«Non credo di aver capito bene quello che hai detto» esclamò Kenneth, teso come una corda di violino, rivolto al suo migliore amico. Era seduto sul sedile della carrozza del Visconte. Si stavano recando insieme al ricevimento degli Swire, al quale sarebbe intervenuta mezza Londra. David era passato a prenderlo, come d’accordo. Il conte di Rutherford non era con lui, perché aveva dovuto sbrigare una commissione. Sarebbe venuto alla festa per conto suo.
David studiò per qualche attimo il volto rabbuiato del duca di Wellesley. «Temo, al contrario, che tu abbia capito benissimo» affermò. «L’ho appreso questa mattina da Reynolds in persona, quando mi sono recato ai docks.»
Un cupo silenzio discese all’interno dell’abitacolo e la temperatura parve farsi di colpo gelida. Il Visconte si aspettava uno scoppio d’ira da parte dell’amico, invece Kenneth sembrava una statua di ghiaccio. Solo gli occhi scuri ardevano, come febbricitanti.
Ma Kenneth era molto più sconvolto: era livido di rabbia, perché ancora una volta si era lasciato gabbare da Elizabeth e dal suo faccino d’angelo che nascondeva un’anima nera come il peccato. Quando l’aveva interrogata su cosa le avesse detto il Capitano, quella maledetta mattina al porto, lei aveva pensato bene di omettere che quel bastardo le aveva chiesto di sposarlo.
Ma perché avrebbe dovuto dirglielo?
In fondo era solo una spudorata bugiarda, no?
Dunque era questa la cosa a cui doveva pensare, rifletté, fulminato dal ricordo di quella frase. La bile gli risalì fino alla gola, amara come il veleno. Si era fatto irretire ancora una volta da quegli occhioni finti e innocenti, ma non sarebbe successo mai più. Sollevò lo sguardo e aggrottò la fronte dinanzi all’espressione interrogativa di David. «Cosa c’è?» sbottò.
«Non hai sentito neanche una parola di quello che ho detto, vero?» replicò l’amico.
Si limitò a scrollare le spalle.
«Ti ho chiesto cosa hai intenzione di fare adesso» riprese il Visconte.
«Meglio che tu non lo sappia» replicò, lugubre. Dopo sollevò un lembo della tendina di pizzo e guardò fuori dal finestrino. Non aprì più bocca per tutto il tragitto.
David rilassò le spalle sul sedile, incrociando le braccia sul petto. Non fece nessun tentativo di riprendere la conversazione, piuttosto lasciò l’amico a cuocere nel suo brodo. Il piano stava andando a gonfie vele e la confidenza del Capitano Reynolds era cascata proprio a fagiolo. Quasi gli dispiacque per la dolce Lady Elizabeth. Non avrebbe voluto trovarsi nei suoi panni di lì a breve. Kenneth appariva davvero furioso.
Ma ne varrà la pena, si consolò, perché prima che quella serata finisse il duca di Wellesley, volente o nolente, avrebbe avuto ciò che aveva sempre desiderato: la sua Elizabeth. Anche se faceva di tutto per negare a se stesso che fosse così.
La grande casa londinese dei baroni di Swire traboccava di invitati rigorosamente in maschera, quando Elizabeth e sua madre varcarono la soglia. Vennero accolti dal barone e dalla sua giovane sposa, travestiti da Re Enrico VIII e Anna Bolena, ai piedi dell’enorme scalinata di marmo che conduceva ai piani superiori. L’anticamera, con le pareti splendidamente affrescate, era illuminata a giorno dall’enorme lampadario in ferro battuto appeso al soffitto dalla volta altissima. Aveva un centinaio di bracci stilizzati che assomigliavano a foglie d’acanto e, in ognuno di essi, erano inseriti dei supporti che reggevano altrettante candele che sicuramente entro breve sarebbero state sostituite dalle lampadine a gas, evitando il fastidio della cera che cadeva sui preziosi tappeti o sulle teste di coloro che passavano di sotto, se non stavano attenti a dove mettevano i piedi.
In previsione di ciò, Elizabeth e sua madre ebbero cura di mantenersi a destra dei loro anfitrioni, mentre porgevano i loro omaggi. Non si tolsero la maschera, com’era d’obbligo nei ricevimenti di quel genere, ma si presentarono con i loro nomi.
«Lady Costance!» esclamò la Baronessa con un sorriso sincero dipinto sul volto. «Siete bellissima, sembrate davvero una nobildonna francese del ‘500, lasciatevelo dire.» La baciò su entrambe le guance.
«Sono lieto che abbiate scelto il nostro umile ricevimento per il vostro rientro in società, Lady Clarendon» disse il Barone di Swire sfiorando la mano della Contessa con un bacio. «Permettetemi di dire che io e mia moglie siamo lieti della vostra ritrovata salute e siamo certi che voi e la vostra splendida figlia sarete il fiore all’occhiello di questa festa» concluse galante.
Elizabeth arrossì di piacere sotto la maschera. Pensò che il merito era dovuto, in gran parte, al vestito che Kenneth le aveva regalato. Si domandò se lui fosse già arrivato: il pensiero di rivederlo la faceva fremere di anticipazione. «Siete troppo gentile, Milord» replicò accennando una breve riverenza, quindi dopo qualche altro piccolo scambio di battute, si congedarono e lasciarono il posto agli altri invitati in fila dietro di loro, dirigendosi verso il salone da ballo.
Ma dov’è finito?
Lady Justine era ferma dinanzi al tavolo dei rinfreschi, una coppa di punch tra le mani. Di tanto in tanto la portava alle labbra, ma senza assaporarla veramente, perché la sua testa era altrove. Teneva lo sguardo incollato sull’entrata della sala, spiando gli invitanti che fluivano all’interno a piccoli gruppi, ma fino a quel momento nessuno dei suoi bersagli si era fatto vedere.
Che fine ha fatto David? Perché non è ancora arrivato?, si ripeté, infastidita.
Sperava solo che il Visconte non avesse cambiato idea riguardo al piano che avevano preparato per incastrare Elizabeth e il Duca di Wellesley.
Nei giorni precedenti, come promesso, era passato a trovarla per mettere a punto la trappola - come la definiva lui - e in entrambe le occasioni a un certo punto, senza nemmeno rendersene conto, si erano ritrovati avvinghiati in giardino.
Avvertì una vampata di calore sprigionarsi dal petto e risalirle fino al volto, al ricordo delle emozioni che aveva provato quando il Visconte le aveva sfiorato il collo, molto più di quello che consentisse la decenza.
«Ho quasi paura di chiederti perché sei così agitata.» La voce di suo fratello la riportò bruscamente con i piedi per terra.
«Non sono agitata» replicò in fretta.
Troppo in fretta.
Se ne accorse e, per sventare i sospetti di Charles, ricorse al sorriso più innocente del suo repertorio e lo prese sottobraccio, sospingendolo gentilmente nei pressi di una delle quattro colonne di marmo che sorreggevano la volta del salone.
«Non m’incanti, Scricciolo» replicò il giovane Tremaine, travestito da Shakespeare, agitando un dito in aria. «Ti conosco troppo bene, e quando hai quella luce negli occhi significa che hai in mente qualcosa. E so già che non porterà altro che guai. Come quella bravata a Hyde Park con il conte di Rutherford.»
Justine sbuffò in modo molto poco signorile, ma si riprese subito. «A cosa ti riferisci esattamente?» domandò con voce mielata. Del resto, se Charles avesse saputo dell’altra bravata, quella dietro al cespuglio con il Visconte Fitzgerald, e quello che avevano fatto nel giardino della loro casa...
Il fratello la guardò storto. «Mi chiedo ancora cosa ti sia saltato in mente. Sfidare Rutherford in una gara. Aspetta solo che nostro padre lo scopra… e succederà, te lo assicuro, perché i nobili londinesi sono peggio di vecchie comari, e ti ritroverai murata viva tra le mura di un convento di clausura. Quanto a me, non è detto che non mi diseredi, visto che non riesco nemmeno a tenerti a bada. Vedrai se non è così.»
«Solo se qualcuno non terrà la bocca chiusa» lo rimbeccò.
«Non osare rigirare le carte a tuo favore come fai sempre» sibilò Charles di rimando. «Mezza Londra già sparla, per non dire condanna senza riserve, quell’eccentrica di Lady Justine Tremaine.» Fece una smorfia e proseguì, prima che lei potesse ribattere. «E non dirmi che non ti importa. Deve importarti! Se non metti quella tua testolina scapestrata a posto, prima o poi ti guadagnerai l’ostracismo della società. E io, Dio mi sia testimone, non ho intenzione di permetterlo.» Il suo tono si fece duro. «Quindi d’ora in avanti la smetterai di fare di testa tua, sorella, o giuro che ti metterò sulle ginocchia, come quando eri bambina, e te le suonerò di santa ragione fino a quando non metterai un po’ di giudizio.»
Justine non aveva mai sentito Charles usare quel tono sferzante con lei. Si rimangiò la secca replica che le era affiorata alle labbra - non era certo una bambina e nessuno gliele avrebbe suonate, almeno non senza le sue veementi proteste! -, e si limitò a seguirlo con lo sguardo mentre il fratello, con un ultimo ammonimento, si allontanava per raggiungere un gruppetto di gentiluomini. Sembrava fare sul serio, ma era facile parlare, per lui.
Chi era costretto a misurare ogni parola e ogni gesto in nome di quella dorata gabbia chiamata etichetta? Chi non poteva neppure scegliere cosa indossare, figurarsi dare un’opinione su chi avrebbe dovuto sedersi nella Camera dei Lord, per decidere cosa fare della loro nazione?
Scacciò con stizza quel pensiero, del resto le cose stavano in quel modo da secoli e non poteva certo illudersi di cambiarle lei in una serata. Ma ci avrebbe provato.
Oh, se ci avrebbe provato! Per il momento, però, aveva altre questioni di cui preoccuparsi, ragionò tornando a fissare l’ingresso. Fu in quell’esatto momento che sulla soglia fecero la loro comparsa due dame elegantemente vestite: una in bianco e l’altra in rosso.
«Che mi prenda un colpo» ansimò, incapace di credere ai propri occhi, perché nella figura sottile della gentildonna abbigliata come una dama francese del’500 aveva riconosciuto la contessa di Clarendon. Quei capelli dalle sfumature biondo grano erano inconfondibili.
Sorrise, lieta che le sue parole avessero avuto effetto sulla donna, e ancor più lieta per Elizabeth: l’amica era raggiante e quella sera brillava di luce propria, attirando su di sé lo sguardo della maggior parte degli invitati alla festa.
Soprattutto quello dei gentiluomini.
«Molto bene!» considerò.
Tutto procedeva a meraviglia.
Elizabeth, ferma sullo scalino che immetteva nel grande salone dorato, lasciò vagare lo sguardo tra le centinaia di teste che affollavano il salone, alla ricerca di una in particolare. Fu attraversata da un moto di delusione quando non trovò Kenneth da nessuna parte, ma si disse che la serata era appena agli inizi e che lui non avrebbe tardato ad arrivare. Non si curò delle occhiate interessate che seguivano ogni suo passo e, insieme alla madre, si avviò verso le poltrone di velluto disposte intorno al perimetro della pista da ballo. Molte di queste erano già occupate da gentildonne e gentiluomini in avanti con gli anni. Riuscì a riconoscere molti volti, sotto il travestimento. Uno di essi apparteneva a Lady Spencer. E le due giovani donne che le sedevano compostamente al fianco dovevano essere Lady Emily e Lady Caroline, le sue due figlie.
