CARTA BIANCA - UN LUNGO FATALE ULTIMO ADDIO
Capitolo 1 di 21

Scritto il 09/06/2026
da RAFFAELLA V. POGGI


Nella bisca di Lady Venom

 

Londra, 1819.

 

Valéry si appoggiò al corrimano, incerta se salire il primo gradino dello scalone. Il portone era quello giusto, come le avevano dettagliatamente spiegato: 14, St James’s Street, l’indirizzo della bisca di Lady Venom. Entrare in quel posto, a quell’ora di notte, equivaleva a gettare al vento la propria reputazione, vale a dire tutto ciò che lei ancora possedeva. Sapeva bene a cosa andava incontro, ma la posta era troppo alta.

Sì, la “posta”: di questo si trattava. Quella notte Mrs Evans era corsa al collegio presso cui Valéry lavorava per tentare di salvare quel poco che la famiglia ancora possedeva. Aveva svegliato Miss Langton, tutta la servitù e, purtroppo, gran parte delle ragazze. Mrs Evans, la sua vecchia governante, si era precipitata ad avvisarla che suo padre, Sir Arthur Campbell, aveva preteso i certificati di proprietà della loro tenuta, a lei affidati, per pagare un debito d’onore.

“Ma quale debito d’onore! Quale onore!”, pensò la giovane, mentre saliva le scale di lussuoso edificio. “È solo un disonore sperperare al gioco la fortuna di un’intera famiglia ed è un’infamia ancor più grande approfittare di simili disgrazie”.

La mano le tremò, quando lasciò ricadere il pesante batacchio d’ottone. La porta si aprì lentamente e le apparve una specie di gigante in livrea, che la fece accomodare.

«Chi cercate, Milady?», chiese l’energumeno che parlava con uno strano accento strascicato. Dai tratti e dal colorito olivastro, Valéry pensò che fosse un orientale e, se non fosse stata una situazione così drammatica, avrebbe trovato spassoso quell’enorme gorilla strizzato in una divisa troppo stretta, con i calzettoni candidi, gli scarpini lucidi e un’improbabile parrucca bianca e cotonata, posata un po’ a caso sul grosso cranio.

«Chi abbiamo qui, Youssef?», la accolse una voce vellutata. «Accomodatevi, Miss…?»

«Campbell. Sono Valéry Campbell», rispose la giovane, accennando una riverenza.

«Io sono Lady Venom», si presentò l’altra. Valéry rimase molto colpita dalla donna che le era comparsa di fronte: mai avrebbe immaginato una signora tanto elegante, raffinata e dal portamento regale, nonostante il suo abito lasciasse poco all’immaginazione.

«Sospetto che siate venuta qua per vostro padre, Miss Campbell. Vi scorterò da lui, sta giocando a vingt-et-un nella sala piccola».

Valéry ringraziò il cielo di non dover entrare nell’enorme e fumoso salone che aveva notato al suo arrivo, sulla destra, dal quale proveniva un gran cicaleccio e si udiva una musica allegra di sottofondo. Gli avventori non sembravano averla notata, tutti presi dal gioco e dalla compagnia di signorine in abiti succinti.

Lady Venom aprì una porta e la fece accomodare in una camera ampia, riccamente arredata.

Il cuore le batteva forte.

Si tolse il cappuccio del mantello che aveva tenuto sul capo come ultimo scudo a difendere il proprio anonimato. Immediatamente lo sguardo degli uomini seduti all’unico grande tavolo, intenti a puntare, si posarono su di lei con evidente interesse.

Valéry osservò a sua volta i giocatori per vedere dove fosse seduto il proprio padre. Erano tutti in elegante abito da sera. Con la coda dell’occhio aveva notato la presenza di almeno uno spettatore, seduto vicino alla parete, in un angolo in ombra, ma la sua attenzione era stata attratta dallo sguardo, freddo come il ghiaccio, dell’uomo bruno che sedeva accanto a Sir Campbell: pallido, scarno e con una leggera stempiatura, era il più giovane, a quel tavolo.

