NELLA TEMPESTA - Seconda parte
«Che ore sono?» domando con voce assonnata.
«Shhh.» Appoggia con dolcezza le sue labbra sulle mie. «Torna a dormire, ti sveglio al mio ritorno. Farai in tempo a fare colazione e ad andare al lavoro.»
«Devi proprio andare al dojo?» Allungo le braccia verso di lui, sperando che ceda e che torni a letto con me. «Lascia che sia Mikael a seguire gli atleti, chiamalo e digli che devi allenare sua sorella.»
«Piccola sfrontata che non sei altro» ridacchia. «Chi l'avrebbe detto che dietro a quella coltre di ghiaccio secolare si nascondesse una stufetta graziosa come te?»
«Quindi mi lasci da sola alle cinque di mattina?» Sbatto le ciglia in maniera civettuola.
Sorride scuotendo leggermente la testa. Si piega verso la mia bocca, mi stampa un veloce bacio e spegne la luce dell'abat-jour.
«Chiudi gli occhi, ti sveglierò io.»
«Ok, ti aspetto.»
Non sento chiudere la porta e ricado in un sonno profondo.
«Viktoria… Viktoria, svegliati.» Sono chiamata da una voce strana; è familiare, ma sono così tanto assonnata che non riesco ad associarla a nessuno in particolare.
Socchiudo gli occhi, li richiudo subito perché la luce mi colpisce sul viso.
«Viktoria…» ripete con angoscia. «Ti ho chiamato non so quante volte, dove hai il cellulare?»
«Logan?» Provo a riaprire gli occhi mentre mi metto a sedere. «Che ore sono? Hai comprato la colazione? Ti prego, dimmi che ci sono le ciambelle con la marmellata di lamponi.»
«Viktoria.»
«Sì, mi chiamo così, non c'è bisogno che tu lo ripeta all'infinito.»
Il fastidio della luce è svanito e sussulto quando riesco a guardare bene il suo bel viso.
Sta piangendo.
Mi agito e il respiro si fa corto. Mille e più spilli invisibili mi pungono la pelle delle braccia, del petto, arrivano fino allo stomaco e assaltano il cuore. Esco rapida dalle coperte e mi inginocchio sul pavimento davanti a lui, totalmente immobile sul bordo del letto.
«Cosa c'è? Cos'è successo? Perché piangi?» domando con l'agitazione che mi sta assalendo.
«Ti abbiamo chiamata tutti quanti, ma non rispondevi…» Il suo tono è spento e angosciato. Fa fatica a parlare, come se il suono fosse incastrato in gola.
Mi guarda e leggo sul suo volto una disperazione devastante.
Non respiro, il cuore batte forsennato e tremo come una foglia. Sono qui, mi rendo conto di quello che mi sta accadendo, ma non sono qui allo stesso tempo. Sono distante dal mio corpo e guardo tutto come se fossi una spettatrice.
Lui mi abbraccia, si aggrappa alle mie spalle e piange. Piange sconsolato senza dire nulla, dalla sua gola escono dei versi pieni di dolore che mi colpiscono e mi contagiano.
In qualche modo riesco a staccarmi da lui che, inerme, rimane seduto con le braccia distese. Corro giù dalle scale e cerco il cellulare nella borsa che ho lasciato ieri in salotto. Ci sono un'infinità di telefonate perse da parte di Logan, di mamma, di papà e di un numero sconosciuto. L'icona della segreteria telefonica e quella di WhatsApp lampeggiano, indicando l'esagerato numero delle notifiche che ho ricevuto. Non ascolto nulla, non leggo nessun messaggio. Nelle orecchie sento un fischio, l'unico suono che si mischia al pianto di Logan.
Torno in camera e il mio respiro è in affanno. Mi sento svenire. Voglio tornare a dieci minuti fa, sotto le coperte e sognare fiocchi di neve che scendono dal cielo.
«Logan…?»
«Io… è successo all'alba…» Si passa le mani fra i capelli come se fossero un sostegno a cui aggrapparsi. «Viktoria… abbracciami… devo dirti una cosa…»
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione


