QUALCUNO PER CUI CANTARE
Capitolo 30 di 31

Scritto il 16/09/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


Hope when the crowd screams out

IT’S SCREAMING YOUR NAME

Hope if everybody runs, you choose to stay

- One Republic -

 


 

Mi ha baciato e il tempo si è fermato, perdendo la sua consistenza.

Mi ha baciato e il mio cuore ha ripreso a battere freneticamente.

Mi ha baciato e la mia anima ha riconosciuto l’essenza

della felicità.

Con dispiacere ci stacchiamo ma i nostri sguardi sanciscono una promessa silenziosa. Riprenderemo questo momento più tardi, recuperando anche gli istanti perduti.

Marcanthonee arretra di un passo e per un attimo barcollo, faticando a rimanere in equilibrio.

«Wow, era da un po’ che non capitava».

«Che cosa?»

«L’effetto che hanno su di me i tuoi baci. Mi fanno mancare la terra sotto i piedi». Sorride soddisfatto sistemandosi il colletto della camicia. «Avevi torto. Il sarcasmo non è l’unico dono che hai. Non immagini neanche quanti tu ne possieda».

«È merito tuo» rivela spiazzandomi.

«No. Non attribuirmi meriti che non ho. Tutto questo ti apparteneva già da prima che conoscessi me. Già prima eri in grado di amare».

Scuote la testa.

«Sai che l’amore non è solo sole e luna, cuori e fiori, San Valentino e cioccolatini? Ma non è nemmeno un campo di battaglia dove chi resiste riesce a sopravvivere e gli altri rimangono colpiti e si trascinano via leccandosi le ferite per il resto della loro vita. L’amore non ha definizione. È solo una stupida parola di tre sillabe e cinque lettere che hanno significato solo quando qualcuno decide di darglielo. Ed è quello che hai fatto tu

per me. Hai dato un senso anche alle cose prive di senso».

«Marcanthonee, io…»

All’improvviso la porta del camerino si apre, interrompendomi.

«Ehi, va tutto bene?» chiede Vivian notando i nostri visi arrossati. Mi specchio e provo a darmi una sistemata con finta noncuranza, anche se ho un subbuglio interno da gestire.

Come previsto il rossetto ha sbavato, macchiando la mia bocca e finendo sulle sue labbra.

«Stavo giusto andando…»

«Sì, tutto bene» diciamo, parlando in contemporanea.

«Mi sto preparando. Tu sei pronta? Mi aiuti a mettere la parrucca?»

«Certo. E se vuoi, ti presto anche la mia tinta labbra. È molto resistente e a prova di bacio» ridacchia mentre mi raggiunge accanto alla postazione trucco.

«Ehm… Mi stanno aspettando. Ci vediamo dopo».

Marcanthonee esce in fretta, ma prima di chiudere la porta mi lancia un’occhiata che farebbe scomparire il grigio nei giorni bui, riempiendoli di colori.

«Ho la sensazione che, se fossi entrata cinque minuti dopo, vi avrei trovati avvinghiati».

«No. Stavamo solo parlando».

«Parlando? Ma ti sei vista? Delle semplici parole possono avere questo effetto?»

«Sì. Succede se ciò che ti viene detto ti sconquassa

l’anima».

***

Mancano venti minuti all’inizio dello spettacolo.

Le voci del pubblico già presente in sala arrivano come un mormorio lontano. Sbircio dietro la tenda chiusa, anche se so che non si potrebbe fare. Non resisto, ho bisogno di vedere quanti posti occupati ci sono per rendermi conto di quanto questo sia finalmente reale. Rimango senza fiato nel vedere il teatro quasi al completo. Le maschere stanno facendo ancora accomodare le persone, ma riesco lo stesso a meravigliarmi.

Questa gente è qui per noi. Questa gente è qui per me.

Faccio un lungo respiro e poi butto fuori l’aria lentamente. L’adrenalina scorre nelle mie vene e mi rende euforica. Sono carica, dentro di me non c’è neanche una traccia di ansia.

«Kim, è ora». Vivian mi chiama e io annuisco raggiungendola.

Ci siamo, è arrivato il grande momento. Socchiudo gli occhi e penso a mio padre. A quanto vorrei vederlo seduto accanto a mia madre per riuscire a leggere le emozioni nel suo sguardo. Ma sarà al mio fianco perché è anche grazie a lui se sono qui.

