QUALCUNO PER CUI CANTARE
Capitolo 21 di 31

Scritto il 14/08/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


When you’re sure you’re had enough

Of this life, well hang on Don’t let yourself go ‘Cause everybody cries

EVERYBODY HURTS SOMETIMES

- R.E.M. -

 


 

Quando arriviamo alla clinica, l’agitazione prende il sopravvento e mi fa diventare teso. È sempre così quando devo vedere mia madre, non so mai in che condizioni la troverò; se sarà lucida o se starà fissando il cielo con la stessa intensità con cui si guarda il nulla e cioè con gli occhi spenti dove non traspare nessuna emozione. Molte volte fa meno male quando non ricorda chi sono perché nell’altra circostanza, vedo solo la sofferenza che prova.

Siamo davanti all’ingresso, ma ho bisogno di un minuto prima di varcarlo. Inspiro a fondo e Kimberly mi affianca. Si appoggia a me, stringendo la mano e accarezzandomi la spalla. Le sorrido, anche se per sfogare quello che ho dentro dovrei urlare per ore, fino a distruggere le corde vocali.

«Okay, sono pronto».

Superiamo l’ingresso dove un leggero odore di disinfettante tipico di posti come questo, invade i miei sensi.

«Buongiorno, signor Cohen. Il dottor Hight la sta aspettando nello studio» dice la donna alla reception appena mi vede.

«Grazie» replico con un sorriso forzato. Continuo a tenere per mano Kimberly che nel frattempo si guarda intorno. È una clinica privata costosa, molte volte sembra addirittura un albergo a cinque stelle. Gli interni hanno un design moderno, tutto sui toni del bianco e del beige chiaro.

Un’infermiera ci raggiunge e ci fa strada lungo i

corridoi fino all’ufficio di John.

«Questo posto è…»

«Costoso» concludo, provocando la sua smorfia divertita.

«Comunque è bellissimo, non ha l’aspetto di un ospedale e nemmeno l’odore».

La sua espressione estasiata mi fa ridere. Davvero si sta esaltando per questo posto?

«E se ti dicessi che c’è anche la scuderia con i

cavalli?»

«Davvero?»

Annuisco e lei si tappa la bocca con la mano per evitare di attirare l’attenzione con il suo sbalordimento. Seguiamo ancora l’infermiera che stavolta si ferma davanti a una porta chiusa. È la prima volta che John mi attende in studio, di solito ci vediamo direttamente nella camera di mia madre. La donna bussa, socchiude la porta e s’infila dentro. Un istante dopo esce di nuovo e ci indica la stanza.

«Ecco, signor Cohen. Il dottore la aspetta. Se lei, invece, vuole seguirmi, la accompagno nella sala d’attesa».

Si sta rivolgendo a Kimberly che sposta lo sguardo da me a lei senza sapere cosa fare.

«Grazie, ma non c’è bisogno. La signorina entrerà con

me».

«Va bene, come preferisce signor Cohen».

Entriamo nello studio, dove John Hight, il medico che ha in cura mia madre, è seduto dietro la scrivania.

«Mark! È un piacere vederti».

«Ciao, John».

«Bene, un’altra persona che può chiamarti Mark» bisbiglia Kimberly. Sono costretto a mordermi il labbro per non scoppiare a ridere come uno stupido.

Mi avvicino al medico che nel frattempo si è alzato dalla sedia.

«Non mi aspettavo che venissi accompagnato».

«Lei è Kimberly, la mia ragazza» la presento così, senza troppi giri di parole. Ignoro l’occhiata confusa che mi lancia, ma non mi pento di averle dato quest’etichetta, anche se non è la verità.

«Ah, bene, piacere di conoscerti, Kimberly» le porge la mano che lei subito stringe con la sua.

«Buongiorno, dottor Hight».

«No, niente dottore. Chiamami John. Accomodatevi».

Ci sediamo di fronte a lui e senza perdere altro tempo, introduco il motivo per cui mi trovo qui.

«Allora, John. Credi sia opportuna la clinica in Svizzera?»

«Con Margaret siamo arrivati a un punto di non ritorno, qui le abbiamo davvero provate tutte. Forse cambiare ambiente le farà bene, stimolerà la sua mente a reagire agli impulsi e a riacquistare lucidità».

Lo ascolto mentre mi elenca tutte le qualità di questo posto in Svizzera e nel frattempo penso a quanta speranza mi sia rimasta dentro; spero davvero che il cambiamento serva a qualcosa. Rivoglio mia madre, non mi arrenderò tanto facilmente.

Venti minuti dopo seguiamo John in reparto. Voglio che Kimberly conosca la persona che amo di più al mondo. E desidero che mia madre incontri Kimberly. Ho capito di tenere a lei, che non è solo una con cui lavoro e faccio sesso. Ha lentamente preso possesso di un posto speciale nel mio cuore e ho intenzione di lasciarglielo.

Certo, sono ancora un bastardo, non lo posso dimenticare. Lo sarò fino a quando non cambierò idea e

smetterò di usarla per la mia vendetta. Ho capito che voglio davvero vederla su quel palcoscenico. Brillerà come una stella e io sarò in prima fila a godermi la sua luce.

Ma chi voglio prendere in giro? Ormai è troppo tardi. A volte l’odio riesce a coprire anche l’affetto e tutto ciò che di buono può capitarci davanti.

