattò Lady Chandler, il veleno che le stillava dalla voce. «Il Duca non vi ha solo accompagnata, altrimenti non sarebbe tornato così tardi nel suo palazzo. Ammettetelo: c’è stato qualcosa tra di voi, non è vero?»

Un attimo di pausa che sapeva di colpevolezza.

Justine trattenne il fiato.

«E tra voi due, allora?» riprese immediatamente Elizabeth. «Altrimenti, come fareste a conoscere i suoi spostamenti? Non potreste sapere a che ora è rientrato, se voi stessa non foste stata di notte nel suo palazzo.»

Una risatina sommessa e altezzosa risuonò nitidamente. «Non deve essere rimasto poi molto soddisfatto di voi, se dopo è caduto così rapidamente tra le mie braccia» insinuò subdola Lady Chandler, senza curarsi di negare le sue azioni. «Avreste dovuto vedere come era affamato delle mie attenzioni.»

Elizabeth, nascosta sotto la scalinata che si affacciava sul giardino e ignara che Justine stesse ascoltando la conversazione, era sconvolta.

«Santo Cielo!» proruppe.

Si disse che la sua era una reazione dettata solo dal turbamento che le causava l’infima moralità della Viscontessa, ma i morsi della gelosia che le stritolavano il cuore raccontavano tutt’altra storia.

Dunque Kenneth si era divertito con quella donna, dopo che era stato sul punto di farla sua in carrozza?

«Voi siete una donna sposata. Non vi vergognate?» riprese, rifiutandosi di soffermarsi su quel pensiero angoscioso.

L’altra donna scoppiò in una risata chioccia. «Su, andiamo, anche voi non siete mica nata ieri. Una donna sposata ha diritto ai suoi piaceri, e se il marito non è in grado di fornirglieli, allora è suo diritto andare a cercarli altrove.»

«Voi siete...» balbettò Elizabeth, incapace di trovare una parola per descriverla, «...siete una...».

«Una cosa?» la sfidò ironica Lady Chandler. «Su, avanti, ditelo, non abbiate paura. Guarda caso» aggiunse melliflua, «è la stessa parola che tutti rivolgerebbero a voi, se solo sapessero che vi dilettate con Wellesley, che fino a prova contraria non è vostro marito e nemmeno il vostro fidanzato. E non lo sarà mai.»

Elizabeth tacque.

«Cosa volete, dunque?» domandò, un lieve tremito nella voce.

«Ve l’ho detto, siete diventata sorda? State lontana dal Duca, è una mia proprietà. E a differenza dei borghesi che adesso dilagano per Londra, non mi piace scendere a compromessi quando si tratta di dividere ciò che è mio» sancì la Viscontessa, per poi proseguire minacciosa. «Non permetterò a un’insulsa ragazzina come voi di mettersi in mezzo tra me e lui.»

«Magari fosse così semplice.» Questa volta Elizabeth emise un sospiro stanco. «Ma siete un’illusa se credete davvero che Kenneth si lascerà rigirare a vostro piacimento.»

Forse fu il fatto che non si fosse piegata subito ai suoi voleri, forse il fatto che avesse chiamato il Duca per nome con tale familiarità. La rabbia di Lady Chandler esplose.

«Kenneth, eh? Siete già arrivati a questo, allora?» sibilò sprezzante. «Ma sappiate una cosa: lui non vi vorrà. Non vi vorrà più nessuno, neanche il nobiluomo più sfortunato, dopo che si sarà sparsa la voce che vi intrattenete in maniera licenziosa con un uomo.»

Elizabeth emise un gemito strozzato. «Cosa intendete fare?» ansimò, sconvolta, per poi deglutire e aggiungere con voce più ferma: «Non avete alcuna prova di quello che dite.»

L’altra donna gongolò, soddisfatta. «Non ho bisogno di prove» proferì con gioia perversa. «Basterà mettere una parolina qua e una là, con le persone giuste al momento giusto. Sempre mantenendo la discrezione, ovvio, perché non si tratta di calunnie, certo che no, solo sano e doveroso sconcerto di fronte a comportamenti così vergognosi... e lasciare il resto alla fantasia delle matrone del ton che, vi assicuro, può essere molto, molto piccante.» Si lasciò sfuggire una roca risatina di gola. «Non è un processo che richieda prove, ma vi imporrà per sempre la condanna della società.»

