Elizabeth posò il vassoio con il tè a lato del letto e rimase per qualche attimo in piedi a osservare il padre dormiente. Erano passati due giorni dalla terribile notizia, eppure sembrava che il male che gli cresceva dentro avesse accelerato la sua corsa. Lord Arthur aveva il volto scavato, gli occhi infossati. Non mangiava quasi nulla e ogni volta che provava a ingoiare un boccone di carne che aveva tagliuzzato per lui, era colto dai conati di vomito.
Quanto?, si domandò. Quanto resisterà?
Si sincerò che le medicine del dottore fossero al loro posto, gliele aveva fatte prendere poco prima. Lo facevano dormire e gli appannavano la mente, ma almeno non avrebbe sofferto. Non troppo, almeno.
Uscì dalla stanza in punta di piedi e chiuse delicatamente la porta dietro di sé. Vi appoggiò contro le spalle con un sospiro e sarebbe rimasta lì a lungo, se il maggiordomo non le avesse annunciato che aveva visite.
Justine l’attendeva nel salotto, le gambe graziosamente incrociate e un cappellino elegante sulle ginocchia. Non appena la vide, si alzò per abbracciarla.
«Mi dispiace» mormorò contro la sua spalla. «Sarei venuta prima, se avessi potuto.»
Elizabeth annuì. «Tuo padre ti ha messo in punizione?»
L’altra fece una smorfia. «Già» ammise. «Questa volta Charles non ha sentito storie e gli ha spifferato tutto quanto. O quasi, per mia fortuna.» Si concesse un sorrisetto pestifero. «Dice che lo fa per il mio bene, che devo mettere la testa a posto, quindi niente cavalcate e niente ricevimenti per un po’. È già un miracolo che non mi abbiano murato viva nelle mie stanze e mi abbiano permesso di farti visita.»
«Anch’io credo che salterò le prossime occasioni di vita mondana» disse lei mordendosi le labbra. «Non che mi dispiaccia, dopo quello che è successo dagli Swire. È stato alquanto imbarazzante.» Arrossì al ricordo.
Justine si schiarì la voce. «A questo proposito, come va con il duca di Wellesley?» si informò. «L’altro giorno mi siete sembrati un po’ freddini, ecco. Adesso che siete ufficialmente fidanzati...».
«Amica mia, non prendiamoci in giro» la interruppe Elizabeth con un sospiro. «Siamo fidanzati solo perché non potevamo fare altrimenti. Kenneth ha agito così solo per non rovinarmi.»
«Sai che sacrificio!» borbottò la giovane Tremaine. «Guarda che più della metà dei giovani scapoli di Londra lo sta invidiando, in questo momento.»
«Perché non conoscono a fondo la nostra situazione economica» fece notare lei, asciutta. «Altrimenti il mio carnet non sarebbe mai stato pieno, te lo assicuro.»
Justine si strinse nelle spalle. «Se lo dici tu» concesse. «Piuttosto, dimmi di tuo padre. Come sta? Charles mi ha trascinata via prima che il dottore spiegasse quello che gli è successo.»
«Ora sta dormendo. È...». Intrecciò le dita in grembo, tormentandosi un lembo della veste. «È grave. Solo che preferirei non parlarne adesso, ti dispiace?»
L’altra ragazza la scrutò per qualche attimo, poi annuì. «Come vuoi.» Lanciò un’occhiata all’orologio a pendolo. «Anzi, forse è meglio così. Se ci mettiamo a chiacchierare, faremo tardi.»
Lei inarcò le sopracciglia. «Tardi per cosa?» domandò, sorpresa. «Non hai detto di essere in punizione?»
«Oh, certo che lo sono» sogghignò Justine. «Ma oggi pomeriggio c’è un dibattito sui diritti delle donne a Hyde Park. Non voglio perdermelo per nulla al mondo.»
Elizabeth le lanciò un’occhiata esasperata. «Non ho intenzione di mentire a tuo padre, lo sai. Se manda qui qualcuno a cercarti...».
«Non c’è problema» la rassicurò subito la giovane Tremaine. «Non ti chiederei mai di mentire per me, tranquilla, e comunque al parco ci andiamo insieme.»
La fissò. «Stai scherzando, vero? Non posso lasciare mio padre da solo.»
«Ci sono tua madre, Mrs Bird e il tuo maggiordomo sempre rigido come uno stoccafisso» fece notare Justine. «A meno che tu non sia diventata un’infermiera professionista, in questi giorni, dubito che la tua presenza sia indispensabile.»
Elizabeth si imporporò. «Posso comunque essere utile» protestò.
«Tesoro…». L’amica si allungò verso di lei per prenderle le mani. «Rinchiuderti qua dentro non farà star meglio tuo padre e farà star peggio te, posso assicurartelo. Ti faranno bene due passi fino al parco. Daremo un’occhiata in giro, ascolteremo un paio di discorsi divertenti quanto inutili, e poi ce ne andremo prima che faccia buio. Sarai a casa prima che lui si svegli.»
Lei scosse la testa. «Non posso».
Justine le rivolse il sorriso più innocente e supplichevole del suo repertorio. «Dai, non farmi andare da sola.»
«Ho detto no» ripeté, decisa. «E non riuscirai a farmi cambiare idea.»
Un’ora dopo le due ragazze, con i cappellini ben calcati in testa, varcavano i cancelli di Hyde Park.
«Perché mi lascio sempre convincere?» brontolò Elizabeth, imbronciata. Finiva sempre allo stesso modo, quando l’amica si metteva in testa una cosa. Era colpa anche di Lady Costance, che aveva scelto proprio quel momento per entrare in salotto, così Justine le aveva innocentemente chiesto il permesso di portare la figlia al parco. E la donna, invece di proibirle di uscire, come si augurava, l’aveva invitata ad andare a distrarsi un po’. Così non aveva avuto altre scuse da addurre.
«Perché ti annoieresti un sacco senza di me a movimentarti la giornata» fu la pronta risposta.
«A complicarmela, vorrai dire.» Elizabeth si lasciò sfuggire un sospiro. «Tuo padre ci ucciderà entrambe, lo sai vero?»
L’altra non si curò di rispondere: sapeva che era la sacrosanta verità, ma decise di non occuparsene, per il momento, e si concentrò invece sulla strada da prendere. Non fu difficile capire dove si sarebbe tenuto il comizio, bastò seguire i gruppetti di donne che convergevano verso l’angolo ovest del parco. Era stato allestito un piccolo palco di legno, intorno al quale si raccoglievano le partecipanti. La maggior parte di loro indossava vesti umili, alcune portavano ancora i grembiuli e i fazzoletti grigi in testa, come se fossero uscite in fretta e furia da lavoro in qualche lavanderia, per assistere al comizio. Ma c’erano anche donne ben vestite, sicuramente parte dell’alta borghesia. Un gruppetto teneva alto un cartello in cui era scritto, in un rosso acceso: Rights for women, Diritti per le donne.
«Non pensavo che ci sarebbe stata una tale affluenza» commentò lei guardandosi intorno, un po’ preoccupata. «Forse dovremmo tornare indietro.»
«Non ci tratterremo a lungo» promise Justine, che invece sembrava molto eccitata. «Non è favoloso? Così tante donne, di diversa estrazione sociale, unite per un ideale comune. E scommetto che la cosa è solo all’inizio.»
«Favoloso, certo» sussurrò Elizabeth, poco convinta. In realtà, non ascoltò una parola del discorso che una delle oratrici stava tenendo sul palco. Uguaglianza, diritto di voto... i toni si alzarono sempre di più, mentre dal pubblico le donne gridavano la loro approvazione.
Peccato che non tutti fossero d’accordo.
Si erano raccolti anche degli uomini, richiamati dal clamore. Sui loro volti si leggeva palese disapprovazione e vide che un paio di loro confabulavano, per poi correre via con una fretta che non prometteva niente di buono. Diede un colpetto di gomito a Justine, indicandoli. «Hai visto quelli?»
L’amica annuì. «Non possono fare nulla. C’è libertà di parola, qui a Hyde Park.»
Lei non si sentì più tranquilla. «Non avremmo dovuto venire da sole. Potevamo chiedere al Visconte Fitzgerald di accompagnarci, sono sicura che a te non avrebbe detto di no.»
«Neppure a te» commentò la giovane Tremaine dopo un attimo di riflessione. «L’altro giorno mi è sembrato molto sollecito nei tuoi confronti... ma basta parlare di uomini in questa riunione di donne, d’accordo?»
Stava per rispondere che il Visconte era stato gentile, ma nulla di più, perché forse si era sentito in colpa per la storia del duello, se era questo che intendeva... quando d’improvviso uno degli uomini si arrampicò sul palco. Indossava un cappotto scuro con il bavero alto e un grosso cilindro. Afferrò bruscamente il polso dell’oratrice che stava parlando. «Adesso basta con queste sciocchezze!» ordinò, minacciandola con il bastone da passeggio. «Tornate tutte a casa, dov’è il vostro posto.»
La donna si divincolò rabbiosamente, le sue compagne fecero per intervenire in sua difesa, ma altri uomini accorsero tra la folla, brandendo i bastoni e agitandoli per farsi largo e per disperdere le partecipanti.
In un attimo, si scatenò il caos.
Elizabeth non ebbe il tempo di reagire. Si ritrovò nel bel mezzo di una fiumana senza controllo che la spintonava da una parte e dall’altra. Un groviglio di braccia, gambe e facce pallide che la premevano e la soffocavano.
