NON SMETTE DI PIOVERE
Capitolo 18 di 43

Scritto il 05/08/2026
da EMMA MEI


«L'hai segnato in agenda?» domanda zio Klaus.

«Viktoria.» Papà ha il tono di voce spazientito. «Sei di nuovo distratta.»

«Scusate, ho un po' di mal di testa.» Butto lì la prima scusa che mi viene in mente.

«C'è da decidere chi andrà la prossima settimana ad Amburgo» ripete lo zio.

Da più di due ore mi trovo assieme a loro in sala riunioni per stabilire, nuovamente, la suddivisione delle competenze e delle nuove mansioni. Con noi, in video-conferenza da Amburgo, ci sono zio Derek e sua figlia Ada.

La settimana scorsa, supportata da mamma e anche dalla mia voglia di non vivere in funzione del lavoro, ho preso coraggio e ho affrontato papà dicendogli, senza che potesse controbattere, di non riuscire più a seguire l'ufficio commerciale, i rappresentanti ed essere anche designer. Per alcuni giorni mi ha rivolto la parola a stento, limitandosi a emettere mugugni e ostili monosillabi; è stato necessario l'intervento di mamma per fargli capire che, con me, stava esagerando e pretendendo troppo. Ci siamo confrontati a lungo, lui ha alzato più volte la voce, mi ha rinfacciato che lo stavo abbandonando e che stavo tradendo le sue aspettative di vedermi al posto di Ceo dell'azienda, in sua successione. Durante il suo discorso ho capito cosa intende Mik quando mi chiama lady iceberg, perché ho atteso paziente, non lasciando trasparire una sola emozione. Ho continuato a tenere le braccia rilassate sui braccioli della poltrona, la schiena dritta e lo sguardo puntato su di lui. Al termine della sua sfuriata, ho preso la parola e gli ho fatto capire che ho solo venticinque anni e non sono l'unica erede della famiglia Weber, anche se l'azienda l'ha rilevata lui e i suoi fratelli sono soci con quote inferiori. Forse davvero la notte porta consiglio perché, il giorno seguente, mi ha chiesto come si poteva suddividere e distribuire il mio lavoro, riorganizzando i ruoli aziendali. Sospetto che la sua ragionevolezza sia dovuta anche a zio Klaus e non solo alla mamma.

Siamo una grande famiglia e, fra un anno al massimo, mia cugina Klarissa e il suo gemello Kostantin avranno finito il master in Economia e potranno unirsi a noi, in caso servisse nuovo personale. Ovvio che, nel tempo, la nostra generazione darà il cambio alla loro, ma ci vuole pazienza, esperienza e nessuna fretta. L'importante è dimostrare rispetto per l'azienda familiare, passione per il lavoro, stare al passo con i processi delle tecniche di tessitura ed essere sempre più attenti con la produzione di nuovi materiali ecologici ed ecosostenibili.

«Zio.» Devo calmarmi, perché la pazienza la sto perdendo io, altro che papà. «Si era deciso che saresti andato con Isaak. Se deve subentrare nella mia posizione di commerciale, come pensi di fare se rimandi ogni volta? Tuo figlio si è laureato mesi fa, io non riesco più a gestire tutto, a seguire tutto e a disegnare allo stesso tempo. Ti ricordo che sei stato proprio tu a propormi di seguire solo i nostri tre clienti importanti, lasciandovi gli altri, compresi i rappresentanti nazionali, visto che quelli europei sono gestiti dall'ufficio di Amburgo.»

«Sì, ma per lui sarebbe il primo impegno ufficiale.»

«Non sei stato così accondiscendente con noi, quando abbiamo iniziato» interviene Ada.

«Perché sei la nipote» ribatte suo padre.

«È inesperto e troppo giovane» insiste zio Klaus.

È troppo giovane? E io che dovrei dire? Ora mi arrabbio per davvero.

