GUARDAMI
Capitolo 6 di 8

Scritto il 09/07/2026
da THERESA MELVILLE


 


 

La residenza dei duchi Chiermontesi si offriva grandiosa agli occhi dei visitatori. Oltre la gradinata che portava al giardino panoramico, un reticolo di viali serpeggiava fra statue e fontane zampillanti, convergendo sulla facciata della villa inondata dal sole del pomeriggio estivo.

Gli ospiti si dividevano tra il parco e i saloni al piano terra, dov’erano allestiti con grande sfarzo i rinfreschi di prima sera.

— Un simile impiego di denari solo per presentare in società una figlia... Non vi sembra eccessivo, moglie? — commentò il conte di Monfalco. — Chiermontesi vuole pavoneggiarsi agli occhi del principe di Craon, è palese.

Ilaria si strinse al fianco del marito. — Il duca è un gentiluomo di assai larghe vedute, lo sappiamo. Inutile farsi cattivo sangue, mio caro. Godiamoci la festa.

Lui distolse lo sguardo dalle sontuose vettovaglie e lo puntò su un crocchio di giovani invitati, tra cui la figlia.

— Se non altro, la nostra Gemma è serena — disse compiaciuto. — Rigamonti è l’uomo giusto. Abbiamo scelto bene.

La moglie annuì forzandosi a sorridere. Da quando aveva scorto nel parco il barone Malaspina, pensava con angoscia all’incontro inevitabile tra lui e Gemma.

Dopo gli anni trascorsi insieme a Sant’Onofrio, Gemma e Filippa mal sopportavano la separazione. Desiderose di stare un po’ da sole, lasciarono il salone principale per recarsi nella vicina stanza della musica.

L’ambiente era raccolto e silenzioso, pervaso da una fresca penombra.

— Che pace! — esclamò Gemma entrando, e andò ad ammirare da vicino un’arpa antica collocata su un rialzo di velluto.

— Sapevo che avresti apprezzato questa sala. L’acustica è eccellente, prova a suonare qualche nota.

Gemma sedette al clavicembalo e fece un rapido passaggio di scale. — Sembra di essere nell’auditorio del convento!

— Come tutto cambia in fretta, non è vero? Una settimana fa ero reclusa e questa sera ho promesso più balli di quanti riuscirò a concedere. A tal riguardo... — la bionda Chiermontesi ammiccò graziosamente, — prova a indovinare il nome del cavaliere che ho scelto per la seconda danza.

La scelta era significativa: se il primo ballo era dovuto al padre, il secondo era per il favorito tra i gentiluomini presenti.

— Vediamo... Forse hai scelto Flavio, il minore dei fratelli Bentivoglio.

— Sbagliato. — A Filippa ridevano gli occhi. Con aria di mistero, sedette accanto a lei sullo sgabello. — È qualcuno che conosci meglio dei Bentivoglio.

— Non sarà mio cugino, Lorenzo di Sant’Arconte!

— È Giovanni, tuo fratello.

— Oh, santo cielo! — rise Gemma incredula. — Ricordo che ti piaceva da bambina, ma credevo che fosse acqua passata!

— Quando l'ho rivisto a Sant’Onofrio, ho capito che quell’infatuazione si era trasformata in qualcosa di diverso. Sembrerà ridicolo, ma...

— No, non è ridicolo, mia cara; è meraviglioso.

— Sapevo che avresti capito.

— Ti capisco più di quanto immagini.

Il sorriso di Gemma era velato di malinconia, ma Filippa era troppo eccitata per notarlo.

— Se diventassimo cognate — aggiunse, — divideremmo gioie e tristezze proprio come due sorelle. A proposito, sei già in preparativi per le nozze?

Gemma si strinse nelle spalle. — C’è ancora tempo — le rispose e così eluse l’argomento.

Quando, poco dopo, Filippa tornò dagli invitati, lei rimase nella stanza, seduta al clavicembalo.

