NON SMETTE DI PIOVERE
Capitolo 6 di 43

Scritto il 24/06/2026
da EMMA MEI


C'è un insistente e martellante rumore che mi sveglia. Male, fra l'altro.

Ho la sensazione che la notte sia trascorsa in un batter di ciglia e ci metto un po' prima di riuscire ad aprire almeno un occhio. Rotolo fra le lenzuola fino a toccare il pavimento con un piede, ma resto ferma a pancia in su per riprendere un primo contatto con quello che è attorno a me. Il martellare non cessa e lo riconosco come “bussare alla porta”. Sbuffo.

«Arrivo… un momento!» La voce mi esce con una punta isterica.

Dio, che male alla schiena!

Cammino con passo malfermo, strofino un occhio con il dorso della mano faticando a tenere aperto l'altro che mi serve a non sbattere contro qualcosa. A tastoni raggiungo la maniglia e la giro.

«Stai bene?» esordisce Logan, scrutandomi con apprensione dalla testa ai piedi.

Seguo la direzione del suo sguardo sui miei pantaloni, che indosso da ieri, prendendo coscienza troppo tardi di essere in canottiera e, per giunta, senza reggiseno. Porto d'istinto le braccia al petto e corro in bagno, spaventandomi per l'immagine che lo specchio mi rimanda. Sono una via di mezzo fra un istrice e un panda.

«Vik?»

Alzo la testa al soffitto e mugugno.

«Che c'è?»

«Ho provato a chiamarti e ti ho inviato un messaggio per fare colazione insieme, ma non rispondevi e mi sono preoccupato che stessi male. Mi dici come ti senti, per favore?»

«Sto bene. Dammi cinque minuti.»

Tolgo velocemente gli abiti e apro l'acqua nella doccia, dove mi fiondo ancor prima che diventi calda, battendo ogni record sui tempi di lavaggio personale e stando attenta a non bagnarmi la schiena. Avvolta nell'accappatoio torno in camera dove c'è Logan seduto sulla sedia con i gomiti appoggiati alle ginocchia. Gli faccio un gesto con la mano per fargli capire di girarsi dall'altra parte, così da prendere dalla valigia l'intimo e gli indumenti che mi servono per oggi.

«Non indossare la maglia, prima devo metterti la crema» mi ricorda.

«Già, grazie.»

Mi vesto in bagno, traccio una leggera riga di eyeliner sugli occhi aggiungendo un'abbondante passata di mascara e spazzolo i capelli prima di tornare in camera.

Sono come una trottola che gira senza mai fermarsi, ma senza energia in corpo. Devo fare colazione al più presto possibile. Il mio organismo reclama la caffeina.

Infilo le spalline del reggiseno, lasciando i gancetti aperti e tengo un asciugamano sul petto. Resto ferma dandogli le spalle, in attesa. Raccoglie i miei capelli con le mani e li porta di lato. Lentamente. Con la punta delle dita sfiora la base della nuca, scende sul collo fino a seguire la linea della spina dorsale e raggiunge il centro della schiena. Un ricordo appare nella mia mente e di scatto spalanco gli occhi. Mi volto per guardarlo in faccia.

«Mi hai tolto tu la maglia e reggiseno, ieri sera?»

Oddio, perché ho un ricordo così offuscato?

«La maglia no, in maniera impacciata ci sei riuscita da sola e, siccome non riuscivi a slacciarti il reggiseno, mi hai chiesto di aiutarti.»

«Ah» riesco a dire.

Mi rimetto di spalle.

«Ti sei addormentata sul taxi, a cena hai parlato poco e con fatica. Sei crollata mentre spalmavo la crema sul tuo tatuaggio. Non scherzo quando ti suggerisco di rallentare i ritmi delle giornate. Il corpo ti sta mandando dei segnali e anche gli attacchi di panico sono un sintomo chiaro.» Il suo respiro mi accarezza il collo e ha un effetto calmante e benefico.