«Valéry, che cosa ci fai qui? Che cosa ti è saltato in mente?». Il padre si rivolse a lei con tono autoritario.

«Padre, Mrs Evans è venuta da me, questa sera… ditemi che non è vero, che non è tutto perduto», osò ribattere lei, concitata.

«Stai al tuo posto, questi non sono affari tuoi».

«Ma non potete sperperare ciò che non vi appartiene».

«Come osi! È un mio pieno diritto. Tutto ciò che apparteneva a tua madre e alla sua famiglia ora è mio. Come ti permetti di venire qua e mettermi in imbarazzo di fronte a questi gentiluomini? Torna da dove sei venuta».

«Non senza di voi, padre», replicò Valéry, mentre pensava: “Io non vedo gentiluomini, qui”.

«Potremmo continuare?», domandò spazientito il signore corpulento che occupava l’ultimo posto sulla sinistra. «Nessuno, qua, è interessato ai vostri problemi familiari».

«Certo, Mr Hopkins, continuiamo pure», rispose Sir Campbell, come se quell’interruzione fosse stata solo uno spiacevole intermezzo e se la presenza della figlia non lo riguardasse minimamente.

Valéry era rimasta ferma, accanto alla porta che Lady Venom aveva richiuso dietro di sé.

Erano solo in cinque a quel tavolo, oltre a Sir Campbell. In un primo momento non aveva osato guardare nessuno di quei signori, poi, incuriosita, aveva osservato meglio i loro volti. L’uomo scuro, che aveva notato entrando, la metteva a disagio perché continuava a fissarla: non le aveva tolto gli occhi di dosso, neanche mentre effettuava la sua giocata.

Non aveva osato avanzare all’interno della stanza e non sapeva proprio che fare o che altro dire, quando udì pronunciare il proprio nome.

«Valéry!». La voce sommessa proveniva dalla parte meno illuminata della stanza. Lei conosceva quella voce: non l’aveva più udita da molto, molto tempo, eppure l’aveva riconosciuta immediatamente.

Fra tutte le persone al mondo, Charles era l’ultima da cui Valéry avrebbe voluto farsi vedere in quel posto.

Aveva conosciuto Charles Baxton sei anni prima, durante il suo ultimo anno di collegio. Eloise, la sorella di Charles, l’aveva invitata a trascorrere i giorni della Pasqua nella tenuta della sua famiglia a Oakham.

Valéry tornò con la mente a quella primavera: Charles era tutto ciò che il tenero cuore di una giovinetta poteva desiderare e anche di più. Bellissimo, elegante, affabile, un vero gentiluomo nei modi e nel portamento, proprio come avrebbe dovuto essere un futuro duca.

Era stato inevitabile innamorarsi di lui.

Anche Charles sembrava apprezzare la sua compagnia. Per tutti quei giorni, insieme alla sorella e ai giovanissimi cugini, avevano fatto lunghe passeggiate, avevano giocato a carte, avevano suonato e cantato, avevano addirittura danzato. Un meraviglioso pomeriggio avevano fatto una lunga cavalcata nei dintorni. Lui l’aveva aiutata a smontare da cavallo afferrandola per la vita e l’aveva trattenuta qualche attimo di più di quanto sarebbe stato necessario… e lecito.

Il ricordo di quella vacanza riscaldava ancora il cuore di Valéry e le sue notti solitarie. A quel tempo era ancora tutto bello, pensò la ragazza, e la vita era piena di promesse per il futuro. L’inverno successivo avrebbe dovuto fare il suo debutto e Charles, che aveva manifestato un certo interesse per lei e per i suoi begli occhi, sarebbe stato sicuramente fra gli invitati al ricevimento che i nonni dovevano dare in suo onore.