Dov’era finita Justine? Non riusciva più a vederla.
Un gomito le si conficcò dolorosamente nel fianco, qualcuno le pestò il piede, rovinandole le scarpe. No, non doveva cadere, non doveva assolutamente cadere in quell’erba umida e fangosa. Se fosse caduta l’avrebbero calpestata a morte.
«Sono qui!»
Justine le comparve in qualche modo a fianco e le afferrò il braccio. Forse disse qualcos’altro, vedeva muovere le sue labbra, ma ormai era difficile distinguere le parole in quella cacofonia. Prese a trascinarla con decisione verso l’uscita, da dove in quel momento irruppero alcuni gendarmi a cavallo. Se erano lì per riportare l’ordine, sembrarono ottenere l’effetto contrario, e il panico dilagò tra la folla. Elizabeth si sentì strappare via dal fianco dell’amica, pressata tra corpi sconosciuti e spaventati almeno quanto lei. Inciampò nell’orlo della veste, barcollò e si ritrovò in ginocchio, i palmi che si serravano sull’erba umida, poi qualcosa le colpì la tempia. Ansimò, lottò per rialzarsi, verso quella toppa di cielo grigio in cui le nuvole vorticavano tra le teste della folla, le orecchie troppo piene di voci che si mischiavano e si confondevano.
Le sembrò persino di udire quella di Kenneth che la chiamava...
Poi sprofondò nel buio.
Kenneth fissò il battente per un lungo momento, ripetendo il discorso che si era sforzato di preparare prima di giungere fin lì. Era sconcertante nella sua semplicità, eppure così difficile da pronunciare.
Scusa.
Scusa per non averti creduto.
Scusa per aver pensato che tu mi avessi preso in giro.
Scusa per non essermi accorto prima di tuo padre.
Scusa per essermi preso su di te una vendetta senza senso.
«Hai intenzione di bussare o aspettiamo che faccia buio?» domandò David, che se ne stava paziente al suo fianco.
Kenneth trasalì e gli lanciò un’occhiata. Con il Visconte era stato facile, aveva accettato di buon grado il suo pentimento e aveva deciso di accompagnarlo da Elizabeth. Per sincerarsi delle condizioni di Lord Arthur e per vedere se lei e la madre avessero bisogno di qualcosa. O forse perché aveva notato che lui aveva bisogno di appoggio.
Afferrò il batacchio del campanello e lo tirò con un gesto secco. Gli sembrò quasi di seguire con la mente l’intricato sistema di corde che si dipanava all’interno della casa, fino alle stanze della servitù, da dove il maggiordomo sarebbe venuto ad aprire il portone, al cui interno lo aspettava lei.
Rimase quindi abbastanza contrariato quando scoprì che la sua fidanzata - ancora faticava a credere che fosse vero! - non era in casa.
Il maggiordomo fece comunque accomodare lui e David nel salotto, dove li raggiunse in breve Lady Costance. La donna si scusò per il suo aspetto, anche se Kenneth ragionò che l’acconciatura poco elaborata e il semplice vestito riuscissero soltanto a mettere in risalto la sua delicata bellezza.
«Perdonatemi, ma non aspettavo visite» si schermì la Contessa. «Se avessi saputo del vostro arrivo, vi avrei ricevuto in modo più adeguato.»
«La colpa è nostra, Milady» assicurò Kenneth, altrettanto cortese. «Avremmo dovuto inviare un bigliettino.»
«Suvvia, Vostra Grazia, non era certo mia intenzione rimproverarvi per questo. Anzi, sono lieta che abbiate deciso di far visita alla nostra casa» assicurò Lady Costance. «Trovo sciocco aggrapparci dietro a queste formalità, visto che presto diventerete parte della nostra famiglia.»
Kenneth si accorse che, mentre parlava, la donna lo stava studiando con attenzione. Non sapeva quanto Elizabeth le avesse detto di lui, di loro. Se la Contessa era a conoscenza del suo umile passato, e tanto più dei ricatti con cui aveva tenuto in scacco sua figlia nelle ultime settimane, non ne fece menzione. Si trovò a respirare più liberamente, quando l’attenzione della padrona di casa scivolò su David.
«Visconte!» lo salutò. Cortesemente, ma con una punta di rigidità. «Anche voi siete il benvenuto. Devo ancora ringraziarvi per l’aiuto che avete offerto a mio marito, due giorni orsono, riportandolo a casa nelle sue condizioni così precarie.»
«Dovere, Milady» assicurò Fitzgerald. «Mio padre vi manda i suoi saluti. Non è venuto di persona perché riteneva che non fosse appropriato, viste le circostanze.»
