QUALCUNO PER CUI CANTARE
Capitolo 28 di 31

Scritto il 09/09/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


Baby, can I hold you tonight?

Maybe if I told you the right words Ooh, at the right time

YOU’D BE MINE

- Tracy Chapman -

 


 

Vivian è stata davvero gentile.

È venuta a prendermi fino a Manhattan, mi ha portato a fare la denuncia del furto e poi mi ha riaccompagnato a casa. Le ho dovuto spiegare ciò che è successo, tralasciando gran parte della verità. Ho solo ammesso di aver avuto una breve e intensa relazione con Marcanthonee. Una relazione che ora è finita. Ho evitato di dirle che non sarò più la sua partner nel musical,

questa decisione fa ancora parecchio male e devo metabolizzarla prima di renderla reale.

Aspetto a salire nell’appartamento. Decido, però, di entrare nel ristorante del signor Liang. Dev’essere messo al corrente. È ora di pranzo, intravedo alcune persone sedute ai tavoli e lui è in piedi dietro la cassa. Ha in mano degli scontrini ma appena nota la mia presenza, mi fissa in modo contrariato. Sposta lo sguardo da me alla borsa da viaggio che ho in mano e poi scuote la testa.

«Se stai andando via, non ti posso restituire i soldi

dell’affitto».

«No, veramente sono appena tornata. Ho dovuto dormire fuori. Ieri sono entrati nell’appartamento e hanno rubato alcune cose».

Scatta e con un movimento veloce mi viene di fronte.

«Sono venuti i ladri?» Annuisco. «Perché non me

l’hai detto subito?»

«Glielo sto dicendo adesso. La polizia sarà qui tra poco per il sopralluogo. E comunque deve aggiungermi altre serrature, la chiusura di quella porta è ridicola» mi volto ed esco dal ristorante.

Sono stata maleducata, lo so, ma non m’importa.

Non m’importa più di niente.

Salgo al terzo piano trascinando me e la borsa sulle scale. Poco dopo arriva la polizia. Sono in due, un uomo e una donna. Controllano tutto, mi fanno altre domande ma ho la mente e il cuore così in subbuglio da non capire nulla. Scrivono tutto su un verbale che poi mi fanno firmare e prima di andarsene si assicurano che cambierò la serratura.

Appena mi lasciano sola, mi rendo conto di essere dentro le quattro mura claustrofobiche di un appartamento incasinato. Un appartamento con cui non sono mai entrata in empatia. Inizio a piangere perché so di aver perso tutto, non mi resta nulla se non il mio sconforto.

Con le lacrime che scendono incessanti sistemo le mie cose raccogliendole dal pavimento. Ripongo i vestiti nell’armadio e il resto lo dispongo in giro per la stanza senza seguire una logica.

Ho dimenticato l’ukulele a casa sua. Me ne sono resa conto troppo tardi, quando l’auto di Vivian era già a Williamsburg. Spero solo che me lo restituisca e non lo usi come scusa per incontrarmi.

Non voglio vederlo.

Non voglio sentire la sua voce.

E non voglio amarlo più.

Il cellulare inizia a squillare. Quando leggo il nome di Zoe, faccio partire la segreteria. Dovevo chiamarla. Stamattina le avevo detto che l’avrei fatto più tardi ma poi il mondo mi è crollato addosso. Non posso parlare con lei, non in queste condizioni.

Insiste e ogni volta devio la chiamata alla segreteria. Poi arriva il turno di mia madre.

Oddio, ma è una congiura?

Ignoro tutti e spengo il telefono. Finisco di svuotare la borsa che avevo quando sono andata da lui, mettendo in ordine quel che resta della mia vita. Ecco come mi sento in questo momento: come una casa svaligiata. Hanno portato via tutto ciò che di bello c’era dentro di me e hanno lasciato solo quello che non serve.

Qualcuno bussa alla porta e per un attimo ho paura che possa essere Marcanthonee che ha deciso di darmi il colpo di grazia.

No, non è così stupido.