Aveva bisogno di riflettere. Tra gli ospiti aveva scorto Federigo, ma evidentemente lui non aveva chiesto a Giandonati di cercarla e a lei era mancato il coraggio di farsi avanti.

Ora si chiedeva se non avesse riposto nel barone troppe aspettative. Eppure, c’erano tutte le premesse... C’era la sua musica.

Le mani corsero a formare i primi accordi di quell’aria che conosceva ormai a memoria. Suonò senza incertezze, sull’onda di un’emozione palpitante.

All’ultima eco subentrò il silenzio. Gemma si accorse di lui soltanto allora.

Federigo era in piedi alle sue spalle.

— Non ho mai saputo quanto fosse bella, prima di sentirvela suonare — mormorò il barone.

Poi si chinò, allungandosi in avanti per posare la mano destra sulla tastiera. Riprese la coda della melodia e seguitò a suonare.

Gemma avvertiva il peso del suo torace sulla schiena, i muscoli vibrare nel braccio teso che le sfiorava la guancia. Fissava le sue dita, rapidissime sui tasti. Sentiva il suo respiro profumato di liquore, e il calore emanato dal suo corpo.

Quando il barone smise di suonare, le sembrò che tutta l’aria nella stanza fosse stata risucchiata dall'ultimo Si bemolle.

— Questo brano non era nella vostra partitura — gli disse piano.

Federigo restò chino su di lei, il viso che quasi toccava il suo. — No, infatti. L’ho composto immaginando il nostro incontro. Vi piace?

— Immensamente.

— Ne sono felice. — Il barone si raddrizzò sollevando il capo con fierezza. Se non avesse avuto le palpebre abbassate, sarebbe parso che guardasse avanti a sé. — Siete la mia musa. Questa melodia vi appartiene più di quanto appartenga a me.

— Non sapete quanto mi sia cara.

— Vorreste alzarvi? Ve ne prego.

Lei si alzò dallo sgabello. — Ecco, sono in piedi — disse trepidando come una bambina che sta eseguendo un compito molto impegnativo.

— Sì, vi sento innanzi a me. Se permettete, c’è una cosa che desidero fare da quando vi ho ascoltata cantare nel chiostro del convento.

— Fate pure.

— Datemi le vostre mani.

Gemma pose le mani nelle sue, che erano aperte a palmo in su. Lasciò che le sue dita si chiudessero intorno ai polsi e si sentì dolcemente prigioniera. Federigo esplorava le sue mani con tocchi sapienti e carezzevoli, esercitando una pressione lieve ma decisa. Non erano semplici carezze. Sembrava solo stringerle le mani, ma a Gemma parve che sfiorasse punti ben più nascosti del suo corpo. Avvertì un languore sconosciuto scaldarle il ventre.

Lui percepì la sua tensione tradita dalle veloci pulsazioni. Le lasciò i polsi e indugiò sui cuscinetti lisci e carnosi alla base del pollice. Palpò la forma affusolata delle dita, l’ossatura minuta sotto la pelle levigata. Gemma doveva essere proprio come se l’era figurata: sottile, delicata, ma forte nello spirito. Era spaventata, eppure lo lasciava fare.

Federigo si portò alle labbra la sua mano: la baciò sul dorso, nel palmo, quindi lambì con la punta della lingua la pelle sottilissima sul polso al confluire delle vene, e lei fremette.

Le prese il volto fra le mani e ne seguì delicatamente i contorni con le dita: la fronte, le tempie, il tenero lobo dell’orecchio. Le scottavano le guance. Sfiorò il naso, poi la bocca... Era socchiusa. Passò il pollice sulle sue labbra e si sentì incendiare saggiandone la morbidezza tumida.

— Fermatevi — disse in un soffio Gemma, e si ritrasse.

Lui rimase con la mano sollevata conscio di essersi spinto troppo oltre.

