Un nuovo invito
Far visita a sua madre non era un piacere: Valéry si sentiva ogni volta più depressa. Uscire da quel posto era come camminare sulle nuvole e questo aumentava il suo senso di colpa e d’impotenza.
Fortunatamente, tornare col pensiero alla serata appena trascorsa le fece ritrovare il sorriso. Charles era stato stupendo. Lui l’aveva voluta nella propria squadra, le era stato accanto fino alla fine del ricevimento e l’aveva corteggiata.
Sì, ne era certa: non aveva avuto occhi che per lei. Non poteva sbagliare, anche per lui era stato come tornare indietro di tanti anni e rivivere i momenti magici che avevano passato a Oakham.
«Valéry», le aveva sussurrato in un momento d’intimità, «vorrei che questa serata non finisse mai».
«Ditemi che verrete anche voi, dagli Emery-Boyd, la settimana prossima», le aveva chiesto poi, prima dei saluti. «Conterò le ore che ci separano dal nostro prossimo incontro».
Le giornate sembravano non passare per Valéry, che si sentiva esattamente come le sue allieve, piena di aspettative per il prossimo incontro.
“Che sciocca che sei”, si diceva. “Proprio come una bambina. Non farti troppe illusioni”.
Infatti, se era possibile nutrire delle nuove speranze, era pur vero che lei non era più quella di un tempo. Era sempre la nipote del marchese di Guildford, ma era anche un’istitutrice senza il becco di un quattrino, la figlia di un libertino che si era tolto la vita per i troppi debiti e, non ultimo, sua madre era rinchiusa in un manicomio.
Questo pensiero fece aumentare la sua inquietudine, perché sapeva che non solo Charles era interessato a lei, ma anche suo zio.
Le chiacchiere che circolavano su quel signore non erano confortanti. Si diceva che avesse commesso un omicidio ed evitato la forca solo perché era un Ragland, così era stato deportato. Correva voce che avesse accumulato un’immensa fortuna con mezzi non proprio ortodossi, che fosse stato coinvolto in diversi scandali e che avesse un bel po’ di figli illegittimi sparsi per tutto il Paese.
Valéry non era propensa ad ascoltare dicerie e pettegolezzi, ciò nondimeno si era fatta un’idea personale su David Baxton e sapeva che era meglio evitarlo.
Lui aveva posato i suoi occhi inquietanti su di lei e Valéry aveva il presentimento che, presto o tardi, si sarebbe trovata ad affrontarlo.
Finalmente arrivò anche martedì. Erano state invitate tutte le ragazze dell’ultimo anno per cui le lezioni del pomeriggio furono rimandate.
«Il signor Ogston è davvero gentile», disse Amanda durante il tragitto in carrozza.
«È il giovanotto con i capelli ricci di cui mi hai parlato?», chiese Henrietta, che non aveva partecipato alla serata precedente.
«Mamma mi ha riferito che suo nonno, Lord Preston, lo farà sicuramente eleggere alla Camera dei Comuni già per il prossimo mandato», riferì Amanda.
«Io preferisco Lord Waterton», spiegò Berenice, che aveva fatto parte della prima spedizione. «Anche se il più bello tra quei signori è senza dubbio il conte di Colsterworth».
«Mio cugino Charles, però, è interessato esclusivamente a una signorina», fece Amanda maliziosa, guardando in direzione di Valéry, che ascoltava distratta guardando fuori dal finestrino. Tutte cominciarono a ridacchiare, tranne Louise, che si era improvvisamente incupita.
«Non avete un altro argomento di conversazione?», disse Valéry. «Simili discussioni non sono appropriate, per delle signorine beneducate».
«Non siamo in pubblico, Miss Campbell», disse Henrietta. «Ne parliamo unicamente fra noi amiche».
«Comunque, io preferisco il bel tenebroso», riprese il discorso Cassandra.
«Cassandra, sarebbe opportuno che tu non avessi preferenze», s’intromise Valéry.