Raggiungo l’uscio e lo spalanco, credendo di trovarmi di fronte al signor Liang venuto ad aggiungere le serrature.

«Signorina Kimberly West, hai idea di quanto faccia incazzare quando ignori le telefonate? Cos’è, eri troppo occupata a fare sesso con un ragazzo strafigo, oppure stavi piangendo e non hai voluto rispondere per non dare troppe spiegazioni?»

ZOE…

Zoe è qui.

Zoe è a New York.

Zoe mi sta di fronte e io non sono più sola.

Il pianto diventa incontrollabile e subito lei entra

nell’appartamento e si richiude la porta alle spalle.

«Oddio, Kiki che diavolo è successo?»

Allaccio le braccia intorno al suo collo e nascondo il viso tra i suoi capelli. Lei mi stringe forte, accarezzando la mia schiena. Le lacrime non accennano a diminuire e mi odio per questo. Non dovrei piangere, dovrei solo urlare per la rabbia che ho dentro e spaccare tutto così da riuscire a sfogarmi.

Avrei bisogno di andare di nuovo al Break Bar.

Avrei bisogno di tornare indietro nel tempo e impedirmi di raggiungere quel dannato ufficio.

Avrei bisogno di lui e mi odio ancora di più per questo.

«Shh, va tutto bene. Sono qui». Mi stacco e scuoto la testa.

«Che cosa ci fai qui? Non dovevate arrivare domani?»

«Abbiamo deciso di farti una sorpresa anticipando di un giorno la partenza. Tua madre è di sotto con Ryan, ci stanno aspettando. Ma questo non ha importanza. Ora gli scrivo che scendiamo tra dieci minuti perché sei appena uscita dalla doccia».

Digita in fretta il messaggio e Ryan risponde con una frase che mi fa sorridere tra le lacrime.

VA BENE, CHE SIANO DIECI MINUTI, PERÒ, E NON QUARANTA.

«Okay, abbiamo del tempo. Vuoi dirmi perché stai così di merda?»

«Va bene, ma lasciami parlare senza fare commenti».

Annuisce e ci sediamo sul materasso, dove le racconto velocemente ogni cosa. Del mio incontro con Marcanthonee, di come sono stata stupida a farmi coinvolgere così tanto da lui, di quanto ho sbagliato a continuare a frequentarlo nonostante fosse il produttore dello spettacolo, di come mi ha manipolato per raggiungere i suoi scopi e di quanto sto soffrendo da quando mi ha ridotto il cuore in frammenti minuscoli.

«Oddio, che bastardo!» sbotta alzandosi in piedi appena finisco di parlare. «Io quello lo picchio. Anzi, lo faccio picchiare da Ryan!»

«Con tutto il rispetto per Ryan, ma se mai dovesse accadere credo che le prenderebbe. Marcanthonee è alto, atletico e molto…vigoroso» arrossisco ripensando alle sue braccia muscolose che mi tengono stretta. Una stretta che mi mancherà troppo.

«Maledizione, ti sei presa proprio una bella cotta».

«Anche di più… Zoe, mi sono innamorata».

«No, fammi capire. In questi mesi hai frequentato un uomo, te ne sei innamorata e io lo sto scoprendo solo ora?»

«Non potevo parlartene al telefono. Era troppo complicato».

«Complicato o no dovevi dirmelo, Kim. Sono la tua migliore amica, avrei potuto consigliarti o anche solo starti vicino».

Fisso le mani intrecciate appoggiate al mio grembo.

«Hai ragione…»

Zoe s’inginocchia sul pavimento proprio davanti a me. Appoggia le mani sulle mie e subito vado alla ricerca dei suoi occhi.

«Non importa. Ora sono qui, prendo possesso del mio ruolo e ti dico quello che penso e ciò che farei al tuo posto».

Le sorrido.

«Guarda che non hai mai smesso di darmi consigli. La tua voce era sempre con me. Non sai quante volte ho pensato: “Che cosa farebbe Zoe?”. E così agivo di conseguenza».

