Università del Vermont. Un anno e mezzo dopo
Dillon scese con passo svelto le scalinate della biblioteca dell’università mentre un sorriso le distendeva le labbra. Aveva appena ultimato una sessione di studio con alcune compagne del corso di zootecnia e ora, guardando l’orologio di Rafe che aveva al polso, si diresse verso la caffetteria del campus per acquistare il loro famoso muffin ai mirtilli che tanto adorava.
L’aria autunnale portò con sé la fragranza inconfondibile di terra umida e foglie appena cadute dagli alberi.
Un tappeto pari a lacrime gialle e rosse era ai suoi piedi intanto che, con i libri stretti al petto, s’incamminava lungo il sentiero che l’avrebbe portata dall’altra parte del campus.
Le mancavano solo un paio di esami e poi il suo status di studentessa fuori corso sarebbe finalmente finito; avrebbe conseguito la laurea in veterinaria che si era prefissata un tempo quando, da semplice matricola, aveva varcato i cancelli dell’Università del Vermont dove si era letteralmente scontrata con colui che aveva scombussolato tutto il suo mondo, capovolgendolo.
Dillon aveva ripreso in mano le redini della sua vita e, con l’appoggio di Rafe, aveva deciso di terminare gli studi. Il sole alto nel cielo le trafisse gli occhi, una volta che uscì dalla caffetteria con il dolce in una mano e l’altra al volto per schermarsi gli occhi.
Quasi senza accorgersene arrivò fino ai margini del campo da baseball, oltre l’anello di atletica; vedere i giocatori lanciarsi la palla avvolti nelle loro solite divise verdi le fece mancare il fiato nei polmoni.
Sembravano così lontani i tempi in cui Rafe e la sua divisa dei Catamounts si erano scontrati con il suo mondo.
Erano oramai sei mesi che era tornata al campus e, nonostante tutto, non si sarebbe mai abituata a vivere tutte quelle emozioni che le si mescolavano nello stomaco ogniqualvolta i suoi occhi si posavano su un ragazzo avvolto nei colori della scuola.
Ogni volta, ricordi prepotenti le facevano svolazzare le farfalle nello stomaco, e una marea di immagini la travolgeva come un’onda anomala.
Dillon, togliendosi le briciole dalla bocca, agganciò le dita alla rete metallica e, appoggiandocisi, scrutò attentamente i giocatori dall’altra parte.
Si avviò lungo il margine del campo, lasciando che le sue dita scorressero sulla recinzione.
Gli spalti erano lì accanto, e lei si mise a sedere sulle prime gradinate cercando un volto tra la folla, intanto che una brezza fredda spirava.
Il rumore sordo della palla che veniva colpita dalla mazza le riverberò addosso; Dillon chiuse gli occhi e sollevò il capo al cielo, annusando l’aria impregnata dell’odore muschiato delle foglie cadute e lasciò ai pallidi raggi del sole il compito di scaldarle il viso.
Guardò di nuovo il quadrante dell’orologio e, quando si accorse che le lancette erano corse inesorabili, si sollevò di scatto.
Doveva tornare a casa prima che Didi uscisse da scuola.
I patti erano questi: lei avrebbe potuto frequentare l’università solo se i suoi corsi sarebbero combaciati con gli orari di Dizzy, poco importava se quella regola ferrea l’avesse stabilita una bambina di sei anni e mezzo.
Dillon prese in mano i libri e, percorrendo la linea laterale del campo, si avvicinò verso il dugout dove vi era un po’ di fermento.
Arrivò con passo lento alla panchina e vide l’allenatore di spalle che parlava ai ragazzi della squadra, spiegandogli chissà quale tecnica.
Gli occhi di Dillon corsero svelti su ciascuno di quei dieci giocatori, fino a che il suo sguardo fece il percorso a ritroso e si appoggiò su colui che le interessava.
«Avanti, provate a fare così e vedrete che tutto vi verrà naturale» gridò il mister prima di dare a ognuno di loro una pacca d’incoraggiamento sulla schiena poi, voltandosi, socchiuse gli occhi appena vide Dillon, lì ferma e immobile a osservarlo.
La bocca le si prosciugò e allo stesso tempo le pulsazioni iniziarono a batterle frenetiche in gola.
«Posso fare qualcosa per lei, signorina Sullivan?» le chiese l’allenatore, intanto che si portava i pugni chiusi sui fianchi, scrutandola da sotto l’ala del berretto verde.
Era un uomo bellissimo.
«Salve, coach, vedo con piacere che si ricorda il mio nome» disse lei mettendo un piede davanti all’altro fino ad arrivargli davanti. «Mi chiedevo se potesse darmi una mano…»
Quella piccola bugia bianca scivolò sulla lingua di Dillon con facilità, mentre il suo stomaco si annodava dinanzi all’intensità dello sguardo disarmante che lui le regalò.
Un paio di occhi blu cobalto brillarono maliziosi, e un sorriso sfacciato gli si posò sulle labbra. Dillon, nello stesso istante in cui i nodi che aveva in pancia si allentarono, rivide il ragazzo impertinente di un tempo: quello che credeva che il baseball fosse tutto il suo mondo e, per un periodo non troppo lontano, lo era stato davvero.
«E sentiamo, dove avrebbe bisogno delle mie mani?»
Dillon non se ne era resa conto, ma entrambi avevano iniziato a muoversi l’uno verso l’altro, come se entrambi venissero trascinati da fili invisibili.
Il coach allineò le punte delle loro scarpe da ginnastica e, allungando una mano, l’avvolse in una stretta, intanto che le prendeva di mano i libri, mettendoseli sotto il braccio.
Si piegò in avanti regalandole un bacio a fior di labbra, e il gusto inconfondibile di Rafe esplose nella bocca di lei. Catturò tutta la sua essenza e, inclinando il capo da un lato, Dillon lo rimirò nel momento in cui le appoggiò la mano libera sul ventre rigonfio.
Un sorriso radioso illuminò entrambi i loro visi e, quando un piccolo calcetto rimbalzò sul palmo aperto di Rafe, il cuore di lei iniziò a battere forte quanto un treno, che schiantandosi contro le costole cercava un modo per non deragliare.
«Signorina Sullivan, che ci fa ancora a zonzo per il campus con quel pancione che si ritrova?»
Dillon, sorridendo, abbassò lo sguardo sulla sua pancia rotonda e, incrociando le dita a quelle di Rafe, si dondolò appena sui talloni.
«Stavo cercando il mio accompagnatore» disse guardandosi intorno con interesse. «Ma non lo vedo da nessuna parte, chissà dov’è finito.»
«Se mi dice chi è, posso accompagnarla a cercarlo.» Rafe abbassò il viso sul suo e le baciò la punta del naso.
Dillon finse di pensarci su, poi scoppiò a ridere dopo che lui le fece il solletico affondandole un dito nel fianco.
«Ma piantala…» disse Rafe ridendole addosso.
Un colpo di tosse alle loro spalle attirò la loro attenzione e, voltandosi, videro un ragazzo avvicinarsi che stringeva tra le mani impacciate un guantone.
«Grazie del consiglio che mi ha dato, coach Marshall.»
«Ha funzionato, non è vero?» domandò Rafe al giovane che se ne stava lì dinanzi a loro immobile come una colonna corinzia.
«Sì, signore. La cera sul guantone è stata un’idea geniale.»
Era evidente quanto quella matricola fosse in soggezione di fronte alla figura stoica di Rafe.
D’altronde non capitava ogni giorno d’avere la fortuna che il tuo allenatore fosse un ex giocatore di baseball professionista, che all’apice della carriera aveva deciso di mollare i Red Sox e tornare dove tutto aveva avuto inizio.
Era stata una scelta ponderata, ma talmente spontanea che a Dillon si fermò il cuore nel petto quando Rafe glielo comunicò.
Aveva cercato in ogni modo di farlo desistere, tuttavia lui non aveva voluto sentire ragioni.
Tutto questo era accaduto più di un anno prima quando, dopo un week-end in compagnia di Connor e Brin e in cui il piccolo Kent aveva cercato di cavalcare il Signor Erre con la complicità di Didi, Rafe l’aveva presa da parte e le aveva detto che quello sarebbe stato il suo ultimo anno a Boston.
Era stanco di fare il pendolare, ma soprattutto non sopportava più l’idea di stare lontano da loro troppo a lungo.
Il Rafe dell’anno prima l’aveva stretta a sé, come se in quell’abbraccio fosse racchiuso tutto il suo amore, e le aveva sussurrato all’orecchio che avrebbe concluso la stagione e poi avrebbe lasciato la Major League per andare ad allenare i Vermont Catamonts.
Questo era accaduto esattamente un paio di giorni dopo che aveva mandato al diavolo il suo agente, che, non sentendo ragioni, non aveva voluto estromettere la figlia dai loro accordi lavorativi.
La rabbia bruciante che provava nei confronti di Hellen era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso di Rafe e così, in solitaria e senza l’appoggio di nessun agente sportivo, aveva terminato il campionato. Durante il comunicato stampa della squadra aveva dato il suo addio definitivo al baseball professionista, abbracciando la carriera di allenatore.
La matricola che Dillon aveva di fronte diede un paio di pugni al guantone che stringeva in una mano e si avvicinò a Rafe di un altro passo, abbassando lo sguardo.
«Grazie ancora, coach.»
«Di nulla, Zadesky… Ci si vede giovedì per l’allenamento pre-partita.»
«Domani non ci sarà?» gli domandò lui intanto che si girava il berretto al contrario, mostrando gli occhi più scuri che Dillon avesse mai visto, tali e quali a carboni ardenti.
Rafe prima di rispondere la guardò.
«No, domani ho un impegno.»
Un milione di lucciole nella pancia di Dillon volteggiarono come all’interno di una lanterna, spargendo il loro bagliore dorato ovunque. Si voltò verso Rafe nello stesso istante in cui lui, facendole l’occhiolino, le donava il sorriso più luminoso che avesse mai visto.
S’incamminarono mano nella mano verso lo spogliatoio degli allenatori nel quale Rafe avrebbe preso il suo borsone.
«E così verrai con me domani?»
«Perché, avevi qualche dubbio?»
Dillon negò con il capo perché non aveva abbastanza voce per rispondergli a parole, però una lacrima solitaria ebbe l’ardire di oltrepassare la barriera dei suoi occhi.
«Ehi, perché piangi?» le domandò Rafe fermandosi e raccogliendo con il polpastrello quell’unica perla umida.
«Non lo so, forse perché sono felice.» Un singhiozzo le ruppe le parole, frantumandole in tanti piccoli pezzi, mentre un sorriso le pizzicava le labbra. «O forse sono solo gli ormoni.»
Una scintilla passò in Rafe.
I suoi occhi racchiudevano una strana sfumatura di blu, striati da pagliuzze grigio argentate, che le fecero pensare ai fulmini durante una tempesta.
Le afferrò una mano e, senza darle il tempo di capire, la trascinò dentro lo spogliatoio e la baciò con intensità, spingendola contro la porta chiusa.
Rafe la stava investendo con la tempesta di fuoco che aveva nello sguardo e Dillon, travolta dall’ebbrezza di quel bacio impetuoso, era pronta a gettarsi tra le fiamme.
«Non mi perdonerò mai per essermi perso la morfologica di Didi; domani nessuno potrà tenermi lontano dal tuo ginecologo, perché finalmente potrò vedere in viso nostro figlio.»
Dillon non avrebbe mai potuto dimenticare quel giorno terribile di tanti anni prima; tuttavia, la felicità che stava palpitando nel suo cuore scacciò quei ricordi, quanto un alito di vento aveva la forza di distruggere un soffione spargendo ovunque i suoi semi piumosi, simili a tanti piccoli paracaduti che si libravano in aria sospinti verso il cielo.
Rafe le prese il viso tra le mani e, nel momento in cui il suo stomaco si contrasse, lui la baciò.
Sentire le sue labbra muoversi contro le sue era talmente bello che a Dillon sembrò che il suo stesso corpo stesse bruciando, e che il calore sprigionato da lui aumentasse a ogni carezza della sua lingua.
Rafe si staccò appena dalla sua bocca e, appoggiando la fronte a quella di lei, le bisbigliò parole calde che le rimbalzarono sulle guance.
«Non posso attendere un minuto di più; avrei voluto aspettare fino a domani, quando avremmo visto il nostro bambino nel monitor… ma non ce la faccio.»
«Rafe…» mormorò Dillon intanto che un’emozione le si incastrava in gola.
«Sposami, Dillon Sullivan. Voglio darti tutti i miei giorni, il mio cuore e la mia vita. Ti prego, dimmi che sarai mia per sempre.»
Rafe le fece correre le mani sulle braccia, donandole carezze che avevano il potere di farsi rincorrere dai brividi; lei sentì l’aria intorno a loro pulsare, come un’onda che si infrangeva su una spiaggia tropicale, e quel tepore la invase fin dentro l’anima.
«Sì» sussurrò lei mentre affondava il viso sul suo petto e sentiva il cuore di lui battere forte. Se ne restò lì, ferma e immobile, ad ascoltare la sua melodia.
Le passarono davanti agli occhi tutto ciò che avevano vissuto insieme; quei pensieri vagarono liberi, però Dillon li riportò indietro, imbrigliandoli.
Rafe, con il sorriso stampato in viso, estrasse dalla tasca posteriore una barretta di cioccolato avvolta in una carta arancione.
«Festeggiamo?» chiese lui, sventolandogliela davanti alla faccia.
E ancora prima di assaggiarla, sulla lingua di Dillon esplose il gusto forte del cioccolato che, abbracciato al caramello, racchiudeva dentro di sé l’intreccio perfetto.
Loro due erano stati esattamente così: ingredienti diversi che, unendosi, avevano creato una miscela improbabile.
E fu così che Crispy e il suo giocatore di baseball si allontanarono dall’università, abbracciati e intrecciati allo stesso identico modo del burro d’arachidi e del cioccolato croccante.
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