In effetti, quella ragazza era un caso a parte: era sposata. Era stata data in moglie due anni prima, diciassettenne, a un vedovo molto più anziano di lei. Il marito era un diplomatico che faceva parte della delegazione di Vienna. Colto da passione un po’ tardiva, aveva sposato la fanciulla che non si era rivelata all’altezza del ruolo che avrebbe dovuto ricoprire, perché troppo immatura e davvero molto, molto esuberante. Così, per cercare di porre rimedio all’errore, il buon uomo non aveva portato con sé la giovanissima moglie e l’aveva affidata alle cure di Miss Langton, sperando che imparasse a comportarsi e confidando nel fatto che in compagnia di coetanee non si sarebbe annoiata troppo.
Cassandra era molto migliorata, però si era rivelata un elemento difficile e, anche se non costituiva un esempio da seguire, era pur sempre assai popolare fra le sue amiche. Per Valéry, lei era l’unica da tenere d’occhio, poiché era evidente la sua predilezione per i giovanotti… in generale.
«Scusa, Cassandra, a chi ti riferisci?», le domandarono le altre.
«A Lord Baxton», spiegò la ragazza.
«Ma è vecchio!», si stupì Louise.
«Non è vecchio. Avrà, sì e no, trent’anni», fece Cassandra.
«No, no. Mio zio ne ha molti di più. Ne ha trentaquattro!», precisò Amanda.
«E tu lo chiami vecchio?», lo apostrofò l’altra, sbigottita.
«Per me, sì».
«Gradirei che questo battibecco finisse qui», intervenne perentoria Valéry, che aveva però trattenuto il sorriso. «Ricomponetevi, siamo arrivate».
Lady Emery-Boyd e il marito attendevano gli ospiti all’entrata. Le ragazze della St Andrew giunsero per ultime e il salone dei ricevimenti era pieno di persone che Valéry non conosceva. La baronessa infatti aveva organizzato un piccolo concerto, per allietare i suoi ospiti.
«Buonasera, Valéry». Charles l’aveva vista arrivare e si era precipitato da lei. «Questa sera ascolteremo un po’ di buona musica e forse riusciremo anche a danzare. Mi concederete un ballo, vero?»
«Anche se vi dicessi che non è il caso, voi trovereste il modo di farmi cambiare idea, quindi vi dirò subito di sì», disse sorridendo. «Sarò io, però, a scegliere la danza».
«D’accordo». Si fece più vicino e le bisbigliò all’orecchio: «Ho fatto in modo di essere seduto accanto a voi, a tavola. Sono stato bravo, non è vero?».
Valéry gli sorrise. “È davvero simpatico”, pensò. “Quando sono insieme a lui ogni pensiero tetro sparisce all’istante”.
La ragazza aveva concentrato l’attenzione sulle sue allieve e stava controllando che tutto andasse per il meglio quando udì una voce baritonale che cominciava a suonarle familiare.
«Vi dona molto il color lavanda, Miss Campbell».
«Grazie, Lord Baxton. Anche voi qui, questa sera?», rispose con un sorriso forzato.
«Vi stupisce la mia presenza?», disse lui altero.
«Vorrei potervi dire di sì». Aveva alzato il sottile sopracciglio. Il suo disappunto nasceva dal fatto che era certa che la presenza, lì, di quel signore dipendesse da lei.
«Mi trovate fuori luogo?», proseguì lui.
«No. Solo mi ero figurata che prediligeste tutt’altro tipo di compagnia».
«Al contrario, trovo molto stimolanti queste serate». Le aveva rivolto un mezzo sorriso.
«David!». Un uomo molto alto in compagnia di una giovane donna bellissima ed elegante si era avvicinato e aveva dato una pacca sulla spalla a Lord Baxton. «Scusate, Milady, se interrompo la vostra conversazione, ma non vedo questa canaglia da molto tempo», fece il nuovo arrivato.
«Adam, come stai, amico mio?», lo accolse Baxton con un sorriso genuino.
«Bene. Vorrei presentarti mia moglie Carolyn».
«Contessa, è un onore fare la vostra conoscenza», disse gentile. «Miss Campbell, permettetemi di presentarvi il conte e la contessa di Westbury».
«Campbell?», domandò la giovane signora. «Voi siete Valéry Campbell?»
«Sì, Milady».
«Ho sentito meraviglie su di voi».
«Su di me? Vi confonderete di sicuro con qualcun’altra».
«No. Il mio nome da nubile è Butley, vi dice nulla?», chiese la contessa, sorridendo.