— Perdonatemi — sussurrò facendo un passo indietro.

Indietreggiando, batté con il fianco contro il clavicembalo. Sbiancò. Sembrò smarrirsi mentre cercava a tentoni gli ostacoli in quell’ambiente sconosciuto.

— Federigo, lasciate che vi aiuti...

— Non disturbatevi — le rispose in imbarazzo. — Ho solo bisogno del mio bastone. Devo averlo lasciato in qualche angolo.

Lei girò intorno lo sguardo. — C’è un bastone con l’impugnatura d’argento appoggiato allo stipite della porta.

— È il mio.

Gemma andò a prenderlo e glielo diede.

— Grazie. Di solito non sono così goffo, ma nei luoghi che non conosco è difficile orientarmi. C’è modo di sedersi? Non vorrei danneggiare qualcosa agitando a destra e a manca il mio bastone.

— Un divanetto accanto a un tavolino basso è a pochi passi, alla vostra sinistra.

Federigo s’incamminò usando il bastone per valutare gli spazi e schivare i mobili. Quando trovò il divanetto, sollevò con eleganza le code della marsina e si sedette.

— Accomodatevi anche voi, volete? Oppure, se vi crea disagio starmi accanto, potreste suonare ancora. — La stava provocando. Il sorriso era forzato, la calma innaturale. — Vi ascolterei molto volentieri.

— Non ho più voglia di suonare — replicò Gemma sedendosi al suo fianco. — Inoltre, non provo alcun disagio, perché dovrei?

— Sembra che le persone come me risultino sgradevoli. Forse lo sono stato davvero io, poc’anzi.

— Non direi sgradevole. Sfacciato, questo sì.

— Per un cieco le mani sono come gli occhi, e io volevo solamente… vedervi.

Lei rispose d’impeto: — Sarò appena uscita dal convento, ma non sono sprovveduta, e non esagero dicendo che voi, pur senza vedermi, mi avete guardata come nessun altro prima.

— Questo vi hanno insegnato a Sant'Onofrio? — replicò il barone ridacchiando. — A mettere un uomo con le spalle al muro?

— Se vi sentite così, allora devo avere ragione.

— Mi arrendo. Avete vinto.

— Sì, ho vinto: vi ho fatto ridere di nuovo! — esclamò Gemma, e fece un piccolo sobbalzo per la contentezza.

Il movimento li avvicinò di più, mentre già tendevano l’una verso l’altro.

— Pensate davvero quello che avete detto poco fa? — chiese sottovoce Federigo tornando serio.

— A che proposito?

— A proposito degli sguardi maschili che si sono posati su di voi: avete detto che nessuno vi ha mai guardata come ho fatto io.

— Ero sincera.

— Nondimeno, siete fidanzata con Luigi Rigamonti.

— Credo che voi mi conosciate già più di quanto mi conosca Luigi.

L’ammissione era di un candore disarmante, e l’uomo ne restò turbato. — Sembrate molto sicura di voi stessa.

— Pensate che non sappia ciò che provo?

— È facile, per voi, affidarvi ai sentimenti. Per altri non è così scontato.

Federigo non dava nulla per scontato. Più si entusiasmava dietro un sogno, più era dura rinunciare quando quel sogno si rivelava fuori della sua portata. Solo adesso, proprio adesso che era così vicina, Gemma gli sembrava lontanissima. Bella da levare il fiato, e lui non avrebbe mai saputo quanto. Irraggiungibile come quella luna che non gli era dato di ammirare.

Gemma lo vide irrigidirsi e riconobbe sul suo volto lo stesso sgomento che quella sera a Sant’Onofrio lo aveva indotto ad andar via. Non gli permise di fuggire un’altra volta.

— Dubito che si possa dare qualcosa per scontato in merito ai sentimenti — disse, apparentemente quieta. — Alcuni di essi richiedono scelte coraggiose, tutt’altro che scontate. Voi avete mai lottato per amore?