Elizabeth sembrava aver perso l’uso della parola. Nel silenzio carico di tensione, solo il sussurro corposo del pianoforte che attaccava l’adagio del secondo tempo filtrava dalle tende e scivolava tra le siepi. Si udì un frusciare di vesti, mentre la ragazza scuoteva la testa.

«Non potete» cominciò, per poi cambiare discorso, perché quella donna era capace di tutto. Prese fiato e coraggio. «E se tali voci si spargessero anche su di voi?» domandò, sforzandosi di apparire minacciosa. «Se si sapesse in giro che siete un’adultera?»

Se si aspettava di spaventare Lady Chandler, si sbagliava di grosso. La donna si limitò a scrollare le spalle. «Oh, la gattina tira fuori le unghie?» sogghignò divertita. «Credete di potermi danneggiare? A differenza vostra, sono già felicemente sposata da anni, con un uomo di nobili natali e totalmente incapace di gestire le proprie risorse. Si dà il caso che gran parte degli investimenti del mio caro consorte utilizzino la mia dote, e il denaro che viene fornito dalla mia famiglia. Quindi, mia cara, il buon Lord Chandler non ha nessun interesse a ripudiarmi, neanche se l’avessi cornificato con Satana in persona. Se si spargessero queste voci, sarebbe il primo a confutarle con ardore, è tutto a suo vantaggio. Capirete bene, quindi, che la vostra minaccia mi preoccupa quanto una mosca che mi ronza attorno in un pomeriggio d’estate: basta schiacciarla.» Batté le mani, mimando il gesto.

A quel suono Elizabeth sussultò.

«Molto bene. Spero abbiate capito che, tra noi, sareste l’unica a farvi male, se si arrivasse a uno scontro» concluse la Viscontessa con tono vittorioso.

«Sì, ho capito» replicò Elizabeth, rigida. «Ho capito che devo aggiungere il vostro nome al carnet della gente che cerca di ricattarmi. È più affollato di quello dei gentiluomini che mi invitano a ballare» aggiunse in un sussurro stretto tra le labbra.

Lady Chandler volle avere l’ultima parola. «Tornate pure a godervi il concerto, adesso» ordinò. «E tenete le gambe ben strette con Wellesley, o sarà peggio per voi.»

Lady Justine, ancora affacciata alla balaustrata, allo scricchiolio della ghiaia calpestata si riscosse bruscamente. Quell’arpia di Lady Chandler si stava muovendo sul sentiero, stava camminando verso destra, verso la scalinata, e non appena fosse salita sulla terrazza, l’avrebbe scorta.

Senza perdere tempo, scattò nella direzione opposta. In punta di piedi, augurandosi che il rumore del concerto camuffasse i suoi passi, si precipitò verso l’altra scalinata e prese a scenderla, per poi accucciarsi sui gradini in pietra e trattenere il fiato. Appena in tempo. Intravide la sagoma della donna sopra di lei. Era sulla terrazza e bastava che si voltasse nella sua direzione per scoprirla, ma cominciava a essere buio e le luci del salone accecavano, lasciando in ombra il giardino e gli angoli lontani dalle portefinestre.

Vattene, vattene..., la implorò con il pensiero.

L’ultima cosa che voleva era discutere con quella vipera velenosa prima di aver avuto tempo di riflettere su quanto aveva appena appreso. Lady Chandler passò oltre senza notarla e la sua testa scomparve dietro l’angolo della terrazza. Si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo, ma non si mosse.

Che stava facendo Elizabeth?

L’amica era sempre immobile, a giudicare dal silenzio nel giardino. Attese, chiedendosi cosa avrebbe fatto se anche lei avesse deciso di prendere la scalinata su cui era nascosta e l’avesse vista. Avrebbe capito che aveva origliato quella conversazione privata? Si sarebbe arrabbiata? Le avrebbe detto la verità su quello che stava succedendo, una buona volta?

In quel mentre dal salone sgorgò un prorompente applauso. Era il momento migliore per rientrare nella sala senza dare troppo nell’occhio. Di nuovo vi fu lo scricchiolio della ghiaia, mentre Elizabeth si metteva in moto per cogliere l’occasione.

Justine aspettò di udire i suoi passi leggeri sull’altra scalinata e poi sulla terrazza, il fruscio delle spesse tende che si scostavano al suo passaggio, il mormorio del pubblico che cresceva e poi si quietava, mentre le musiciste attaccavano il pezzo successivo, un allegro che stonava potentemente con il suo stato d’animo. Solo allora si concesse il privilegio di sedere sui gradini, confusa, domandandosi in che razza di guaio si fosse cacciata la sua migliore amica.

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