Ti voglio bene, papà.

Ci riuniamo tutti nel retroscena e formiamo un cerchio. È una specie di rito propiziatorio per augurarci buona fortuna e caricarci prima d’iniziare. Anche Marcanthonee è presente. Ha preferito rimanere dietro le quinte mentre suo padre è seduto non troppo distante dai critici. È proprio lui che prende parola, mettendosi al centro del cerchio.

«Ragazzi, prima di dare vita allo show ho un paio di cose da dirvi. Grazie per il vostro impegno, sono certo che il pubblico impazzirà per ciò che vedrà stasera. Mi

raccomando divertitevi» i suoi occhi incontrano i miei.

«E poiché siamo a Broadway e qui, in un modo o nell’altro, la musica ci accompagna sempre, ho deciso di dedicarvi questa».

Afferra il cellulare e fa partire una canzone. Sorrido appena la riconosco. È “I lived” dei One Republic. Rabbrividisco pensando ai significati racchiusi in queste note: quanto ci cambiano le esperienze della vita e come sia opportuno approfittare dei momenti che ci vengono offerti. Una bellissima canzone che ti spinge a non avere rimpianti. La canticchiamo quasi tutti e il ritornello ci dà la carica. C’è chi balla, chi salta e chi ride osservando quelli che riescono a lasciarsi andare di più. Marcanthonee non smette di guardarmi e capisco che questa canzone l’ha scelta principalmente per me. Sta cercando di dirmi qualcosa ed è riuscito a colpire nel segno.

Appena termina, mettiamo tutti le mani al centro e gridiamo l’incoraggiamento finale che ogni attore o cantante pronuncia prima di uno spettacolo.

«Merda, merda, merda!»

Se qualcuno tre mesi fa mi avesse detto che avrei vissuto questo momento, non ci avrei creduto.

Sono arrivata a New York con una valigia piena di sogni, un bagaglio emotivo da gestire e il cuore sofferente per la solitudine che lo attanagliava. Ora mi ritrovo sul palcoscenico del teatro Majestic, uno dei più prestigiosi di Broadway, il mio sogno sta per diventare realtà e – come se tutto questo non fosse già abbastanza – sono innamorata di un uomo che è riuscito a darmi la forza necessaria per non avere più paura di osare e lasciarmi andare.

Vivian mi dà un rapido abbraccio e poi segue i ballerini che la accompagnano nella scena iniziale del primo atto. Tutti si mettono in posizione e anche noi che rimaniamo dietro le quinte ci teniamo pronti per il nostro ingresso in scena.

Il sipario si alza e l’emozione è molta. La scenografia è in bella mostra e il pubblico in sala mantiene un religioso silenzio. La musica parte e io seguo il ritmo con i piedi non riuscendo a stare ferma. Vivian canta “All that jazz” ed è sublime. Non sbaglia una nota, non

sbaglia un passo, ha fatto suo il personaggio e lo incarna alla perfezione.

Quando arriva il mio momento di entrare in scena, vado dritta come un treno, tenendo a bada l'emotività. Non posso permettermi di sbagliare, non esistono variazioni di rotta o espedienti che mi possano salvare da una figuraccia. Il pubblico è a pochi metri da me e merita tutta la mia professionalità. Sono qui per intrattenerlo, per farlo ridere con le battute divertenti, farlo commuovere quando il personaggio ha un che di drammatico e per farlo emozionare.

Nelle settimane passate ho lavorato molto su me stessa per riuscire a entrare nel personaggio. All’inizio è stato faticoso e mi sono sentita molto fragile. Di solito si prende le distanze dal proprio modo di essere, solo che più analizzavo il carattere di Roxie, più capivo che io non avrei seguito quella direzione. Lei e io abbiamo tanto in comune, omicidio a parte, e molte sue battute sono riuscita a farle mie con facilità.

Lo spettacolo continua e tra cambi di scena e d’abiti, attimi frenetici e adrenalina a fiumi, riusciamo a concludere in bellezza con il numero che Vivian e io

abbiamo provato fino allo sfinimento. I ballerini ci circondano accompagnandoci per gli ultimi passi di danza. La musica termina il conclusivo giro di note e le nostre voci smettono di occupare lo spazio sacro del teatro. Ci blocchiamo nella posa finale davanti al pubblico e il sipario si chiude.