«Mi stai prendendo in giro?» Papà strabuzza gli occhi per come sto alzando la voce. Scorgo Ada mettersi la mano davanti alla bocca per nascondere il sorriso. Sto esagerando, lo so, ma se non si mettono in pratica le decisioni aziendali, per me non cambierà mai nulla. «Fino a marzo non ho intenzione di muovermi da questo Stato. Le uniche eccezioni sono la fashion week di New York a febbraio e, appena sarà confermata la data, il viaggio in Cina. Abbiamo cambiato apposta l'organigramma aziendale, e ti ricordo che anche tu hai approvato l'ordine del giorno, quindi mi spieghi perché non viene rispettato?»

«Stavolta, Klaus, mia figlia ha ragione» mi sostiene papà. «Sei tu che le hai insegnato tutto quello che sa nel settore commerciale e, ora, devi fare altrettanto con tuo figlio.»

«Andrò mai in pensione?» domanda, senza rivolgersi a qualcuno di preciso.

«No, zio, non si può andare in pensione a cinquantasette anni. Dove sono l'orgoglio e l'essere stacanovista tipici dei Weber?» rispondo scocciata.

«Sei il secondogenito e, finché non andrà in pensione Karl, nessuno di noi fratelli potrà andarci» afferma zio Derek.

«Per una volta che si lascia largo ai giovani, guarda invece che risposta si ottiene» borbotta zio Klaus, mentre sistema la cravatta e richiude la giacca. «Va bene, metto nella mia agenda il viaggio ad Amburgo, ma sappiate che alloggeremo in albergo, non ho intenzione di stare a dormire dalla mamma e vedere girare per casa il suo fidanzato italiano.»

«Si chiama Francesco, e non vivono insieme» chiarisce Ada.

«A me piace» dico, mentre inizio a raccogliere il portatile e le mie cose dal tavolo. «È un uomo di cultura ed è anche simpatico.»

«Rende felice la mamma» dice, con tono affettuoso, zio Derek. «Tu e Isaak verrete a stare da me, fine della discussione. Fra l'altro, in quel periodo avrete la casa tutta a vostra disposizione, perché io sarò a Saint Paul. Sei grande e continui a fare i capricci come quando avevi dieci anni.»

«E dopo questa perla del giorno, vi saluto e raggiungo mamma in produzione.» Mi alzo dalla sedia e mi chino sul computer di papà. «Ciao, Ada, saluta la nonna e la zia.»

«Potresti chiamarle ogni tanto, ora che hai meno impegni di lavoro. Sempre che tu non sia intenta a organizzare qualche evento importante.» Mi strizza l'occhio come se condividessimo un segreto che gli altri non possono sapere.

Alzo gli occhi al cielo in modo teatrale. «Sei ancora in riunione» la zittisco, prima che possa continuare a fare battute davanti a papà e agli zii. «Presta attenzione a quello che dicono i soci maggioritari.»

Lascio a passo spedito la sala riunioni, accendo il cellulare e le mando un messaggio.

Io: Sei impazzita?

Ada: Dovevi vedere la tua faccia! Sei sbiancata. Io: La zia deve smetterla di ascoltare la mamma. Ada: Voglio fare la damigella. Io: ADA!

Ada: Hai gli occhi luminosi e sei ancora più bella. Goditi questa fase dell’innamoramento perché è la più bella, e anche quella più passionale.

Io: Non meriti una risposta. Ada: E poi Logan. Wow, chi l’avrebbe detto? Io: Ti ignoro.

Ada: Era già bello da ragazzino, ora è un Adone.

Io: Hai finito?

Ada: Ho solo iniziato. Lasciami divertire. Io: Mamma mi aspetta e tu devi stare attenta a quello che dicono papà e gli zii. Ciao!

Ada: Voglio i particolari. Io: Mai!

Ada: Chiederò a Mikael, lui saprà di sicuro. Io: Non ti azzardare. Sono seria. Ada: Ciao, piccola kreisel!