In effetti, a quei tempi, Valéry era l’invidia di tutte le compagne: non solo era bellissima, ma aveva una classe e una cultura di molto superiori a quelle delle sue coetanee. Era un’ereditiera, discendente di un nobile casato, imparentata alla lontana con i reali, e sarebbe sicuramente diventata il diamante della stagione. Purtroppo però il suo amatissimo nonno era morto, seguito a breve distanza dalla moglie. La madre di Valéry aveva ereditato un’ingente fortuna e da quel momento suo padre era tornato nelle loro vite, dopo esserne stato allontanato per aver dilapidato la dote della moglie.

In brevissimo tempo Arthur Campbell aveva sperperato l’intero patrimonio e i beni destinati alle due figlie.

Per un po’ erano riusciti a mantenersi grazie ai proventi della tenuta di famiglia, poi la loro situazione economica si era talmente deteriorata che non erano stati più neppure in grado di pagare la retta del collegio per Camille, la sorellina di Valéry; così Miss Langton, la direttrice della scuola dove la giovane aveva studiato, era venuta a conoscenza della loro situazione economica e aveva offerto alla sua migliore allieva un impiego come istitutrice per le ragazze più giovani. Le sue capacità e la sua cultura avevano convinto la direttrice ad affidarle anche un posto d’insegnante che si era reso vacante. Da quasi quattro anni Valéry si guadagnava da vivere, provvedendo anche al mantenimento della madre e alla retta del collegio per la sorella. Il padre, sempre assente, era tornato per tentare di maritarla a un vecchio mercante che, in cambio di un’ingente somma di denaro, voleva una moglie giovane e di nobili origini. Valéry si era rifiutata, spalleggiata dalla madre e tenuta al riparo da Miss Langton, e Sir Arthur era scomparso nuovamente dalle loro vite… fino a sei mesi prima.

In quel preciso momento, rivedere lì Charles era la ciliegina sulla torta. Lui si era alzato e le aveva fatto cenno di avvicinarsi. I due giovani si posizionarono a lato dei giocatori, nella parte in ombra della stanza, e lui le fece segno di tacere.

«È meglio non disturbare», le bisbigliò. Rimasero in piedi a osservare lo svolgimento del gioco. «Non dovevate venire qua», le sussurrò poi.

«Non potevo restarmene con le mani in mano e non far nulla», mormorò lei.

«C’è ben poco da fare. Vostro padre ha barattato la vostra tenuta per tremiladuecento ghinee, per avere la possibilità di giocare a questo tavolo».

«Solo tremiladuecento ghinee: è una miseria!», protestò Valéry. Era sbalordita.

«Sì, purtroppo la proprietà era gravata da troppe ipoteche», chiarì Charles. «Ha puntato a martingala e ha già perso quasi tutto», le spiegò il giovane, a voce bassa.

«Ssh!». Uno dei giocatori si era voltato per redarguirli.

«Perdonatemi, Sir William», si scusò il giovane.

«Che cosa significa?», chiese Valéry, in un sussurro.

«Ha aumentato progressivamente la posta per cercare di recuperare le puntate perdute, ma gli saranno entrate sì e no tre mani buone. A questo tavolo si gioca forte».

«Chi ha acquisito la tenuta?», gli domandò a quel punto lei, cambiando discorso.

«Lady Venom e i suoi soci».

«Silenzio!», urlò Sir Campbell, sempre più innervosito. Aveva perso un’altra mano e l’uomo che teneva il banco aveva ritirato una forte somma davanti a lui.

«Sarebbe meglio che smetteste, per questa sera», disse l’uomo bruno che sedeva accanto a suo padre.

«Non sono affari vostri».

«Se non siete in grado di coprire la posta, diventano anche affari miei», specificò l’altro.

«Posso coprire, posso coprire», ma le mani gli tremavano mentre spostava al centro del tavolo tutto il denaro che aveva davanti.

«Non basta», fece notare il croupier.

«Dovrete accettare un pagherò», balbettò Sir Arthur.

«Signore, non so se…», disse quello, guardando di sfuggita Sir William e l’uomo bruno.

«Ho sempre onorato i miei debiti», protestò il padre di Valéry.

«Tuttavia mi sembra di capire che oggi abbiate perduto l’ultimo dei vostri averi», fece notare Sir William.