«E non immagini quanto questo mi renda felice. Mi sei mancata, Kim. Davvero tanto».

«Anche tu».

Sul suo volto vedo scivolare alcune lacrime.

L’abbraccio e la tengo stretta per un po’.

È vero che l’amicizia è un valido antidoto contro le pene d’amore. Da quando c’è Zoe, ho la sensazione di stare meglio.

O forse sto meglio perché non sono più sola.

Ci stacchiamo e Zoe si rimette in piedi. Mi alzo dal letto e con la manica della maglietta asciugo il volto dai residui di lacrime.

«Okay, il tempo a disposizione è quasi finito quindi, mentre ascolti i miei preziosi consigli, datti una sistemata e cerca di far qualcosa per quegli occhi rossi. Non vorrai salire sul palcoscenico e spaventare tutti».

«Non c’è pericolo, tanto non parteciperò al musical».

Le volto le spalle e m’infilo in bagno, dove la mia immagine riflessa nello specchio mi spaventa. Ho gli occhi gonfi e rossi, il viso pallido e i capelli che sembrano un groviglio di siepi. Zoe mi segue e la sua espressione fa ancora più paura.

«Aspetta un attimo, che significa che non parteciperai?»

«Zoe, pensi davvero che io possa essere Roxie Hart come se non fosse successo niente? Mi conosco, appena salirò su quel maledetto palco inizierò a pensare al vero motivo per cui mi trovo lì. Non ho intenzione di farmi umiliare davanti al pubblico».

«Ti sbagli, cazzo! Tu ci andrai e brillerai come una stella. Abbaglierai tutti con la tua luce e il signor produttore si pentirà amaramente di aver anche solo pensato di usarti come pedina per affossare il padre. Il musical sarà un successo e questa sarà la tua soddisfazione più grande».

Non so perché ma le parole di Zoe mi colpiscono in pieno petto, avendo la stessa intensità di un treno in corsa che ha puntato proprio me. Ha ragione, l’unico modo per fargliela pagare è salire sul palco e ricoprire il mio ruolo con professionalità. Userò la rabbia come benzina che alimenterà il sacro fuoco dell’arte.

Rimango in silenzio ma la mia amica ha capito che anche questa volta è stata parecchio convincente. Sulle sue labbra compare un sorriso soddisfatto che mi fa alzare gli occhi al cielo.

«Dai, sbrigati che dobbiamo scendere. Ryan ha prenotato un albergo non troppo lontano da qui. Tua madre ha detto che vuole sistemarsi e poi vedere il buco, che puzza di ristorante cinese, in cui vivi».

«Perché ho la sensazione che la parte decorativa

l’abbia aggiunta tu?»

«Perché è così» mi fa la linguaccia e io riesco a ridere. Rido con le labbra.

Rido con la mente. Non rido con il cuore.

***

La mattina dopo ho le idee più chiare. Avevo giurato a me stessa che non avrei fallito e non ho intenzione d’iniziare ora. E poi non posso dargliela vinta. Voglio uscire da questa esperienza a testa alta, c’è in gioco anche il mio orgoglio.

Per svagarmi prima del debutto di domani, ho deciso di seguire mamma, Zoe e Ryan in giro per la città. Abbiamo visitato mezza Brooklyn e ora siamo saliti su uno di quegli autobus rossi Up&Down diretti a Times Square.

«Sei sicura che non debba andare in teatro a provare?

Domani è il grande giorno».

«April, stai tranquilla. Kim è preparatissima, vero?» Zoe prova a convincere mia madre che va tutto bene.

Della storia di Marcanthonee non sa nulla ed è meglio così perché mi farebbe un mucchio di domande.

«Sì, mamma. Il giorno prima del debutto non si prova mai, proprio per evitare di accumulare stress».

«Va bene… però voglio lo stesso andare al Majestic per vedere l’enorme cartellone che pubblicizza il musical».

No, dannazione! Se mi avvicino al teatro rischio

d’incontrarlo ed è l’ultima cosa che voglio.

«Ma lo vedrai domani, non puoi aspettare?»

«Kimberly West, figlia mia adorata. Per una volta in vita tua, vuoi accontentarmi senza fare drammi?»

Sposto lo sguardo da lei a Zoe che nel frattempo sta nascondendo il sogghigno dietro la manica del giubbotto.

«Va bene, ma solo cinque minuti. Abbiamo molto da visitare».

Scendiamo alla fermata del Theatre District e ci incamminiamo verso il Majestic. Sono nervosa. Continuo

a guardarmi intorno, scrutando il volto dei passanti nella speranza di non incontrare il suo.

Non voglio vederlo. Non riuscirei a fingere.

Non riuscirei ad attutire il colpo.

Per favore destino, non remarmi contro, non questa volta!

«Kiki, respira. Sei tutta rossa in volto e stai pure sudando. Calmati!»

«Lo so, okay? Sono in piena iperventilazione».

Mamma salta dalla gioia quando, in lontananza vede il cartellone con il nome del musical.

«Eccolo!»

«Wow, è davvero grande» replica Ryan.

«Complimenti, Kim».

Sorrido al mio amico e mentre tutti e tre iniziano a fare foto al teatro, riprendendo in più angolazioni le varie locandine, io rimango in disparte. All’improvviso una delle porte a vetri dell’entrata si spalanca e Will raggiunge il marciapiede, osservando il comportamento della mia famiglia.

«Ignorali, tra poco finiranno» dico raggiungendolo.

«Li conosci?»

«Sì, è la mia famiglia. Sono arrivati ieri. Questo è il tipico comportamento di gente di provincia che si esalta davanti a un cartellone pubblicitario».

«Sono convinto che sia il nome scritto sopra che li faccia esaltare. Sono orgogliosi di te e fanno bene a esserlo».

Fisso lo sguardo sincero dell’uomo che mi sta di fronte. Un uomo che è sempre stato gentile con me e non mi ha fatto sentire un piccolo granello di sabbia in mezzo a un oceano pieno d’impervie.

«Grazie, Will».

«Stai bene oggi?»

So a cosa si sta riferendo, ma non avendo molta voglia di parlare di quell’argomento, mi limito ad annuire. Prende la mia mano tra le sue, la stringe forte e prima di lasciarla mi saluta dandomi un buffetto tenero sul dorso. Torna dentro e Zoe si avvicina a me.

«Ho fatto delle foto incredibili. Per i prossimi due giorni intaserò Instagram. Amica mia, anche i muri sapranno del tuo debutto a Broadway».

Scuoto la testa e rido, ma appena mi volto alla mia sinistra, il mondo intorno a me smette di essere allegro.

Marcanthonee è appena sceso da un’auto. I nostri occhi s’incontrano e nel suo sguardo leggo cose che mi turbano. Dolore, turbamento, collera e arroganza.

Maledetto destino! Mi devi un favore.

«Kimberly…» si avvicina e mormora il mio nome con sorpresa.

«Marcanthonee» replico, digrignando i denti. Con otto milioni di abitanti proprio lui dovevamo incontrare?

«No, aspetta. Quel Marcanthonee?» chiede Zoe attirando la sua attenzione.

«Non credo esista qualcun altro con quel nome, o almeno non nella vita di Kimberly».

Non fai più parte della mia vita! Penso, anche se vorrei gridarglielo in faccia. Se lo meriterebbe visto ciò che ha fatto.

Mia madre si schiarisce la voce e subito lui le porge la mano e si presenta.

«Buongiorno signora, sono Marcanthonee Cohen, il produttore dello spettacolo».

«April West, è un piacere conoscerla».

«Anche per me. E tu devi essere la famosa Zoe» le porge la mano che lei fatica a stringere.

«Sono famosa? Ma dai, chi l’avrebbe mai detto».

«Be’, ho sentito parlare di te molte volte e…»

«Pensa che di te so ben poco, ma quello che so mi ha fatto già capire molte cose».