«Venite, madre, raggiungiamo la marchesa di Spencer, sarà felice di salutarvi» propose porgendole il braccio.
Lady Clarendon la seguì, facendo attenzione a non urtare nessuno durante il cammino. La cosa, tuttavia, si rivelò più ardua del previsto. Il salone era gremito e, complice l’orlo troppo lungo del vestito, quanto la debolezza delle gambe non più abituate a sforzi prolungati, la Contessa finì addosso a uno dei gentiluomini che, di spalle, stava osservando le coppie ballare. Nell’urto la maschera di velluto che le celava il volto finì per terra e lei si chinò per recuperarla.
Lo stesso fece galantemente l’uomo. «Perdonate, Milady...» cominciò, poi si bloccò di colpo, la mano ancora tesa.
Per un attimo il tempo sembrò fermarsi. Il sorriso morì sulle labbra di Lady Costance, e il volto perse il poco colore che aveva. «Robert!» mormorò con un filo di voce.
Il conte di Rutherford dava l’impressione di aver appena ricevuto un pugno nello stomaco. Dalla sua bocca uscì un gemito strozzato e per un lungo momento rimase così, impietrito, come se non sapesse cosa dire. Poi finalmente parve rammentarsi del luogo ove si trovava.
Si raddrizzò, facendo un passo indietro, e si inchinò formalmente. «Lady Clarendon, è un immenso piacere rivedervi» pronunciò, compito. Dopo accennò un saluto verso una stupitissima Elizabeth. «Milady!»
«Buonasera, Conte» replicò lei facendo vagare lo sguardo dalla madre al gentiluomo. Non sapeva che si conoscessero, fino a quella sera, e si chiese perché la Contessa apparisse così turbata da quell’incontro.
Molto più che turbata, considerò notando che non riusciva a distogliere gli occhi da Rutherford.
Stava per chiedere spiegazioni, incuriosita, quando il tempestivo arrivo di Justine glielo impedì. L’amica indossava una voluminosa parrucca nera in testa, cosparsa di perline. Arrivò come un tornado, come suo solito, e calamitò immediatamente l’attenzione su di sé.
«Che piacere rivedervi, Lady Costance!» esclamò prendendo le mani della donna tra le sue e stringendole con esuberanza. «Siete davvero splendida stasera.»
Lady Clarendon sorrise. «Anche per me è un piacere rivedervi, mia cara» disse soltanto, ma il suo sguardo esprimeva un qualcosa di più che Elizabeth non seppe definire.
Justine sorrise d’intesa. «Francamente, sono felice di sentirvelo dire, dopo il nostro ultimo... scambio di opinioni, ecco» commentò.
Elizabeth aggrottò la fronte, sempre più confusa. «Di che state parlando?» domandò.
«Assolutamente nulla» minimizzò l’amica. La prese allegramente sottobraccio, dimostrandole che, di sicuro, c’era qualcosa in ballo. «Oh, vi prego di scusare la mia mancanza, Conte» disse poi rivolta a Lord Rutherford, «mi sono dimenticata di voi… ma perché, se posso osare chiedere, non indossate la maschera, visto che siamo a un ballo in costume?»
Il gentiluomo accennò un sorriso. «Domanda calzante» ammise. «Vedete, non amo molto i travestimenti, temo. A ogni modo non preoccupatevi troppo» aggiunse indulgente. «Di sicuro Lady Clarendon è molto più affascinante del sottoscritto.»
Lady Costance non replicò, e comunque Elizabeth non avrebbe sentito la risposta, perché Justine le stava praticamente slogando un braccio nel tentativo di tirarla via.
«Vi dispiace se ve la rubo?» chiese la giovane Tremaine ignorando le sue indignate proteste.
«Certo che no» rispose subito Lord Robert.
Elizabeth lanciò un’occhiata alla madre, che per tutta risposta annuì.
«Va’ pure a divertirti, tesoro» concesse. «Sto bene. Se mi sentirò stanca, mi siederò su una di quelle poltrone laggiù, sta’ tranquilla.»
Lei era restia a lasciare da sola la madre. In fondo quella era la sua prima uscita in società, dopo la malattia, ed era ancora debole. E se avesse avuto un mancamento?
Il Conte di Rutherford parve leggerle nel pensiero. «Non temete, è in buone mani» assicurò.
Pur malvolentieri, assentì. Non aveva altre scuse da addurre, se non rischiando di offendere il gentiluomo, quindi si lasciò trascinare via.
Nello stesso momento, dal lato opposto del salone, il duca di Wellesley e il Visconte David Fitzgerald facevano il loro ingresso, i volti celati da due maschere nere. A Kenneth ci volle solo un attimo per individuare Elizabeth tra la folla. Spiccava come un’orchidea in un campo di margherite, ed era bellissima come non lo era mai stata.
Non si era sbagliato: quel vestito rosso sembrava cucito su misura per lei e le modellava le forme in maniera superba. Venne assalito da una cocente ondata di desiderio, nonostante la furia che lo attanagliava. Senza perderla di vista un istante, si mosse tra la fiumana di nobili e servitori che gremivano la stanza, con l’amico che lo tallonava dappresso. Aveva percorso solo una decina di passi, quando sentì una mano posarsi invadente sul suo braccio.
«Siete voi Wellesley, vero?» cinguettò una languida voce femminile.
Kenneth si liberò dalla presa con rigido garbo, poi dedicò un’occhiata alla seducente odalisca che gli stava di fronte. «Avete indovinato, Lady Chandler» affermò alquanto freddamente, per smorzare subito qualsiasi speranza nutrisse la donna. Fece cenno di proseguire, ma la Viscontessa non glielo permise.
