TRA LE OMBRE DEL PASSATO - Capitolo 1 di 9

Scritto il 05/06/2026
da SCARLETT DOUGLASS SCOTT


RACCONTO SPIN-OFF DELLA SERIE SAVANNE

 

“Esplorare il vecchio
è comprendere il nuovo.
L’antico, il moderno,
sono solamente questione di tempo.
In ogni cosa l’Uomo deve mantenere
la mente ed il cuore liberi...”

Poesia del Maestro Gichin Funakoshi. Tokyo, 1954

 

 

Populonia, agosto.

 

Non amavo gli scheletri.

L’idea stessa di doverne vedere uno mi metteva l’angoscia, figuriamoci doverli toccare.

Quando mi avevano chiamata per un sopralluogo al museo archeologico di Populonia in via di restauro, ero convinta che avessero già svuotato le sale espositive e i magazzini. Invece l’ispettore del Ministero dei Beni e Attività Culturali dottor Carini, Enrico per gli amici, mi aveva dato appuntamento in quel sotterraneo, senza avvertirmi che quella parte del museo era utilizzata abitualmente come deposito dei reperti ritrovati nel cimitero etrusco ai piedi della collina, reperti non ancora catalogati.

Una squadra di ragazzine della facoltà di Archeologia di Firenze spolverava ed etichettava ogni osso, terracotta o manufatto di bronzo alla luce di lampade alogene in quel luogo umido, soffocante e con poco ricambio d’aria.

E la prima cosa che Carini, dottor Enrico, mi mostrò con orgoglio paterno fu proprio lo scheletro rannicchiato di un antico etrusco, quasi perfettamente conservato.

Per poco non vomitai.

 

Non avevo un bel rapporto con i cadaveri, soprattutto dopo ciò che mi era accaduto in Irlanda a causa di alcune ossa maledette.

Tuttavia, era stato proprio quel disgraziato avvenimento al museo archeologico del Convento di Santa Brigida, sulle Wicklow Mountains, a proiettarmi nel firmamento dei restauratori più quotati in Europa, soprattutto perché mi era valso l’ingresso come consulente civile nella Arts & Antiques Unit al National Bureau of Criminal Investigations della Garda Síochána na hÉireann

Letteralmente tradotto: lavoravo da ormai un anno e mezzo per la sezione investigativa della Polizia Irlandese che si occupava del furto d’opere d’arte e antichità, e risiedevo al castello di Fairy Manor di proprietà della famiglia Ryan, nella contea di Wicklow.

Dopo mesi passati a risolvere il caos avvenuto nei sotterranei di Fairy Manor, in cui mi ero trovata coinvolta con l’accusa di omicidio colposo, la mia vita aveva trovato una sorta di equilibrio, se non proprio di serenità.

Avevo iniziato una relazione stabile con Sean Ryan e avevo trovato un lavoro soddisfacente che mi lasciava molto tempo libero per proseguire i restauri del Convento di Santa Brigida, nel quale Megan ed io ormai avevamo consolidato una bella collaborazione.

All’inizio di agosto ero tornata in Toscana, nella tenuta che era stata di mia nonna, e che ora apparteneva a me, sua unica nipote vivente.

Quando il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio delle provincie di Siena e Grosseto, aveva saputo della mia collaborazione con la N.B.C.I., ero stata immediatamente contattata dall’Ispettore dottor Carini per un “parere professionale”.

Dovevo ammettere che non eravamo partiti con il piede giusto.

Mi ero trovata di fronte un rampante trentacinquenne in abiti casual, appena tornato da una partita di golf, l’aria un po’ sbadata da architetto alle prime armi, ma con molta arroganza.

Mi aveva stretto la mano in una morsa d’acciaio, abbagliandomi con un sorriso da latin lover e un paio d’occhi neri come ossidiana.

Poi aveva stretto la mano a Sean, ma l’effetto del sorriso si era un attimo congelato di fronte allo sguardo glaciale del mio ragazzo, dietro le lenti.

Sean non era cattivo. Solo non sopportava chi faceva il cascamorto con la sua ragazza, e non gli si poteva dare torto.

Per un istante si erano squadrati come per prendersi le misure, due leoni nello spazio ristretto della biglietteria del museo.

Carini aveva immediatamente mollato la mano di Sean come se scottasse, tornando a rivolgersi a me soltanto e ci aveva invitato a scendere nei sotterranei per mostrarmi l’ala risalente al periodo romanico, dove erano stati ritrovati affreschi di epoca parallela a quella della Domus Aurea.

Populonia era una roccaforte medievale del XV secolo costruita per la difesa contro i pirati su un poggio collinare, e si era allargata in un piccolo borgo cintato da mura protettive, affacciato sul Golfo di Baratti. Dagli scavi archeologici erano emerse prima le mura romane, poi più in profondità le fondamenta dell’antica città etrusca.

Ai piedi della collina, lungo la strada costiera che da San Vincenzo portava a Populonia, si stendeva l’area archeologica di Baratti per un’estensione di ottanta ettari, una distesa di tombe etrusche a pozzetto, a fossa e a camera funeraria. Queste ultime erano di pianta quadrangolare, con copertura a falsa cupola e rivestimento esterno a cumulo.

Dal ritrovamento di alcuni piccoli oggetti all’inizio del 1.800, che aveva dato il via agli scavi, era stato allestito un museo in uno dei palazzi medievali della Cittadella, dove i turisti potevano ammirare la manifattura funeraria e piccoli effetti personali che componevano i corredi funebri: oggetti da banchetto, da toilette, da cerimonia, da parata, in bronzo, in bucchero e in terracotta di produzione fenicia, appartenuti ai defunti.

Gli scheletri, appunto.

Deposti nei loculi di pietra in posizione fetale, quei resti nerastri e raggrinziti erano stati asportati dai loro letti mortuari e deposti su lettighe di alluminio nei sotterranei del museo, a disposizione degli antropologi che dovevano rilevare epoca di sepoltura e misurazioni.

Dovemmo per forza attraversare il deposito in tutta la sua lunghezza per raggiungere la stanza dal soffitto a volta interamente decorata a “grottesche”.

Soffocai il senso di claustrofobia che mi opprimeva, procedendo a passo spedito e senza guardare le antiche salme riesumate dai loro sepolcri dissacrati.

Un fremito sottopelle mi ricordò quanto era stato labile in me, per un lungo periodo di tempo, il confine tra terreno e ultraterreno sotto l’effetto degli stupefacenti.

Avevo posto la parola fine al mio rapporto sciamanico con le ossa dei morti molto tempo prima, e non intendevo ricominciare. Ero stata chiamata per gli affreschi, e quello doveva essere il mio unico pensiero.

Lasciata la sala-deposito, Carini ci guidò in un cunicolo umido e freddo, stretto e cupo, illuminato a tratti da lampade posticce, protette da griglie di metallo e collegate tra loro da un filo elettrico volante.

Ogni tanto oltrepassavamo aperture laterali su stanze buie, protette da nastri segnaletici. Basse volte romaniche che testimoniavano quanto piccoli di statura fossero stati i nostri antenati.

«Queste stanze sono dipinte?»

Carini scosse la testa. «No, signorina Gandini.»

«Può chiamarmi semplicemente Celina.»

«Allora anche lei mi chiami Enrico» si volse con un altro sorriso smagliante, ma incrociò involontariamente l’occhiata di rimprovero di Sean, alle mie spalle, e tornò immediatamente a farci strada nel budello.

«È stata molto gentile a rispondere alla nostra richiesta di consulenza. Abbiamo avuto ottime referenze del lavoro da lei svolto sui codici conservati al Trinity College di Dublino. Non ha mai pensato di lavorare per il Ministero?»

«Sono già molto impegnata come consulente per il Bureau. Non potrei lavorare in sede fissa in Italia.»

«È un peccato! I nostri migliori restauratori d’opere d’arte antica stanno lavorando all’estero, per un motivo o per l’altro.»  Si fermò di colpo davanti a un ingresso alla sua destra.

