CARTA BIANCA - UN LUNGO FATALE ULTIMO ADDIO
Capitolo 12 di 21

Scritto il 16/07/2026
da RAFFAELLA V. POGGI


La lotteria

 

Erano trascorsi due giorni dalla serata a casa di Henrietta, quando fu richiamata nuovamente nello studio di Miss Langton, subito prima di pranzo.

Entrò e riconobbe immediatamente, dagli inconfondibili capelli canuti, la signora che le dava le spalle, seduta di fronte alla scrivania.

«Accomodati», le disse la direttrice.

«Preferisco restare in piedi, se non vi dispiace», rispose Valéry, assalita da un vivo senso d’inquietudine.

«Cara, la duchessa vorrebbe parlarti», iniziò Miss Langton accigliata.

«Veniamo subito al dunque, sai che non mi piacciono i giri di parole», la apostrofò immediatamente la matrona con una confidenza che irritò ancor più Jane Langton. «Siamo venuti a conoscenza della situazione di tua madre, Valéry. Sappiamo che è ricoverata al Bethlem Royal Hospital e ne conosciamo il motivo. Siamo certi, inoltre, che Miss Langton non ne fosse all’oscuro. Tu capirai che non è accettabile, né per la nostra né per altre famiglie, che la figlia di una donna ricoverata in manicomio per una colpa così grave faccia da insegnante alle proprie fanciulle. Come nonna e finanziatrice non posso accettare che tu continui a educare le ragazze. Anzi, la tua presenza qui non è gradita in ogni caso».

«Scusate, Vostra Grazia, non vedo il problema se Valéry collaborerà esclusivamente in veste di governante».

«Valutate voi che cosa sia più opportuno, cara direttrice, noi agiremo di conseguenza».

«Avete ragione, Vostra Grazia, ci intendiamo alla perfezione. Potete riferire a chi vi manda che ha ottenuto lo scopo che si era prefisso, ma che non ne trarrà alcun beneficio. Ora, se volete scusarmi, ho molte cose da sistemare», e uscì senza salutare.

«Non avrete merito per ciò che avete fatto oggi, Vostra Grazia», disse amareggiata Miss Langton, accompagnando la duchessa alla porta.

«Solo Dio può dirlo», rispose la gran dama. «State bene, Miss Langton».

 

Solo il posto da governante non le avrebbe permesso di provvedere alla retta di Camille, aiutare Mrs Evans e pensare a sua madre. Poi non era giusto mettere Miss Langton, che era stata sempre tanto buona e generosa, in una situazione che avrebbe compromesso l’intero istituto: doveva andarsene via di lì. Aveva bisogno di molti soldi e subito… E sapeva come fare.

Radunò in fretta poche cose in una borsa, scrisse due righe per tranquillizzare Camille e la direttrice e, senza farsi notare, chiese un passaggio in città al garzone del macellaio.

 

Un’ora dopo bussava allo stesso portone di qualche mese prima.

Venne ad aprirle Youssef, questa volta senza parrucca.

«Chi cercate, madame? Siamo ancora chiusi», la accolse con il suo strano accento.

«Desidererei conferire con Lady Venom».

«Accomodatevi, vi annuncio».

Rimase per un po’ in attesa nell’ingresso, poi il gigante la scortò nel salone grande, completamente deserto.

«Accomodatevi». Le indicò una delle tante sedie imbottite che arredavano la stanza. Dopo poco Lady Venom fece il suo ingresso.

«Miss Campbell, a che devo il piacere?». La signora, vestita con lo stesso stile della volta precedente, la guardava sospettosa.

«Ho un affare da proporvi, Milady. Non vi nascondo di aver bisogno di denaro e ho deciso di vendere l’ultima cosa in mio possesso». Valéry sputò fuori quel discorso finché il coraggio la sosteneva.

«Di che affare si tratterebbe?», chiese Lady Venom più divertita che incuriosita.

«Desidero vendere la mia virtù al miglior offerente. Voi saprete sicuramente far fruttare al meglio questo affare, cosa per me ardua. Vi offro il trenta per cento».

«Non lo credevo possibile, ma mi avete sorpreso. Sì, visto il modo in cui vi guardavano i miei clienti quella tragica sera, credo proprio che si rivelerà un affare… se ne avrò io il settanta».

«Quaranta», propose Valéry.

«Sessanta, sono io che devo organizzare la serata e perderò altri introiti».

«Ma sono io che dovrò fare il resto».

«Cinquanta e cinquanta».

«Andata! Pongo una sola condizione: non Lord Baxton, né nessuno dei Ragland», propose Valéry categorica.

«E sia. Anche se, quel signore, è quello a cui avreste potuto scucire la cifra più alta. Contenta voi… Ovviamente cercheremo di mantenere il vostro anonimato, per quanto sarà possibile».

«Bene».

«Vi farò predisporre una stanza al piano superiore. Dovrete prepararvi e avrete bisogno di qualche consiglio, credo», fece Lady Venom.

 

Fu sistemata in una stanza rosa confetto. La testiera, il copriletto, le tovaglie che ricoprivano il tavolino e la toilette, le tende, insomma tutto era rivestito di raso rosa.

Valéry si guardò attorno sconfortata. Si era cacciata in un bel guaio. Era stata troppo avventata ma non sapeva proprio che altro fare per risolvere urgentemente il più pressante dei suoi problemi: doveva trovare in fretta il denaro per pagare la retta di Camille, prima che Lord Baxton facesse cacciare anche sua sorella dalla St Andrew. Se tutto fosse andato per il meglio, avrebbe racimolato la cifra necessaria per coprire le spese per i tre anni che ancora le mancavano.

“Forse pretendo un po’ troppo ma qui ci sono uomini che buttano via patrimoni interi in una notte. In confronto, ciò che chiedo io, è una bazzecola. Poi vedremo che succederà. Magari incontrerò qualcuno disposto a mantenermi e intraprenderò questa professione… Che ribrezzo!”, si disse, inorridita e spaventata da ciò che stava per succederle.

“Potevi offrirti a lui o magari a Charles”, le suggerì una vocina.

“No! Ho fatto tanta fatica per guadagnarmi da vivere onestamente: arriva lui e mi conduce alla rovina. Mai e poi mai la darò vinta a quel delinquente depravato. Peggio di mio padre”. Due lacrime le rigarono il volto. “Diventerò anche una donna perduta, ma non con lui”. Scoppiò a piangere e in quel momento entrarono due ragazze.

«Che cosa avete, signorina? Non fate così», la confortò una delle due, bionda e tutta ricci.

«La prima volta è dura per tutte. È vero che siete vergine?», le domandò l’altra, una bella ragazza alta e mora.

«Sì. O almeno credo», borbottò Valéry, presa alla sprovvista. E se non fosse stata più illibata, dopo quella notte?

«Che significa? Lo saprete, se siete stata o no con un uomo».

«No, è che io…».

«Parlate, perché Lady Venom è di sotto che studia quale potrebbe essere il modo più proficuo per farvi perdere l’innocenza, quindi è meglio saperlo prima, quello che avete combinato».

Valéry, imbarazzatissima, spiegò dettagliatamente ciò che era accaduto nelle stalle e quelle due si misero a ridere.

«No, signorina», spiegò la biondina. «Vi assicuro che se il vostro bello vi avesse violato, ve ne sareste accorta. Dobbiamo spiegarle almeno i rudimenti, Betty», disse all’altra scrollando il capo.

«Valéry, giusto? Bene, Valéry», iniziò Betty, la ragazza mora. «La cosa fondamentale è che dovrete stare attenta».

«Che cosa vuol dire “stare attenta”? Potete spiegarmelo?», chiese Valéry, irritata e incuriosita.

«Mi riferisco agli accorgimenti per ridurre il rischio di essere ingravidata, ovviamente. Spiegaglielo tu, Trixie».

«Dovrete lavarvi, dopo».

«Dopo cosa?»

«Dopo che lui avrà finito, ovvio», disse Betty.

«Che cosa dovrò lavare?»

«Oh mio Dio, ma non sapete proprio niente», fece Trixie, la biondina.

«No, non l’ha mai fatto, l’hai capito o no? Credo che sia meglio cominciare dall’inizio, magari potremmo mostrarle qualche illustrazione».

«Illustrazioni?»

«Sì, Lady Venom possiede un libro che raffigura degli amanti in tutte le posizioni. È piuttosto sconcio, in verità, ma è alquanto chiaro. Sono delle tavole che un giovane pittore ha dipinto come pagamento per coprire certi debiti. Il libro è a disposizione dei clienti che vogliono farsi quattro risate. Ve lo mostrerò, dopo che vi sarete asciugata, poi potrete farmi tutte le domande che vorrete. Adesso andiamo, l’acqua del bagno dovrebbe essere pronta».

 

Tornate dentro la nuvola rosa, dopo il bagno, le due ragazze aiutarono Valéry ad asciugarsi e le acconciarono i capelli.

Trixie rovistò nella borsa di Valéry alla ricerca di qualche indumento idoneo e trovò il fermaglio.

«Valéry, non c’è niente di adatto, tranne questo. È bellissimo, cos’è, un pegno d’amore?», chiese la giovane e glielo mise fra i capelli.

«Mettiti questo». Betty si era assentata ed era tornata con un grande libro e un indumento rosso fuoco.

Valéry fu costretta a infilarsi una specie di guêpière che le copriva appena il sedere e lasciava il seno in bella vista.

La truccarono: cipria, belletto, carminio per le labbra e le gote. Le spruzzarono una ventata di profumo.

Si guardò allo specchio e non si riconobbe: sembrava una delle sue bambole di quando era bambina, finta come la duchessa di Ragland. Il seno debordava dal corsetto strettissimo e lasciava intravvedere le corone dei capezzoli. Provò ribrezzo per se stessa e andò a sedersi al centro del letto.

Lady Venom entrò senza bussare.

«Allora Valéry, ero indecisa tra un’asta e una lotteria. Nell’asta la cifra è aperta. Forse, se la serata fosse stata particolarmente buona, avremmo potuto scucire una cifra più alta ma ci sarebbe stato anche il rischio opposto. E poi è molto umiliante: è capitato a un’altra signora dell’alta società ed è stato degradante, a quanto mi hanno raccontato. Non ne conosco il nome, però so che se l’è aggiudicata il futuro marito… Brutta storia, comunque. Ho optato per una lotteria. Duecento biglietti numerati e da me siglati a cinquanta ghinee cadauno, il conto è presto fatto: sono cinquemila a testa. Non male, per una notte. Potrete farvi la dote. I biglietti andranno a ruba. Certo, ci sarà chi ne acquisterà più d’uno, per aggiudicarsi il premio, ma state certa, vorranno partecipare tutti. Ora devo andare, ho ancora molte cose da fare. A proposito, siete uno schianto».

Valéry era rimasta ferma immobile. Cinquemila sterline erano più di quanto avesse sperato. Avrebbe potuto anche rifarsi una vita, con quella cifra.

«Gradisci una tazza di tè, Valéry?», le domandò Trixie. La ragazza annuì, non aveva pranzato, non aveva fame, ma la bocca era completamente asciutta, per la paura.

«Ecco, Valéry». Betty si sedette sul letto accanto a lei e aprì il libro.

Cominciò a indicarle ogni particolare e a spiegarle ogni minimo dettaglio, senza mezzi termini. Valéry aveva la nausea e avrebbe sicuramente vomitato, se avesse avuto qualcosa nello stomaco.

«Dovrò fare anche questo?», domandò Valéry sconvolta, indicando un’illustrazione.

«Credo che per questa volta sarà molto semplice: vogliono solo… Be’, diciamo che si accontenteranno della tua virtù. Per il futuro, invece, certe prestazioni extra si riveleranno molto utili per non avere gravidanze indesiderate», e le mostrò qualche figura molto esplicita. «Comunque lavati sempre come ti ho spiegato, subito dopo», finì Betty.

«Come sono… gli uomini?», le domandò Valéry tremando.

«Se sarai fortunata, ti capiterà qualche giovanotto non tanto male, ma non farti illusioni», le disse Betty.

«È più facile che ti tocchi qualche vecchio grassone», rincarò Trixie. «Tu chiudi gli occhi e pensa al tuo bello. Per me funziona… qualche volta».

«I clienti di Lady Venom sono tutte persone molto distinte, non sono violenti o sporchi, come nel posto in cui lavoravo prima», spiegò Betty. «Non è poi così male. Certo che se ti capitasse Lord Baxton, potresti ritenerti fortunata».

«Sì, lui è un vero signore, anche con quelle come noi», disse Trixie.

“Bene! Solo con me è un diavolo perverso. Molto confortante. Mi odierà per chissà quale motivo, forse per via di qualche attrito con mio padre”, pensò Valéry, arrabbiata e sconfortata allo stesso tempo.