«Da chi vi siete mascherato?» tornò a chiedere.
«Da Francis Drake» rispose, scocciato.
«Oh, il famoso pirata» ridacchiò Lady Ginevra, gli occhi scintillanti dietro la maschera dorata. «Vi si addice» aggiunse maliziosa.
«Vi ringrazio» annuì, «ma potrei dire lo stesso di voi. Siete una tentatrice molto convincente» mormorò. Percorse la figura della donna con lo sguardo, soffermandosi sul generoso decolleté e sulle carni che si intravedevano attraverso il costume, costituito da tanti veli sovrapposti. «Tuttavia vi consiglio di gettare altrove le vostre reti, perché io non sono più interessato» proferì sbrigativo. «E ora, se volete scusarmi, devo raggiungere una persona» si congedò bruscamente.
«Accidenti, dovevi essere proprio così diretto?» borbottò David, affiancandolo.
«Sarà bene che capisca che è finita una volta per tutte» replicò Kenneth, noncurante. «Non ho nessuna voglia di sorbirmi i suoi inutili tentativi di seduzione.»
«Ti avevo detto di non invischiarti con quella donna: è pericolosa come una serpe. E non mi è piaciuta affatto la luce che aveva negli occhi quando l’hai piantata in asso in quel modo.»
«Le passerà presto, vedrai, il tempo di trovarsi qualcun altro da portarsi a letto» commentò lui, sarcastico.
David non ebbe modo di aggiungere altro, perché qualche istante più tardi raggiunsero il piccolo gruppetto di cui facevano parte Justine e Lady Elizabeth.
Quest’ultima stava appunto domandando all’amica da cosa fosse travestita.
«Da Cleopatra, non si vede?» si risentì la giovane Tremaine. «Una donna coraggiosa che governava un regno e mise in scacco sia Giulio Cesare che Marco Antonio.»
«Scusa se non ti avevo riconosciuta.»
«Ho una parrucca da egiziana. Che altro dovevo fare, girare con un aspide in mano?»
Il duca di Wellesley si intromise nel battibecco senza curarsi di apparire scortese. «Lady Elizabeth, potrei parlarvi per qualche minuto?»
Elizabeth sussultò al suono improvviso della voce di Kenneth. Si girò, felice che lui fosse arrivato, ma il sorriso le morì sulle labbra. Lui appariva palesemente furioso, sebbene cercasse di nasconderlo, ma lo conosceva troppo bene per non accorgersene. La rigidità delle spalle e la tensione che emanava a ondate dal suo corpo parlavano chiaro, e quel travestimento da pirata che aveva scelto lo faceva apparire ancora più minaccioso.
Deglutì, ma non poté far altro che poggiare una mano sul braccio proteso dell’uomo e seguirlo lontano dal salone affollato.
Lord Robert Rutherford si rivolse a Lady Costance.
«Vi va di danzare, Milady?» domandò, formale. L’orchestra aveva appena attaccato un valzer e per un attimo ripensò alla Prussia, dove era scappato anni addietro proprio per evitare momenti come quello.
Razionalmente sapeva che erano pericolosi.
La Contessa si morse un labbro. Robert colse la lotta interiore nascosta dietro a quegli occhi di un magnifico blu. «Temo sia meglio di no» rispose quasi con rassegnazione. «Non sarebbe... appropriato.»
L’uomo si lasciò sfuggire un grugnito.
Appropriato.
Già, come era stato appropriato il matrimonio che i genitori avevano approntato per entrambi, senza lasciar loro voce in capitolo. Mai, come in quel momento, detestò comportarsi in modo appropriato. Quel senso di impotenza lo riempì di frustrazione, perché Costance era ancora una donna sposata. Apparteneva a un altro e lui non poteva farci nulla. Era stato proprio per dimenticarla, e per dimenticare le ripercussioni della loro leggerezza, che aveva accettato l’incarico di ambasciatore in Prussia offertogli dalla Regina Vittoria. Perché, se fosse rimasto a Londra, sapeva che non avrebbe rinunciato a lei e a…
Scosse la testa per liberarsi da quei pensieri angosciosi. Se solo lei avesse saputo.
«Robert, cosa avete?»
La voce preoccupata di Lady Costance distolse il Conte di Rutherford dai ricordi. Tornò a fissare la donna e d’impulso fece un passo in avanti, divorando la distanza che li divideva. Ma non si spinse oltre. «Vieni con me» disse soltanto, passando al tu, a voce così bassa che persino la Contessa faticò a sentirlo.
Non era un ordine. Era un’implorazione.
Lei esitò un attimo, poi si portò la mano alla tempia e barcollò, come se fosse stata colta da una vertigine.
Lui colse al volo l’imbeccata.
«Lady Clarendon, non vi sentite bene?» Le porse il braccio. «Appoggiatevi a me.»
Lei annuì e si lasciò guidare verso il fondo della sala, nei pressi di una delle quattro portefinestre che si affacciavano sul salone. Uscirono sul terrazzo e Lord Robert adocchiò una nicchia in disparte. Se qualcuno si fosse avvicinato e li avesse visti, avrebbe pensato che la Contessa aveva avuto un mancamento e che lui l’aveva accompagnata a prendere una boccata d’aria, lontano dalla ressa. In tal modo le apparenze erano salve.
«Come stai?» le domandò. Lei aprì la bocca per parlare, ma lui la prevenne. «Come stai davvero, intendo.»
Lady Costance si morse di nuovo le labbra.
«Mi sento come se il mondo mi fosse franato sotto i piedi» ammise in un soffio incrinato dal dolore. Per un attimo il suo sguardo si fece lontano. «Come se il sole si fosse spento. So che suona lamentoso, Robert, ma tu non puoi capire...».
«Io non penso che tu sia lamentosa» la interruppe lui.