Avverto un nodo alla gola, perché ha ragione e tutto quello che dice è vero. Purtroppo è impossibile delegare ad altri anche solo una delle mansioni che ho sul lavoro. Papà non si fida di nessuno, preferisce che il controllo dell'azienda rimanga in mano alla famiglia, tenendo i dipendenti in posizioni di semplici collaboratori. Le designer siamo io e mamma, l'ufficio commerciale è gestito da papà, da zio Klaus e da me, mentre quello estero è seguito da mia cugina Ada con il marito, con cui coordino i rappresentanti tessili in America e in Europa. L'amministrazione è di competenza di zio Derek e dei suoi impiegati abili a snocciolare numeri, fatture e valute estere. Lui è l'unico dei fratelli Weber che vive fra Saint Paul e Amburgo. Potremmo benissimo ampliare l'azienda accettando dei soci esterni, gli affari vanno così bene che ci sono tutti i presupposti, ma papà non vuole. Anche se è nato e cresciuto qui in America, la mentalità conservatrice, regalo delle nostre origini tedesche, lo fa restare fermo sulla sua idea di azienda familiare.

«Che ne dici se oggi ce la prendiamo con calma, magari cerchiamo una mostra da visitare, andiamo a pranzo a Little Italy e decidiamo in seguito come proseguire la serata?»

«Niente visita alla Statua della Libertà?»

«Sono sicuro che nessuno abbia intenzione di spostarla a breve e, in tutta sincerità, non ho voglia di andare in traghetto. Ci potrai andare l'anno prossimo con Mikael.» Finisce di spalmare, con molta delicatezza, la crema sul tatuaggio e mette una garza che ferma con dei cerotti prima di sistemare il reggiseno. «Ecco fatto. Ora sei pronta per la colazione?»

«Il tempo di indossare la maglia e andiamo. Il buffet pieno di caffè e dolci mi sta aspettando…» Corro in bagno, sbattendo la porta per evitare di cogliere la disapprovazione sul suo bellissimo volto. Nonostante le mie risate, riesco a sentire un borbottato «Devi imparare a nutrirti in maniera sana.»

Alla fine siamo rimasti nel quartiere dove si trova l'albergo. In effetti, non è la prima volta che vengo a New York, e non sarà neppure l'ultima, quindi che senso ha girare per la città quando posso approfittare della splendida giornata per lasciare andare le cose come devono con Logan?

È rilassante passeggiare lungo le vie alberate senza una meta precisa, fermarsi per scattare una foto a un balcone fiorito, un particolare architettonico o semplicemente fare un selfie. Il silenzio che c'è in alcuni momenti è piacevole, anche quello mi serve per conoscere di più Logan attraverso la gestualità e le espressioni del viso. Apprezzo quando ascolta guardandomi negli occhi e risponde con pazienza a tutte le domande che gli pongo. Trovo confortante il suo posare la mano sul mio braccio, o dietro alla schiena, mentre attraversiamo una strada ed evitiamo le persone che camminano sui marciapiedi. Quando lo fa, mi piace, lo trovo giusto, naturale… perfetto.

Perfetto come questo istante.

Il rumore delle macchine si unisce a quello delle voci che spesso non si esprimono nella stessa lingua. La luce del sole, che appare fra le case e gli alberi, dona delle tonalità calde e rinfrancanti. L'aria accarezza le foglie dei rami producendo un lieve suono che si propaga tutto intorno a noi.

Non ho mai sorriso così se non con Mikael e Rose.

Chi l'avrebbe detto!

Un improvviso profumo speziato solletica il mio appetito, prendo Logan per mano trascinandolo fin dentro il ristorante indiano dall'altra parte della strada.

«Viktoria, aspetta» mormora Logan. «Prima di accomodarci a un tavolo, consultiamo il menù.»

Sembra intimidito e mi sembra strano vederlo, finalmente, senza la postura rigida che di solito assume al dojo. È diverso, carino da matti, proprio il ragazzo ideale per me.

Per me?!

Spalanco gli occhi, sorpresa del mio stesso pensiero. Aggrotta la fronte e con le labbra mima un che c’è? Per risposta alzo le spalle come a dire nulla, cercando di far finta di non essermi incantata a guardarlo più del dovuto. Assume un'espressione buffa che mi fa scoppiare a ridere.

