QUALCUNO PER CUI CANTARE
Capitolo 16 di 31

Scritto il 29/07/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


There’s an angel with a hand on my head She says I’ve got nothing to fear There’s darkness deep in my soul

I still got a purpose to serve

- Santana -

 


 

Il suo provino mi ha sorpreso. È stata davvero brava e non avevo idea che conoscesse così bene il musical.

So così poco di Kimberly, dovrò rimediare al più presto così da usare le sue debolezze contro di lei e farla fallire nello spettacolo.

Al momento è l’unica cosa che conta.

So per certo che crollerà perché la pressione da sopportare in una rappresentazione di questo livello, è altissima. E proprio a questo dovrò puntare. Ieri sera è

stato incredibile e proprio lì, tra le quattro mura dell’appartamento minuscolo in cui vive, che ho capito come distrarla dalla parte e farle perdere la concentrazione necessaria. Userò il sesso come arma, così riuscirò perfino a divertirmi parecchio.

Prima che inizino gli altri provini della giornata, porto Kimberly in ufficio così da spiegarle cosa succederà nei prossimi giorni. Lo ammetto, l’intenzione è di scoparmela sopra la scrivania pregiata di mio padre, bloccandole la bocca con una mano per impedire al resto delle persone presenti nel teatro di sentire la nostra performance. Solo l’aver pensato a quest’opzione, me l’ha fatto diventare duro come il marmo.

Entriamo nella stanza e richiudo subito la porta a chiave, senza farmi vedere da lei.

«Ci credi che ho ancora le gambe che mi tremano? È stato incredibile, avete anche applaudito».

«Be’, sei stata brava, l’applauso è automatico» replico, appoggiandomi al bordo della scrivania mentre Kimberly si siede sulla sedia di fronte.

«È un applauso che vale doppio, perché è stato fatto qui, a Broadway, in un teatro importante!»

«Ti ho visto concentrata e nella parte. Avevi già recitato in questo musical?» le chiedo, iniziando a carpirle più informazioni possibili.

«Sì, al liceo e proprio durante quegli anni ho capito che non mi piaceva solo cantare ma anche recitare».

Continua a parlare e rimango in silenzio ad ascoltarla. Mi racconta dei corsi che ha fatto per migliorare e di quanto l’abbia aiutata la sua professoressa di teatro.

«Anche i miei genitori mi hanno sempre sostenuto. Solo che la morte di mio padre ha rimescolato un po’ le carte. Avevo deciso di non proseguire più con questo sogno, che il talento di cui tutti parlavano non contasse nulla. Poi un giorno, poco prima del mio diciottesimo compleanno, mentre cercavo una felpa dentro l’armadio della mia camera, ho ritrovato l’ukulele che mi aveva regalato. Stringerlo di nuovo tra le mani, pizzicare quelle corde che aveva sfiorato anche lui, mi ha fatto tornare alla mente tutte le emozioni provate. Mio padre credeva in me, ero la sua piccola stella e non potevo dimenticare tutti i sacrifici che lui e mamma avevano fatto per me. Così ho ricominciato a cantare e a seguire i corsi, pur rimanendo in zona per non lasciare da sola mia madre.

Trasferirmi qui a New York non è stato facile, ma lo dovevo a mio padre. E poi non dovevo più impedire alla musica di rendere tutto magico perché lei mi avrebbe fatto trovare qualcuno per cui cantare, proprio come ripeteva sempre lui».

«Qualcuno per cui cantare? Allora sei nel posto giusto. A ogni replica ci saranno centinaia di persone che verranno a sentirti cantare» affermo.

«Centinaia? Oddio, così non aiuti la mia tensione».

L’ho fatto apposta, piccola. Penso, evitando il sorriso diabolico. Mi abbasso, avvicinandomi di più a lei. Appoggio la mano sulla sua guancia e fisso le sue iridi scure.

«Conosco molti modi per stemperare la tensione. Uno

in particolare mi riesce particolarmente bene…»

«Non credo sia una buona idea».

«Ti sbagli. E poi ti sei già dimenticata? Hai qualcosa da farti perdonare» le ricordo, riferendomi al bacio che mi ha negato prima. Con il pollice tocco le sue labbra schiuse e Kimberly tira fuori la lingua e inizia a leccarlo. Lo solletica piano, senza smettere di guardarmi. È

assurdo tutto questo, dovrei distrarla ma lei con un solo gesto riesce a ribaltare la situazione.

Catturo la sua bocca con la mia, intrappolando i nostri respiri in un bacio peccaminoso che farebbe capire a chiunque le mie intenzioni. Mi stacco solo per un momento obbligando Kim ad alzarsi, ma facendola risedere un attimo dopo sulla scrivania. Sollevo la sua maglia larga e in un solo gesto la tolgo.