Gli lancia occhiate gelide che Marcanthonee fa fatica a gestire.

O almeno così sembra inizialmente.

«Zoe, non sempre è un bene giudicare dalle apparenze. L’ho fatto molte volte e di recente ho imparato a soppesare i miei errori».

«Buon per te».

«Ma di cosa stanno parlando?» mi domanda mia madre, interrompendo quel duello.

«Niente, signora West. Era un discorso generale» s’intromette Marcanthonee. Saluta velocemente anche Ryan e poi dice la frase che non avrei mai voluto sentire.

«Le dispiace se rubo Kimberly per cinque minuti? C’è

una questione da risolvere, riguarda il musical».

«Certo, nessun problema. Noi intanto andiamo a bere qualcosa nel bar qui di fronte».

Mamma, no!

«Grazie mille. Ci vediamo domani per il debutto!»

Mi affianca e appoggia il palmo sulla mia schiena,

spingendomi verso l’ingresso del teatro.

«Non ho voglia di parlare con te» sibilo a denti stretti.

«Lo so, ma concedimi un paio di minuti, poi non ti disturberò più».

«Va bene» acconsento a malincuore e lo seguo dentro il Majestic. Non c’è nessuno a parte Will e un paio di addetti alla manutenzione. Marcanthonee mi chiede di seguirlo in ufficio ma io rifiuto. Se vuole parlare può farlo anche qui non troppo lontano dall’uscita. Ho bisogno di una via di fuga.

Ci appartiamo in un angolo e lui prova a sfiorarmi più volte ma io mi discosto.

«Non hai molto tempo a disposizione, quindi se fossi in te, andrei dritto al punto».

«Hai ragione. Come stai?»

«Davvero vuoi saperlo? Sto bene, grazie. Sono come una nave, sono fatta a compartimenti stagni. Certo, vederti mi fa ricordare di come hai spezzato il mio cuore,

ma la parte di me che soffre l’ho rinchiusa in uno di quei compartimenti».

«Kimberly, io…»

«Visto che siamo qui, ne approfitto per dirti che non serve la sostituta. Ho cambiato idea. Domani ci sarò, non te la darò vinta».

«È proprio ciò che voglio. Infatti, non ho neanche cercato una persona che potesse sostituirti».

«Come no? E se avessi deciso il contrario, come avresti fatto?»

«Non m’importa».

«Ma che diavolo dici?»

«Non mi hai dato modo di spiegarti quello che è successo. Sì, sono stato un bastardo ma tutto è cambiato dopo che ti ho conosciuto davvero. Mi hai permesso di vedere il mondo con occhi diversi, Kimberly West, e questo non potrò mai dimenticarlo».

Perché mi sta dicendo tutto questo? E perché una parte di me gli sta anche credendo? Scrollo le spalle e racimolo un po’ di orgoglio dentro me.

«E io non potrò mai dimenticare quello che ho provato nel sentirti dire quelle cose a tuo padre. Mi hai ferito, non

posso eliminare tutto con un colpo di spugna. Ora, se vuoi scusarmi torno dalle persone che mi amano davvero. Da delle persone che non si sono mai fatte manovrare dall’odio».

Mi allontano e lo lascio lì, appoggiato a uno sgabello, con gli occhi pieni di rimpianto, proprio come il mio cuore.

***

Dopo aver trascorso il pomeriggio a Manhattan, prenoto un Uber per riportarci a Williamsburg. Accompagno tutti in albergo, dove mia madre ci saluta e si ritira subito nella sua stanza. È esausta, non è abituata a camminare così tanto. Ryan decide di rimanere nella hall per guardare la partita, ma so che l’ha fatto solo per lasciare me e Zoe da sole per un po’.

Saliamo in camera e la mia amica si toglie le scarpe e si siede sul letto con le gambe incrociate.

«Allora? Vuoi dirmi perché hai quella faccia?»

«Lo sai, no? Marcanthonee e io ci siamo visti».

«E… cosa è successo tra voi? Sono ore che muoio dalla curiosità».