Ci fu un attimo di silenzio imbarazzato, poi Fitzgerald si schiarì la voce e continuò. «Ecco, perdonate, ma credo che sarebbe più facile per entrambi se non fingessimo di non sapere nulla, Contessa» affermò quieto. «Ho parlato con mio padre e ho ritenuto che anche il Duca avesse il diritto di sapere, a questo punto.»
Lady Costance lo guardò, poi sedette su una poltroncina e li invitò a fare altrettanto. «Capisco» disse, lisciandosi la veste. «E credo che ormai non abbia più molta importanza. Sempre che Sua Grazia non ritenga che questo infici in qualche modo il fidanzamento.»
«Contessa!» intervenne Kenneth. «Sono nato da un rapporto illegittimo e non mi sono mai vergognato per questo. Sono altre le cose di cui mi vergogno. Non vedo come le circostanze della sua nascita, possano oscurare l’amore che nutro per vostra figlia.»
Lady Costance lo scrutò, la testa piegata di lato, come per assicurarsi che parlasse con sincerità. Poi il suo volto si aprì in un tiepido sorriso. «Le vostre parole mi rinfrancano» disse. «La mia Elizabeth è fortunata ad avere un uomo che la ama come voi.»
Kenneth non ne era altrettanto sicuro, ma non ribatté. Si limitò ad aggiustarsi sulla poltroncina. «Quando credete che tornerà?» domandò invece.
«Non saprei. È uscita con Lady Justine, sono andate a Hyde Park. Potete aspettarla qui e poi rimanere per cena, se vi aggrada.»
«Il parco non è lontano» intervenne David, che si era subito raddrizzato non appena aveva sentito nominare la giovane Tremaine. «Potremmo andare loro incontro» propose.
«Perché no?» Kenneth era già in piedi.
Il pensiero di stare lì, immobile ad aspettare, e intanto macerarsi nell’attesa, lo faceva impazzire. Si congedarono e salirono di nuovo in carrozza, diretti al parco.
Erano in prossimità del cancello, quando iniziarono a sentire le grida.
«Che succede?» domandò Kenneth spalancando la portiera e scendendo con un balzo, senza aspettare che il cocchiere approntasse il predellino.
«Che il cielo mi fulmini, se lo so!» borbottò David seguendolo a ruota.
Proprio in quel momento dovettero accostarsi alla carrozza, per non finire travolti da un gruppetto di gendarmi a cavallo.
«Largo, largo!» gridarono questi, prima di precipitarsi al galoppo nel parco.
«Che diavolo...?» ripeté Kenneth, sempre più perplesso.
David lo richiamò, toccandogli la spalla e indicandogli la carrozza con lo stemma del conte di Halifax, parcheggiata insieme ad altre vetture in prossimità dei cancelli.
In un attimo i due amici la raggiunsero. Il vecchio cocchiere era in piedi, sul sedile rialzato della carrozza, a scrutare con apprensione verso il parco. Non appena li vide, andò loro incontro.
«Dove sono le ragazze?» domandò a bruciapelo il duca di Wellesley, afferrandolo per il bavero della giacca.
«Non lo so» rantolò il pover’uomo, sinceramente angosciato. «Lady Justine e Lady Elizabeth sono entrate circa una mezz’ora fa, ordinandomi di aspettarle qui. Poi ho sentito le grida, deve essere scoppiato un tafferuglio. Sono arrivati i gendarmi e...».
Kenneth lasciò andare bruscamente l’uomo e scambiò con il suo migliore amico una rapida occhiata d’intesa. Insieme, si precipitarono nel parco. Non appena varcarono i cancelli, finirono quasi travolti da una folla in fuga. Uomini, donne, coppiette che si erano trovate a passeggiare nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel panico generale, tutti cercavano soltanto di scappare come pecore che avevano intravisto un lupo nella boscaglia. Si fecero largo a spallate, controcorrente, chiamando le ragazze a gran voce. A ogni passo, sentiva crescere l’angoscia. Magari Elizabeth non era lì, forse era dall’altra parte del parco quando era cominciato tutto quel macello ed era già uscita, sentendo i rumori.
Era già al sicuro.
Poi la voce fece franare tutti i suoi castelli di illusioni. Acuta e disperata.
«David!» gridò Justine. «David, da questa parte, presto.»
Kenneth scorse la giovane Tremaine. Era vicino a un albero e si sbracciava forsennatamente per richiamare la loro attenzione. Il Visconte era già scattato e lui lo seguì come un rinoceronte, caricando quanti non erano così saggi da spostarsi al suo passaggio. Quando arrivò, quello che vide gli fece perdere l’ultimo lume di ragione.
Elizabeth. A terra. La testa chinata di lato. Gli occhi chiusi, mentre l’amica cercava di farle scudo con il proprio corpo e David accorreva per aiutarla.