La Contessa annuì, deglutendo. «Una madre non dovrebbe mai sopravvivere ai propri figli.»
«Mi dispiace per la tua perdita» mormorò, sincero. «Ho saputo della morte del tuo ragazzo solo pochi giorni fa.» Una breve pausa, poi: «Avrei voluto esserci» disse.
«Sei gentile.» La donna abbassò la testa, rifiutando di guardarlo negli occhi, o forse nascondendo le lacrime. «Non avresti potuto fare nulla, comunque.»
«Avrei potuto offrirti il mio sostegno» insistette il Conte. «Sai che basterebbe una tua parola e io…».
«No, ti prego, non aggiungere altro» lo fermò lei, quasi spaventata. Emise un sospiro e, quando tornò a parlare, la sua voce era intrisa di rassegnazione. «La realtà non è cambiata da quando te ne sei andato.»
Lord Robert incupì lo sguardo. «Lo so» ringhiò a denti stretti.
La Contessa scosse la testa. «Sono stata felice di rivederti, stasera, Iddio solo sa quanto, ma per il bene di entrambi è meglio se rimaniamo lontani» affermò. Nei suoi occhi azzurri aleggiava una profonda malinconia.
Lui avrebbe voluto protestare, urlare la sua rabbia fino a spazzare via il salone e tutti i suoi occupanti, invece non fece nulla.
Per lei.
«D’accordo, come desideri» annuì, sconfitto. «Ma adesso balla con me, per favore. Un’ultima volta. Concedimi almeno questo.»
Lady Costance rimase in silenzio per qualche interminabile attimo e Lord Robert trattenne il respiro, temendo che lei gli rifiutasse anche quello.
Invece annuì.
«E sia» concesse in un soffio. Indossò in fretta la maschera sul volto, ma lui riuscì comunque a cogliere il luccichio sulle sue ciglia, prima che nascondesse lacrime ed emozioni dietro quella maschera di piume.
Ma in fondo non siamo tutti costretti a indossare delle maschere?, rifletté. E a volte dimentichiamo chi siamo davvero, là sotto.
Prese la mano dell’unica donna che avesse mai amato e, con dolorosa commozione, la condusse al centro della pista.
David aspettò che Kenneth e Lady Elizabeth si fossero allontanati, poi condusse via Justine con la scusa di un ballo. La giovane obbedì senza fiatare, cosa che avrebbe lasciato suo fratello Charles di stucco. Si mossero ai margini della pista, senza perdere di vista i loro amici. Quando entrambi furono scomparsi dal salone, confondendosi agli altri invitati in transito, li seguirono con discrezione.
«Non sono tagliato per fare la spia» sussurrò il Visconte, a disagio, mentre sgusciavano nel corridoio che portava all’ala ovest di Palazzo Swire. Gli sembrava di fare troppo rumore con i suoi stivali di cuoio, adesso che si stavano allontanando dalla musica. Era un miracolo che un tipo attento a ogni particolare come Kenneth non lo avesse ancora notato. Ma sembrava concentrato su Lady Elizabeth e cieco a tutto il resto.
«Nessun problema.» Justine sembrava tutto fuorché preoccupata. Eccitata, piuttosto. «Se si voltano, ci nascondiamo dietro a una colonna.»
«E se ci vedono comunque?»
«Ci inventiamo che siamo qui per...» la giovane fece un gesto vago, «insomma, come nel mio giardino» spiegò spiccia.
««Non posso dire che ne sarei dispiaciuto» commentò David.
Fu ripagato da un’occhiata penetrante. «Prima il dovere e poi il piacere» sancì la gentildonna con un sorrisetto malizioso.
Spostandosi da una nicchia all’altra, sotto il grande colonnato, videro il Duca trascinare Lady Elizabeth nella prima stanza disponibile, poi udirono la porta sbattere.
«Spero davvero che il nostro piano funzioni» mormorò David.
«Perché non dovrebbe funzionare?» domandò Justine. «E perché sei così ansioso?»
«Diciamo che non vorrei trovarmi nei panni della tua amica in questo momento» ammise il Visconte. «Non ti ha confidato che il Capitano Reynolds le ha chiesto di sposarlo?»
Justine lasciò andare di colpo il fiato, al che Fitzgerald proseguì: «Lo sospettavo. Ripensandoci adesso, forse avrei fatto meglio a non dirlo a Kenneth. Non l’ha presa affatto bene.»
«Ecco perché sembra infuriato come un orso con l’ernia» commentò la fanciulla aggrottando la fronte. «Beh, orso o non orso, se si azzarda a toccare Elizabeth, dovrà vedersela con me.»
«Buon Dio, non lo auguro a nessuno» ridacchiò David. Controllò per l’ennesima volta la stanza in cui era scomparsa la coppia, per essere sicuro di non sbagliarsi. «Ormai è tardi per recriminare. Andiamo avanti come stabilito e speriamo che Dio ce la mandi buona» disse. «Tu, piuttosto, sei pronta a recitare la tua parte?»
«Certo» rispose Justine con un lampo divertito nello sguardo. «È da un bel po’ che sogno di fare uno scherzetto del genere a Lady Chandler.»
«Molto bene» assentì il Visconte. «Allora torniamo di là e diamo inizio allo spettacolo.»
Kenneth chiuse la porta e quasi scagliò Elizabeth dall’altra parte della stanza. Dopo si liberò della maschera e la gettò sul pavimento, calpestandola nella foga di raggiungerla.
«Quando pensavi di dirmelo?» ruggì.
Lei si sentì accapponare la pelle per la paura: non capiva cosa avesse fatto di male questa volta. «Non so nemmeno di cosa tu stia parlando.»
«Ah, non lo sai?» sibilò il Duca, i denti digrignati.
«Per favore, calmati…».
