VENDETTA D'AMORE
Capitolo 15 di 26

Scritto il 21/07/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


«Semola, vieni qui!»

Il ragazzino smise di inseguire i gabbiani che zampettavano stridendo, sulla banchina del Surrey Commercial Docks, e se ne tornò imbronciato accanto al suo... non aveva ancora una chiara idea di come definirlo.

Padrone? Signore? Nuovo amico?

«Se continui a correre da ogni parte, ci vorranno ore per visionare tutto il carico» sospirò Kenneth senza riuscire tuttavia a reprimere un sorriso divertito. Il ragazzino, con la sua spontanea gioia di vivere e di giocare, gli suscitava una gran simpatia e gli faceva ricordare un vecchio se stesso, con meno soldi ma anche con molte meno preoccupazioni. Era felice di averlo preso con sé. Adesso che indossava vestiti nuovi di zecca e aveva il volto ripulito dalla fuliggine, il sorriso di Semola sembrava ancora più luminoso.

«Potete metterci tutto il tempo che volete» esclamò allegramente il piccolo ometto. «Non ho fretta. Mi piace un sacco il porto. C’è così tanta gente che sarebbe facile...».

«Non pensarci neppure» lo redarguì subito, immaginando cosa passasse per la testa di quello che, in fondo, era pur sempre un ladruncolo di strada. «Tieni in tasca le manacce, sono stato chiaro? Nelle tue, di tasche, intendo.»

Nathaniel borbottò, imbronciato, ma Kenneth sapeva che gli avrebbe obbedito. Nei primi tempi aveva temuto che provasse a sgraffignare qualcosa anche nel suo palazzo, per poi dileguarsi nel nulla, e aveva incaricato Andrew di controllarlo. Come risultato, il ragazzino aveva quasi fatto impazzire il servitore, nascondendosi in ogni anfratto della casa per il puro divertimento di vederlo affannarsi a cercare da ogni parte, ma per lo meno ogni pezzo dell’argenteria era rimasto al suo posto. Non che Kenneth fosse veramente interessato a quella roba lasciatagli dal padre in eredità. Un piatto era un piatto sia che fosse in argento o in terracotta, ma voleva insegnargli un po’ di buone maniere. E un lavoro che non fosse infilarsi nei camini della gente, rischiando di rompersi l’osso del collo.

E poi?, si chiese. Cosa ne farò?

Poteva tenerlo come valletto fin quando non fosse cresciuto, e poi come cameriere personale. Aveva pensato anche di affidargli una locazione nella sua tenuta del Surrey, una volta raggiunta la maggiore età. Nathaniel avrebbe dovuto imparare a badare ai campi o agli animali, ma almeno avrebbe avuto una casa e un terreno da gestire, nonché una risorsa per il suo futuro. Era più di quanto fosse stato concesso a lui, ragionò.

In realtà c’era anche un’altra alternativa che Kenneth, all’inizio senza rendersene conto, aveva cominciato ad accarezzare. In fondo aveva soldi più che a sufficienza per pagargli la retta in una buona scuola, per offrire al ragazzino un’altra vita e addirittura un posto nella società londinese.

E se lo adottassi?

All’inizio la sua decisione avrebbe suscitato notevole scalpore, lo sapeva, ma c’era qualche legge che lo impedisse? C’era una legge che impedisse di strappare un innocente dalla povertà e dalla miseria? E poi, dubitava che avrebbe avuto altri figli legittimi. Non intendeva sposarsi. L’unica donna che avrebbe voluto condurre all’altare era stata ed era Lady Elizabeth Alexandra Dormer, e lei l’aveva rifiutato. Sapeva che, per quante donne si fosse portato a letto, nessuna sarebbe mai riuscita a prendere il posto della giovane nel suo cuore.

Ma l’avrò, per Dio!, si disse, stringendo i pugni. Anche se significherà perderla per sempre.