Li raggiunse schiumando rabbia. «Via di qui, marmaglia!» ringhiò feroce, mettendosi tra le due fanciulle e la ressa. Sferrò un violento pugno in faccia all’uomo che si era avvicinato troppo e rischiava di calpestarle, mandandolo a finire lungo disteso sull’erba. «State lontani.»
Subito si creò il vuoto intorno a loro e il Duca, con i pugni serrati, era pronto ad abbattere chiunque fosse così stupido da avvicinarsi, quando Fitzgerald lo richiamò.
Si voltò. L’amico aveva già afferrato Elizabeth tra le braccia. «Dobbiamo portarle via di qui» sancì.
Kenneth annuì, cupo. Fece strada, mentre dietro venivano David e Justine, attaccata febbrilmente al braccio del Visconte.
«Che le è successo?» sentì domandarle.
«Non lo so» rispose la ragazza, la voce tremante. «Ci siamo perse di vista. Una gomitata, credo, non riesco a svegliarla. È colpa mia, sono stata io a portarla qui.»
Raggiunsero la carrozza. Kenneth spalancò lo sportello e fece entrare gli altri, prima di rivolgersi al cocchiere. «Via di qui!» ordinò brusco. Poi salì a sua volta e la carrozza partì con un sobbalzo, immergendosi nelle strade di Londra.
Justine sedeva sul bordo del divano, le mani giunte su quella fredda e immobile dell’amica.
Elizabeth non aveva ancora aperto gli occhi. Era rimasta priva di conoscenza per tutto il frenetico viaggio in carrozza, la testa abbandonata sulla spalla di David. Anche mentre lui la adagiava gentilmente sul divano, nella magione del Duca.
Era la casa più vicina, e soprattutto quella più tranquilla, perché sia Lord Robert che Lady Costance avrebbero dato di matto vedendo la figlia in quelle condizioni, e di certo una scenata isterica era l’ultima cosa di cui c’era bisogno.
Il dottore se ne era andato poco prima. A giudicare dalla veste da camera che indossava, il poveretto doveva essere stato trascinato letteralmente di peso fino a lì, quando Wellesley era andato a prelevarlo. Sicuramente Sua Grazia non era un tipo da accettare rifiuti.
«Niente di grave» aveva sancito il medico aggiustandosi gli occhialini storti sul naso, una volta terminata la visita sulla sua paziente. «Solo una bella botta in testa, ma non ha riportato danni seri. Lasciatela dormire per un po’» aveva consigliato prima che il padrone di casa lo accompagnasse fuori, il volto cupo.
La porta si aprì e David fece il suo ingresso.
«Ancora niente?» le domandò.
Justine scosse la testa e osservò il Visconte avvicinarsi cauto al divano. Portava un vassoio con una bacinella d’acqua pulita. Si inginocchiò e la posò a terra, poi vi immerse un fazzoletto di tela e lo appoggiò sulla fronte di Elizabeth. C’era una tale delicatezza, nel suo gesto, che si sentì stringere dolorosamente il petto.
«È colpa mia» ripeté per l’ennesima volta, in un sussurro. «Se non avessi insistito per farmi accompagnare al parco, tutto ciò non sarebbe successo. Charles ha ragione, non penso mai alle conseguenze delle mie azioni, su di me e sugli altri.»
«Non potevi sapere che ci sarebbe stato un tafferuglio» replicò David. «Non poteva saperlo nessuno. E comunque non sei stata tu a darle una botta in testa, giusto?»
Justine si morse le labbra. «Mi sento come se l’avessi fatto, invece» ammise.
«Se mi inviti a fare una passeggiata a cavallo e io durante questa passeggiata cado perché il cavallo fa uno scarto o perché non sono stato attento, o per qualsiasi altro motivo... non è mica colpa tua che mi hai invitato, giusto?» fece notare l’uomo. Quando lei non rispose, le si accostò. «Cosa c’è?» domandò, preoccupato. «Ti fa male qualcosa?»
Lei se l’era cavata solo con un bel livido sul braccio, e adesso stava pensando a come fare per nasconderlo a suo padre. Preoccupata per l’amica, prima non ci aveva neppure fatto caso. «No» rispose massaggiandosi la botta. «Cioè... credi che andremo mai più insieme a cavallo?»
David aggrottò la fronte, sorpreso. «Ma certo che sì. La punizione di tuo padre non durerà per sempre.»
«Non mi riferivo a quello.» Justine si costrinse a proseguire, anche se le faceva male. «Ho visto come guardi Elizabeth. Me ne sono accorta la mattina del duello, e anche oggi, quando l’hai tenuta tra le braccia, quando mi hai aiutata a lavarle le mani e il viso dal fango. Ecco, so quando è il momento di tirarmi indietro» esalò tutto d’un fiato. «Lei è mia amica, voglio solo il suo bene. So che adesso è fidanzata, ma non è una cosa definitiva. Ancora il matrimonio non è avvenuto e sono sicura che, se tu volessi...».