«E poi, ci sa fare. Sa come far provar piacere a una donna, anche con quelle come noi. Ti fa sentire… Insomma, con lui non ti senti una prostituta; peccato che non richieda spesso i nostri servigi, può avere di meglio», proseguì Betty. «Ha un unico vezzo: non si toglie mai la camicia».

«Si dice che abbia la faccia del diavolo tatuata sulla schiena», disse la bionda. «Dovresti conoscerlo, è lui che ha acquistato la tenuta di tuo padre. Sir Campbell era tuo padre, vero?».

Valéry fu colpita da un fulmine. Annuì e sbiancò, sotto il trucco pesante. L’aveva sospettato, ma, sentirselo confermare, la fece andare su tutte le furie.

«Ditemi», chiese alle due ragazze che si stavano rivelando una miniera di informazioni, «Lord Baxton è un socio di questo posto?»

«Non proprio. Il socio di Lady Venom è Sir William Carrington. David Baxton fa spesso affari qua dentro, a volte investe in qualche traffico ma non trae profitti dalla bisca e dalle nostre attività, se è quello che intendi», le spiegò Trixie.

«Conoscete Charles Baxton o suo padre, il duca di Ragland?», chiese. Voleva sapere il più possibile su quella famiglia. Aveva capito che avere informazioni sul proprio nemico poteva rivelarsi utile.

«Baby-Earl, il conte-bambino, come lo chiamano qua, entra negli alloggi di Lady Venom prima della chiusura, ma non credo che allieti la signora», disse Betty ridendo.

«L’abbiamo visto tutte, uscire alla chetichella e recarsi nell’appartamento che lei riserva ai clienti che vogliono incontri segreti», disse Trixie, la più ciarliera.

«Sapete con chi ha appuntamento, per caso?»

«Certo che sei curiosa», fece Betty. «Che cosa hai a che fare con quei signori?»

«Niente, ma devo alla loro famiglia se sono qui», rispose lei, schiettamente.

«Allora, senti questa», iniziò Betty complice. «Connie, la più giovane e carina di tutte noi, è salita in camera con lui. E lui… niente!».

«Che cosa vuol dire?»

«Che non era interessato, ecco cosa vuol dire. E se non era interessato alle femmine allora…», fece Trixie, allusiva.

Valéry fece finta di aver compreso e annuì sorridendo, ma non aveva capito proprio niente.

«Suo padre, il duca di Ragland, invece, è molto attratto dalle donne, ma non ama frequentare le prostitute: preferisce crearle. È un libertino della peggior specie: seduce e rovina giovani perbene, poi le abbandona, lasciandole nei guai. Ne sapeva qualcosa Dorothy, con cui ha avuto una bambina. Lei è stata qui per un po’, poi David Baxton l’ha riscattata, aiutandola a sistemarsi, per rimediare ai disastri del fratello. E non solo con quella poveretta ha messo al mondo dei bastardi, a quanto mi risulta. Comunque non frequenta questo posto. Meglio così», disse Betty.

Era ormai l’imbrunire.

«Ci siamo, tra poco cominceranno ad arrivare, una volta che avranno finito di cenare a casa con le mogli o nei loro lussuosi club. Lady Venom aspetterà che parta la serata, nel frattempo avrà di già lanciato qualche esca. Poi ci sarà un via vai di tutti quelli che vorranno vederti per partecipare, e, credimi bellezza, saranno in tanti. Qui fuori c’è Youssef che piantona l’entrata. Sei merce preziosa, Valéry», disse Betty sorridente.

Sentirono dei rumori, al piano di sotto. Qualcuno stava gridando.

“Non è possibile”, pensò Valéry. “Non può essere vero!”.

 

«Dov’è? Dov’è lei?», gridò Lord Baxton a Lady Venom. Era entrato come una furia nel salone principale.

«Di chi parli, caro?», rispose la donna, con fare suadente. «Cerchi qualcuna delle mie ragazze?».

«È di sopra?», insistette lui e non attese la risposta.

Salì di corsa su per lo scalone.

«Togliti, turco!», intimò all’energumeno che gli sbarrava l’accesso alla porta di una delle stanze.

«Non potete entrare qui, Milord», rispose la montagna umana che stazionava minaccioso, gambe divaricate e braccia conserte, sulla soglia.

«Togliti di mezzo!». Lord Baxton non perse tempo e colpì violentemente il suo avversario alla bocca dello stomaco con il pomo del suo bastone. Youssef, piegato in due dal dolore, lo fece passare.