«Sensei Logan, non sapevo che fossi capace di fare anche delle espressioni simpatiche con il viso. Sei sempre così concentrato e serio. Sai che dicono che vengono più rughe se si rimane sempre imbronciati o seri? Se sorridi utilizzi soltanto sedici muscoli, se ti arrabbi sessantacinque. Sono tanti. Vero?» Straparlo, me ne rendo conto, ma devo confonderlo mentre entriamo nel ristorante.

Scuote la testa che poi inclina per leggere il menù sistemato davanti al bancone del bar e sogghigna. Allunga un braccio davanti a sé facendomi capire di seguire il cameriere che ci sta aspettando per accompagnarci al tavolo. Vorrei provocarlo e ordinare piatti che disapproverebbe, già immagino quello che potrebbe dire o obiettare, ma voglio mantenere l'atmosfera spensierata e decido di far scegliere a lui quello che mangeremo. Mentre parla con il cameriere, ne approfitto per telefonare a Mikael.

«Ciao, piccola kreisel. Ho solo due minuti di tempo. Tutto bene?»

«Sì» rispondo a bassa voce.

«Com'è la Statua della Libertà?»

Mi giro sulla sedia, dando le spalle a Logan per parlare più liberamente. «Non ci siamo andati, ti toccherà portarmici l'anno prossimo. Ci stiamo godendo una tranquilla giornata senza nessuna destinazione in particolare. E Mik… sono felice. Grazie.» Non so cosa mi stia prendendo, ma aggancio ancora prima di sentire la sua risposta. Tanto non è la prima volta che mi comporto così con lui.

Logan è intento a leggere qualcosa al cellulare, di certo sarà un messaggio di Mikael. Appoggio i gomiti sul tavolo e sorreggo la testa con le mani, ammirando gli interni del ristorante. Dei pannelli di legno scuro, intagliati e a forma di arco, sono applicati alle pareti e fanno risaltare il turchese del muro. Il soffitto a volta è decorato con immagini coloratissime di divinità, fra cui riconosco Ganesha e Kalì. Le tovaglie sono fucsia e bordate in oro, così come i tovaglioli. D'impatto potrebbe sembrare esagerato, ma trovo che la vivacità e l'intensità dei colori siano il punto forte dell'insieme. Non potrei mai usarli nelle nostre collezioni, però forse si potrebbe creare qualcosa di carino per il cliente francese che produce foulard. Ne parlerò con mamma e Ada lunedì. Prendo il cellulare, ma una mano si posa sulla mia, bloccandola.

«Avevamo stabilito niente lavoro. E non dire che non ci stavi pensando. Tenevi il labbro fra i denti.» Alza un sopracciglio sfidandomi in silenzio a contraddirlo.

«Solo un piccolo, piccolissimo promemoria per lunedì?» provo a convincerlo usando una piccola nota di supplica.

«Niente lavoro fino a domani quando atterreremo a Saint Paul. I patti vanno rispettati» intima.

Sbuffo, senza preoccuparmi di sembrare poco signorile.

«Che dice Mikael?» domanda.

«Che vi siete scritti, tu e mio fratello?» ribatto, imitando il suo tono di voce e togliendo la mano da sotto la sua.

«Sei terribile.»

«Se ti svelassi cosa ci siamo detti, poi dovrei chiedere a Mik di sfidarti a un incontro di karate per metterti letteralmente al tappeto e farti giurare di mantenere il segreto.»

«Vedi a non venire mai alle lezioni o a non partecipare ai nostri allenamenti? Tuo fratello non ha mai avuto la meglio sul sottoscritto» ribatte con sicurezza e un ghigno da sbruffone.

«Sensei Logan, dove sono finite la sua umiltà e la sua pacatezza?»

«I fatti parlano al mio posto, mi limito a riportarli.»

Il cameriere poggia sul tavolo un piatto colorato al cui interno c'è una pietanza che riconosco essere il thali, ma in versione vegetariana, un succo di frutta e una bottiglia d'acqua. Strofino una salvietta umidificata sulle mani, imitata da Logan, e comincio a mangiare.