Entriamo nell’ampio salone che affaccia direttamente sul giardino. Mamma è seduta su una sedia posta di fronte alla finestra, come sempre sta guardando fuori, anche se la maggior parte delle volte la sua testa è talmente assente che non comprende nemmeno ciò che le sta intorno. Indossa un lungo vestito a fiori e sulle spalle ha poggiato una piccola coperta di cotone azzurro fatta all’uncinetto che riconosco subito. L’ha cucita per me prima che nascessi e me la appoggiava sopra ogni volta che mi metteva nella carrozzina. Quell’immagine mi provoca una stretta al petto che, quando la vedo voltarsi verso di noi, si allarga ancora di più.

«Marcanthonee…» pronuncia il mio nome con un sorriso enorme sulle labbra.

«Ho aspettato a dirtelo perché non sapevo quanto sarebbe durata. La giornata di oggi è da annoverare tra quelle positive, Margaret riesce a ricordare qualcosa».

John mi dà una pacca veloce sulla schiena e rimane in disparte. Ci avviciniamo e appena la affianco lei si alza dalla sedia e allarga le braccia.

«Ciao, mamma» mormoro con la voce rotta dalla commozione. Era da un po’ che non la vedevo così lucida, non mi sembra vero. La stringo tra le braccia e inspiro a lungo il suo odore. Per un attimo torno indietro a quando mi consolava dopo una caduta, al solletico che mi faceva quando non volevo mangiare e a tutte le volte che mi sono addormentato con lei di fianco che leggeva.

«Ti aspettavo. Perché hai fatto tardi?» mi chiede quando mi allontano di qualche passo.

«Scusa, c’era molto traffico».

«Non me la racconti giusta. Secondo me hai fatto tardi per qualche altro motivo» seguo il suo sguardo che si posa su Kim accanto a me. «È la tua fidanzata, vero?»

Si sorridono e il volto di Kim diventa paonazzo.

«Mamma, lei è Kimberly».

«È un piacere, signora Cohen».

«No, no. Chiamami Margaret. Sei davvero una bella ragazza e, se sei qui, vuol dire che mio figlio tiene molto a te».

Gli occhi di Kimberly incontrano per un attimo i miei e poi lo sguardo finisce sui suoi piedi.

«Perché non usciamo? Potremmo fare una passeggiata» propongo, cambiando discorso.

«No, preferisco stare qui. Sedetevi accanto a me».

La accontento, soprattutto perché erano mesi che non la sentivo parlare così tanto. Di solito riesco a farle dire due parole forzate.

«Allora, cosa fai nella vita e da quanto tempo state insieme?»

«Mamma, lascia stare. Dimmi piuttosto, come stai».

«Zitto, fai parlare lei. Voglio conoscerla».

«Ma…»

«Non c’è problema» dice Kimberly donandomi uno dei suoi sorrisi più belli. «Sono una cantante e stiamo insieme da… un mese circa».

Sul mio viso compare un’espressione curiosa. Da dove ha tirato fuori quel dato? Poi capisco ogni cosa: deve aver pensato al nostro primo incontro al parco.

«Una cantante? Oh, ma che bello. So che non dovrei chiedertelo, ma potresti cantare qualcosa? Solo per qualche secondo».

«Non mi sembra il caso…» m’intrometto.

«Lascia decidere lei. O forse credi che quell’orribile barba lunga ti renda così uomo da poter prendere decisioni anche per gli altri?»

Sorrido mentre mi sfioro la barba. È vero, è più lunga del solito, ma non credevo così tanto. Pensavo mi conferisse un’aria più sexy, ma da come ha parlato mamma ho paura che non sia così.

«Mi sta male?» chiedo a entrambe, che invece di rispondere si scambiano sguardi d’intesa e ridacchiano come due amiche.

«Ignora le domande esistenziali di mio figlio. Ti va di cantare?»

«Certo, se le fa piacere» replica Kimberly sorprendendomi. Abbozza un sorriso, si allontana per qualche istante e torna da noi stringendo tra le mani una piccola chitarra marrone che non so di chi sia. Si siede sul bordo della sedia, accavalla le gambe e ci appoggia sopra il corpo dello strumento. Chiude gli occhi, fa un

lungo respiro e poi comincia a pizzicare le corde, suonando un accordo dopo l’altro. Rimango incantato dalla sua eleganza, tanto da non riconoscere subito la canzone che poi realizzo essere “Everybody Hurts” dei R.E.M., una delle mie preferite.

Kimberly canta piano e con una voce leggera tutta la prima strofa. I nostri occhi si legano così come le nostre anime. Per un attimo il mondo che ci circonda si ferma e diventa invisibile. È come se non fossi un semplice spettatore ma parte integrante di un qualcosa di più grande e intenso che non riesco a definire.

Purtroppo, l’idillio termina in fretta; Kim canta fino al

ritornello e poi si ferma.

Mi guardo intorno e noto che anche altre persone sono rimaste affascinate dall’incantevole voce di questa ragazza.

«È stato davvero bello. Mi è piaciuto soprattutto l’amore che ho letto nei tuoi occhi mentre cantavi e guardavi il mio Marcanthonee. E ora ho capito perché mio figlio ti ama. Si è innamorato della tua voce».

Mamma, ma che diavolo dici?

Deglutisco a vuoto, mentre passo una mano tra i capelli non riuscendo a controllare l’imbarazzo che sto provando. Kimberly fa finta di niente, o almeno così sembra, e va a restituire la chitarra al legittimo proprietario.

Sono contento di averla portata e anche che abbia visto mia madre in uno dei suoi giorni migliori. Devo però stare attento a non uscire dai margini che ho tracciato con lei quando abbiamo iniziato… be’, qualunque cosa ci sia tra noi.

Non devo illuderla. Non devo darle false speranze.

E non devo permetterle d’innamorarsi di me.

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO

 


 




Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione