TRA LE OMBRE DEL PASSATO - Capitolo 7 di 9

Scritto il 17/07/2026
da SCARLETT DOUGLAS SCOTT


Arrivati alla tenuta di mia nonna, Sean mi spedì a lavarmi, mentre lui si mise ai fornelli a preparare la cena. Non avevo fame, ma qualcosa avrei mangiato dopo essermi rimessa in sesto. Dovevo solo evitare di pensare a quella donna.

Non potevano incolparci di omicidio, ma eravamo rimasti coinvolti in quella situazione, e non ce la saremmo cavata velocemente.

Ringraziando Dio, il medico patologo aveva dichiarato l’ora di morte all’incirca quando Sean e io eravamo dal notaio. Con un po’ di fortuna, avremmo potuto lasciare l’Italia senza pendenze penali. Il problema era tutta una serie di noie burocratiche nel momento in cui avrebbero trovato l’omicida, e saremmo dovuti rientrare per testimoniare.

Ma di questo non volevo pensarci ora.

Gettai i panni sporchi fuori nel patio, e mi cacciai sotto la doccia sfregandomi furiosamente di dosso quell’odore nauseabondo. Al contempo non lesinai con lo shampoo, finché tutta la stanza da bagno non fu immersa nella nebbia umida e nel profumo dell’olio di Argan.

La sensazione di orrore scivolò via insieme all’acqua della doccia, sciogliendo finalmente il blocco che avevo allo stomaco e alla gola.

Non potevo cancellare quelle immagini, ma potevo ricacciarle in un posto dei ricordi dove non avrebbero fatto male, e dimenticarmi di lei, che in fondo non era nessuno per me.

Dopo un tempo che mi sembrò infinito considerai di essere piuttosto egoista, e che era ora di uscire dalla doccia.

Tesi una mano fuori dalla tenda per afferrare la salvietta appesa al muro, ma urtai contro un ostacolo inaspettato. La mia mano fu afferrata da dita calde, la tenda venne scostata e occhi di madreperla invasero la mia visuale. Labbra fameliche catturarono le mie affondando la lingua in un gioco sensuale. Il sapore di spezie e tabacco della sua bocca si mescolò all’olio di Argan sulla mia pelle. Mani leggere e calde scivolarono sui seni, incendiandomi dentro, poi di colpo mi voltarono verso la doccia.

Il corpo morbido e possente di Sean aderì alla mia schiena, avvolgendomi con le braccia per tenermi stretta contro sé. Una mano afferrò un seno in una stretta voluttuosa che fece inturgidire il capezzolo, tormentandolo con una lenta tortura delle dita.

L’altra mano scese sul mio ventre, fino al clitoride, che divenne un nodo turgido e impaziente. Trattenni un respiro e un brivido, l’acqua calda scivolava piano sulla pelle, tra le dita che massaggiavano il pube, intrufolandosi fra le pieghe sensibili che si schiusero immediatamente al contatto, accogliendole senza resistenza.

Piegai la testa all’indietro, strusciandomi contro il suo petto reso liquido dall’acqua. Le sue labbra tracciarono un percorso lento e bruciante sul mio collo, sulla gola.

Tesi le braccia dietro di me, afferrandogli le cosce in una morbida e studiata carezza. Sentivo la sua eccitazione spingere contro la fessura tra i miei glutei, il membro grosso e duro che si sfregava.

Le labbra speziate mi sfiorarono l’orecchio, la lingua seguì il bordo, facendomi tremare.

Sussurrai un sì che si perse nello scorrere dell’acqua e nel vapore caldo.

Oscillai, aggrappando al suo braccio, mentre le forze mi mancavano nelle gambe. Spalancai le cosce, prigioniera di quelle dita che scivolavano dentro e fuori, il palmo che sfregava con una ritmica lentezza.

Trovai con la mano la sua erezione e lo strinsi dolcemente, su e giù, compensando con la stessa moneta il supplizio che mi stava infliggendo, sentendolo ingrossarsi e irrigidirsi.

Soffocò un’esclamazione tra i miei capelli, mordendomi una spalla e succhiando la pelle con le labbra.

