Whatever you want from me I'm givin' you everything I'm your baby tonight
You've given me ecstasy, You are my fantasy I'm your baby tonight
- Whitney Houston -
Arrivo nei pressi di Times Square e mi dirigo subito nella Theater District.
Lo so, forse avrei dovuto provare prima nei teatri Off- Broadway, ma l’istinto mi ha suggerito di venire qua e ho deciso di ascoltarlo, proprio come fa sempre Zoe.
Sono agitata, troppo, e non mi sento per niente pronta anche solo ad avvicinarmi a un teatro, figuriamoci a entrarci e chiedere lavoro. Mi sento inadeguata e sono
certa di aver sbagliato anche l’abbigliamento. Ho indossato un vestito corto maculato con le maniche a pipistrello. I colori non sono eccessivi perché variano dal fucsia al marrone scuro. In vita ho legato una cintura beige, ai piedi ho messo uno stivaletto basso e ho lasciato i capelli sciolti e leggermente mossi.
Mi sentivo casual, carina e sicura di me, perché ora le mie certezze sembrano evaporate?
Sbuffo con fin troppa foga attirando l’attenzione di un paio di ragazze che mi stanno passando di fianco e che vedo ridacchiare. Mi ritrovo a pensare alla mia amica e a come sarebbe tutto diverso se lei fosse qui con me.
Scrollo le spalle e allontano la malinconia. Zoe è con me, è nel mio cuore e questo mi darà la forza necessaria.
Parola d’ordine: risolutezza.
Tento con il primo teatro, l’Ambassador. Stranamente non ha affisso nessuna locandina che pubblicizza spettacoli. Una delle poche volte che sono venuta a New York con la mia famiglia, ricordo che gli enormi cartelloni pubblicitari avevano attirato la mia attenzione. Mi avvicino all’ingresso e lo oltrepasso, spingendo lentamente la porta.
«Buongiorno…» dico, guardandomi intorno. Non vedo nessuno e questo mi sembra ancora più strano. All’improvviso, spunta un tizio dal retro che mi fissa contrariato. È un uomo che la mezza età l’ha già superata. Ha i capelli tinti di un biondo cenere, il viso con molte rughe soprattutto sotto gli occhi ed è vestito in maniera elegante, giacca e cravatta di alta sartoria.
«Che ci fa qui? Siamo chiusi».
«Mi scusi, la porta era aperta e così sono entrata.
Cerco lavoro».
Non farti intimidire, non farti intimidire.
Mi ripeto questo mantra intanto che l’uomo cammina
verso di me.
«Te lo ripeto, purtroppo siamo chiusi e…» il suo cellulare inizia a squillare e, senza pensarci due volte, il tizio risponde, non curandosi della mia presenza.
«Allora, hai risolto? Non me ne frega un cazzo, okay? Quel bastardo di Cohen mi ha fottuto lo spettacolo. Possibile che abbia tutto questo potere? Neanche fosse Andrew Lloyd Webber!»
Indietreggio di un passo e sposto lo sguardo altrove, così da non passare per una maleducata che ascolta le
conversazioni altrui. L’uomo che mi sta di fronte è davvero furioso e da quello che ho capito ne ha tutto il diritto.
«Che cosa? Quindi ora conta solo il denaro? Be’, puoi dire al suo avvocato che io non mi arrendo e che sarò una maledetta spina nel fianco!»
Riaggancia e sbatte il telefono sul bancone della reception. Mi faccio piccola piccola, anche se vorrei sparire. Io e il mio maledetto tempismo, proprio ora dovevamo capitare in questo teatro?
«Io… vado» mormoro, raggiungendo la porta. «Mi
scusi se le ho fatto perdere tempo».
«Cosa? No, aspetta bellezza. Avrei proprio voglia di una distrazione per allontanare il cattivo umore».
Inorridisco e non solo perché potrebbe essere mio padre o addirittura mio nonno, ma perché a pelle ho capito subito che fosse una persona viscida.
«Non sono interessata, grazie. Ero qui solo perché mi serve un lavoro, ma non avendo spettacoli in cartellone, la mia presenza è superflua».
Apro la porta e una parte di me è contenta nel vedere le persone presenti sul marciapiede qui davanti.
«Allora vattene! Vai al Majestic a chiedere l’elemosina a quel bastardo di Cohen. Se hai fortuna, ti farà raccogliere qualche briciola dalle sue scarpe».
Mi richiudo la porta alle spalle e mi allontano con molta fretta. Mentre cammino, afferro il telefono e cerco con curiosità informazioni su questo pazzo, risalendo a lui usando il nome del teatro. Tra le ricerche suggerite da Google, trovo decine di articoli di giornale. Riportano tutti la stessa notizia che riesce a far combaciare ogni tessera del puzzle.
Alexander Cohen, il noto produttore, è riuscito ad avere il musical Chicago, strappandolo dalle mani del suo nemico storico, Victor Teller.
Leggo in fretta e con interesse l’intero articolo, passando subito a un altro che, bene o male, ripete lo stesso concetto.
Ben gli sta a quello schifoso di Teller. Cinque minuti in sua presenza mi sono bastati.
Ripercorro per abitudine la 7th Avenue. Da quando sono in città capito spesso da queste parti. Mi piace vedere la confusione, stare in mezzo alla gente mi fa sentire meno sola. Appena realizzo che non sono molto
distante dal Majestic, svolto a destra e decido di raggiungerlo. Seguirò il consiglio del viscido, che sia la volta buona? Lo spero.
Quando arrivo nei pressi del teatro, vedo che c’è del movimento. Ragazze e ragazzi che entrano ed escono, altri che fanno gruppo e chiacchierano fumando. Raggiungo le porte a vetri, ma evito di chiedere informazioni a loro, visto che alcune ragazze mi hanno già riempito di occhiatacce. Tiro la porta ed entro. Anche all’interno c’è molta gente. I tacchi bassi degli stivaletti ticchettano sul pavimento, attirando l’attenzione dell’uomo alla reception.
«Buongiorno», gli sorrido.
«Se sei qui per le audizioni, sei in ritardo, mi dispiace».
«No, io…»
«Dovevi presentarti due ore fa. Il signor Cohen non ammette ritardi» dice. «Ragazzi, per favore, basta casino!» continua rivolgendosi a dei ballerini che da quando sono entrata non hanno mai smesso di saltare, ridere e battere le mani. «Se sei qui per uno dei ruoli da protagonista, spera solo che nessuna ti rubi il posto. Il
mondo dello spettacolo può essere davvero crudele» conclude, rivolgendosi di nuovo a me. L’uomo non mi fa parlare e io mi sento sempre più in impaccio, visto il tono alto che sta usando.
Mi piacerebbe tanto sostenere il provino per un musical, ma non credo sia una buona idea iniziare da una produzione così importante come Chicago, non se gli occhi di tutta l’America saranno puntati su questo spettacolo proprio per ciò che è successo tra i due produttori.
«No, guardi, non sono qui per i provini, ma sto cercando lavoro. Può aiutarmi?»
«Lavoro? Di che tipo?»
«Be’, sono disposta a fare qualunque cosa, anche i
lavori più umili».
L’uomo mi scruta per qualche istante e poi il suo volto
si rilassa, diventando gentile.
«Davvero? Pensavo fossi una di quelle attrici snob che pretende le cose, senza rispettare le regole. E, invece, sembri proprio una brava ragazza. Se sei volenterosa, posso aiutarti. Ho giusto bisogno di due mani in più».
«Le mie non hanno paura di sporcarsi!» dico con fin troppo entusiasmo. Dovrei esaltarmi per altro, tipo cantare su un palcoscenico o recitare davanti a un pubblico, non sul pulire il pavimento. Ma al momento non ho alternative. I soldi finiranno e in qualche modo dovrò mangiare e pagare l’affitto dell’appartamento.
«Perfetto. Io sono Will, dammi pure del tu» allunga una mano verso di me che io stringo volentieri con la mia.
«Kimberly».
«Se il signor Cohen è d’accordo, ti farei iniziare domani. Dovendo gestire lo smistamento dei provini, ho giusto bisogno di una persona che si occupi del resto. Sarai il mio braccio destro. Te la senti?»
