VENDETTA D'AMORE
Capitolo 17 di 26

Scritto il 28/07/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


Justine diede di talloni sulla pancia della cavalla. I rintocchi del Big Ben sfumavano, portati via dal vento che faceva vorticare le foglie venate di giallo e di ocra, e lei non voleva fare tardi per la gara.

Ci sarà anche David ad assistere?, non poté fare a meno di chiedersi.

Era molto probabile, considerò.

Perché avrebbe dovuto lasciar andare da solo il padre?

Quanto al suo, di padre, il conte di Halifax ancora non aveva scoperto che la figlia si era impegnata in quella piccola gara clandestina, altrimenti l’avrebbe chiusa in casa, inviando una pomposa lettera di scuse al conte di Rutherford. Non si illudeva che la voce non si sarebbe sparsa, il parco era sempre molto affollato di domenica pomeriggio, a meno che non fosse in programma qualche spettacolo o un importante ricevimento. Ma una volta fatto ciò che voleva, che le importava di sorbirsi una sfuriata? Un’oretta dei soliti rimproveri - doveva imparare a comportarsi come una nobildonna, se continuava a far così nessuno l’avrebbe voluta, era un motivo di imbarazzo per la famiglia e bla bla bla... -, e la cosa sarebbe finita lì.

Justine aveva imparato da tempo che con suo padre era più semplice chiedere scusa dopo, che chiedere il permesso prima.

Trotterellò attraverso una delle arcate della Grand Entrance di Hyde Park. I cancelli di ferro e bronzo erano aperti e lasciavano entrare pedoni e le carrozze dei nobili, che si godevano uno degli ultimi soli della stagione, in attesa dell’inverno.

Bene, era il tempo ideale per una bella galoppata.

Tirava forse un po’ troppo vento, che avrebbe fatto innervosire i cavalli, ma aveva temuto che la pioggia potesse far rimandare la gara, aumentando il rischio che arrivasse alle orecchie della sua famiglia. Superò una carrozza aperta, dove una giovane coppia sedeva compostamente a consona distanza l’uno dall’altra, discorrendo del tempo atmosferico sotto lo sguardo attento del cocchiere, quando nei loro occhi si leggeva invece che avrebbero voluto soltanto fermarsi dietro qualche cespuglio e baciarsi lontano da occhi indiscreti. Entrambi la fissarono a occhi sgranati, come se avessero visto un fantasma, quando notarono i suoi vestiti.

Justine sogghignò e passò oltre, immergendosi nei viali alberati. Al suo fianco, a un angolo del parco, un gruppo di donne era raccolto intorno a un piccolo palco improvvisato. Una di loro vi era salita e stava parlando, il volto determinato sotto il cappellino, agitando un pugno.

«... e se non lottiamo per ciò che ci spetta, non otterremo mai diritti dagli uomini…» fece in tempo a udire prima che il vento spingesse via le altre parole.

In un altro momento si sarebbe fermata ad ascoltare, incuriosita ed eccitata, unendosi a quelle donne di tutte le classi sociali - cosa che avrebbe fatto rizzare al conte di Halifax i pochi capelli che gli rimanevano in testa - ma quel pomeriggio era già occupata. Si limitò a lanciare un’occhiata piena di rimpianto al gruppetto, ma non poteva rimangiarsi gli impegni presi.

La prossima volta, si ripromise. Magari avrebbe potuto scrivere anche una lettera al Times sull’argomento. Suo cugino di terzo grado, Matthew, era giornalista - un mestiere indecoroso per un nobiluomo, diceva sempre il genitore - e poteva darle una mano.

Finalmente scorse il luccichio dell’acqua ammiccare tra il giallo intenso del tappeto di foglie secche. Costeggiò al piccolo trotto la Serpentine e giunse al ponte, il luogo dell’appuntamento. Come immaginava, David e suo padre erano già là. Parlavano tra loro, entrambi in sella con i cilindri sulla testa, ma si interruppero non appena la videro e le vennero incontro.

«Buon pomeriggio, Lady Justine» proferì il Visconte portando la mano al cappello e chinando la testa in un educato gesto di saluto, subito imitato dall’uomo più anziano.

«Buon pomeriggio a voi, miei Signori» rispose lei. «Perdonate se vi ho fatto aspettare.»