«No, no, no…», continuava a farfugliare Sir Arthur.

L’uomo bruno fece un cenno impercettibile a quello che smistava il mazzo, il quale servì Sir Campbell.

Il silenzio era di nuovo calato sulla sala: si udiva solo il fruscio delle carte che venivano distribuite. Una nuvola di fumo si alzava dal sigaro dell’uomo scuro, inondando l’ambiente di un effluvio di tabacco misto a profumo di ciliegia.

«Il banco vince e vincono Mr Hopkins e il colonnello Preston», dichiarò il croupier ritirando al contempo il denaro davanti agli altri giocatori.

Il padre di Valéry si lasciò ricadere all’indietro sullo schienale, poi mormorò: «Dovete concedermi un ultimo giro».

«Sir Campbell, non credo sia possibile», disse l’uomo scuro. «Ho coperto io l’ultima mano. Che cosa vi è rimasto per riempire il piatto?», e voltò lo sguardo dove sapeva esserci Valéry.

«Io… io potrei… io posso…», biascicò Sir Arthur.

«Qualcosa ancora possedete, non è vero?», disse quello, asciutto.

«Valéry, vieni qua!», ordinò Sir Campbell, rivolto alla figlia.

A Valéry tremarono le gambe mentre si avvicinava ed entrava nel cerchio di luce che il lampadario gettava tutt’intorno al tavolo da gioco.

«Sì, possiedo ancora qualcosa», disse afferrando il polso della figlia. «Vi avevo detto che era bellissima: non mentivo. Non dubito che qualcuno di voi sia interessato».

«Non posso negare che sia una splendida posta», rispose l’uomo bruno, accennando un sorriso.

Valéry era agghiacciata. Mai avrebbe immaginato fino a che punto, quella sera, avrebbe messo a repentaglio la propria reputazione. «No, caro padre», esplose divincolandosi, «non sono merce per i vostri traffici. Ho raggiunto da un po’ la maggiore età».

«Non è questo che dice la legge. Tu mi appartieni ancora».

«Avete perduto la vostra autorità su di me da molto tempo, da quando la vostra scelleratezza mi ha obbligato a mantenermi da sola».

«Ma ora siete qui, Miss Campbell», osservò l’uomo bruno.

«Zio David!», s’intromise sdegnato Charles, che era rimasto nella parte in ombra della sala.

«…e siete sotto la giurisdizione di vostro padre, anche se gli dimostrate ben poco rispetto», seguitò quello.

Valéry lo fulminò con lo sguardo. «Con chi ho l’onore di parlare?», chiese indignata.

«David Baxton, signorina, al vostro servizio».

David Baxton! Il famigerato Lord Baxton, lo zio di Charles ed Eloise, pensò Valéry, preoccupata: le voci che circolavano a proposito di quel signore non erano di certo rassicuranti.

«Bene, Lord Baxton», continuò fiera, «non vedo come potreste obbligarmi, dal momento che la mia fortuna non dipende da mio padre da molti anni, ormai».

«Non è saggio sfidare la vostra buona stella in presenza dei creditori di vostro padre, Miss Campbell», le fece notare lui.

«Vi prego, zio, non tormentate Valéry», intervenne Charles severo, in difesa della ragazza. «Non è tipo per voi».

«Che cosa ne sai tu, di cosa faccia al caso mio?», lo apostrofò lo zio, autoritario. Si alzò, infilò la mano nella tasca della giacca e ne estrasse un sigaro lungo e sottile. Continuò a frugarsi nelle tasche, depositandone il contenuto sul tavolo, accanto a Sir Campbell, accasciato con la testa fra le mani. Smistò gli oggetti all’evidente ricerca dell’acciarino d’oro, lasciando sul ripiano una saccoccia portamonete, una minuscola pistola in argento, un portasigari in cuoio ribattuto e alcuni sottili bastoncini di cedro.

Si accostò alla finestra, la aprì, accese il suo sigaro e ne inspirò una boccata. «È meglio fare una pausa», disse poi.