«Non dirmi di calmarmi, maledizione!» tuonò l’uomo.
«Avete già progettato di fuggire insieme?» disse afferrandola per le braccia e scrollandola.
La maschera rossa scivolò dal volto esangue di Elizabeth, lasciandola completamente esposta. «Ma di cosa stai parlando?» gemette. «Davvero, non capisco.»
«Di Jed Reynolds, a chi vuoi che mi riferisca?» affermò Kenneth, disgustato. «Non ti ha forse chiesto di sposarlo?»
Lei si portò le mani al petto, ansimante. «Sì, è vero, ma come…».
«Come o da chi io l’abbia saputo non ha alcuna importanza. L’unica cosa che conta è che tu hai pensato di tenermelo nascosto per chissà quale scopo.»
«Mio Dio, non è così, te lo assicuro. È solo che sapevo che ti saresti arrabbiato, per questo ho taciuto. Le cose già erano abbastanza difficili tra di noi, ma ora…».
«Ora ho aperto gli occhi, mia cara» la interruppe il Duca, sprezzante. «Per un momento, uno stupido momento, mi sono lasciato circuire di nuovo da quella tua finta innocenza. Ma non accadrà più, te lo garantisco. Vi sarete fatti un sacco di risate alle mie spalle tu e quell’americano, non è così?»
«Kenneth, ch… che vuoi fare?» farfugliò Elizabeth.
«Quello che avrei dovuto fare settimane fa» sibilò lui. «Domani stesso pretenderò quello che è mio, e tu soddisferai ogni mio capriccio, tesoro, proprio come un bravo cagnolino. Ho pagato profumatamente, per averti, e stavolta neppure Lucifero in persona ti salverà da me.»
Gli occhi di Elizabeth si riempirono di lacrime e tutte le speranze di riconciliazione che aveva nutrito svaporarono come neve al sole.
«Non è come pensi» mormorò accorata. «Devi credermi, ti prego, non te l’ho detto perché...».
«Chiudi quella bocca, strega!» la redarguì Kenneth, duro. «D’ora in avanti la aprirai solo quando ti ordinerò di darmi piacere.»
«No.» La voce di Elizabeth si spezzò, come era in procinto di fare il suo cuore. Calde lacrime presero a scorrerle lungo le guance, ma lui non si lasciò impietosire.
«Oh sì, invece» replicò. «Anzi, che ne dici di darmi un assaggio subito?»
Lei scosse la testa. «Non qui» protestò. «Non in questa camera, di nascosto.»
«Qui e adesso!» affermò Kenneth, implacabile.
Elizabeth arretrò fino a trovarsi con le spalle contro il muro.
Il Duca le si avvicinò con l’andatura felpata di un predatore a caccia e la intrappolò, mettendole le braccia ai lati della testa e premendo i palmi sul legno. «Ti avevo avvisata di non giocare con il fuoco» insinuò, la voce poco più di un soffio minaccioso. «Adesso ti brucerai.»
Senza preavviso, afferrò la scollatura dell’abito e la tirò giù, denudandole i seni, poi li prese tra le mani e tuffò il volto in quella valle profumata. Con violenza, perché aveva bisogno di sfogare la gelosia che lo dilaniava.
Lei gemette quando lui prese a succhiarle i capezzoli e glieli morse senza pietà, facendola gridare.
«Kenneth…» respirò affannosamente. Ma quella foga, anziché spaventarla, la eccitò, che il Signore avesse pietà della sua anima lussuriosa!
«Sì, è solo il mio nome che urlerai!» ringhiò lui catturando le labbra della ragazza in un bacio famelico. Le sollevò la veste fino alle cosce, incontrando la pelle nuda. Rimase stupito di non incontrare i consueti mutandoni di pizzo, ma evidentemente la tunica che le aveva regalato non li richiedeva.
Meglio così, si disse.
Stava per abbassarsi e assaggiarla, impaziente, quando una folata improvvisa annunciò che la porta della camera era stata spalancata.
«Barone, questo è inammissibile, non posso certo restare al vostro ricevimento con il mio abito ridotto in questo modo. Voi…».
Le voci concitate si interruppero di colpo.
Kenneth si irrigidì e d’istinto fece scudo a Elizabeth con il proprio corpo. Ci volle solo qualche secondo perché i nuovi arrivati si rendessero conto della situazione, poi il silenzio fu assoluto.
«Che diavolo succede qui?» esclamò il barone di Swire all’improvviso, dando il via a un coro di ansiti scandalizzati e chiacchiere sconnesse. «Silenzio!» tuonò poi nel disperato tentativo di controllare il caos che si era scatenato.
Il duca di Wellesley si voltò lentamente, non prima, però, di essersi assicurato che Elizabeth, la quale pareva sul punto di svenire per la vergogna, fosse per lo meno presentabile.
Lei incrociò il suo sguardo. Uno sguardo sconfitto. Era rovinata agli occhi della società, adesso.
E lo sapevano entrambi.
«Vostra Grazia, abbiate la bontà di spiegarmi cosa significa tutto ciò» pretese Swire non facendo alcun tentativo di celare il suo biasimo.
Lui si prese qualche momento. Fece scorrere lo sguardo sui presenti, che si erano tutti levati la maschera. Riconobbe Lady Victoria, la moglie del Barone; Lady Olivia Spencer, che non gli lesinò un’occhiata torva, tenendo entrambe le mani sul collo come se fosse sul punto di vomitare; Lady Ginevra Chandler, con una macchia scura di punch a rovinarle il vestito sul petto, e il volto ancora più scuro; infine Lady Justine teneva una caviglia sollevata da terra ed era sorretta da un premuroso David. Gli parve che né la giovane né l’amico fossero particolarmente sorpresi di trovarli lì, ma il loro giudizio era l’ultimo dei suoi problemi.