«Siete in perfetto orario, Milady» concesse Lord Robert, una ruga sulla fronte ampia.

Si accorse che stava osservando con attenzione e una punta di sconcerto le brache da uomo che aveva indossato per l’occasione. «In orario e impaziente di cominciare la nostra gara» replicò tuttavia mantenendo impeccabile il suo sorriso e mascherando la punta di divertita soddisfazione. «A meno che non vogliate avere più tempo per rimirare il mio abbigliamento, o commentare in proposito. Sapete, sono abbastanza sicura di vincere, ma una gonna mi avrebbe impacciato troppo, e dato a voi un eccessivo vantaggio. Se lo gradite, comunque, posso consentirvi di partire cento passi più avanti rispetto al mio cavallo.»

David emise un suono soffocato per trattenere una risata.

Il conte di Rutherford adesso era apertamente sconcertato e, per un attimo, lei temette di aver osato troppo e che avrebbe annullato la gara, rispedendola a casa rinchiusa in una carrozza, ma alla fine il nobiluomo si limitò a tossicchiare e a inarcare un sopracciglio.

«Non ho bisogno di questa gentilezza da parte vostra» replicò in tono formale. «Era solo mia premura che voi non foste, come dire... scomoda, abbigliata così.»

«Non preoccupatevi, Milord, sono più che comoda» sorrise amabilmente la fanciulla. «Il mio abbigliamento così simile al vostro riflette soltanto la volontà di gareggiare ad armi pari. Ma se volete, la prossima volta possiamo indossare entrambi una gonna.»

David stava diventando paonazzo, ma Justine non riuscì a capire se fosse per l’imbarazzo o per trattenere le risate. In compenso, Rutherford non batté ciglio.

«Le mie vecchie gambe non sono certo attraenti come le vostre. Non vorrei esporre gli eventuali spettatori a uno spettacolo indecente» replicò tranquillo, facendo voltare il cavallo. «Possiamo cominciare la gara?» domandò.

«Non vedo l’ora» rispose prontamente lei.

«Se per voi va bene, partiremo da qui e seguiremo il sentiero lungo la Serpentine fino ad arrivare all’altro lato del ponte: sarà quello il nostro traguardo. David sarà il nostro giudice. Approvate?» propose il Conte.

«Approvo in pieno» annuì stringendo emozionata le redini della cavalla. «Al vostro segnale.»

 

 

«Su, entra, piccola peste!» ruggì il duca di Wellesley trascinando per la collottola Semola nello studio.

Elizabeth, ritornata presentabile, era seduta sul divano, un libro posato sulla gonna. Kenneth ci aveva messo un bel po’ a tornare, così aveva ingannato l’attesa leggendo, ma ora, vedendo l’aria spaesata di quel bambino dal viso spruzzato di lentiggini e dall’irsuta zazzera di capelli rossi, mise subito da parte il voluminoso tomo che narrava gli avventurosi viaggi per mare del re d’Itaca Odisseo, di ritorno dalla guerra di Troia, e dedicò tutta la propria attenzione al ragazzino che aveva conosciuto quella mattina al porto.

Si alzò, fulminando Kenneth con un’occhiata, e raggiunse il piccolo prendendolo per mano, quindi lo condusse sul divano e lo fece sedere accanto a sé. «Che ha fatto?» prese la parola, attraversata da un moto di tenerezza.

«Il suo solito: combinare guai» abbaiò l’uomo rivolgendo al suo piccolo protetto uno sguardo truce.

«Non è stata solo colpa mia, ha cominciato lui… quel ciccione!» tentò di difendersi Nathaniel, gli occhi color nocciola pieni di sdegno.

«Lui afferma lo stesso, quindi come la mettiamo?» sostenne Wellesley mettendosi le mani sui fianchi in una posa battagliera.

«Certo, tanto lo so che darete ragione a lui» mormorò il ragazzino tra i denti. «So solo spazzare i camini, a chi volete che importi di quello che ho da dire?»

Kenneth si passò una mano tra la folta chioma, poi emise un sospiro. Si avvicinò a Semola e si inginocchiò di fronte a lui, guardandolo fisso negli occhi. «Spiegami come è andata. Con calma e senza dare di matto, come tuo solito.»