«Questa non ti serve» mormoro fissando il suo seno pieno racchiuso in un reggiseno con il pizzo rosa. Scosto appena quel bordo ricamato da dove spunta un capezzolo turgido. Lo prendo in bocca e lo succhio forte. Kimberly geme e io trattengo un sorriso. Ripeto la stessa cosa con l’altro seno, questa volta leccando e succhiando lentamente ogni centimetro di quelle coppe perfette.

Quando le sgancio il reggiseno, rimango per qualche istante a guardarla. È davvero sexy ed è così ingenua da non rendersene conto. Il mio sguardo è così intenso che lei dopo poco prova a coprirsi con le mani, spinta dall’imbarazzo.

«Sto per scoparti, piccola Kim, non c’è bisogno che ti

copri».

«Mi copro perché per un attimo ho avuto la sensazione che volessi divorarmi e mi sono sentita ancora più… nuda».

«Hai indovinato. Vorrei davvero divorarti» replico, tenendo per me quello che ho realmente pensato.

Vorrei divorarti, ridurti in brandelli, giocare con te fino allo sfinimento e poi lasciarti in un angolo abbandonata a te stessa.

Oddio, che bastardo che sono.

Allontano tutta quella merda dalla testa e mi concentro su lei, qui nuda davanti a me. Le tolgo i pantaloni e gli slip e la obbligo a sdraiarsi sulla scrivania, in mezzo a fogli, penne e tanto altro. Slaccio il bottone dei miei pantaloni firmati e tiro giù prima la cerniera e poi i boxer, liberando l’erezione che ricopro subito con un preservativo recuperato dalla tasca, così da non perdere tempo.

In un attimo sono su di lei, il mio corpo sovrasta il suo, stando attento a non schiacciarlo troppo, visto che sotto c’è legno duro e non un morbido materasso. Catturo ancora la sua bocca e poi riscendo verso il seno, dove lascio una scia di baci diretti verso il suo ventre. Quando

arrivo sotto l’ombelico, la sento trattenere il fiato. Vorrei continuare a scendere, assaporando le sue pieghe umide come ieri, ma il tempo a nostra disposizione è limitato, quindi risalgo verso l’alto.

«Ti devo un paio di orgasmi con la bocca, piccola. Segnatelo come promemoria» mormoro al suo orecchio un attimo prima di allargarle le gambe per penetrarla. Affondo dentro di lei con un colpo di bacino e rimango immobile per qualche secondo. Dopo inizio a spingere, prima lentamente e poi con forza. Le sue gambe s’intrecciano dietro al mio sedere e a ogni stoccata premono per impedirmi di smettere.

Come se questo fosse possibile.

È la terza volta che scopiamo, ma mi sono già reso conto di quanto sia incredibile stare dentro di lei. La sento, dannazione. Sento ogni sensazione amplificata, anche quella più insignificante. E riesco a sentire quello che prova lei: l’eccitazione, il desiderio e il trasporto. Detoniamo entrambi in un orgasmo silenzioso perché riusciamo a imprigionare i gemiti in un bacio soffocato. Spalanco gli occhi che avevo chiuso e la osservo mentre viene. È alla mia mercé, totalmente bloccata dalla

bramosia. Sento la sua resa e questo aumenta ancora di più il mio ego da maschio alfa.

Improvvisamente Kimberly appoggia il palmo sulla mia testa, intreccia le dita ai miei capelli e poi accarezza il mio viso. Abbozza un sorriso e quel mix di gesti semplici fa crollare una parte del castello di carta in cui mi sono rintanato. Come un fulmine mi torna alla mente la canzone di Santana, “Put your lights on”. Lei è l’angelo che con una carezza sta cercando di dirmi di non avere paura. Purtroppo, però, come dice la canzone, nella mia anima c’è oscurità. Un’oscurità dovuta all’obiettivo che ho da raggiungere.

Mi stacco bruscamente da lei e vado verso la porta chiusa che c’è di fianco alla libreria. Non avevo mai compreso l’utilità di avere il bagno in ufficio ma devo ammettere che mio padre sa il fatto suo.

Chissà quante volte l’ha utilizzato per lavarsi dopo aver scopato con qualche aspirante stella di Broadway o magari con la sua assistente.

Mi ripulisco velocemente, gettando il preservativo nel cestino. Pettino con le dita i capelli e ricompongo i miei abiti. Ho lasciato la porta aperta e quindi so che

Kimberly mi sta fissando. È sempre sulla scrivania, ma si è seduta.

Quando torno da lei, noto il suo sguardo confuso.

«C’è qualcosa che non va?» mi chiede.

«No, va tutto bene. Lì c’è il bagno, così puoi darti una

sistemata».

«Okay…» scende dalla scrivania e raccoglie dal

pavimento i suoi vestiti, poi raggiunge il bagno.

«Perché io sono completamente nuda e ho un aspetto disastroso tipico del post-sesso, mentre tu sei rimasto vestito e impeccabile come prima?»

La sua domanda è buffa e riesce ad allontanare la tensione che quella stupida canzone aveva scatenato.