«Siete la sorella di Margareth! Certo. Come sta?»
«Molto bene. È ancora in luna di miele».
«Ha promesso di scrivermi presto per farmi avere il suo nuovo indirizzo».
«Mi ha parlato di voi con toni entusiastici. Non mi figuravo che foste così giovane. Dice che siete stata la sua migliore insegnante e una fonte d’ispirazione costante. Mi prende sempre in giro dicendo che avete letto più libri di me».
«Dovete sapere, Miss Campbell», intervenne il conte, «che mia moglie è una lettrice famelica e, vedersi spodestare, le crea un po’ di disappunto».
«Sono obbligata a leggere molto, per il mio lavoro», si giustificò Valéry, «ma confesso che è un vero diletto».
«Sì, lo so, lo stesso vale per me», annuì la contessa.
«Così, Miss Campbell, voi siete anche l’insegnate di mia nipote Louise, alla St Andrew?», continuò il conte.
«Siete suo zio?»
«Io e Lady Anne siamo cugini, ma per Louise sono un vero zio», spiegò.
«Mio marito mi ha raccontato molto anche di voi, Lord Baxton». La contessa chiamò in causa David Baxton, il quale aveva seguito con attenzione il vivace scambio di battute delle due signore.
«E che cosa vi avrà riferito mai?», rispose sorridente.
«Oh, molte cose…», fece seria la giovane signora, «…e tutte pessime, direi. Così è inevitabile, sono molto spiacente», disse scuotendo il capo, «ma mi vedo costretta… a invitarvi a cena», concluse sfoderando un incantevole sorriso. «Ovviamente l’invito è esteso anche a voi, Miss Campbell».
«Io non so se…».
«Non accetto un rifiuto, Valéry. Posso chiamarvi Valéry?»
«Certamente».
«E voi chiamatemi Carol, per favore. Lady Anne ha chiesto anche a me di organizzare una serata per le vostre ragazze e non vedo l’ora».
«Mia moglie non ha avuto molte opportunità per fare inviti e prendere parte a eventi mondani», spiegò il conte ai suoi interlocutori. «La guerra prima e i bimbi poi non le hanno permesso di svagarsi molto».
«I bambini?», chiese Lord Baxton incuriosito. «Quanti ne avete?»
«Tre: due maschi e una femmina», rispose il conte orgoglioso.
Valéry sorrise e chiese: «Avete combattuto contro Napoleone?»
«Sì».
«Waterloo?»
«Anche».
«Oh», mormorò lei, ammirata.
«Lui è il colonnello Blackbourn, forse ne avrete sentito parlare», le spiegò Lord Baxton.
«Sì, certamente». Valéry, all’epoca, aveva letto di lui sui giornali. Si era distinto a Waterloo e sua moglie era rimasta con lui a Bruxelles a soccorrere i feriti. «Però non sapevo foste il cognato di Maggy», disse stupita.
«Vedo che già vi conoscete», osservò Lord Emery-Boyd, che si era unito a loro.
«Sì, Frederick», disse il conte. «Io e David siamo stati compagni a Woolwich, all’Accademia».
«E ci siamo rincontranti molti anni dopo a Madras», continuò, per completezza, Lord Baxton.
«Carolyn, perché non esponi a Miss Campbell il tuo progetto?», suggerì Lord Emery-Boyd.
«Oh sì, ottima idea. Sareste proprio la persona giusta per darmi qualche consiglio», disse la giovane contessa.
«Mia moglie si è messa in testa di organizzare, anche qui a Londra, una specie di scuola per ragazzini bisognosi. L’ha già fatto a Westbury, aiutata dal vicario».
«È davvero un’ottima idea», approvò Valéry. «Saper scrivere, leggere e far di conto può aiutare molto, nella vita».
«Più che altro è una scusa per dar loro un posto dove trovare qualcosa da mangiare», disse Lady Carolyn. «Non ci si può neppure immaginare quanto numerosi siano gli indigenti e i fanciulli abbandonati a se stessi». La giovane contessa si era incupita. «Avrei proprio bisogno di alcuni utili suggerimenti per l’insegnamento», ammise.
«Mi piacerebbe aiutarvi», disse Valéry interessata. «Potrei riuscire a trovare uno o due pomeriggi da dedicare al vostro progetto: come saprete, devo lavorare. Comunque, durante l’estate ho molto tempo libero e posso rendermi utile».