David le poggiò l’indice sulle labbra e lei si interruppe, la voce che le moriva in gola.
«Justine» disse pronunciando il suo nome come una carezza. «Elizabeth è mia sorella.»
Lei rimase a fissarlo per qualche istante, come se temesse di essere presa in giro. Aprì la bocca per protestare, per chiedere spiegazioni, ma in quel momento Elizabeth emise un mugolio. Entrambi si voltarono verso di lei.
«Si sta svegliando» esclamarono all’unisono.
Kenneth scelse quel preciso momento per fare la sua comparsa. Se avesse sentito le loro parole, se fosse un caso fortuito, Justine non seppe dirlo. Il Duca si precipitò al divano e vi si inginocchiò accanto, prendendo le mani della fidanzata tra le proprie e mormorando il suo nome.
David le toccò gentilmente la spalla. «Forse è il caso di lasciarli da soli» consigliò.
Pur a malincuore, lei annuì e lo seguì fuori dal salotto. Si accorse che David le stava tenendo ancora la mano e non si curò di sottrarsi al suo tocco. Si fermarono nel corridoio e, dopo un attimo di silenzio: «Com’è possibile?» chiese. «Tua sorella!?»
«È un po’ complicato da spiegare.»
«Abbiamo tempo» ribatté lei.
«Ti spiegherò, promesso» annuì il Visconte. «Ma prima c’è un’altra questione di cui devo occuparmi.»
«Quale questione?»
«Annunciare a tuo padre il nostro fidanzamento. Perché c’è solo una persona che vorrei al mio fianco e di cui sono innamorato da sempre» replicò il Visconte con un’aria malandrina dipinta sul bel volto.
Justine schiuse la bocca in un sorriso radioso e buttò le braccia al collo dell’uomo che amava, lasciandosi baciare fino a perdere il fiato.
«Elizabeth?»
Si sentì sollevare dalle onde grigie che la stavano cullando. Il proprio nome era come una zattera che la tirava su, sempre più su, fino a quando non emerse e sollevò le palpebre.
Gli occhi scuri di Kenneth si fissarono nei suoi.
Per qualche attimo nessuno dei due parlò, e lei tornò pian piano consapevole del divano su cui era adagiata, del cuscino sotto la testa e del soffitto decorato con motivi floreali che le mostrava che quella non era la sua casa. Oltre al volto meraviglioso dell’uomo che amava così vicino al suo.
Emise un mugolio e provò a sollevarsi su un gomito. La testa le girava, così non si azzardò a muoversi oltre.
Lui si spostò per lasciarle spazio, ma non si allontanò dal suo capezzale. «Come stai?» le domandò quindi, sollecito.
«Non lo so» ammise con franchezza. Si sentiva confusa e un po’ dolorante, ma nel complesso era tutta intera. «Dove siamo?»
«A casa mia» rispose Kenneth. «Ho già mandato un messaggero da tua madre, per informarla che stai bene. Non vorrei che si preoccupasse.»
«Grazie» annuì Elizabeth, sollevata al pensiero che Lady Costance sarebbe stata tranquilla. Se le fosse giunta voce dei tafferugli al parco...
Rabbrividì al ricordo.
«Justine?» chiese subito. «Era con me, ma l’ho persa di vista. Sta bene?»
«I demoni dell’inferno non riuscirebbero ad avere la meglio sulla tua amica» commentò Kenneth con un sorrisetto divertito che lo fece apparire ancora più affascinante. «È merito suo se siamo riusciti a trovarti nella ressa. Ti ha fatto la guardia fino a poco fa. È appena uscita insieme a David.»
Non poté fare a meno di abbozzare un sorriso. «Quei due sono fatti l’uno per l’altro, non trovi?» disse.
«Non potrei essere più d’accordo» affermò il Duca, poi tacque senza smettere di fissarla. Il suo sguardo era nero, intenso, caldo, e suo malgrado lei si trovò ad arrossire e a sperare che non si allontanasse.
E noi?, rifletté, affranta. Lo aveva amato, lo amava ancora, con un’intensità quasi dolorosa, nonostante tutto. Forse in qualche modo anche lui teneva a lei, ma allora perché non potevano fare a meno di ferirsi a vicenda?
«Grazie per essere venuto a cercarmi» mormorò. «Non so cosa mi sarebbe accaduto, se tu e il Visconte non foste arrivati in tempo.»
«Non devi ringraziarmi» replicò Kenneth con veemenza. «Quello che ho fatto... non sopporto l’idea che ti facciano del male. Quanto te ne ho fatto io» concluse in tono dolente.