Si schiarì la voce. «Che volete che vi dica, Barone?» si decise a parlare. «Quello che è successo mi pare evidente» concluse allargando le braccia.
Il gentiluomo serrò le labbra in una linea dura. Stava per replicare qualcosa di oltraggioso, sicuramente, ma Kenneth lo batté sul tempo. «A mia discolpa» aggiunse, «posso dire che la felicità mi ha fatto perdere la testa perché, vedete…». Prese fiato, perché una volta fatto quel passo non si poteva più tornare indietro.
Ma che scelta aveva?
Certo, avrebbe potuto strizzare l’occhio al Barone e andarsene a testa alta. Sarebbe stato oggetto di pettegolezzo per un po’, ma la cosa sarebbe finita lì. Non era il primo uomo a togliersi uno sfizio, e di certo non sarebbe stato l’ultimo.
Ma Elizabeth? Cosa ne sarebbe stato di lei?
Non sarebbero stati così magnanimi nei suoi confronti, e l’espressione di Lady Chandler si stava facendo pian piano sempre più gongolante, pregustando la rovina della sua rivale.
Che mi importa?, si rimproverò.
E invece gli importava.
Che fosse maledetto, gli importava di lei!
Si raddrizzò, prendendo la sua decisione.
«Lady Elizabeth ha appena accettato di diventare mia moglie» annunciò solenne. «Non è vero, mia cara?»
La fanciulla alzò di scatto la testa, colta alla sprovvista, gli occhioni azzurri sgranati. Era evidente che non sapeva cosa dire, quindi lui le afferrò saldamente la mano e gliela strinse, sperando che cogliesse l’imbeccata. Finalmente si riscosse e rispose con una vocina tremante che tutti attribuirono all’emozione.
«Sì, è così» confermò.
Kenneth tirò un involontario sospiro di sollievo. Per un attimo aveva temuto che negasse. Avrebbe significato la sua rovina, certo, ma se lei non avesse voluto sposarlo comunque? L’aveva rifiutato una volta, avrebbe potuto farlo di nuovo. L’aveva persino fatto picchiare, per dimostrargli che per lei valeva meno di niente. Di sicuro aveva accettato quella scusa fornita su un piatto d’argento solo e soltanto per salvarsi la reputazione. Per quale altro motivo avrebbe dovuto farlo? Ma ormai aveva cominciato, si disse amaramente Kenneth: tanto valeva andare avanti con quella recita fino in fondo.
«Vogliate perdonare la mia fidanzata» aggiunse. «Ma è comprensibilmente scossa da questa situazione. Colpa mia, certo» si affrettò ad assicurare, cercando di mostrarsi contrito.
«Avreste potuto avere un po’ più di considerazione per questa povera ragazza, invece di agire come un bruto» sbottò Lady Spencer incenerendo il Duca con un’occhiataccia. «L’avrete spaventata a morte.»
«Ne sono consapevole» si scusò nuovamente Kenneth, «ma come ho già detto il mio comportamento è stato dettato soltanto dall’entusiasmo. A ogni modo domani stesso farò pubblicare l’annuncio del nostro fidanzamento sul Times. Ci sposeremo il prima possibile» dichiarò.
Subito dopo aver pronunciato quelle parole, si rese conto che era davvero quello che voleva. Adesso Elizabeth poteva scordarsi di fuggire con Reynolds.
Era legata a lui adesso.
Tuttavia non poté trattenere un moto di amarezza.
Sì, era quello che voleva.
Ma avrebbe voluto che fosse vero, non solo una farsa a cui lei era costretta.
Lady Swire andò incontro a Elizabeth. «Congratulazioni, mia cara» mormorò abbracciandola. Uno a uno, tutti fecero a turno per felicitarsi, eccetto Lady Chandler, che si tenne in disparte con un’espressione torva, la mano ad artigliare il vestito rovinato. Dimenticò persino di chiedere un abito di ricambio a Lady Victoria e se ne andò senza dire una parola.
Justine fu l’ultima a raggiungerla. «Stai bene?» le domandò.
Elizabeth si strinse alla sua migliore amica tremando come una foglia. «Non lo so ancora» ammise. «E tu? Che ti è successo alla caviglia?»
L’altra fece un cenno vago della mano. «Non preoccuparti, si tratta solo di una storta» minimizzò, per poi sogghignare. «Purtroppo, quando sono scivolata, ho rovesciato tutto il mio punch sul vestito di Lady Chandler. Sono così dispiaciuta...».
Elizabeth stava per ribattere, ma in quel momento un forte baccano giunse dalla sala da ballo. Persino la musica cessò, lasciando spazio a voci alterate.
«Che altro sta succedendo adesso?» bofonchiò il padrone di casa, esasperato. Snocciolò una sfilza di improperi e si precipitò fuori della stanza.
Kenneth e David furono i primi a seguirlo, le gentildonne li imitarono con più calma.
Nessuno notò che Justine aveva improvvisamente e miracolosamente smesso di zoppicare.
Lord Arthur Clarendon se ne stava in piedi all’ingresso del salone. Non appena aveva appreso che quell’insulsa di sua moglie e quell’ingrata di sua figlia lo avevano lasciato a casa da solo per andare a divertirsi a quel maledetto ballo in maschera, era stato colto da una furia gelida. Soprattutto perché sapeva che Lord Rutherford era tornato in città. Aveva finito di tracannare la bottiglia di brandy e aveva ordinato al maggiordomo di affittargli una carrozza. Subito.
Ed eccolo là, il bastardo!