Annuisco, ringraziando la mia buona stella per aver
messo sul mio cammino quest’uomo gentile.
«Ottimo. Ti avrei fatto iniziare oggi, ma nel pomeriggio il signor Cohen non ci sarà e quindi ha spostato tutti le audizioni a domani».
All’improvviso smette di parlare e guarda oltre le mie
spalle. Lo vedo mentre afferra dei fogli dal bancone della
reception, mi oltrepassa e inizia a parlare con qualcun altro.
«Stavo per portarveli in sala, ma sono stato trattenuto».
«Will, tranquillo. Ci mancherebbe. E poi avevo bisogno di una pausa. Ho un’emicrania che mi sta facendo impazzire».
Quella voce… dove l’ho già sentita?
«Ti porto un analgesico. E poi è un bene che sei uscito da quella sala. Volevo presentarti questa ragazza, ha bisogno di un lavoro e visto che mi serve una mano, avevo pensato di aiutarla».
Mi volto piano. Mentre Will parlava, il mio cervello aveva già capito a chi appartenesse quella voce: Marcanthonee. La risposta giusta lampeggiava nella mia testa proprio come accade nei quiz a premi.
«Lei è…»
«Kimberly» conclude lui.
Oddio, si ricorda di me.
«Marcanthonee…» replico incredula. «Ciao», riesco ad aggiungere, così da non sembrare una stupida.
«Voi… vi conoscete?»
«Sì, anche se non bene come vorrei» risponde lui, facendomi arrossire.
Dio, la sua voce calda… come si fa a resistere?
Un mezzo sorriso compare sulle sue labbra mentre mi fissa con uno sguardo ammiccante. I suoi occhi osservano ogni centimetro del mio corpo. Più lui scende verso le mie gambe nude, più il mio respiro si blocca tra lo stomaco e la gola.
«Be’, visto che la conosci, sarai d’accordo con me nell’assumerla».
«Certo Will, ci mancherebbe. Solo che…»
Comincio a innervosirmi e me ne accorgo soprattutto perché i miei piedi non riescono a stare fermi. Mi muovo da una parte all’altra, formando dei passetti circolari nervosi e parecchio fastidiosi. Mi sto comportando come se mi scappasse la pipì. Marcanthonee non continua la frase che rimane in sospeso fino a quando Will non chiede spiegazioni.
«Ci sono problemi?»
«No, Will. Ho solo bisogno di parlare con Kimberly.
Da solo».
Specifica l’ultima parte e il mio cuore si blocca per un attimo. Perché vuole parlare con me? Si sarà ricordato della nostra conversazione a Central Park? Di certo non posso dirgli quali fossero le mie intenzioni iniziali, né tantomeno quale sia il mio più grande sogno.
Non capirebbe le mie paure e mi giudicherebbe senza conoscermi.
«Certo, Mark. Intanto porto questi curriculum a Helen».
Will si allontana, lasciandomi sola con lui.
«Andiamo nel mio ufficio».
«Che cosa devi dirmi? Non possiamo parlare qui?»
«No, Kimberly» replica secco. Sembra nervoso, a tratti infastidito. Afferra la mia mano e mi trascina verso una scala. Saliamo in fretta e pochi secondi dopo mi fa oltrepassare una porta.
«È l’ufficio di mio padre. Lo uso quando non c’è.
Accomodati».
Si sfila la giacca blu e la getta sulla sedia. Rimane con la camicia bianca che gli fascia il torace mettendo in risalto ogni muscolo, anche quello più piccolo. I primi
due bottoni sono slacciati e la pelle abbronzata che
spunta da lì sotto attira l’attenzione e lui lo sa.
Mi fa sedere sulla sedia che c’è di fronte alla scrivania, ma lui rimane in piedi, appoggiandosi proprio a quest’ultima.
«Allora… L’ultima volta che ci siamo visti avevi le
idee chiare su cosa non volessi fare».
«È ancora così».
«Be’, qui non sarai proprio una cameriera, anche se dovrai occuparti di alcune cose semplici, tipo portare il caffè oppure ordinare il pranzo. È questo che sognavi di fare in Delaware?»