Poi le sue mani mi presero i fianchi, bloccandomi mentre penetrava con forza. Mi appoggiai alle piastrelle con i palmi, in una posizione migliore per resistere alle spinte dure e violente, la schiena inarcata e le gambe divaricate ad accoglierlo sempre più profondamente, godendo del getto dell’acqua ormai fredda che mi accarezzava i capezzoli.

Una mano tornò sul clitoride infiammato, per trattenermi, e riprese a sollecitare, come se già non bastasse sentirlo muoversi dentro. Sentii i muscoli contrarsi e stringerlo, contro il mio desiderio di resistere alle sue spinte profonde e spietate.

Persi il controllo, urlando qualcosa di indefinito, il corpo scosso da un tremito convulso e dai brividi.

Lui venne subito dopo, aggrappandosi a me, stringendomi il bacino come se fossimo stati un solo corpo. Lo sentii esplodermi dentro, riempiendomi con una passione intensa, mandando in pezzi le nostre coscienze.

Un attimo dopo si scostò e mi volse verso di sé, liberandomi il viso dai capelli bagnati.

Ansimavamo entrambi, guardandoci come se fosse stata la prima volta, quasi stupiti da come i nostri corpi fossero perfettamente modellati l’uno per contenere l’altro.

Le sue mani mi massaggiavano per riattivarmi dal torpore dell’orgasmo, le mie corsero al suo petto risalendo fino alle spalle. Lo attirai verso di me, divorandogli la bocca con la mia in un bacio convulso e affamato.

Anche lui tremava per lo sforzo, e forse per il freddo.

Si strappò dal mio bacio con un sorrisetto malizioso.

«Passato lo spavento?»

«Sì… credo di sì…»

Ero affascinata dal movimento delle sue labbra, non sapevo nemmeno in che lingua mi stesse parlando. Inglese, italiano, gaelico… non aveva importanza. Erano i nostri corpi a comunicare con le nostre menti. Cercai un altro bacio. Mi resi conto che non mi bastava mai.

Ci trascinammo fuori dalla doccia, inciampando nel tappeto e nei suoi jeans. Avvinghiati uno all’altra arrivammo fino in camera e ci lasciammo cadere sul copriletto di seta dorata.

«Accidenti…» mormorai tra un bacio e l’altro, «… bagneremo le lenzuola…»

Mi arrivò un grugnito d’assenso da Sean, che posò le labbra sul mio seno. Con la lingua inumidì il capezzolo, poi lo succhiò avidamente.

Non era possibile che non fosse ancora sazio. Io tremavo ormai per il freddo, nonostante il suo corpo mi trasmettesse calore quando mi sfiorava.

Insinuò una gamba tra le mie, muovendosi sinuosamente e strusciando contro il mio pube.

Tentai di abbracciarlo, ma mi bloccò le mani dietro alla testa con una delle sue.

«Buona. Ho appena cominciato…» mi sussurrò sulla bocca, sfuggendo a un mio tentativo di baciarlo.

«Ho freddo…»

Lui sorrise, affondando il volto nella mia gola, con delicati morsi.

«Ancora per poco. Ancora per poco, deise…»

La lingua scivolò dalla gola fino all’incavo tra i seni, tracciando una scia di brividi, sempre più giù, fermandosi sul ventre. Contrassi gli addominali istintivamente, inarcai la schiena e soffocai un gemito, sorpresa dall’improvviso contatto umido, allargando le gambe per accogliere la sua lingua che guizzava tra le pieghe morbide del mio sesso, disegnando arabeschi o alfabeti.

Una fitta di calore mi inondò il ventre, facendomi battere il cuore nelle tempie.

Liberando le mani infilai le dita nei suoi capelli, sopraffatta dall’istinto, incapace di controllare le improvvise contrazioni. Qualcosa mi si squarciò dentro, espandendosi in un appagamento inaspettato lungo tutto il corpo.

Gridai il suo nome, crollando infine tra le lenzuola scomposte, sfinita.

Sean si sdraiò accanto a me, arraffò a caso le lenzuola e le stese sui nostri corpi, avvolgendomi in un abbraccio.

Mi accoccolai contro di lui, intrecciando una gamba tra le sue, e appoggiai il mento sul palmo della mano destra, il gomito puntellato sul cuscino, per accarezzare la linea della sua mandibola e perdermi nel grigio perla delle iridi.