L’applauso scrosciante che parte sorprende tutti. Cerco lo sguardo di Marcanthonee che è rimasto costantemente qui intorno. Appena lo trovo l’espressione presente sul suo volto mi fa battere ancora più forte il cuore. Leggo l’orgoglio nei suoi occhi e i miei si riempiono di lacrime di gioia.

Vorrei correre da lui e rifugiarmi nel suo abbraccio, ma ci sarà tempo per questo. Ora mi devo godere il momento, perché ciò che sto provando chiude sì un cerchio, ma ne apre anche uno nuovo. Ho scelto il mio cammino e non importa se la strada davanti a me sarà in salita, scalerò ogni difficoltà e raggiungerò sempre più vette.

Arriverò in alto anche per te, papà, così da sentirti ogni giorno più vicino.

Il sipario si solleva ancora una volta e il cast esce per presentarsi e ringraziare le persone presenti in sala. Quando arriva il turno di Vivian, molti si alzano in piedi, battendo con forza le mani. Lei ringrazia con un enorme sorriso stampato sul volto; non l’ho mai vista ridere così. Un minuto dopo tocca a me, inspiro a fondo e raggiungo il centro del palco, dove accade qualcosa di sorprendente. Ora tutto il pubblico è in piedi, non si limita solo ad applaudire ma sento anche numerosi “brava” e anche grida d’approvazione. Un paio di lacrime scivolano sul mio viso mentre appoggio le mani sul cuore e m’inchino con rispetto.

Non ci posso credere, è fatta, il debutto ha superato ogni mia aspettativa. Tremo per la felicità e il subbuglio emotivo che ho dentro. Vorrei saltare di gioia, urlare come una pazza, ballare fino allo sfinimento e, ovviamente, non smettere mai di cantare. La musica c’è sempre stata per me. Ha consolato le mie giornate no e migliorato quelle positive. Perché quando canto, mi sento viva, la mia anima vibra e ogni cosa intorno a me cambia.

Grazie amica mia. Continua a tenermi per mano.

***

Un’ora dopo, accompagnata da Marcanthonee, raggiungiamo l’ultimo piano del grattacielo di Manhattan dove i produttori hanno organizzato il party per festeggiare il debutto. Ci sono molte persone, così tante che non riesco a vedere dov’è la mia famiglia.

«Vedi Zoe o mia madre da qualche parte?» chiedo a Marcanthonee che nel frattempo non ha mai lasciato la mia mano. L’altra stringe un bicchiere di champagne che ho a malapena assaggiato. Non so quali sono le sue intenzioni, ma da come si sta comportando, sta chiaramente facendo capire a tutti che tra noi c’è qualcosa e a me va bene così, perché mi dà ulteriore conferma dei sentimenti che prova per me.

Anche se ho i tacchi, lui è più alto di me di almeno dieci centimetri. Si guarda per un attimo intorno e poi indica un punto ben preciso sulla destra dell’enorme sala.

«Sono lì. Dai, raggiungiamoli».

«Vieni anche tu? Ma non devi salutare, scambiare chiacchiere e prenderti gli elogi dei giornalisti e della gente che conta?»

«No, Kim. Voglio stare al tuo fianco. M’importi solo tu. E poi lo spettacolo è stato stupendo grazie a te, vedrai che quelle persone che hai citato verranno a cercarti. Sarai tu a prenderti gli elogi».

Faccio una smorfia e lui ridacchia.

«Che cosa ridi? Sai che non mi piace stare al centro

dell’attenzione».

«Ma che dici? E sul palcoscenico, allora?»

«Lì è diverso. Si apre un mondo magico» replico sognante ripercorrendo ciò che ho provato prima.

Lo sguardo di Marcanthonee si fa cupo, il grigio delle sue iridi è molto più intenso e per un attimo ho il timore che abbia frainteso le mie parole. Quello che dice subito dopo, però, mi scuote ma in tutt’altra maniera.

«Questa è la tua serata e non ho intenzione di rovinartela. Sappi, però, che non vedo l’ora di strapparti di dosso quest’abito. Ho bisogno di averti nuda nel mio letto per tutta la notte, ho molto da farmi perdonare, mia piccola Kim».