A casa, mamma cucina prevalentemente ricette tedesche, mentre io ho una seria relazione con il cibo d'asporto di ogni tipo, soprattutto quello asiatico. Mikael spesso mi prende in giro sostenendo che avrei potuto risparmiare i soldi che ho speso per comprare la cucina, tanto non la uso mai se non per accendere la macchinetta del caffè e riscaldare i piatti nel microonde.

«Devi masticare di più il cibo, la prima digestione avviene in bocca. Dio, come maltratti il tuo corpo!»

Punto verso di lui il pane che ho inzuppato nella salsa al curry. «Cos'è, facciamo due pesi e due misure? Se non ricordo male, ed è impossibile, nel patto era compreso anche l'argomento alimentazione. Quindi, apri la bocca solo per riempirla con questo delizioso cibo e lasciami mangiare in santa pace.»

Mette gli avambracci sul tavolo e mi fissa contrariato. Lui non sa che in questo gioco sono bravissima, da piccola mi divertivo a sfidare Mikael a cedere per primo. Prendo un po' di riso, lo premo sul piatto formando una pallina che intingo nella ciottola della salsa ai peperoni. Tenendola fra il pollice e l'indice, me la porto alle labbra e comincio a masticarla piano. Eseguo tutto senza mai interrompere il contatto visivo.

«Va bene così, sensei?»

«E dire che da piccola eri una ragazzina timida e gentile. Ero convinto che fossi diventata una giovane donna rigorosa, precisa e razionale. Nel giro di neanche ventiquattro ore mi stai facendo rendere conto che non ti ho osservato con la dovuta attenzione.»

Riprende a mangiare come se non avesse appena sganciato una bomba nel mio cuore “Non ti ho osservato con la dovuta attenzione”.

Il riso mi si blocca nella gola e inizio a tossire. Cerco di darmi dei colpi con una mano, mentre con l'altra verso l'acqua nel bicchiere che non centro neanche per finta. Logan si alza in fretta e colpisce la mia schiena con la mano aperta.

«Ahi!» Sputacchio il riso, mentre inarco la schiena per farlo smettere.

«Scusa! Accidenti, mi sono dimenticato del tatuaggio.» Mi allunga il bicchiere dal quale sorseggio evitando di peggiorare la situazione. «Va meglio?»

Schiarisco la gola e noto il disastro che c'è sul tavolo.

«Mi dispiace, ho combinato un casino» piagnucolo.

Si china sulle gambe e con un fazzoletto mi pulisce la bocca. Sono stranita, non tanto per il gesto che trovo molto gentile, ma perché con l'altra mano tiene la mia. È una stretta delicata che mi fa tornare quella sensazione al centro del petto. Prepotentemente. Sembra una reazione chimica che spinge il mio cuore a battere più in fretta, che impedisce ai polmoni di incamerare l'aria e invita i miei occhi a guardarlo in modo diverso.

«Non ti preoccupare, ordiniamo dell'altro riso e gli intingoli che hai annaffiato con la tua bocca.» Si mette a ridere. «Scusa, non dovrei, ma è stata una scena epica.»

«Ricordati che ho sempre un fratello maestro nelle arti marziali» ribatto piccata.

«È sempre quel fratello che non è mai riuscito a mettermi a tappeto?» Ora ride di gusto.

«Ti conviene tornare al tuo posto, ma ti consiglio di tenere le gambe sotto la sedia. Metti il caso che mi venga un improvviso spasmo, involontario si intende, e con il piede colpisca accidentalmente il tuo stinco…»

«Quella aggressività!» esclama. «Sai che possiamo fare più tardi, una volta tornati in albergo? Mezz'oretta di meditazione o un po' di tai chi.»

«No, passo. Rilancio con la visione di un bel film e una coppetta di gelato.»

«Andata, a condizione che non sia horror o cinema di guerra.»

«Fidati, ti piacerà.»

Devo ancora conoscere chi non trova spassosi Shrek e Ciuchino!

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