Immerso in quei cupi pensieri, terminò il suo giro lungo i magazzini nord e si diresse verso la banchina del canale, con Semola che gli trotterellava dietro. Il suo contabile, o meglio il contabile storico della famiglia Wellesley, gli aveva assicurato che tutte e tre le navi di sua proprietà avevano attraccato e scaricato le merci, ma Kenneth riteneva che fosse buona norma occuparsi personalmente dei propri affari, e che una comparsata sul molo, per dimostrare di non essere un cicisbeo incipriato come molti nobilotti londinesi, avrebbe convinto i Capitani a pensarci due volte, prima di cercare di truffarlo.

«Signore, possiamo salire su una nave?» domandò il ragazzino tirandolo per la manica. «Non ci sono mai stato.»

«Neanch’io» commentò asciutto lui.

«Per favore» insistette Nathaniel. «Da grande vorrei diventare un corsaro, attraversare tutti i sette mari e derubare i nemici della Regina Vittoria.» Gli lanciò un’occhiata furba. «Ne ho sentito parlare in osteria. Gli uomini ubriachi raccontano sempre storie tanto interessanti, e sono meno attenti al borsello.»

Il Duca sospirò. Tirare su quel ragazzino sarebbe stata un’impresa. «E va bene» capitolò. «Ma una volta a bordo non ti azzardare a toccare niente, d’accordo?»

Gli occhi di Semola luccicarono d’eccitazione. «Giuro!» proferì, ma il fatto che tenesse entrambe le mani dietro la schiena non faceva ben sperare.

Poco male. A meno che non riesca a portare via il timone o un pezzo della chiglia, non riuscirà a far affondare un’imbarcazione, si consolò Kenneth.

Erano giunti sui moli e si stava avvicinando alla passerella, quando sentì la risata.

La sua risata.

L’avrebbe riconosciuta tra mille.

Si bloccò e, senza accorgersene, strinse la mano intorno a quella di Nathaniel.

«Ahi!» si risentì il ragazzino, più per la sorpresa che per l’effettivo dolore.

Kenneth lo ignorò, la mascella serrata e lo sguardo assassino. Qualunque cosa ci facesse Elizabeth al porto, lui avrebbe scoperto perché c’era venuta.

E con chi.

 

 

Elizabeth era comodamente seduta sulla tolda della Sirena dei Mari. Forse comodamente era una parola grossa, considerando che la veste che indossava era più adatta a pregare sulle panche di una chiesa, che a muoversi sopra una grossa imbarcazione, ma Jed Reynolds aveva fatto portare per lei e Justine due sedie di legno e le aveva imbottite di cuscini. Doveva essere quello che più si avvicinava a un trono per dei rudi marinai, considerò, per poi pensare che Mr Reynolds non avesse niente di rude. Per tutto il tragitto fino al porto aveva mantenuto un’amabile conversazione e poi si era prodigato per far sentire lei e l’amica a loro agio.

«Spero che sia abbastanza morbido, Milady» si preoccupò ancora il Capitano, sollecito. «Avrei preferito farvi accomodare nella mia cabina personale, molto più consona, ma vedete, non vorrei dar adito a pettegolezzi e crearvi dei problemi per questo.»

«Qui sto benissimo» assicurò lei con un sorriso.

Era vero.

Dall’alto della prua della nave poteva osservare il volteggiare lento dei gabbiani sopra i tetti della città, lo sventolare dei colorati vessilli delle imbarcazioni ancorate e i marinai e i mercanti che sciamavano lungo le banchine, ognuno con l’aria di avere uno scopo in quella ordinata confusione.

Si era anche alzata una leggera brezza che portava candide nuvole e l’odore del mare. Elizabeth immaginava che la sua elaborata acconciatura, consona alla moda che voleva esibiti spalle e collo, si fosse rovinata, ma si sentiva troppo rilassata per preoccuparsi di quelle sciocchezze. Si aggiustò le mani in grembo. «Devo confessarvi che non ero mai stata in questa zona di Londra» ammise.