— Non si è presentata l’occasione.

— Oppure non l’avete colta.

— Credete di avere una risposta a tutto, vero? — si risentì il barone. — Che temperamento! Forse Rigamonti è da compiangere, non da invidiare.

Quei toni aspri la lasciarono interdetta. Federigo stava soffrendo, era evidente, ma da quella sofferenza Gemma volle scuoterlo. Questa volta fu lei a provocarlo.

— Mi spiace di avervi innervosito — affermò con pacatezza. — Devo aver frainteso qualcosa, non può essere altrimenti. Suppongo che a questo punto ne abbiate abbastanza e vogliate tornare nel salone.

— Andate voi, se preferite.

— Sta bene.

Gemma si alzò, ma non si scostò dal divano. E attese. Voleva dargli tempo per decidere, voleva che reagisse, ma l’uomo restava silenzioso, il capo chino, lo sguardo a terra.

Il tempo parve fermarsi.

Infine lei si mosse, e il taffettà rosato ondeggiò toccando le ginocchia del barone, che dovette immaginarla in procinto di andar via.

— Gemma, aspettate. — Quasi una supplica. Alzò la testa e per la prima volta le mostrò lo sguardo: un mare azzurro immobile. Eppure, quegli occhi frugavano il buio. Cercavano lei, nel buio. — Mio Dio, Gemma, se potessi... — sussurrò con la voce che tremava. — Se mi fosse dato di vedervi, anche una sola volta!

Lei sedette e si portò le sue mani al viso. — Toccatemi! Guardatemi!

Federigo l’accarezzò con impeto, strofinò la guancia su quella calda e morbida di lei, le baciò la fronte, gli zigomi, le labbra. Allacciandola alla vita, sentì le sue braccia cingergli il collo, poi le sue dita sulla nuca. S’inebriò del profumo della pelle. Percepì lo slancio del suo abbraccio, l’ardore e il timore, l’abbandonarsi al desiderio. Erano le sensazioni più potenti che avesse mai provato.

— Siete la mia luce — bisbigliò.

E l’emozione traboccò in lacrime di gioia.

— Cosa vi avevo detto? Eccola che viene! — esclamò la contessa di Monfalco reprimendo a stento un sospiro di sollievo.

Ancora un minuto e non sarebbe più riuscita a trattenere il marchese Rigamonti dal cercare Gemma.

— Alla buon’ora — fece lui. — Cominciavo a preoccuparmi.

— Via, marchese, toglietevi quel broncio dalla faccia. Siamo qui per divertirci!

Ma Luigi Rigamonti era molto contrariato, e la giovialità di donna Ilaria non bastò a rasserenarlo.

— Non sapevo che vostra figlia conoscesse il barone Malaspina.

Gemma e Federigo erano appena entrati nel salone. Si tenevano sottobraccio strettamente.

— Oh, si conoscono appena — commentò Ilaria di buon grado con gli occhi alla coppia, — ma condividono la passione per la musica. Un argomento appassionante, non trovate, marchese?

— A prescindere dalle inclinazioni personali, quell’uomo non mi piace. Lo descrivono come una specie di portento, ma a mio parere è saccente e pieno di boria. Usando un paradosso, direi che guarda tutti dall’alto in basso — sogghignò.

La contessa rimase indifferente alla battuta.

— Siete geloso, è una reazione naturale. Non c'è da vergognarsene.

— Io geloso di... Andiamo, donna Ilaria!

Ridendo forte, Luigi distolse brevemente lo sguardo dalla sua promessa sposa, il tempo di prendere un calice di vino dal vassoio di un domestico. Poi tornò a guardarla, e allora smise di ridere.

In quel momento, Federigo s’inchinava a Gemma e lei faceva una graziosa riverenza. Si muovevano in perfetta sintonia, come in una danza, al suono di una musica che solo loro conoscevano.

 

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