«E voi promettete che crederete a quello che vi dirò?» replicò il piccolo ometto. «Perché sarà la pura verità, ve lo garantisco.»

«D’accordo» annuì il Duca. «Lo prometto».

Il ragazzino assentì una volta col capo, quindi cominciò a esporre la sua versione dei fatti. «Quando siamo arrivati a casa dal porto, sono andato nella stalla a dare uno zuccherino a Daisy, lo sapete che è la mia cavalla preferita. Poi mi sono seduto su una panca in giardino, vicino alla fontana dei pesci rossi. Stavo gettando loro qualche briciola di pane, quando è arrivato il figlio del barone di Hudson.»

Nathaniel fece una pausa e guardò entrambi gli adulti, esitante.

«Su, tesoro, va avanti» lo incalzò Elizabeth stringendogli la mano per incitarlo a proseguire.

«Ha cominciato a prendermi in giro, ha detto che ho le lentiggini e mi ha chiamato carota poco cresciuta.» Il bambino si raddrizzò, come se volesse apparire più alto. «Allora io gli ho chiesto se avesse ingoiato un cocomero, visto che la sua pancia sembra sul punto di scoppiare.»

Kenneth sospirò, ma Semola proseguì imperterrito. «E poi lui ha detto che sono un bastardo senza palle, che mia mamma era una puttana e che mi ha partorito in chissà quale bordello. Io... ecco, ho scavalcato il cancello e gliene ho date. Parecchie. La mamma non si tocca» affermò, lottando adesso per non piangere. «Lei mi voleva bene e adesso è un angelo e sta con Dio in paradiso» concluse abbassando il capo per non far scorgere le lacrime che gli rigavano il volto.

Elizabeth e Kenneth si guardarono, entrambi scossi, poi la fanciulla circondò le spalle del ragazzo con un braccio e gli baciò la testolina rossa. «Certo che la tua mamma ti voleva bene» gli mormorò tra i capelli. «E sono sicura che da lassù ti protegga. Non ti ha fatto incontrare il Duca? Lui non permetterà che ti accada nulla di male, vedrai» proferì incontrando gli occhi scuri dell’uomo. E credeva realmente in ciò che diceva, perché egli poteva avere mille difetti, ma era leale con coloro che amava.

E amava quel bambino, su questo non c’erano dubbi.

Peccato che ciò non valga più per me, pensò tra sé e sé, rammaricata.

Kenneth era rimasto sbalordito dalle parole pronunciate da Elizabeth, anche se fece di tutto per non darlo a vedere: sapere che lei riponeva una tale fiducia, in lui, non lo lasciava indifferente. «Ehi, piccola peste, guardami!» disse rivolto al ragazzino.

Quest’ultimo tirò su con il naso un paio di volte, poi si asciugò il volto con la manica della giacca. Solo allora sollevò lo sguardo. «Sono pronto per la punizione adesso» disse con un filo di voce, guardandolo dritto negli occhi. Con coraggio. «Volete che me ne vada?»

«Di che diavolo stai parlando, ragazzo?» Kenneth aggrottò le sopracciglia. «Tu non vai proprio da nessuna parte» affermò.

Semola sbarrò gli occhi, mentre una flebile speranza cominciava a gorgogliare nel suo cuore. «Allora… allora mi credete?» farfugliò, le labbra che si aprivano in un sorriso.

«Io mantengo sempre le promesse» dichiarò il Duca, serio. «Tuttavia devo ricordarti che non è con la violenza che si ottiene il rispetto delle persone. Anche e soprattutto di quelle che non se lo meritano.»

«Lo so» annuì Nathaniel, «ma quando ha insultato mia madre…».

«D’accordo» lo interruppe Kenneth. «Ma ti conviene capire sin da subito che certa gente non ti permetterà mai di dimenticare le tue origini, né adesso né in futuro.» Lanciò un’occhiata fugace verso Elizabeth e la vide mordersi un labbro, turbata. La ignorò. «Fattene una ragione e usa la cosa a tuo vantaggio, facendone la tua corazza. Pensa solo a ciò che vorresti fare nella vita, a ciò che ti renderebbe felice. Non sarà un titolo nobiliare a fare di te un uomo, ma ciò che riuscirai a fare per gli altri, soprattutto per i meno fortunati. Saranno solo le tue azioni a far sì che la gente si ricordi di te come persona, non per il tuo titolo.»

«Ho capito» annuì Semola. «E giuro che da oggi in poi mi impegnerò per non farvi vergognare di me. Andrò persino a scuola, se davvero lo volete.»

«Molto bene» ridacchiò Kenneth scompigliandogli i capelli, «ne riparleremo tra qualche mese, allora. Adesso però levati dai piedi e vai in cucina dalla signora Watson. Oggi ha preparato la torta di mele, la tua preferita.»

Il ragazzino si alzò subito in piedi e corse alla porta. Stava per varcare la soglia, quando si voltò. «Mi avete detto di capire chi voglio diventare» disse, «ma io lo so già. Voglio diventare come voi, perché siete un uomo buono e generoso. Gli altri nobili mi avrebbero fatto arrestare dai gendarmi quel giorno, invece mi avete accolto nella vostra casa e trattato come un figlio. E i soldi che date per quel posto, quello dove accolgono i mendicanti, così hanno un tetto sulla testa durante l’inverno... non lo dimenticherò, vi assicuro, e un giorno vi renderò fiero di me» dichiarò con convinzione.

«Io sono già fiero di te» replicò lui. Era visibilmente commosso, ma si ricompose subito. «Su, saluta come si deve Lady Elizabeth e sparisci» aggiunse burbero.

Semola si inchinò e regalò alla gentildonna un sorriso radioso, poi sparì in un lampo lasciando spalancati i battenti.

«Quel ragazzino mi farà venire i capelli bianchi prima del tempo» disse scuotendo la testa e fingendosi esasperato, mentre si accomodava al suo fianco sul divano.

Elizabeth non si fece ingannare neppure per un momento e allungò una mano, stringendogli il braccio. «È molto bello ciò che hai fatto per lui, e anche quello che stai facendo per quei poveretti. Ti ammiro» sostenne, sincera.

«Grazie» rispose Kenneth.

Non ci furono altre parole tra loro. Restarono a guardarsi per un lungo momento, poi lui abbassò lo sguardo su quelle labbra morbide. Erano dischiuse, come in un invito.

Un invito che non poté rifiutare.

Abbassò la testa, le accarezzò la bocca con la lingua ed entrò lentamente, assaporandola.

Elizabeth si lasciò andare contro il torace di Kenneth e si lasciò baciare, dimentica di tutto il resto. Quando lui le mise una mano sul seno sospirò di beatitudine, ma fu questione di pochi istanti, perché all’improvviso si ritrovò a stringere l’aria. Aprì gli occhi, confusa, e vide che lui si era alzato in piedi e stava guardando verso l’entrata dello studio. Solo allora si accorse del rumore di passi in avvicinamento. Pochi istanti dopo, un uomo comparve sulla soglia.

«Vostra Grazia, il barone di Hudson vi attende in salotto, come da vostre disposizioni» annunciò il suo valletto personale. «E la carrozza per condurre la vostra ospite a casa è pronta.»

«Grazie, Andrew» annuì il Duca cercando di tenere sotto controllo l’irritazione che lo aveva assalito: era la seconda volta che veniva interrotto sul più bello. Tuttavia fece buon viso a cattivo gioco e andò a prendere il mantello di Elizabeth dallo schienale della sedia sul quale era poggiato, aiutando la ragazza a indossarlo. «Continueremo a discutere del nostro progetto in un altro momento, Milady» disse a beneficio del domestico. «Purtroppo devo risolvere quest’incresciosa faccenda con il mio vicino» concluse.

Lei s’inchinò con grazia. «Ma certo» annuì con un sorriso. Dopo un cortese saluto raggiunse il servitore, che la scortò fuori del palazzo.

Una volta solo, Kenneth andò verso il camino e prelevò un sigaro dalla scatola d’argento posata sulla mensola. Lo accese, aspirando una lunga boccata, gli occhi assorti sui ciocchi ardenti del camino, ma non li vedeva realmente. Aprì la bocca per espirare e, mentre la nuvola di fumo si disperdeva nell’aria, non poté fare a meno di pensare che quel giorno qualcosa tra lui ed Elizabeth era cambiato. Per un glorioso momento, poco prima, aveva rivisto in lei la stessa donna di cui si era innamorato un anno prima.

Ma poteva davvero credere che fosse così?

Che provasse qualcosa per lui, oltre all’attrazione fisica che indubbiamente li legava?

Oppure lo stava di nuovo ingannando, aspettando l’occasione giusta per pugnalarlo alle spalle?

«Dannazione!» imprecò lanciando il sigaro tra le fiamme, mentre il cuore e la ragione combattevano una sanguinosa battaglia dentro di lui.

 

 

Quando entrò nel salotto, a passi rigidi, il barone di Hudson lo stava aspettando impaziente. La sua vista non contribuì a far sbollire la rabbia di Kenneth, anzi, la rinfocolò come alcool puro gettato su una ferita.

Hudson sedeva affondato su una delle poltroncine foderate di seta damascata, tra cuscini di velluto, l’espressione sdegnosa e annoiata di chi vorrebbe essere da tutt’altra parte ed è deciso a palesarlo con tutte le sue forze. Aveva disdegnato il vassoio di pasticcini prontamente allestito dai domestici, cosa di cui Kenneth non poteva biasimarlo, visto che la sua pancia prominente premeva sul panciotto ricamato e sembrava sul punto di farne saltare i bottoni da un momento all’altro.

Un ciccione che ha ingoiato un cocomero!, non poté fare a meno di pensare. A quanto pareva la definizione di Semola era applicabile tanto al figlio, quanto al padre.

Ma Hudson non aveva tenuto a bada le sue dita grassocce nel disperato tentativo di mantenere la linea, certo che no. L’aveva fatto per umiliarlo, rifiutando la sua ospitalità, e perché la cosa fosse inequivocabile, si era permesso addirittura di poggiare i piedi sul tavolinetto accanto al vassoio.

Kenneth fissò la punta di quegli stivali scamosciati che stavano lasciando un’impronta di fango sul legno pregiato.

Una chiara sfida.

Al suo ingresso, il Barone si voltò.

«Allora, Vostra Grazia?» lo apostrofò duramente. Non accennò a togliere i piedi dal tavolo. «Sono venuto a pretendere delle scuse.»

Lui non replicò. Con la schiena dritta, andò a versarsi del liquore in un calice e rimase a fissare il liquido ambrato per qualche attimo, in completo silenzio. Non fece cenno di volersi sedere davanti al suo interlocutore, che si agitò, spazientito.

«Ebbene?» insistette poi.

«Quali scuse?» domandò il duca di Wellesley, la voce bassa e trattenuta a stento.

Ma Hudson non parve accorgersi della minaccia implicita. Proseguì, con la boria di chi non è abituato a essere contraddetto. «Per Dio, non fatemi perdere altro tempo, ho molti affari importanti di cui occuparmi» sbottò.

Kenneth presunse che dovesse essere in ritardo per la solita partita al Club con gli amici. «Il vostro giovane servo ha osato mettere le mani addosso a mio figlio. Vi rendete conto?»

Dovette interrompersi un attimo per riprendere fiato. Il doppio mento gli tremava per lo sdegno. «Esigo che gli sia elargita subito una punizione esemplare. Certa feccia merita soltanto la frusta o la galera. E vi consiglio di allontanarlo al più presto, perché la sua presenza offende tanto la vostra casa, quanto quella dei vostri nobili vicini.»

Mentre tu non sei un vero nobile!

Questo Hudson non lo disse, ma era implicito nel suo tono sprezzante. Se lo sentì scivolare addosso, appiccicoso come uno sputo. Serrò il calice tra le dita, fino a percepire ogni increspatura del vetro contro il palmo.

«Mi rendo conto» rispose grave.

Sul volto rotondo e paffuto del barone di Hudson affiorò un sorriso trionfante.

«Mi rendo conto che vostro figlio ha recato una grave offesa al mio giovane protetto, e l’ha fatto volontariamente e con consapevolezza» proseguì Kenneth senza battere ciglio. «Per quello che mi riguarda, meritava che qualcuno gli insegnasse a tenere la lingua a posto.»

Il sorriso di Hudson si deformò in una smorfia stupefatta, come se non credesse a ciò che aveva appena udito, poi le guance gli si gonfiarono per l’ira. Balzò in piedi, quasi rovesciando indietro la poltroncina, nello slancio. «Come osate?» cominciò, furibondo.