Si ricorda ogni cosa che ho detto, anche da dove provengo. Scuoto la testa, rispondendo alla sua domanda. Certo che non erano questi i miei sogni, ma fino a quando mi sentirò una crisalide che ha paura di schiudersi e diventare una farfalla, non potrò prenderli in mano e vederli realizzati.
«No, ma ho un affitto da pagare, ricordi?»
«Già…»
«E così, Mark, lavori in teatro» mi azzardo a usare il nome con cui l’ha chiamato Will, ma la sua espressione diventa severa.
«Non chiamarmi così, non mi piace. Per te sono Marcanthonee» replica mentre le sue iridi mi fulminano.
Perché ha reagito così?
«E comunque mio padre è il produttore, io lavoro con lui» conclude.
«Tuo padre è Alexander Cohen?» gli domando curiosa, stemperando la tensione provata un attimo fa.
«Lo conosci?» replica sorpreso.
«Ho letto alcuni articoli che lo riguardano».
«La stampa lo fa apparire come non è».
«Quindi in realtà non è così… perfido?» azzardo, trattenendo il sorriso. In ogni articolo che ho scorto, si leggeva chiaramente che Alexander Cohen ha giocato in modo sporco, accaparrandosi uno dei musical più importanti di Broadway.
«Oh no, è anche peggio. La stampa è fin troppo clemente».
Stavolta non riesco a trattenermi. Ridacchio e lui fa lo stesso. Ora ha il volto rilassato e il suo tono è diventato
più soave. Mi alzo in piedi, rimanendo però accanto alla sedia. Averlo troppo vicino mi rende nervosa.
«Hai ancora l’emicrania?» gli domando non so bene perché. Kimberly, ma perché non ti fai gli affari tuoi?
«Il solo vederti mi ha fatto passare ogni dolore e ha allontanato il cattivo umore».
«Ah… non pensavo di avere queste capacità».
«E non immagini che altro hai scatenato in me, piccola Kim. Ho immaginato più volte quanto sarebbe stato bello rivederti, ma ogni singolo pensiero non vale niente in confronto a questo momento».
Abbasso la testa per non fargli vedere le mie guance arrossate. Fisso gli stivaletti che ho ai piedi ed evito il suo sguardo. Marcanthonee, però, non lo accetta e così allunga una mano verso di me e solleva il mio viso poggiando due dita sul mento.
«Tu mi hai pensato?»
«Perché avrei dovuto?»
«Non rispondere a una domanda con un’altra
domanda. Te lo ripeto, mi hai pensato?»
«No…» mento, ma lui è così furbo da accorgersene.
«Non è vero».
«Ora sono io quella che ripete. Perché avrei dovuto pensarti?»
«Perché ogni fibra del tuo corpo lo vuole». Deglutisco, anche se ho la salivazione azzerata.
«Che cosa?»
«Me».
Smetto di respirare. Marcanthonee si avvicina di un passo e ora la distanza tra i nostri corpi è in pratica inesistente.
«New York è grande, eppure ci siamo rincontrati. Non credi che questa sia una bella coincidenza? È come se la buona sorte abbia voluto farmi un regalo, dopo tutta la merda che sono costretto a sopportare».
«Quindi sarei il tuo regalo? E io cosa ci guadagno?»
«Sul serio me lo stai chiedendo? Oh, Kim, lo vedrai».
La mano si sposta sul mio fianco sinistro. Sento le dita che premono sulla mia pelle proprio sotto la cintura. Il suo viso è ancora più vicino, le nostre labbra sono a distanza di un respiro. Sta per baciarmi e io sono così stupida che non vedo l’ora. Non chiudo gli occhi perché voglio godermi il momento a trecentosessanta gradi, ma la realtà annienta in un attimo ogni fantasia creata fino a
ora. Marcanthonee fa tre passi indietro e mi scruta divertito.
«Per oggi abbiamo finito. Ora devo andare, piccola Kim. Ma tanto avremo modo di ritornare su questo discorso».
Che cosa? Ma è proprio uno stronzo!
Ha voluto giocare con me, atteggiandosi da seduttore e io ci sono cascata in pieno.
«Ehm, non credo sia una buona idea. Dopotutto da domani sarai il mio capo. È meglio che tra noi ci sia solo un rapporto lavorativo» replico piuttosto seccata.
Lui ride e sembra ancora più divertito. È incredibile, fino a un attimo fa l’avrei divorato di baci ora, invece, vorrei prenderlo a schiaffi.
«Ne riparleremo domani, quando l’insoddisfazione
per non essere stata baciata ti sarà passata».
Mi oltrepassa e spalanca la porta. Mi volto e senza degnarlo di uno sguardo esco dall’ufficio, scendendo di corsa le scale. Incontro Will che mi domanda se va tutto bene e io annuisco.
«Il lavoro è mio» dico.
«Sono contento. Allora a domani, okay?»
Devo uscire da qui e in fretta. Marcanthonee affianca Will proprio quando sto per attraversare la porta a vetri. La sua bocca si allarga in un sorriso che mette in mostra i denti perfetti. Mi fa l’occhiolino e le mie gambe tremano.
Brava, Kimberly, ottimo lavoro.
Schernisco me stessa ritrovandomi finalmente all’aria aperta. Chiudo gli occhi e faccio un respiro liberatorio, recuperando un briciolo di stabilità.
Torno a casa in fretta, continuando a ripensare alle sue parole, alla voce sensuale con cui ha parlato e al tono privo di sottintesi. È un loop infinito dal quale non riesco a uscire. O forse non voglio?
Arrivo nel mio appartamento senza neanche ricordare come ci sono arrivata, o chi ho incontrato per strada. Mi lascio cadere sul letto e la schiena rimbalza sul materasso. Non ho fatto assolutamente niente eppure mi sento esausta. Ho bisogno di una doccia per scrollarmi di dosso gli effetti di questa giornata e anche per riuscire ad affievolire le sensazioni che ho provato nel rincontrare Marcanthonee. Mi metto in piedi, spogliandomi velocemente. Attacco il cellulare alla presa elettrica che
c’è in bagno e apro l’applicazione della musica. Ho voglia di cantare, sono certa che sia la soluzione più valida da usare per uscire da questo tunnel tempestato di specchi, dove l’unica immagine riflessa è la sua. Ho diverse playlist salvate e quindi, prima di entrare in doccia, dove l’acqua sta già scorrendo, ne faccio partire una. Il getto mi scorre addosso e io m’insapono, accarezzando la mia pelle diafana. Whitney Houston sta cantando “I’m your baby tonight” e io penso a quanto sia assurdo e beffardo il fato. Con tutte le canzoni che esistono al mondo, proprio questa? Perdere la testa, innamorarsi a prima vista… No, io non sono a questi livelli per Marcanthonee, però non nascondo che la mia fantasia sta galoppando un po’ troppo.
Smetto di canticchiare perché la sua voce profonda irrompe nella mia mente.
La sento, dannazione!
In profondità, fin dentro le ossa. I polpastrelli scivolano sulla pelle bagnata e per un attimo penso a quanto sarebbe bello se fossero le sue dita a percorrere il mio corpo nudo, a quanto mi piacerebbe essere avvolta dalle sue braccia muscolose e come vorrei che l’odore
del mio bagnoschiuma si mescolasse a quello del suo dopobarba.
La canzone finisce e subito ne parte un’altra che, però, mi riporta alla realtà. Butto fuori l’aria che stavo trattenendo e mi accorgo di avere le palpitazioni.
Kimberly, datti una calmata!
Mi redarguisco, ma serve a poco. L’unico modo per evitare di eccitarsi con certi pensieri e smettere di rimuginare su chi li provoca. Ma so già che sarà complicato, visto che da domani vedrò l’oggetto di questi pensieri impuri ogni giorno.
All’improvviso le parole di mia madre mi tornano alla mente. Stai lontana dai ragazzi, soprattutto quelli belli che solo a guardarli ti fanno stare male.
Ci provo, mamma, te lo giuro, anche se la vedo dura. Marcanthonee non è solo bello, è anche tremendamente intelligente, interessante ed è un seduttore che riesce a incantarti.
E da come lo sto descrivendo, capisco che forse la canzone appena ascoltata non è poi così lontana dalla realtà in cui mi trovo.
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