Il Capitano le sedeva davanti, un bicchiere in mano. Aveva offerto da bere anche a lei, ma aveva declinato l’offerta. «Oh, questo è un quartiere in continuo divenire» spiegò allegramente. L’Howland Great Dock è stato costruito più di un secolo fa ed è un attracco grande e sicuro. Può contenere fino a oltre cento navi, grosse più della mia. I commerci con le Indie sono fiorenti, adesso che la rivolta dei sepoys indiani è stata domata. Sapete che gran parte del vostro adorato tè viene proprio da quei luoghi lontani?»

«E voi ci siete stato?» domandò Lady Justine, piena di curiosità.

«Ma certo. Sia nel Bengala che nel ricco Assam. Ho partecipato addirittura a una cena con un maharaja, con tanto di scimmie ed elefanti» rispose Reynolds, mettendosi poi a raccontare dei suoi viaggi.

Elizabeth era deliziata. Le piaceva sentir parlare di quelle terre lontane e misteriose, così come le piaceva quell’uomo schietto che sembrava aver visto così tanto del mondo. Non la metteva in soggezione e, anche se la trattava con cortesia, non la faceva sentire una bambola troppo fragile per essere toccata. Così, quando Justine espresse il desiderio di voler provare a usare il timone, anche se solo per finta, e il Capitano incaricò il suo secondo di accompagnarla, lei fu lieta di poter rimanere un po’ da sola a conversare con lui.

Reynolds la stava osservando, un braccio appoggiato alla fiancata della nave e un quieto sorriso sul volto abbronzato e aperto.

È un bell’uomo, rifletté lei. Si chiese se fosse sposato. Non aveva fatto riferimento a una moglie, ma chi poteva sapere se avesse lasciato qualcuno in America ad aspettarlo?

«Perdonate l’irruenza della mia amica» cominciò per riempire l’improvviso silenzio che, tuttavia, non era affatto fastidioso. «Spero che la nostra visita non disturbi il vostro equipaggio.»

Il Capitano inarcò un sopracciglio. «Perché dovrebbe?» domandò. «Se vi riferite a quella vecchia superstizione che una donna a bordo porta male, è solo una sciocchezza del passato.» Liquidò il problema con un vago cenno del braccio. «Sareste sorpresa scoprendo quante signore adesso viaggiano per nave. Dall’America all’Europa, dall’Europa alle Indie... il mondo sta cambiando, Lady Elizabeth, e noi con lui. Detto questo, sono certo che i miei ragazzi siano più che felici di avervi a bordo quest’oggi, e di poter ammirare due gentildonne graziose come voi.» Il suo sorriso si allargò e si piegò verso di lei, abbassando la voce e rendendola più roca. «Anch’io sono molto felice di avere l’occasione di conoscervi più da vicino, senza un folla di damerini in fila per compiacervi» ammise con onestà.

Lei chinò la testa per nascondere il rossore sempre più acceso. Avvertì un piacevole rimescolio nel petto a quell’ammissione galante e insieme schietta. «Anch’io ne sono felice, Mr Reynolds» disse con un timido sorriso. «Siete un uomo molto interessante» aggiunse, stupendosi della propria audacia.

«Potrei dire lo stesso di voi, Milady» replicò l’uomo.

Elizabeth notò che i suoi occhi non erano solo grigi, ma contenevano pagliuzze dorate e scintillanti. «Vogliate perdonarmi, ma vorrei porvi una domanda personale.»

Gli lanciò un’occhiata interrogativa. «Mi state chiedendo il permesso?» chiese stupita.

«Esatto» annuì Reynolds. «Vedete, non sono così pratico delle vostre convenzioni e non vorrei rischiare di risultare maleducato.»

Elizabeth non poté nascondere la curiosità. «Prego, parlate pure liberamente. Vi ascolto.»

Il Capitano si chinò per poggiare il bicchiere sulla tolda, senza però distogliere lo sguardo da lei. «Mi chiedevo se qualcuno avesse un posto speciale nel vostro cuore» proferì.