Alla fine il mal di testa mi è venuto sul serio e massaggiarmi le tempie non allevia in alcun modo il dolore. Recarmi in produzione è stato un errore, il rumore dei telai e del vociare del capo reparto sono stati come dei colpi di martello in testa. Ho abbassato la luce del mio ufficio, ho spento la musica e ho detto a Brianna che non voglio essere disturbata.

Non riesco a concentrarmi sul lavoro e continuo a divagare con i pensieri. Il primo fra tutti è rivolto a domani. Vorrei fare a Logan una piccola sorpresa per festeggiare il nostro primo mese insieme. Se fosse stata un'altra stagione, avrei potuto organizzare un pic-nic lungo il fiume, ma fa troppo freddo la sera e l'uscita sul battello fluviale è una sua idea che dobbiamo ancora programmare. Ho cercato su internet se ci sono musei interessanti da visitare, ho scorso i film in programmazione al cinema, ho pensato di cucinare qualcosa a casa mia, idea immediatamente scartata considerando la sua puntigliosità in fatto di cibo, e ho controllato i locali con la musica dal vivo. Tutte cose carine, ma non particolari come vorrei che fossero.

Appoggio la testa allo schienale della poltrona e chiudo gli occhi. Tamburello con la penna sulla scrivania e cerco di rilassare le spalle. Di colpo mi blocco, prendo il cellulare e faccio scorrere la galleria delle immagini.

«Bingo!» Guardare le foto del giardino del dojo mi ha fatto pensare a qualcosa che potrebbe piacere a entrambi.

Sblocco il portatile e prenoto i biglietti per una visita al Como Park. Possiamo passeggiare nel giardino giapponese, ammirare la collezione di bonsai e vedere anche le altre aree botaniche, in particolar modo quella della Casa delle orchidee e il Giardino incantato. Ovviamente eviteremo lo zoo, come accaduto a Central Park.

«Perfetto» esclamo felice.

«Cos'è perfetto?»

«Che ci fai qui?»

«Anch'io sono felice di vederti, mia piccola kreisel.»

«Mikael, ho un mal di testa terribile, vedi di non farlo peggiorare, per favore.»

«Devi equilibrare l'energia e massaggiare il punto del tuo corpo più lontano dalla testa.» Indica i miei piedi. «Togliti le scarpe e massaggia gli alluci, inizia da quello di sinistra.»

«Tzz! Togliermi le scarpe. Invece di stare a sorreggere lo stipite, renditi utile e chiedi a Brianna se mi può portare un analgesico.»

«Sei proprio testarda.» Chiude la porta e si china ai miei piedi. Sfila le scarpe, senza che io possa protestare, e preme con l'indice su un punto preciso dell'alluce facendomi sobbalzare dal dolore. «Resisti e respira piano, vedrai che fra poco starai meglio.»

Mi affloscio sulla poltrona, aggrappandomi ai braccioli. In alcuni punti fa un male incredibile, in altri non sento nulla e ovviamente, il bastardo non li preme una seconda volta, insiste solo dove sento il dolore.

«Basta, Mik, mi fai male.»

«Dopo mi ringrazierai.» Tiene saldamente la caviglia e continua la tortura con l'indice. «Che stavi facendo prima?»

«Programmavo la serata di domani con Logan. Ahi!» Provo a togliere il piede dalle sue grinfie, ma è inutile. «Ma niente che ti riguardi.»

«Tranquilla, ho finito con le visite a sorpresa.» Mi rimette la scarpa per passare all'altro piede. «Sai, stai facendo bene a Logan. È sempre stato tranquillo, ma ora è sereno e si mostra più paziente verso gli allievi. Sta lavorando bene e non sembra mai stanco.»

Non commento, so che quando inizia in questo modo i discorsi è un prenderla alla larga prima di arrivare al punto della questione. Incrocio le dita sotto il mento e mi ci appoggio, cercando di resistere al dolore che mi sta provocando al piede.