Arrossisco un po’. Vorrei seguire l’impulso e trascinarlo via da questa festa, così da permettergli di mettere in pratica ciò che ha detto. Mi trattengo perché

questa serata è anche sua, anche se lui sostiene il contrario. Ha lavorato molto in queste settimane e tutto è andato alla perfezione anche per merito suo.

«Be’, non vedo l’ora signor produttore».

Sorride e un istante dopo le sue labbra sfiorano le mie. Ci baciamo con dolcezza, senza pensare troppo alle persone che ci circondano e che stanno assistendo alla scena. Qualcuno, però, ci affianca, si schiarisce la voce e interrompe il momento. Marcanthonee punta lo sguardo sull’uomo di fronte a noi mentre io nascondo l’imbarazzo dietro al calice di champagne.

«Scusate, non volevo essere inopportuno, ma ho bisogno di parlare con la signorina West».

Appena sento il mio cognome, sollevo lo sguardo e incontro subito due occhi azzurri che mi sembrano familiari.

«Salve, mi chiami pure Kimberly» dico per rompere il ghiaccio.

«Certo, ma diamoci pure del tu. Io sono…»

«Sei George Lexar» lo interrompe Marcanthonee.

Lexar… perché questo nome mi ricorda qualcosa?

«Esatto!»

«Mi ricordo di te. Ci siamo conosciuti due anni fa a quella noiosissima premiazione».

«Wow, che memoria. Ricordo quella serata, una delle più lunghe della mia vita».

Scoppia a ridere e Marcanthonee gli va dietro. Parlano tra loro per un attimo e io ne approfitto per sforzare la mia mente. Dove ho già visto quest’uomo di mezza età?

«Tornando a cose serie, volevo farti i complimenti. Hai interpretato Roxie Hart come nessuno aveva fatto finora».

«Grazie».

«Inizialmente quando ho letto il tuo nome sul giornale, non avevo capito che fossi tu, poi ho cercato il DVD che avevo infilato nel cassetto della scrivania, l’ho rivisto e…»

«Quale DVD?»

«Quello che hai regalato alla guardia della Lexar Management. Ha sentito le tue canzoni, si è innamorato della tua voce e il giorno dopo mi ha consegnato tutto. all’inizio della registrazione ti presenti dicendo il tuo nome».

Finalmente riesco a unire i puntini e a rendere concreto il disegno confusionale che si è creato nella mia mente. Quindi il tizio che mi ha aperto la porta e fatto parlare con la segretaria “simpatica” era George Lexar in persona.

«Non hai lasciato nessun contatto e così ho tenuto da parte il tuo materiale, sperando che ritornassi. Mi piacerebbe rappresentarti, farti da manager e seguire la tua carriera. Sempre se non hai già trovato qualcuno».

«No, non ho nessuno» rispondo scuotendo il capo.

George rovista nella tasca interna della giacca del suo smoking e mi porge un biglietto da visita.

«Ecco, qui ci sono i miei numeri di telefono. Pensaci, Kimberly. Aspetto una tua chiamata. Se da sola sei riuscita a fare tutto questo, con il mio aiuto arriverai ancora più in alto».

Sorride, alza il bicchiere e beve un lungo sorso prima di allontanarsi.

Guardo Marcanthonee che ha l’espressione più stupita

della mia.

«Sai che Lexar è uno dei migliori?»

«E vuole lavorare con me. Ti rendi conto?»

«Certo. Sa il fatto suo e, quando gli si presenta davanti un talento, non se lo lascia scappare».

Ho il cuore che batte all’impazzata.

Me la merito davvero tutta questa felicità?

La mia famiglia ci viene incontro e i loro abbracci mi commuovono. Mia madre fatica a tenere a bada le emozioni e la mia migliore amica è così fiera di me da attirare l’attenzione.

Ho la sensazione di camminare tra le nuvole, posso finalmente toccare il cielo con un dito. È proprio questo che si prova quando vedi realizzati i tuoi sogni.

«A Kimberly!» grida Zoe all’improvviso. Gli altri le vanno dietro sollevando i calici. Scoppio a ridere perché davanti alla sua esuberanza non puoi fare nient’altro.

Avevi ragione, papà. Quando trovi qualcuno per cui cantare la musica rende tutto più magico.

Ed è proprio grazie a quella magia che ora mi trovo qui, circondata dalle persone che amo, felice come non lo sono mai stata.

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