«Non è successo niente. Appena siamo rimasti soli, abbiamo parlato».

Le racconto ciò che ci siamo detti, ripetendo le sue parole quasi recitandole, visto che la mia mente le ha conservate come se fossero un tesoro prezioso.

Non so come ma inizio a piangere come una stupida e mi maledico per questa debolezza.

«Kim…»

Passo il palmo sul viso e poi lo fisso con disprezzo.

«Le vedi? Queste lacrime ci sono perché lo amo ancora dannazione! Non vorrei farlo, visto come si è comportato con me, ma non posso evitarlo. È nel mio cuore. Quel bastardo è nel mio fottuto cuore!»

Zoe scatta in piedi e all’improvviso mi schiaffeggia. Spalanco lo sguardo, sconvolta per questo gesto inaspettato. Con il palmo copro la guancia che mi ha colpito mentre la fisso esterrefatta.

Non mi ha mai sfiorato con un dito, anche se molte

volte l’avrei meritato.

«Ti sei calmata? Smettila di piangere perché odio vederti così. Se quel bastardo è ancora nel tuo cuore, vuol dire che merita quel posto. Lo ami e questo è un

bene perché anche lui ti ama, anche se pensi il contrario. Dio, Kim, davvero non hai compreso le sue parole? Davvero non hai notato lo sguardo con cui ti guardava? Io non lo conosco, so così poco di lui, ma quando una persona ti guarda in quel modo, c’è poco da dire».

Certo che l’ho notato. È lo stesso sguardo che mi ha fatto perdere la testa. Quello sguardo che annienta le mie paure e accende tutti i miei sensi.

«Tutti sbagliamo nella vita, anche la persona più perfetta del mondo. C’è una cosa, però, che non hai ancora imparato a fare: perdonare. E credo sia arrivato il momento di farlo, amica mia. Devi perdonare tuo padre per essere morto. Devi perdonare te stessa per tutte le volte che hai ignorato i tuoi sogni. E devi perdonare Marcanthonee, perché anche oggi ti ha dimostrato che sbagliare è umano, ma risolvere quegli sbagli è da persona che merita stima».

Le sue parole hanno lo stesso potere di un unguento miracoloso. Leniscono le mie ferite ma rilasciano un’essenza che riesce a buttare fuori tutto quello che ho accumulato in questi giorni. I miei occhi si riempiono ancora di lacrime, stavolta traboccano senza controllo.

Crollo in ginocchio e mi copro il viso con le mani mentre i singhiozzi occupano il posto dei respiri. Zoe mi raggiunge ma non aggiunge nient’altro. Si limita a stringermi tra le braccia lasciandomi sfogare.

È proprio quello che mi serve in questo momento.

Rimaniamo in quella posizione per più di mezz’ora. Poi quello che accade mi provoca due sorrisi: quello nato sulle mie labbra e l’altro spuntato sull’anima.

«Forgive me. Is all that you can say. Years gone by

and still. Words don’t come easily. Like forgive me».

Canta una strofa di “Baby can I hold you” di Tracy Chapman e io continuo con il ritornello.

«But you can say, Baby can I hold you tonight?»

Iniziamo a ridere non per la canzone, che ha la giusta dose di malinconia e romanticismo, ma perché usare la musica per esprimere meglio ciò che sentiamo è sempre stata una nostra particolarità.

«Okay, abbiamo cantato, abbiamo pianto e anche riso. Direi che siamo al completo. Ora alzati, andiamo a recuperare il mio ragazzo perché ho fame».

«Abbiamo mangiato due ore fa».

«E allora? Darti consigli ed essere saggia mi mette appetito».

Sorrido ancora e ripenso a ciò che mi ha detto.

Marcanthonee ha sbagliato, ma l’ho fatto anch’io

negandogli la possibilità di spiegarsi.

E se davvero avessi esagerato?

Le parole non sempre riesci a pronunciarle facilmente, ma dire perdonami – o mi dispiace – è più semplice di quanto si possa immaginare.

FINE CAPITOLO
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