La porta si spalancò. Valéry, seduta al centro del letto, si coprì istintivamente incrociando le mani sul petto perché sapeva che la stretta guêpière lasciava intravvedere ogni sua singola curva.

Tuttavia, non ebbe il tempo di mettersi a protestare perché, in men che non si dica, David le aveva buttato addosso il suo pastrano, avvolgendocela dentro, e se l’era caricata sulle spalle. A nulla erano valsi i tentativi di liberarsi. Le mani e le braccia erano imbrigliate nel suo cappotto e scalciare non serviva a niente, chiusa in quella morsa d’acciaio che erano le sue braccia.

«Credo, mia cara Lady Venom, che non avremo più il piacere di rivedere qui il nostro amico», fece Sir William sorseggiando il suo brandy, seduto davanti al banco della mescita del salone d’ingresso, mentre osservava divertito Lord Baxton precipitarsi giù per le scale con il suo recalcitrante fardello.

«Avete ragione, William. Fortunatamente non posso lamentarmi: il mio locale è frequentato dall’élite», disse e rivolse uno sguardo ammaliante al suo socio; gli accarezzò la mano appoggiata al bancone del bar e continuò: «Non sentiremo certo la sua mancanza».

Intanto Valéry continuava a strillare: «Lasciatemi! Lasciatemi!». La sua voce era attutita dalla pesante stoffa e in quella posizione riusciva solo a sbuffare. «Voi non avete alcun diritto! Con voi no, mai! Avete capito? Lasciatemi subito! Subito! Con tutti, ma con voi mai! Avete capito, sì o no?». Non ricevette risposta.

Pochi istanti dopo lui la depositava sul pavimento della carrozza. Saltò a bordo, chiuse lo sportello e diede ordine al cocchiere di partire, battendo con il bastone sul tetto della vettura. Poi la prese in braccio e la fece sedere su di sé, come una bambina, stringendola forte tra le braccia. Tacque, guardando fuori. Era visibilmente arrabbiato. Valéry non osò aprir bocca.

Ripensandoci, non lo aveva mai visto arrabbiato.

Ormai vinta, stretta tra le sue braccia, abbandonò il capo sulla sua spalla.

Solo un pensiero occupava la sua mente: “È venuto! È venuto a prendermi. Non mi ha abbandonato in quel posto… È venuto per me! È possibile che sia tutto vero?”. Sentì il suo corpo fremere di un brivido così simile alla gioia da averne quasi sgomento.

Valéry scostò il viso quel tanto che fu sufficiente a osservare i suoi lineamenti. Il suo profilo si rendeva evidente ogni qualvolta la carrozza passava nelle vicinanze di un lampione a gas, a ritmo cadenzato, buio-luce, buio-luce, come quella notte nelle stalle. Strano, ma si erano sempre incontrati di notte, mai alla luce del sole. Forse lui era una creatura del buio, uno dei quei personaggi misteriosi che animavano i racconti tanto amati dalle sue ragazze. E lei, come tutte loro, più di tutte loro, ne aveva subito il fascino.

Adesso era alla sua mercé ma non ne aveva paura, anzi…

Si concentrò ancora sul suo profilo: era così dritto e aristocratico e le sue labbra, che sapeva essere così morbide, erano al tempo stesso sottili e carnose. Come aveva potuto non notare prima quanto fosse bello? O aveva volutamente negato il suo fascino per riuscire, almeno per un po’, a sfuggirgli?

Non voleva più fuggire, non quella sera. Una parte di lei, quella che lo incontrava ogni notte là dove vivono i sogni, voleva solo abbandonarsi a lui. Per quella notte gli sarebbe appartenuta, anzi, no! Lui sarebbe stato suo, ma solo per una sera. Era quello che entrambi volevano, un attimo insieme.

Inspirò forte per assaporare quel misto di tabacco, ciliegia e legno di cedro che emanava dal suo collo e ne fu inebriata.

La carrozza si fermò di colpo davanti a una lussuosa palazzina. David la sollevò come non avesse peso e salì due a due gli scalini che conducevano al portone che si era magicamente aperto.

Valéry notò che l’ampio ingresso di marmo bianco e nero era spoglio, vuoto. David corse su per lo scalone ed entrò con foga in un enorme stanzone, dopo aver dato una spallata alla porta. La depositò sul grande letto e uscì in fretta.

FINE CAPITOLO
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