Sorpresa, Elizabeth sbatté gli occhi. «Kenneth, io non...».
«Lasciami parlare, per favore» la interruppe lui, deciso. «Ci ho pensato a lungo e ho capito di aver agito come uno stupido egoista. Ero ferito nel corpo e nell’orgoglio, e avevo bisogno di qualcuno su cui riversare il mio odio. Ho creduto che tu fossi in combutta con tuo padre, anche se il mio cuore non l’accettava. Quando hai cercato di dirmi la verità, ho avuto troppa paura di fidarmi di nuovo, e non ho voluto ascoltarti. Tu non credevi a quello che mi hai detto quell’orribile giorno nel giardino di Clarendon Manor, vero?»
Elizabeth deglutì e abbassò la testa. «No» ammise, sentendo scivolare via l’amarezza che l’aveva soffocata per tutto quel tempo. «Ma era l’unico modo per proteggerti da mio padre. Aveva minacciato di farti uccidere, se non avessi rinunciato a te. Per quello a cui è servito, comunque.» Sospirò. «Se solo avessi immaginato ciò che aveva in mente...».
Kenneth annuì piano. «Avrei dovuto capirlo allora, che non c’entravi nulla. Invece ho voluto umiliarti, come se questo potesse compensare l’umiliazione che ho subìto io. Sono stato cieco e sciocco, e così ti ho perduta, perché tu non potrai più amarmi, dopo tutto quello che ti ho fatto.»
«Kenneth» esclamò Elizabeth.
Non gridò, ma lui lo sentì comunque come una scudisciata in pieno petto. Si interruppe, il dolore nello sguardo. «Mi dispiace» dichiarò con aria sconfitta, le spalle curve.
«Dispiace anche a me» sussurrò lei di rimando. Esitò un attimo, poi: «Ma è evidente che anch’io sono cieca e sciocca quanto te, perché non posso fare a meno di amarti.»
Il Duca rialzò la testa di scatto, come se non riuscisse a credere alle parole che aveva udito, ma lei continuò. «Soprattutto mi dispiace del tempo che abbiamo sprecato con inutili rancori, invece di gioire della possibilità che ci è stata data di stare finalmente insieme.»
Lui la guardò, la sorpresa che lasciava il posto all’incertezza e infine alla trepidante speranza. «Dici sul serio?» indagò, aspettando e temendo la risposta.
«Sì» affermò Elizabeth, decisa. «Ma adesso la domanda è un’altra. Lascia stare quello che vuole mio padre e quello che pensa la società. Tu vuoi davvero sposarmi?»
Kenneth sorrise, e fu come se il sole avesse illuminato la stanza. «Non potrei pensare a un onore più grande» rispose.
Si chinò su di lei e la baciò con feroce trasporto. Stavolta non c’era violenza in quel bacio, solo un calore a cui si abbandonò con tutta se stessa, intrecciandogli le braccia dietro alla nuca.
Fu come tornare a casa dopo un lungo viaggio.
Si baciarono a lungo, con passione crescente, poi si sentì sollevare di peso.
«Meglio andare di sopra» disse l’uomo prendendola in braccio, la voce roca. «Sono stanco di continue interruzioni. E non vorrei che Semola piombasse qui nel salotto con qualcun altro dei suoi disastri.»
Elizabeth non si fidava a parlare, aveva l’impressione che una miriade di farfalle le sbattessero le ali in gola. Si limitò ad annuire, poggiando la testa al muscoloso petto maschile e ascoltando il battito del cuore, che sembrava farsi più rapido a ogni gradino.
Una volta di sopra, Kenneth spalancò la porta della camera padronale e andò ad adagiarla sul maestoso letto a baldacchino, poi tornò sui suoi passi per chiudere la porta. Udì il rumore della chiave che girava nella serratura, ma non ebbe paura di rimanere chiusa là dentro con lui. La paura era qualcosa di lontano, oltre la strana leggerezza che l’aveva colta e che la faceva vibrare tutta. Forse erano i postumi della botta in testa. O forse no.
Lui tornò verso di lei e si sfilò la camicia, lasciandola libera di ammirare il suo torace nudo e glabro, quindi la lasciò cadere in un mucchietto sul pavimento. Calpestò l’indumento, nella fretta di raggiungerla, e prese a slacciarle i bottoni dell’abito.
Elizabeth trattenne il respiro quando il tessuto di seta, decorato con tanti pizzi e merletti che l’uomo non degnò di un’occhiata, cadde, lasciandole scoperte le spalle e il seno. La sua pelle era calda, quasi bollente, e desiderava solo toccare quella maschile.
