QUALCUNO PER CUI CANTARE
Capitolo 13 di 31

Scritto il 17/07/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


What will become of me

IF YOU’RE NOT HERE

I know life is a mental place

WHERE THERE’S ALWAYS FEAR

- Breathe -

 


 

«Chiudiamola qui, è meglio».

Con l’ennesimo rifiuto – e le lamentele di Helen arrivate di conseguenza – chiudo quest’orribile giornata di provini.

«Mark, se continui a mandare via brave attrici e ballerini quasi perfetti, con che cosa mettiamo su lo spettacolo?» mi domanda Ben con un interesse travestito da sarcasmo. «La morettina, poi, non era niente male».

«Ma chi, Naya? Ma se ha poco più di vent’anni!» s’intromette Clary con espressione disgustata. «Non voglio sentire queste cose, me ne vado che è meglio».

«Aspetta. Prima di andarvene, ho una cosa da dirvi». Attiro i loro sguardi e poi, come se stessi dicendo una cosa di poco conto, sgancio la bomba. «Ho trovato la nostra Roxie Hart».

«Cosa? Ti stai riferendo a una di quelle che hai scartato?»

«No, Helen. Domani ve la farò conoscere».

I tre non dicono nient’altro, ma si lanciano occhiate confuse. «Lo so, avete dubbi, ma sono sicuro di quello che sto facendo».

«Okay, Mark, ma prima di prendere decisioni, dovresti consultarti con noi. Siamo qui apposta».

Il mio sguardo incontra quello di Ben e subito inizia un duello a chi s’intimidisce prima e decide di distoglierlo. Mi sto innervosendo, ma solo perché il loro atteggiamento è più che giustificato. Non immaginano cosa c’è sotto e mai nessuno dovrà saperlo.

«Ben, non voglio diventare sgradevole, ma mettiamo una cosa in chiaro. Voi siete qui perché mio padre vi

paga per il vostro lavoro. Quando non c’è lui, e soprattutto in questa occasione che ho l’intero potere decisionale, comando io. Domani conoscerete Roxie e so già che mi darete ragione».

Raccolgo gli appunti e lascio la sala. Vado dritto nell’ufficio di mio padre prima di andare a cercare Kimberly per comunicarle la mia decisione. Da come cantava e ammirava il palcoscenico, ho capito molte cose. Una su tutte? Questo è il motivo per cui si trova a New York. Ecco perché non dovrebbe essere un problema farle accettare la parte.

«Per oggi avete finito?» mi domanda Will spuntando da dietro una porta.

«Sì. Dieci minuti e puoi chiudere. Domani si ricomincia».

«Già. Per fortuna ho trovato una valida aiutante».

«Non ci farei troppo affidamento» rivelo inavvertitamente. Will mi scruta, non capendo le mie parole.

«È successo qualcosa?»

«Niente di negativo. Domani ti spiegherò tutto, prima voglio parlarne con lei. A proposito, puoi dire a Kimberly di raggiungermi in ufficio?»

«Lo farei, ma è andata via mezz’ora fa».

Cazzo!

Impreco silenziosamente mentre spalanco la porta.

«Okay, non importa. A domani, Will!»

Lo congedo ed entro in ufficio. Mi avvicino alla scrivania dove apro il computer per controllare le mail ma mi accorgo del plico bianco poggiato proprio lì accanto. Leggo il nome di chi lo manda e la rabbia che ho provato a tenere sotto controllo per tutto il giorno, ribolle di nuovo nelle mie vene. Sono i documenti del divorzio, quelli che dovrò far firmare a mia madre, anche se non credo sia legale, visto che non ha pieno possesso delle sue capacità. Conoscendo Alexander Cohen avrà corrotto l’avvocato e il giudice chiedendogli di chiudere un occhio oltre che di accelerare la pratica, così da essere libero il prima possibile.

Che schifo, mi vergogno di essere suo figlio.

Afferro quei dannati documenti e li infilo nel cassetto della scrivania. Deciderò io quando portarli da mamma.

Mi abbandono sulla sedia appoggiando la testa sullo schienale. Chiudo per un attimo gli occhi e mi ritornano alla mente le stupende labbra di Kim e la facilità con cui si è arresa alle mie avances. Spalanco lo sguardo e, voglioso di vederla, mi alzo dalla sedia. Oltrepasso la scrivania, pronto a girare per la città come uno stupido pur di trovarla quando noto un biglietto scivolato sul pavimento. Lo raccolgo e quello che c’è scritto migliora nettamente il mio umore.