Kenneth non lo lasciò proseguire. «Come osate voi alzare la voce nella mia casa!?» lo interruppe con un tono tagliente e per nulla intimorito, fronteggiandolo a testa alta. «Adesso sono io che pretendo le vostre scuse. E quelle di vostro figlio. Mi sono stupito della sua maleducazione, quando Nathaniel mi ha raccontato come si sono svolti i fatti, ma adesso capisco bene da chi ha preso l’esempio.»

«Voi... voi non sapete con chi state parlando!» farfugliò Hudson. Una grossa vena gli pulsava sulla tempia canuta e sembrava sul punto di scoppiare.

«Al contrario, lo so benissimo» replicò Wellesley. «Solo per questo non ho ordinato ai miei servi di scacciarvi dalla mia casa a calci. Ma non vi userò ancora questa premura, la prossima volta, se vostro figlio si azzarderà a offendere ancora il mio ragazzo.»

«Il vostro ragazzo?» Hudson emise una risata chioccia. «Dunque è così, vi dilettate con lui in quel modo? Bene, vi piace la carne tenera, di questo non posso certo biasimarvi» continuò con un sorriso lascivo. «Ma vi consiglio di trovarvi un altro svago, perché se quel piccolo pezzente non sparirà dalla mia vista, giuro che io...».

Non poté proseguire: Kenneth era già scattato.

Lasciò cadere il calice e, con un’agilità quasi felina, divorò la poca distanza che lo separava dal Barone e lo afferrò per le spalle. L’uomo non se lo aspettava e non ebbe i riflessi pronti per reagire in alcun modo. Lo spinse indietro e lo sbatté con forza contro la parete. La nuca di Hudson fece un suono cupo, come il rintocco di una campana, e un gemito strozzato gli sfuggì dalla gola.

«Non fate promesse che non potete mantenere» lo ammonì, la voce ridotta a un sibilo minaccioso. «E adesso ascoltate cosa succederà. Voi riprenderete il vostro cappello e il vostro bastone, ve ne andrete da questa casa e non vi rimetterete più piede. Quanto a vostro figlio, se si azzarderà a pronunciare un’altra parola sulla madre di Nathaniel, o su di lui, mi incaricherò personalmente di fargli provare la cinghia. E se soltanto penserete di prendervela con il mio ragazzo, verrò a prendervi, vi taglierò la vostra inutile gola e getterò il vostro cadavere nel Tamigi. Sono certo che i pesci avranno di che cibarsi a lungo. Sono stato abbastanza chiaro?»

Gocce di sudore scivolarono lungo le tempie calve di Hudson e gli rigarono il volto rigonfio che impallidiva a vista d’occhio.

«C-chiaro» balbettò.

«Molto bene.» Kenneth lo lasciò andare di scatto, come se solo il pensiero di toccarlo più a lungo lo disgustasse. «Adesso sparite. Vi garantisco che il mio pupillo non sconfinerà più nella vostra proprietà. Mi aspetto che voi e vostro figlio facciate lo stesso.»

Hudson si massaggiò la nuca, il respiro affannoso e gli occhi spiritati. «Vostro padre non si sarebbe mai comportato in una maniera simile. Voi non siete un gentiluomo...».

«Mai chiesto di esserlo» tagliò corto lui, gelido, voltandogli le spalle per dimostrare che la conversazione era conclusa. Buon Dio, ma quell’idiota non si rendeva conto che, se non se ne andava subito, gli avrebbe spaccato il naso, rendendo ancora più brutta la sua faccia? «Buona serata, Milord.»

Hudson non rispose al saluto. Si rassettò il panciotto, raccolse i pezzi della propria dignità e si diresse verso l’uscita, varcando la soglia senza voltarsi indietro.

Non ho mai chiesto di essere un gentiluomo, né voglio esserlo!, rifletté tra sé lasciandosi cadere sulla poltroncina. Rimase a lungo a fissare il liquore rovesciato che si allargava sul tappeto del salotto in una macchia scura, filtrando fino al pavimento sottostante, come la sua rabbia. Goccia dopo goccia, la fece fluire via fin quando non rimase soltanto un alveo vuoto e freddo scavato nel suo petto.

FINE CAPITOLO
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