«Non so se abbiamo accettato troppe iscrizioni o dato la disponibilità di orari troppo flessibili per accontentare i clienti del dojo… C'è che, e parlo per me, non riesco più a star dietro a tutto. Ho riflettuto dopo la nostra chiacchierata dell'altra sera e, siccome ho voglia di tornare a viaggiare, di prendere i miei momenti per meditare, di frequentare dei corsi di aggiornamento e chissà cos'altro, ieri ho incontrato due maestri di arti marziali da assumere. Proprio in questo momento stanno tenendo una lezione di prova e ho lasciato a Logan la decisione finale. Per questo motivo mi trovo qui, a massaggiarti i piedi.» Sorride a fatica.

«Ma?»

«Niente ma.» Fa una pausa. «Sono contento di quello che ho costruito al dojo, però, mi chiedo se non sia il momento di cambiare. È come se avessi portato a termine un progetto e credo dovrei iniziarne un altro.»

«Iniziarne un altro» ripeto, cercando di capire cosa significhi.

«Magari riprendere in mano la medicina cinese, portare a termine gli studi e aprire un ambulatorio.»

«Mik, devi trovarti una ragazza al più presto. Stai vaneggiando.» Finalmente ha smesso di torturarmi il piede, scaccio con uno schiaffo la sua mano e mi infilo la scarpa. «Le arti marziali sono la tua vita, puoi anche finire gli studi di medicina cinese o frequentare altri corsi di quel genere, ma di certo lasciare il dojo sarebbe la stupidata più colossale che potresti fare. Ne hai parlato con Logan?»

«Certo, dice che è una cosa che ha provato anche lui, ma è stata transitoria. Forse ho bisogno davvero di una vacanza, ultimamente svalvolo con nulla. E devo chiedere a Janette di riequilibrarmi i chakra.» Si volta alla ricerca di qualcosa nella stanza. «Perché ti ostini a non tenere un'altra sedia nel tuo ufficio?»

«Proprio perché è il mio ufficio. Forza, va' a lavarti le mani, ti aspetto davanti alla macchinetta del caffè.» Mi alzo e lo precedo fuori dalla porta.

Cinque minuti dopo lo scruto con attenzione, e la percezione che ci sia qualcos'altro di non detto si rafforza, ma non mi allarmo. Ha sempre avuto il focus sui suoi obiettivi e ora si trova in un momento di stallo. Forse è una fase di bilancio della sua vita o più semplicemente ha davvero bisogno di trovare la sua metà della mela, che stia al suo fianco e che condivida la sua vita.

«Se chiedessi a Rose di uscire per una cena, tu che diresti?»

«Ti suggerirei di portarla in un posto carino e di preparare il portafoglio perché le piace mangiare tanto e bene.»

«E se dopo la cena ci fosse anche il dopo cena?»

«Controlla la scadenza dei preservativi.»

«Che tu sappia, ha mai fatto delle cose a tre?»

«Non ne abbiamo mai parlato.»

Giuro che ora lo strozzo! Sta cercando di provocarmi, ha ripreso il suo gioco, ma non riuscirà a farmi spazientire. Prendo il cellulare, e senza che se ne accorga, chiamo Rose, mettendo il vivavoce.

«Quand'è che ha avuto l'ultima relazione? O una serata senza impegno?»

«Sono la sua migliore amica e le nostre confidenze rimangono fra noi.»

«Secondo me è una a cui piace essere dominata e che adora i preliminari.»

«Mmm…»

«L'altra sera mi ha proposto un braccio di ferro con la lingua, chissà se ha ancora voglia di sfidarmi.»

«Sììì!!!» urla Rose attraverso il cellulare.

Alzo il sopracciglio e guardo, sorniona, la faccia di Mik che perde parte della spavalderia.

Nei prossimi giorni dovrò guardarmi le spalle perché, poco ma sicuro, questo scherzetto me lo farà pagare. Gli schiocco un bacio sulla guancia e lo indirizzo verso l'ufficio di mamma. Io torno nel mio, ridendo e senza mal di testa.

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