Si irrigidì, gli occhi stillanti odio fissi sulla coppia che danzava a pochi metri da lui. Era ubriaco e faceva fatica a reggersi in piedi, ma la vista di sua moglie stretta tra le braccia del suo acerrimo nemico, gli infuse il vigore che gli serviva. Perché non poteva esserci altro che sua moglie, dietro quella dannata maschera. La sua dolce mogliettina infelice, che sembrava divertirsi tanto dopo un anno di piagnistei. E lui non indossava neppure la maschera, unico in quel mare di facce, come se volesse farsi riconoscere, come a sfidarlo.
Me la pagherai, pensò, truce.
Si avvicinò a passi malfermi, incurante degli sguardi scandalizzati degli altri ospiti - era consapevole di non offrire un bello spettacolo con la barba di due giorni e gli occhi iniettati di sangue-, e si aprì un varco sino alla coppia.
«Ben arrivato, Clarendon» lo salutò Lord Charles Tremaine, sforzandosi di essere cortese, quando il Conte lo urtò senza tante cerimonie per farsi largo a spintoni.
«All’inferno!» ringhiò lui senza distogliere lo sguardo dal suo obiettivo.
Lord Robert fu il primo a scorgerlo, sua moglie era di spalle. Non le diede nemmeno il tempo di voltarsi.
«Ecco dunque spiegata la tua improvvisa guarigione, razza di sgualdrina!» strepitò afferrandola e strappandola dalle braccia di Rutherford.
Lady Costance, sorpresa, cercò di divincolarsi, ma lui le assestò uno schiaffo che le fece volare via la maschera.
«Arthur!» ansimò la donna portandosi una mano alla guancia. Barcollò in avanti e sarebbe di certo caduta, se Lord Robert non l’avesse sorretta.
L’orchestra, allertata dalle urla, smise di suonare e un silenzio teso si impadronì del salone e di tutti i suoi occupanti. In molti si girarono per capire cosa stesse succedendo, scoprendo i volti come se qualcuno avesse dato un segnale.
«Levale le mani di dosso, Rutherford, lei non ti appartiene» gridò furioso il conte di Clarendon.
«State mettendo in imbarazzo vostra moglie, datevi un contegno» replicò Lord Robert, tuttavia lasciò andare la donna per non peggiorare quell’alterco già abbastanza increscioso.
«Io dovrei darmi un contegno?» sibilò lui. «Mi basta girare un attimo le spalle e trovo questa puttana tra le vostre braccia e sono io quello da biasimare?»
«Arthur, non sei in te. Stavamo solo ballando» tentò di placarlo Lady Costance aggrappandosi al braccio del marito. «Ti prego, andiamo a casa.»
Clarendon si liberò facilmente della sua presa. Gettò il capo all’indietro e si lasciò andare a una risata scomposta. «Sentiamo, vi siete già accordati su quando e come rivedervi? Lo accoglierai nel tuo letto, sgualdrina, come hai già fatto in passato?» sputò tra i denti. «O accadrà nel suo?»
«Adesso basta, non vi permetto di insultarla oltre» ringhiò il conte di Rutherford.
Uno scalpiccio di passi affrettati.
«Signori, basta, un po’ di ritegno!» tuonò il barone di Swire, irrompendo nel salone. «Che razza di modi sono questi, in casa mia?»
David ne approfittò per portarsi al fianco di Lord Robert. «Padre, che succede?» domandò.
Giunsero anche Kenneth, Justine ed Elizabeth
Quest’ultima si affrettò a sostenere la madre, che sembrava sul punto di crollare da un momento all’altro.
Lady Justine scambiò un’occhiata interrogativa con suo fratello, che si strinse nelle spalle come a dire che ci capiva quanto lei e che avrebbe preferito trovarsi da tutt’altra parte, invece che invischiato per dividere i due contendenti.
«Succede che pretendo soddisfazione» esclamò Clarendon. Con un gesto teatrale si sfilò un guanto dalla mano e schiaffeggiò Rutherford, quindi lo rilasciò ricadere sul pavimento di marmo.
Un brusio concitato si levò dalla folla, poi una voce emerse su tutte, autoritaria. «Che diavolo pensate di fare?» sbottò Kenneth, schierandosi al fianco di David e del conte di Rutherford.
«Dategli retta, Arthur» intervenne il marchese di Spencer, anche lui sopraggiunto per cercare di fare da paciere. «Senza dubbio siete alterato e non pensate a ciò che…».
«Sono perfettamente lucido, invece» dichiarò Clarendon. «Come non lo sono mai stato in vita mia. Il mio onore è stato calpestato abbastanza. Voi o io, come avrebbe già dovuto essere tempo fa. O avete paura di affrontarmi? Siete coraggioso solo nel letto di un altro?»
Lord Robert serrò la mandibola a quell’ulteriore stoccata al suo onore. Solo un muscolo, sulla guancia, tradiva il suo stato d’animo. Con un gesto misurato e gelido si chinò a raccogliere il guanto. «Ditemi solo dove e quando» annuì, impassibile.
Il volto di Lord Arthur si aprì in un sogghigno soddisfatto. Si aggrappò alla spalla del marchese di Spencer. «William, tu mi farai da padrino» biascicò, l’alito che sapeva di alcool. Si voltò, strizzando gli occhi per mettere a fuoco Lord Charles. «Tremaine, voi sarete il mio testimone, invece.»
«Padre...» provò a protestare Elizabeth, ma nessuno badava più né a lei né a sua madre.
«Vostra Grazia, volete essere il mio padrino?» domandò calmo Lord Robert.
«Con piacere» annuì Kenneth fissando cupo Clarendon.
«David, tu sarai il mio testimone» decretò poi Rutherford rivolgendosi al figlio, che assentì con un breve cenno del capo.
«Allora tutto è deciso» decretò Lord Arthur, per poi puntare il dito contro il suo avversario. «Mondatevi alla svelta l’anima dai peccati, perché presto andrete al creatore» affermò in un tono carico di minaccia.
«Ci andrà uno di noi due» lo corresse Rutherford con aria truce.
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