Lei impiegò qualche istante per riprendersi dalla sorpresa. «Mi state chiedendo se sono impegnata con qualche gentiluomo?» indagò, un po’ confusa dalla scelta di parole. Nessuno degli scapoli dell’alta società londinese avrebbe posto la questione in quel modo.

«Esatto» annuì Reynolds, serio. «Lo siete?»

Per un attimo il volto di Kenneth invase la sua mente. Fu per scacciarlo che scosse la testa con forza. «No, non lo sono» rispose in fretta.

Il sorriso del Capitano si allargò. «Mi fa piacere sentirvelo dire. E mi consente di introdurre anche l’altro argomento di cui vorrei parlarvi. Vedete, Milady, io ho visitato molti posti nella mia vita, credendo di bastare a me stesso, o almeno illudendomi di questo. E in tutti questi posti non ho mai incontrato una donna come voi.»

«Immagino…» Elizabeth sbatté gli occhi, cercando disperatamente qualcosa da dire, «che in India le donne abbiano la pelle più scura della mia.»

«Lasciatemi finire, vi prego» continuò Reynolds. «Non sono un uomo da tanti giri di parole, quindi ve lo dico e basta, con il cuore in mano: vorrei sposarvi, se siete d’accordo.»

La giovane fissò l’uomo con gli occhi spalancati, la mente che faticava a metabolizzare quella frase. Anche se i suoi polmoni sembravano troppo pieni per trarre un altro respiro, riuscì in qualche modo a sussurrare: «Mr Reynolds, voi scherzate.»

«Jed» la interruppe lui. «Chiamatemi pure Jed. Siamo liberi da questi formalismi, lontano dai pomposi ricevimenti della nobiltà. E comunque no, non sto scherzando. Vi sembro il tipo da scherzare su queste cose? Vi ripeto, vorrei sposarvi.»

In effetti sembrava serissimo, dovette ammettere Elizabeth. Si morse le labbra e abbassò di nuovo la testa, in preda a un vortice di emozioni contrastanti. «Non direste così se conosceste la situazione finanziaria della famiglia» ammise in un bisbiglio.

Inaspettatamente, il Capitano scoppiò a ridere. «Milady, per chi mi prendete? Non sono un signorotto inglese con la puzza sotto il naso, più interessato al buon nome della sottana che rincorre - Perdonate il mio modo di parlare franco! -, piuttosto che a ciò che si nasconde sotto di essa. Sono americano e non cerco né titoli nobiliari né ricchezze. Dei primi, perdonate ancora la libertà di linguaggio, me ne frego. In quanto alle ricchezze, cerco di procurarmele da solo.» Si protese e le poggiò arditamente le dita intorno alle braccia, per poi muoverle con delicatezza fino alle mani tremanti. «Non dovete rispondermi adesso, rimarrò a Londra fino a primavera. Non è mia intenzione forzarvi, ma...» lanciò un’occhiata verso poppa, dove Justine aveva appena finito di divertirsi con il timone, «promettete almeno di pensare alla mia proposta?»

Elizabeth indugiò, ancora troppo scossa per replicare in modo assennato. Le parole del Capitano erano state così chiare e dirette, facevano sembrare tutto così semplice…

Niente più ansie per la situazione economica della sua famiglia, niente più la difficoltà di trovare un buon partito, se la loro reale condizione fosse divenuta di dominio pubblico, niente più umiliazioni per obbedire a suo padre e a Kenneth, che a quel punto non avrebbe più potuto ricattarla.

«Io...». Si umettò le labbra, schiarendosi la gola. «Prometto che ci penserò» annuì. Stava per aggiungere altro, ma si interruppe quando con la coda dell’occhio scorse una zazzera rossiccia saltellare sopra la passerella della nave.

Un ragazzino stava salendo a bordo e, dietro di lui, il volto così furibondo da far paura, veniva Kenneth.

«A cosa penserete, Milady?» domandò gelido il duca di Wellesley.

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