«Come preferite, Lord Baxton», rispose Sir William e tutti si alzarono per sgranchirsi le gambe.

Valéry, che non era più al centro dell’interesse generale, indietreggiò piano, passo dopo passo, per guadagnare la porta, ma non poté far a meno di udire Charles che, preso in disparte lo zio, lo stava ammonendo.

«Non impauritela, vi prego. Valéry non è quel tipo di donna. Voi non la conoscete».

«Le donne sono tutte di quel tipo, ragazzo», fece lui, cinico.

«Non vi permetto di parlare di lei in questo modo».

«Vuoi sfidarmi a duello?», chiese Lord Baxton, arrogante. «Potrei acquistarla per te, mio caro. Non dirmi che non apprezzeresti», continuò con un ghigno sprezzante.

«Zio, voi non oserete!».

«Charles, tutti abbiamo un prezzo. Per le belle donne la cifra è più alta: tutto qui». Fece uno dei suoi cinici sorrisetti.

«Solo per quelle che frequentate voi, in posti come questo», replicò il giovane, risentito.

«Ora, però, lei è qui. E poi è stato suo padre a offrircela: perché farsi tanti scrupoli?». Aveva inspirato un’altra boccata.

Valéry aveva sentito tutto, giacché Lord Baxton aveva parlato a voce alta. Si avvicinò inviperita. Stava per replicare, quando si udì uno sparo provenire dal tavolo da gioco.

Non fece in tempo a voltare il capo, si sentì afferrare da una morsa d’acciaio: Lord Baxton la teneva stretta e le impediva qualsiasi movimento.

«Lasciatemi, lasciatemi!», gridò Valéry. Non riusciva a vedere nulla perché lui le teneva il viso premuto contro il proprio petto. La portò di peso fuori dalla porta e le mise il cappuccio sul capo.

«Presto Charles, portala via», disse al nipote. Charles afferrò la giovane per un braccio e si avviò al portone dove si scontrarono con Lady Venom e il suo gorilla. Per fortuna la detonazione era stata udita solo dal levantino, che era corso a chiamare la sua padrona.

«Aspettate», disse Lady Venom a Charles e poi, rivolta a Lord Baxton: «Che cos’è accaduto?»

«Sir Campbell ha deciso di terminare la propria partita», rispose lui, con quel suo tono sprezzante. «Non è un bello spettacolo né per voi, né per sua figlia». E fece cenno a Charles di andare.

Valéry non aveva capito quasi nulla di quanto era accaduto. Si ritrovò seduta nella carrozza che quella sera Mrs Evans aveva preso a nolo.

«Che cos’è capitato?», domandò la governante al giovanotto che si era appena seduto di fronte a loro.

Charles diede ordine al cocchiere di dirigersi al collegio di Valéry prima di rispondere all’anziana donna: «Sir Campbell si è…», cercava le parole adatte per non ferire la ragazza, «…si è tolto la vita», concluse, abbassando il capo. Valéry realizzò, si portò una mano alla bocca e vi soffocò un singhiozzo.

«Pace all’anima sua», disse Mrs Evans, indifferente. «Ha finito di far soffrire queste povere creature».

Valéry iniziò a piangere piano, con la fronte appoggiata al finestrino.

«Ascoltatemi bene, Valéry», disse il giovane. «Voi non siete uscita dal collegio, questa notte, e non sapete nulla di tutta questa faccenda. Avete capito?»

«Ma… mi hanno visto tutti».

«Non preoccupatevi per questo, ci penserò io. Nessuno ha interesse a diffondere ciò che è accaduto stasera, men che meno Lady Venom. Dovrete fingere di non sapere nulla di vostro padre, quando verranno a comunicarvi la notizia. Avete capito bene?».

La ragazza annuì e non proferì parola per tutto il resto del tragitto. Giunti davanti all’ingresso del collegio, Charles la aiutò a scendere e la salutò con un inchino. Valéry rimase ferma, davanti al portone, e attese che la carrozza fosse sparita dalla vista prima di rientrare in casa.

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