«Perdonate la mia impulsività, non intendevo coinvolgervi», disse Lady Carolyn, angustiata. «Desideravo solo qualche consiglio, non dovete sentirvi obbligata in alcun modo a sostenere il mio progetto. Comprendo perfettamente che non sia facile entrare in contatto con persone di diversa estrazione».
«Trovo la vostra idea magnifica, dico sul serio. Non preoccupatevi, io non ho timori. So molto bene cosa significhi ritrovarsi in difficoltà e mi ritengo fortunata ad aver avuto gli strumenti per cavarmela da sola: è giusto farne partecipi anche altre persone più bisognose».
«Be’, allora è perfetto», si rallegrò Lady Carolyn.
«Piano, piano! Non correre troppo. Viola ha solo cinque mesi: è ancora troppo presto per lasciarla alle cure della bambinaia», s’intromise il conte. «Quando Carol si mette in testa qualcosa, non c’è modo di fermarla», disse e guardò con orgoglio la moglie. «Io sono solo il suo cavalier servente…».
«…e il mio finanziatore», precisò la moglie, offrendogli un accattivante sorriso. «Anche tu, Frederick, potresti generosamente contribuire», osservò, rivolta al barone Emery-Boyd.
«Anne non parla d’altro», rispose questi. «Consideralo fatto».
«Potrei aiutarvi anch’io, Milady», propose Lord Baxton. «Posseggo uno stabile che potrei mettere a vostra disposizione, credo farebbe al caso vostro».
«Oh grazie, grazie molte. Mai avrei immaginato che questa serata si sarebbe rivelata così proficua», disse lei allegra.
«Stanno chiamando per la cena», annunciò il barone. «Il mio cuoco è francese e anche molto irascibile: si offende se facciamo freddare i suoi manicaretti», e offrì il braccio a entrambe le signore.
«David», disse sottovoce il conte di Westbury all’amico, incamminandosi verso la sala da pranzo, «penso di non averti mai detto che nessuno di noi ha creduto per un attimo alle accuse che ti furono mosse, neppure gli insegnanti».
«Veramente me lo dicesti in India».
«Non ricordo…».
«Lo so, eri quasi sempre ubriaco durante le nostre uscite», puntualizzò Baxton ridendo.
«Non me lo rammentare… ma lo eri anche tu. E non riferirlo a mia moglie…».
«Che cosa non dovrebbe riferirmi?». Il conte aveva parlato piano, ma era stato udito ugualmente dalla moglie e anche da Valéry.
«…lei pensa che io sia perfetto».
«No, no. Io non lo penso affatto».
«Lady Westbury, come siete riuscita a fargli mettere la testa a posto?», chiese David allegro.
«Non l’ho fatto», rispose la giovane signora, sorridendo. «Mi piace così com’è!».
Valéry li guardò ammirata: erano una splendida coppia. Era evidente che fossero innamorati e complici: così avrebbe dovuto essere un vero matrimonio. In quel momento comparve Charles che la fece accomodare accanto a lui a tavola.
Il concerto era programmato per il dopocena e nel salone erano state posizionate molte sedie.
Charles e Valéry si sedettero vicini e ascoltarono in religioso silenzio. L’ultimo brano della prima parte era terminato; gli orchestrali e gran parte degli ascoltatori si stavano alzando per un intervallo, quando si avvicinò loro Mr Ogston.
«Charles, Lord Emery-Boyd vuol farci assaggiare l’armagnac di cui ci ha parlato dopocena».
«Scusatemi solo per qualche istante, Valéry, torno subito».
Valéry, si accomodò meglio sulla sedia e cominciò a scorrere il programma, scritto con elegante grafia, per sapere cosa avrebbero ascoltato dopo.
Era intenta a leggere e non si era accorta che David Baxton si era seduto proprio dietro di lei, così, ancora una volta fu colta di sorpresa quando lui le parlò.
«Che cosa ci proporranno ora, i nostri bravi musicisti?»
«Un pezzo per archi e piano, poi un assolo d’arpa di un compositore che non conosco», rispose senza alzare gli occhi dal foglio.