331 di Kent Avenue a Williamsburg.

Ti aspetto.

K.

Questo cambio nel suo modo di fare mi piace da impazzire. E io che credevo di dover penare per convincerla a divertirsi con me.

Recupero in fretta le mie cose e, mentre esco dal teatro, prenoto un Uber, visto che sono senza macchina.

Aspetto più di un quarto d’ora l’arrivo dell’auto e, quando finalmente si ferma davanti al Majestic, sono così elettrizzato da entrarci in fretta.

«Ciao, amico! Devo raggiungere Williamsburg nel minor tempo possibile. Se riesci a fare un miracolo, ti do il triplo dei soldi» dico d’un fiato.

«Ci sto, cazzo!» replica lui, partendo a razzo.

La corsa dura poco, soprattutto perché l’autista è un ottimo guidatore e conosce molto bene le strade di New York. Venti minuti dopo sono al 331 di Kent Avenue dove, però, c’è un ristorante cinese. Do all’autista di Uber i soldi extra che gli avevo promesso e scendo dalla macchina. Mi guardo intorno e poi mi avvicino al palazzo, ignorando l’ingresso del ristorante. Non ho nemmeno il tempo di salire i gradini per controllare se il portone è aperto o se c’è un citofono con il nome di Kim, che un tizio esce dal locale e si avvicina con aria minacciosa.

«Che cosa vuoi? Chi cerchi?»

Lo fisso divertito, ma poi decido di alzare le mani in segno di resa e fare un passo verso di lui. Sorrido all’uomo cinese completamente calvo e di mezza età. Parla con un accento orientale, ed è così piccolo e minuto che potrei persino mettermelo in tasca.

«Buonasera. Cerco Kimberly West».

«Perché la cerchi?»

«Sono un suo amico».

«Amico? Io non ti ho mai visto qui».

«Lo so, ma lei mi sta aspettando».

Non dice nient’altro però non smette di guardarmi male. Poi, non si sa perché, indica il palazzo e dice le due parole che più aspettavo. «Terzo piano».

«Grazie».

«Però avvisa la signorina che non voglio musica e non voglio casino!»

Annuisco e l’uomo mi apre addirittura il portone. Così, prima che cambi idea, salgo rapido le scale e raggiungo il terzo piano. Ci sono due appartamenti e quindi mi ritrovo di fronte a un bivio. A quale porta devo bussare? Destra o sinistra? Cammino piano, stando attento a non fare il minimo rumore e avvicino l’orecchio prima a una e poi all’altra. Quello che sento provenire dall’interno mi fa prendere una decisione. Picchio il pugno contro la porta dell’appartamento di destra e qualche istante dopo Kimberly compare sull’uscio, più bella che mai.

«Marcanthonee…»

Mormora il mio nome; prima si guarda intorno e poi sbircia alle mie spalle. Infilo la mano in tasca ed estraggo il biglietto che mi ha lasciato sulla scrivania.

«Perché sei così sorpresa? Mi aspettavi, no?»

«Sì, certo, anche se non così presto. Come hai fatto a entrare?»

«Mi ha aperto un tizio strano».

«Come strano? Descrivimelo».

«Di mezza età, basso, calvo… ah, era cinese».

«Oddio, è il signor Liang, il padrone di casa!» mi afferra un braccio e mi tira dentro l’appartamento. Richiude in fretta la porta e sbircia dallo spioncino. Ridacchio alle sue spalle e lei finalmente si volta verso di me. «Che cosa ridi?»

«Rido perché sei buffa» i miei occhi analizzano ogni centimetro del suo viso e poi accarezzano il suo corpo coperto da un vestitino beige con i fiori rosa ricamati.

«Che cosa sono, un cartone animato?»

«Oh no, piccola Kim. Lo vedo che sei in carne e ossa.

E oserei dire: “Quanto ben di dio…”»

Abbassa lo sguardo e arrossisce. Prova a fare la ragazza di città, sfrontata e licenziosa, ma l’innocenza da provinciale ce l’ha tatuata sul corpo.

Ed è anche per questo che le farò interpretare Roxie, un personaggio completamente lontano dal suo mondo.

Mi guardo intorno e il buco d’appartamento in cui vive mi fa venire i brividi. In pratica è una stanza multifunzione che fa da cucina, salotto e camera da letto.

Come fa a stare qui?

«Il bagno è dietro quella porta» rivela, intercettando i miei pensieri.

«Carino… un po’ piccolo, ma carino».

«Scherzi, vero? È orribile ma è l’unico che ho trovato

a un prezzo decente. Comunque, accomodati».

Sposta i vestiti dal letto e li getta sulla sedia. Mi siedo sul bordo del materasso che cigola sotto il mio peso. Kim rimane in piedi e guarda ovunque tranne che nella mia direzione.

«Vuoi qualcosa da bere? Però non ho molto. Acqua, qualche bibita… oddio, che figura pessima. Ma perché ti ho fatto venire qua? Non avrei dovuto lasciarti l’indirizzo sulla scrivania».

Prova ad allontanarsi, ma con un movimento veloce mi allungo verso di lei e le afferro una mano.

«Dove scappi? Hai fatto bene a scrivere quel biglietto.

Sono qui per te e non m’importa il resto».

La tiro piano e lei avanza mettendosi proprio di fronte a me. Spalanco le gambe, obbligandola a porsi proprio al centro.

«Abbiamo una conversazione in sospeso, ricordi?»

«Mi ricordo. Ma tu non dimenticarti che tecnicamente sei il mio capo» replica trattenendo un sorriso. Con la mano libera le sfioro la porzione di pelle dietro al ginocchio stando attento a non risalire troppo in fretta.

«E se ti proponessi un’alternativa? Potresti pensare a questo. Sono solo Marcanthonee, il ragazzo che hai incontrato a Central Park. È un buon compromesso, non trovi?»

I suoi occhi penetranti mi fissano con intensità. Annuisce e, mentre lo fa, mi rimetto in piedi. Sul piccolo tavolo che c’è di fronte al letto ho notato la presenza di uno stereo. Tenendola tra le braccia, indietreggio un po’ e lo raggiungo.

«Il tuo padrone di casa ha detto niente musica e niente casino, ma credo sia più divertente ignorare le sue condizioni. Che dici?»

«Per me va bene. Tanto non mi sopporta a prescindere».

«Okay… Vediamo che musica ascolti».

Premo il tasto play e la canzone parte. La melodia è bella ed è perfetta per ballare. La stringo a me, la mano sinistra che preme alla base della schiena. Mi muovo lento e Kimberly mi viene dietro ancheggiando. Ora che la strofa è iniziata mi rendo conto di non conoscere la canzone. Sto per chiederle chi la canta, ma lei mi anticipa.

«Sono i Breathe. Piacciono molto a Zoe, la mia amica.

Questa è “Are you all good”».

«La tua amica ha dei bei gusti. Falle i complimenti da parte mia».

«Lo farò… appena troverò il coraggio di raccontarle di te».

«Ah sì? E cosa le dirai?»

«Dipende…»

«Ho la netta sensazione che avrai molto da raccontarle».

Inspiro il suo profumo provando a tenere a bada la voglia che ho di sbatterla sul letto e affondare in lei. In risposta Kim abbassa ancora lo sguardo, non riuscendo a sostenere il modo intenso in cui la osservo.

Non è la prima volta che lo fa e ormai ho capito che con lei devo mettere le cose in chiaro.

Con tre dita le sfioro il mento, costringendola a guardarmi. Ho portato di proposito il suo sguardo all’altezza del mio perché ho bisogno di perdermi in quelle pozze scure.

«Devi guardarmi, Kimberly, non smettere mai».

La vedo deglutire mentre obbedisce. Nei nostri occhi s’interseca il desiderio che proviamo. La sua bocca è schiusa e la lingua accarezza brevemente il labbro inferiore. Prendo quel gesto semplice come un invito a continuare. La mano scende verso i glutei e con un movimento veloce le sollevo un po’ il vestito. Rialza il viso verso il mio e rimane in attesa della mia mossa successiva. Le mie labbra bramano le sue e appena le trovano, la sento gemere.

Oh, piccola Kim, ho appena cominciato con te.

La mia bocca famelica banchetta con la sua lingua e si nutre dei suoi respiri. Il desiderio aumenta così come il rigonfiamento nei miei pantaloni. Siamo solo noi, chiusi tra queste quattro mura, con il resto del mondo fuori di qui.

All’improvviso si stacca da me e le mie labbra si sentono nude senza le sue. Non dice niente, fissa prima me e poi il letto alle mie spalle. Tolgo il blazer e lo lancio sul pavimento.

«Lasciati andare, piccola Kim».

«Ho il cuore che batte all’impazzata».

«Lo fa per una ragione. Ti sta suggerendo la decisione da prendere».

Chiude per un attimo gli occhi e appoggia le mani sul mio petto, spingendomi all’indietro. Quando li riapre, ciò che leggo mi fa eccitare ancora di più. È lussuria, è bramosia, è fuoco che brucia di passione. Con un movimento si sfila il vestito e rimane con solo l’intimo addosso. Poi con fin troppa calma toglie anche quello. La scruto come farebbe un animale con la sua preda. Trattengo quasi il fiato mentre gli slip scivolano sulle sue

gambe e raggiungono i piedi. Ora è nuda di fronte a me e in tutto il suo splendore. Non riesco a smettere di guardarla, sono completamente incantato. Il problema è che sono anche in silenzio e se non mi do una mossa, rischio di sembrare solo un pervertito. Faccio un passo verso di lei e sfioro la sua spalla. Rabbrividisce mentre la mia bocca è di nuovo sulla sua e reclama quella lingua calda e morbida. Assaporo il suo gusto che ha lo stesso effetto di un potente afrodisiaco. È ambrosia, è il frutto proibito, è nettare prelibato e non concesso a tutti.

Quando mi stacco da lei per svestirmi, la vedo ansimare. I seni tondi che si sollevano a ogni respiro m’invitano a banchettare con loro. Tolgo in fretta le scarpe e la camicia, e slaccio i pantaloni. Ora trattiene il fiato e lo faccio anch’io.

Siamo entrambi nudi e non solo con i nostri corpi.

«Sei bellissima» sussurro banalmente, ma è ciò che penso davvero. Le mie mani le sfiorano appena le braccia e sento, sotto i polpastrelli, i brividi che hanno pervaso ogni centimetro della sua pelle.

«Hai la pelle d’oca» le faccio notare e Kim inizia a

tremare. «E stai tremando».

«Sto bene» bisbiglia sbattendo le ciglia lunghe.

«Non sei obbligata. Io…»

Kimberly annienta la distanza. Il suo corpo sbatte contro il mio mentre le bocche si divorano ancora.

«Devi solo stare zitto e baciarmi» ansima sulle mie labbra spingendo entrambi verso il letto.

Annuisco e la faccio stendere. Mi metto al suo fianco e le mie mani scivolano lungo il suo corpo, accarezzando anche il più piccolo centimetro. Le labbra abbandonano il suo volto ma solo per andare in esplorazione. Il materasso cigola e io sorrido sbirciandola di sottecchi mentre con la lingua lecco la pelle liscia e perfetta del suo ventre. Kimberly ansima e appena arrivo nell’angolo di paradiso in cui ogni uomo vorrebbe soggiornare, la vedo stringere il lenzuolo tra le mani e piegare la testa all’indietro. Divoro le sue pieghe umide finendo inginocchiato sul pavimento con la testa nascosta tra le sue cosce. Sono eccitatissimo e ho una voglia impaziente di entrare dentro di lei e perdere la lucidità.

Per fortuna riesco ad allungare una mano verso i miei pantaloni dai quali estraggo un preservativo che, in pochi istanti, va a ricoprire la mia erezione. Continuo a leccarla

fino a farle raggiungere l’orgasmo che prorompe fulmineo sorprendendo anche lei. Con ancora l’elettricità che invade i suoi sensi, mi rialzo in piedi, afferro le sue gambe, le tengo spalancate e con una spinta decisa la penetro e inizio a muovermi con un ritmo lento che lei incoraggia a diventare più consistente. La accontento perché anch’io sento la necessità di accelerare. Stare dentro di lei è anche meglio di quanto avevo immaginato. Tengo gli occhi ben spalancati ma mi accorgo che i suoi sono chiusi.

«Kim, piccola, devi guardarmi. Ti ho già detto che non devi smettere mai» dico ansimando.

Obbedisce e come risposta infilo le mani sotto la sua schiena e la sollevo dal materasso. È leggera e sinuosa, una vera sirena incantatrice. Ora è in braccio a me, ma per far stare comodi entrambi, mi siedo sul bordo del letto e le permetto di mettersi cavalcioni. Ricominciamo a muoverci. Stuzzico i suoi seni che ballano davanti al mio sguardo lussurioso e sento il piacere crescere dentro di me. Rallento un po’ solo per permetterle di esplodere ancora una volta.

Quando percepisco le pareti interne che si contraggono, vado in fretta e nell’attimo in cui i fuochi d’artificio ci travolgono mozzando il nostro fiato, fisso i suoi pozzi scuri nei quali leggo la lucentezza della sua anima.

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