Kenneth le baciò il collo, indugiando con la lingua sulla vena che pulsava impazzita, là dove la carne era più sensibile. Il suo tocco caldo la fece rabbrividire e i capezzoli si inturgidirono. Avvertiva la carezza leggera dei capelli di lui, i ricci scomposti e morbidi che si attorcigliavano alle sue ditta. Finì di spogliarla e solo allora si fece indietro, togliendosi di dosso anche le brache.
Elizabeth si sentì avvampare quando vide il membro turgido e luccicante dell’uomo. Il formicolio nel ventre, che le pungeva in mezzo alle gambe, si fece più insistente. Lui sorrise, come se in qualche modo le avesse letto nel pensiero, e si abbassò di nuovo sul suo corpo.
«Kenneth» sussurrò Elizabeth, faticando a tenersi a galla in quella corrente che sembrava volerla spazzare via. «Non dovremmo aspettare di essere sposati prima di abbandonarci al piac… a questo?»
Lo sentì sogghignare contro il suo collo. «Se tuo padre muore, dovremo attendere un anno, e io non posso aspettare un altro istante per averti» replicò. «In quanto alle nostre nozze, domani è troppo presto per te?»
Lei pensò che avrebbe dovuto sentirsi sconvolta da quella proposta scandalosa, invece si ritrovò a sorridere. La risata si trasformò presto in un ansito strozzato, quando l’uomo le posò il palmo sul Tempio di Venere, che grondava umori.
«Dico che… che non… non avremo molto tempo per preparare il ricevimento e… occuparci degli invitati» riuscì a balbettare infine.
«Allora è inutile preoccuparsene, no?» la interruppe Kenneth senza smettere di stuzzicarla con le dita e dando l’impressione che non avrebbe mai smesso. «Pensiamo alle cose importanti» le alitò all’orecchio. «Pensiamo a noi.»
A Elizabeth andava benissimo.
Quello fu l’ultimo suo pensiero coerente, perché lui non le permise di concentrarsi su nient’altro che sul desiderio che li stava divorando, finalmente libero da ogni catena o vincolo. Si abbassò con esasperante lentezza, assaporando quell’attimo e pregustando ciò che sarebbe avvenuto dopo. La coprì con il suo corpo possente e abbassò la testa per stuzzicarle i seni, poi tirò fuori la lingua e la fece guizzare, disegnando un cerchio attorno all’areola dei capezzoli. Prima uno e poi l’altro, a turno, infine li prese in bocca e cominciò a succhiare con voracità. Lei gemette e inarcò la schiena, sentendosi rabbrividire. Gli afferrò i capelli in una mano e strinse.
Il Duca ringhiò, in risposta, aumentando il ritmo della suzione e quello delle dita.
«Oh sì, Kenneth… oh, sto per… non fermarti, ti prego!» farfugliò mentre uno strano languore la coglieva. Lo sentì crescere dentro di lei a ogni stoccata, ma quando si ritrovò a un passo dal precipizio, si ritrovò abbandonata. Sbarrò gli occhi e fissò le iridi turchesi in quelle scure dell’uomo. «Perché?» domandò in un soffio strozzato.
«Perché voglio stare dentro di te, quando raggiungerai l’apice» dichiarò lui con voce graffiante. «Voglio sentirti stretta intorno a me, mentre il tuo corpo viene scosso dai brividi.»
La bocca di Elizabeth si spalancò in una “O” muta.
«Adesso allarga le gambe, amore mio, e apriti per me» la istruì.
Lei obbedì, fiduciosa, e lui si posizionò tra le sue cosce spalancate, indirizzando la punta del membro verso la stretta fessura.
«Adesso ti farà un po’ male» si premurò di avvisarla, «ma durerà solo un attimo, te lo prometto.»
Annuì. «Ho fiducia in te» disse.
Kenneth si sentì invadere il cuore di orgoglio e si spinse in avanti. Digrignò i denti quando si sentì avvolgere da un fuoco rovente. L’istinto gli gridava a gran voce di immergersi fino all’elsa, ma non voleva farle male più di quanto fosse necessario. Era la sua prima volta e non voleva che rammentasse, di quell’esperienza, solo il dolore, perciò ci andò cauto fino a quando non incontrò la sottile barriera dell’imene. Solo allora spinse con forza, strappandole la verginità con un unico colpo di reni.
Elizabeth gridò, ma lui soffocò quei gemiti con la sua bocca, baciandola e restando perfettamente immobile fino a quando non fu lei stessa a prendere l’iniziativa, cominciando a muovere i fianchi con smania crescente.
E allora prese il comando.
Il suo membro si mosse prepotente, prendendo possesso dello squisito corpo femminile, marchiandola.
Avanti, indietro… avanti e ancora indietro, fino a quando il mondo non esplose in milioni di frammenti luccicanti e lui le inondò il ventre con il suo seme.
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