«Vi state divertendo, Valéry? La serata conforta le vostre aspettative?»
«Sì, non potrebbe essere altrimenti», disse lei guardinga, voltandosi. Ormai aveva capito che quell’uomo aveva sempre un secondo fine – come la duchessa madre, del resto – e avrebbe dovuto fare attenzione a ogni singola parola che pronunciava in sua presenza.
«Quali sono esattamente le vostre aspettative, signorina? Diventare duchessa?».
Valéry stava per ribattere, ma lui la precedette.
«Una Guildford può sicuramente aspirare a tanto, in modo particolare se di specchiata virtù e dal passato senza ombre». Alla ragazza non sfuggì la velata ironia.
«Certo. Si può dire altrettanto di voi?»
«Attenta. Non dimenticate con chi state parlando». La sfidò con un mezzo sorriso che la raggelò.
«No, non lo dimentico affatto, Milord. So chi siete. So esattamente dove ci siamo incontrati e lo sa anche Charles».
«Ma mio nipote conosce proprio tutto di voi?», proseguì Lord Baxton beffardo.
«No, ma provvederete voi a informarlo, giusto?». A Bedlam aveva intuito la sua presenza: quella era la conferma che lui era stato là e aveva senza dubbio scoperto a chi, lei, andasse a far visita.
«Questo dipende da voi».
«Da me?», chiese Valéry, guardandolo diffidente.
«Lo sapete che avete gli occhi più stupefacenti che io abbia mai visto?», se ne uscì, cambiando discorso. In effetti Valéry aveva due iridi enormi, di un azzurro quasi bianco, occhi di cristallo bordati di nero, con ciglia scure e lunghissime, che rendevano il suo sguardo unico. «Diventano ancora più grandi quando siete arrabbiata», osservò lui sorridendo.
«Mi seguite, mi pedinate nell’ombra: siete riuscito a sapere tutto o c’è ancora qualche particolare che vi è oscuro? Potrei darvi delle delucidazioni». La rabbia le stava offuscando la vista, ma cercò di mantenere un tono di voce più calmo possibile e proseguì: «Se ancora non foste riuscito a scoprirlo, un mio trisavolo è stato impiccato per alto tradimento da Oliver Cromwell. Se poi siete a conoscenza di qualche particolare scabroso sulla vita di mio padre – poiché sospetto che siate più informato di me – andatelo a riferire a chi vi pare, ma non ditelo a me, non mi riguarda».
«Non vi pedino», disse Lord Baxton, serafico, «tutelo solo i miei interessi».
«Io non sono un vostro interesse».
«Oh sì, molto più di quanto possiate immaginare, signorina».
«Che cosa volete, voi e vostra madre, che stia lontana da Charles? Dipende da lui soltanto».
«La pensereste così, se sapeste che la sua fortuna dipende totalmente da me?»
«Io invece credo che ognuno di noi sia artefice del proprio destino».
«Voi siete la prova vivente che non è così».
«Se pensate di conoscermi allora dovreste aver capito che sono piuttosto diretta, per cui non usiamo giri di parole e vediamo di chiarirci».
«Charles sembra molto preso da voi, quindi è meglio avermi come amico che come nemico», insinuò David Baxton con un perfido sorrisetto.
«Amico?»
«Potrei essere il vostro migliore amico…», fece allusivo, alzando le sopracciglia.
Valéry lo guardò sgomenta: sapeva di essersi avventurata in un terreno molto pericoloso. Desiderava sapere dove quell’uomo volesse andare a parare e agire di conseguenza, tuttavia non si era immaginata che lui scoprisse immediatamente le sue carte.
«Eccomi di ritorno», fece Charles allegro, riprendendo il suo posto accanto a lei e interrompendo quel momento d’infinito imbarazzo. «Terminato il concerto, l’orchestra suonerà ancora per permetterci di ballare, come vi avevo preannunciato. La prima danza sarà una giga: va bene per voi?».
Valéry annuì, imbambolata. Lord Baxton si era alzato ed era sparito in un istante, così com’era apparso.
“Devo evitare quell’uomo a ogni costo”, si ripromise la ragazza. “Non devo mai più ritrovarmi sola in sua compagnia”.
«Danzate molto bene, Charles», fece Valéry, più tardi.