Sorrideva di nuovo, il bastardo, mentre io avevo il fiato corto e il cuore che mi scoppiava nel petto.

«Va meglio adesso?»

«Sì…» avrei preferito non ricordare quello che era avvenuto nel pomeriggio. La nostra vacanza, dopo tutti i guai che avevamo passato, ce l’eravamo ampiamente meritata.

Eravamo partiti per lasciarci alle spalle la morte e ce l’eravamo ritrovata un’altra volta sulla nostra strada, come una persecuzione.

Ma nelle sue braccia riuscivo a razionalizzare quel maledetto karma, a considerarlo solo un contrattempo.

Eravamo venuti in Italia per stare insieme, noi due soli, senza tutta la famiglia di Sean attorno che ci ricordasse le tragedie. E quella casa dispersa nella maremma, con le cicale fuori dalle finestre aperte, l’aria calda di agosto profumata di caprifoglio e la luna a farci da lanterna, si era trasformata nel nostro rifugio.

Non saremmo rimasti lì per sempre, lo sapevamo entrambi, ma per il tempo che ci saremmo fermati la casa di mia nonna avrebbe ascoltato i nostri segreti, asciugato le nostre lacrime, condiviso il nostro amore e la nostra passione.

Nessuno sarebbe venuto a giudicarci, a imporci le sue regole, a decidere per noi.

Feci scorrere le dita della mano sul petto di Sean, cercando i punti sensibili che avevo imparato a conoscere bene.

Quando li trovai il suo respiro cambiò ritmo e lo sguardo si offuscò, diventando opalescente.

In quelle iridi d’acciaio solamente io riuscivo a far emergere le madreperle, io che conoscevo il codice segreto del suo corpo.

Cercò un bacio, ma io lo schivai.

«Oh no… no, no…»

Scesi con le dita tra il lenzuolo e la pelle, mentre si contraeva per controllare il respiro, sempre più affannato.

Mi afferrò i capelli, in una inutile supplica, ma scivolai via dalle sue mani, seguendo con la bocca e la lingua il sentiero già tracciato dalle mie dita. Lo sentii tendersi come una corda e trattenere un gemito di piacere.

Scostai le lenzuola ingombranti per far emergere alla luce della luna il suo corpo, il membro eccitato dalle mie carezze che si stava di nuovo irrigidendo.

Mi chinai a sfiorarlo con le labbra, a far scivolare la lingua in tutta la lunghezza, un centimetro di pelle alla volta, con una lenta conquista.

Sentii le sue mani sulla schiena che mi afferravano, le unghie nella carne, in una preghiera a non farlo soffrire, in una supplica a continuare senza smettere.

Con le dita stuzzicai la base, mentre con la bocca mi prendevo quello che mi apparteneva. Era solo mio, avevo il potere di farlo impazzire e di mandarlo in paradiso solo al mio volere. Come io appartenevo a lui, anima e corpo, e respiro, ogni molecola di ciò che eravamo era quel movimento lento, perfetto, sincronizzato al pulsare del sangue e al battito del cuore.

Affondavo sempre di più, senza dargli tregua, e lo sentii sussurrare il mio nome pregandomi di fare qualcosa, qualunque cosa, perché stava per esplodere.

Finché lo sentii cedere con un ringhio rauco, il corpo attraversato da una scossa, le ossa liquefatte dall’estasi, teso come la corda di uno strumento che solo io sapevo suonare in quel modo terribile e spietato.

Lo lasciai godere di quel momento irripetibile, quando ebbe la consapevolezza che il mio potere di dominarlo era solo per portare il suo piacere oltre ogni immaginazione.

Fui ricompensata dal suo sorriso estatico, e dalle braccia che mi sollevarono e mi avvolsero strette a lui. Labbra calde e morbide divorarono le mie, mentre le mani risvegliavano il desiderio sulla mia pelle.

Questo, e molto altro in quella calda notte di agosto, cancellò lo scorrere del tempo e le necessità del presente. Quietò i fantasmi nella casa della nonna, calmò la tiepida brezza che muoveva piano le tende delle finestre, e ci trasportò in un mondo a parte, solamente nostro.



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