Era un foro, a dire la verità.

Una volta romanica era stata anticamente sigillata con i mattoni e riaperta a mazzate dai muratori, che avevano scoperto il tunnel dietro a una finta parete del sotterraneo, la settimana precedente.

«Un lavoro da dilettanti...» borbottai fra i denti.

Carini sembrò imbarazzato, ma solo per pochi istanti. Due chiazze rosse segnarono le guance, sbiancando immediatamente dopo.

Era il sovrintendente ai lavori. Lo avevo colto in fallo.

«L’impresa edile che ha trovato il cunicolo pensava si trattasse di depositi per le scorte alimentari. Non immaginavano di trovarsi di fronte a questo.»

Con una torcia elettrica illuminò una cella di dimensioni notevoli.

L’intera volta e le pareti erano affrescate con allegorie d’arte pittorica romana, le cosiddette “grottesche”, raffiguranti le arti e suddivise in quattro stagioni. Il rosso pompeiano, l’oro, l’azzurro dei lapislazzuli e la calce bianca baluginavano sotto il fascio di luce cruda della torcia. Sul pavimento a mosaico restavano i segni di grossi oggetti rimossi, impronte più chiare tra la polvere rossa creata dall’abbattimento sconsiderato del foro d’ingresso.

La vista si annebbiò per qualche momento, uno sprazzo di ombre mobili oltre il cerchio di luce, nel buio.

Qualcosa mi afferrò la gola, una sensazione di tristezza e di malinconia che mi fece commuovere.

Lei era ancora lì, tra quei quattro muri dipinti. Era rimasta lì per tutto quel tempo, aspettando… sperando… in qualcosa che non sarebbe mai più ritornato.

«Avete spostato qualcosa?»

«Pezzi di arredi originali. Triclini, bracieri, una vasca scolpita nella pietra, contenitori di legno. Li abbiamo portati in un altro deposito di proprietà del comune, perché temiamo che le parti in legno e stoffa...»

«... si sfaldino al contatto con l’aria umida. Posso vederli?»

«Certamente. Forse nel pomeriggio, o domani. Intanto, che mi dice di questa sala?»

«Serve un’illuminazione non aggressiva, e dovrò analizzare i colori prima di poterli datare.»

«Nemmeno una supposizione?»

Negai con la testa, anche se al buio Carini non poteva vedermi.

«No. Dove siamo esattamente? Fuori dall’area del museo, immagino?»

«Sì, ci siamo spostati in direzione della scogliera.»

«Deve esserci un altro ingresso, una porta d’accesso principale, nascosta sotto gli affreschi» scrutai nella semi ombra della torcia, ma senza punti di riferimento non potevo azzardare ipotesi.

«Cosa glielo fa credere?»

«Il cunicolo che abbiamo attraversato è un’uscita di servizio, con relative stanze della servitù. Forse l’ingresso principale è stato murato per dividere due proprietà, già in epoca romana. Da qualche parte dietro questi muri deve esserci il resto di una ‘villa’, probabilmente usata come cantina. Serve una planimetria, per sapere se siamo sotto qualche proprietà privata.»

«Gliene procurerò una. Altro?»

«Questa zona deve essere interdetta agli operai e agli archeologi. Finché non ho terminato i rilevamenti è meglio che non entri nessun altro. La stanza si è conservata perché è rimasta sigillata per molto tempo, riaprila le è costato uno shock termico. Meno persone entrano, meglio conserveremo gli affreschi. Mi serve un’autorizzazione ministeriale per prelevare campioni d’intonaco da analizzare.»

«Provvedo immediatamente. Per l’autorizzazione dovrei riuscire ad avere tutto pronto entro stasera.»

«Chi si occuperà degli arredi?»

«Sono stati affidati alla responsabile del museo, la dottoressa Lavinia Orsini. Se vuole gliela presento, dovrebbe essere qui da qualche parte, nelle stanze di sopra.»

L’idea di risalire in superficie era così allettante che imboccai immediatamente il budello senza aggiungere altro.



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