«Sono lieto, così non avrete la scusa che sbaglio i passi, quando vi chiederò di ballare ancora».
«Non credo che sia il caso e poi ci sono pochi cavalieri: avete promesso di far danzare tutte le ragazze, non potete tirarvi indietro», disse lei sorridendo.
«Io non desidero ballare con loro, voglio stare con voi. Anzi, la musica m’impedisce di conversare. Che ne direste di andare di là, nella sala piccola?»
«No, Charles, potremmo dare origine a qualche fraintendimento».
«Nessun fraintendimento, cara. Ho parlato a mio padre», le svelò, guardandola negli occhi e sorridendole. Valéry si sentì venir meno, fortunatamente la musica era terminata e lui la accompagnò a sedere.
«A dopo, Valéry. Purtroppo ho promesso questo ballo a Louise Emery-Boyd», le disse prima di congedarsi.
“Non può essere vero, non può essere vero”, si ripeté lei. “Non ho pensato che a lui, in tutto questo tempo, per tanti anni. Non m’importa altro. E se anche lui vuole me veramente supererà tutto pur di avermi”. Sapeva di sognare e di essere proprio una stupida. Come poteva pretenderlo? Chi mai lo avrebbe fatto? Chi mai avrebbe disonorato un casato così importante come il suo, solo per amore? Lei stessa non avrebbe osato tanto. Sua madre l’aveva fatto e ne aveva pagato tutte le conseguenze. No, Valéry non poteva nutrire ambizioni troppo alte. Odiava commiserarsi, però non appena intravvedeva uno spiraglio di luce, qualcosa andava storto e questa volta l’ostacolo era pure bello grosso: David Baxton. Avrebbe potuto essere tutto perfetto, ma c’era lui di mezzo. Gliel’aveva detto chiaro e tondo, poco prima: se voleva Charles, avrebbe dovuto accondiscendere alle sue richieste particolari. Eh sì, era stato abbastanza esplicito: era lui che teneva i cordoni della borsa e conosceva cose su di lei che mai le avrebbero permesso di aspirare a essere la futura duchessa di Ragland.
“No, mai!”, si disse. Mai avrebbe accondisceso ai suoi desideri, mai! Meglio rinunciare a Charles per sempre. Se l’era cavata fino ad allora, e avrebbe potuto tranquillamente continuare con la sua solita vita.
Valéry aveva trovato una propria dimensione fatta di solitudine, sacrifici e privazioni, ciò nonostante poteva andare a testa alta come tutti i Guildford.
“Io non voglio essere duchessa, voglio solo che Charles mi ami”, pensò, guardando avanti a sé, ma vedeva il futuro tutto nero. In fondo, Charles non l’aveva più cercata da allora e sapeva bene che lui non avrebbe mai condiviso con lei l’esistenza cui Valéry era ormai abituata. Non doveva farsi illusioni.
«Valéry…». Lady Westbury le aveva sorriso e si era accomodata accanto a lei, rasserenandola: quella giovane signora le piaceva.
«Non ballate, Milady?»
«Avevamo concordato di chiamarci per nome», le fece osservare la contessa. «No, non amo molto danzare. Ho ceduto mio marito a una delle vostre allieve. C’è penuria di cavalieri, questa sera. Dovrò prodigarmi a cercare qualche giovanotto, per le prossime volte».
«Sospetto che farete la felicità delle ragazze e delle loro madri, Carol. Avete molti fratelli, vero?»
«Sì, tre, ma sono tutti ammogliati. Be’, tranne il più giovane, che è vedovo. Purtroppo la moglie è morta giovanissima dando alla luce un maschietto, tre anni fa. Tristan non si dà pace, vive per suo figlio e per il suo lavoro. Tuttavia, ora che mi fate riflettere, potrebbe essere un’ottima idea. In effetti non avevo pensato a lui perché rifiuta qualsiasi tipo di riunione mondana, però questi incontri in famiglia potrebbero tentarlo. Mi piacerebbe presentarvelo».
«Spero ci sarà modo», disse Valéry gentile. Se era gradevole e spontaneo come le sorelle, sarebbe stato una piacevole conoscenza.
«La settimana prossima ci sarà un ricevimento a casa del duca di Ragland: sarà un’ottima occasione», concluse la contessa.
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