«È un dono, piccola Kim. Non tutti gli uomini riescono a scoparsi una bella donna e un attimo dopo tornare a lavorare come se niente fosse».

Sorride e scuote la testa mentre continua a sistemarsi fissando il suo riflesso nello specchio del bagno privato di mio padre.

In quel momento il mio telefono inizia a squillare e, chissà perché, so già chi mi sta chiamando. Helen avrà fatto il suo lavoro da spia, dopotutto è qui per questo.

Lo silenzio, ignorando di proposito quella e le chiamate successive.

Cinque minuti dopo Kimberly è di nuovo di fronte a me. Ha le gote rosse e le labbra gonfie, gli unici segni rimasti che certificano la scopata che abbiamo fatto, oltre all’odore di sesso che è rimasto intorno a noi.

«Non mi hai più spiegato come procedere ora che ho la parte».

«Hai ragione, ci siamo… distratti. Accomodati,

stavolta farò il bravo».

Ridacchia mentre si siede e io raggiungo la poltrona. Apro il cassetto della scrivania ed estraggo un plico che contiene tutto il materiale del musical oltre che al contratto che dovrà firmare.

«Qui c’è tutto. Il copione, i testi delle canzoni, gli spartiti e le informazioni sui personaggi, sull’ambientazione e ogni cosa che potrebbe servirti. Le prove iniziano lunedì prossimo, quindi hai quasi una settimana per studiarti la parte».

«Va bene…»

«Le coreografie le imparerai e perfezionerai qui. Ora mi serve solo la firma sul contratto, è in duplice copia»

concludo consegnandole il plico. Il telefono appoggiato sul legno vibra ancora. Produce un suono fastidioso che attira sia la mia sia la sua attenzione.

«Devi rispondere?» mi chiede mentre pone la sua firma sui fogli che poi spinge verso di me. Siglo tutto con le mie iniziali e le riconsegno la copia che dovrà tenere lei.

«Richiamerò tra un attimo» replico in fretta. Mi alzo e giro ancora intorno alla scrivania. «Bene, non ho altro da dirti, quindi…».

«Ah, certo. Allora… vado» si alza anche lei dalla sedia e indietreggia di qualche passo. La supero andando ad aprirle la porta.

«Ci vediamo Kimberly» la saluto freddamente, trattandola come una persona qualunque e non una con cui ho fatto sesso dieci minuti fa. In tutta risposta lei mi fissa con uno sguardo in cui leggo delusione. Oltrepassa l’uscio e io richiudo la porta, lasciando fuori lei e le sensazioni che mi fa provare, compreso il senso di colpa.

Sono proprio un bastardo.

Il rumore della vibrazione del cellulare mi riporta sui giusti binari. Lo recupero e finalmente rispondo all’uomo

che, mentre ero in compagnia di Kim, avrà lasciato decine di messaggi urlanti nella mia segreteria.

«Pronto» dico in un sospiro.

«Dove diavolo sei finito?»

«Che importanza ha? Ora ti ho risposto».

«Non usare quel tono sfacciato con me, Marcanthonee».

«E tu non girarci troppo intorno. Sappiamo entrambi il motivo di questa chiamata».

«Esatto. Helen mi ha detto che hai preso una alle prime armi e per di più le hai dato il ruolo da protagonista. Ora dimmi, ti sei drogato, sei ubriaco o sei solo un idiota? Pensavo di essere stato chiaro, questo musical è dannatamente importante! Alla prima ci sarà la stampa dell’intero paese!»

Continua a gridare e non mi dà il tempo di replicare. Solo che dopo il terzo insulto non riesco a controllarmi e comincio a strillare anch’io.

«Ora basta! Mi hai affidato la scelta del cast di questo dannato musical e adesso hai da ridire? Ho scelto quella ragazza proprio perché non è conosciuta e non ha altre esperienze a Broadway. La stampa non potrà fare

confronti con altre rappresentazioni, avevi pensato a questo o eri troppo occupato a insultarmi?»

Dall’altra parte cala il silenzio.

Wow, è la prima volta che capita: ho zittito Alexander Cohen. Devo segnarmi questa data sul calendario perché diventerà un giorno da festeggiare, come il quattro luglio.

«Ho tutto sotto controllo, papà. Il cast è quasi al completo e le prove inizieranno nel giorno prestabilito».

«Perfetto. Allora ti lascio lavorare. Ci sentiamo».

La telefonata s’interrompe e per l’ennesima volta ho sperato di ricevere delle scuse che non sono arrivate. Ma lui è fatto così e ormai ho imparato a conoscerlo. Piuttosto che ammettere di aver sbagliato, preferirebbe pugnalarsi al cuore.

Ed è proprio quello che farò rovinando la sua produzione da migliaia di dollari. Lo colpirò dritto al cuore, macchiando una volta per tutte il suo nome e la fama che ha conquistato negli anni.

Lo frantumerò, proprio come lui ha fatto con la nostra famiglia.

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