CARTA BIANCA - UN LUNGO FATALE ULTIMO ADDIO
Capitolo 18 di 21

Scritto il 06/08/2026
da RAFFAELLA V. POGGI


Il seme del dubbio

 

Erano passati cinque giorni e Valéry non aveva avuto alcuna notizia di David, a parte i messaggi con i fiori. Il giorno seguente avrebbero dovuto sposarsi e lui non era ancora tornato. Era molto inquieta e quel pomeriggio passeggiava avanti e indietro per il salotto per ingannare il tempo ma era sulle spine.

“Se almeno potessi fare una passeggiata”, si disse, tormentandosi le mani. Aveva passato gli ultimi giorni reclusa in casa, sola, perché tutti, sua madre e Lady Victoria comprese, erano impegnati in quelle incombenze cui solamente lei avrebbe dovuto dedicarsi.

Non faceva che pensare alla notte trascorsa con David e tremava al ricordo: la mattina seguente un ragazzino aveva consegnato un enorme cesto di fiori per lei. Valéry aveva letto il biglietto.

 

Meno cinque. D.

 

«Te li manda David?», le aveva domandato sua madre. Lei aveva annuito.

«Stai bene, cara? C’è qualcosa di diverso in te». Sua madre l’aveva osservata attentamente. Valéry era arrossita.

Si era ritirata in camera sua per studiarsi nello specchio alla ricerca di qualche segno visibile della sua notte d’amore. Non aveva notato nulla, forse gli occhi un po’ cerchiati e le labbra più gonfie. No, sua madre si era accorta che il suo cambiamento veniva da dentro. Era mortificata.

Anche quella mattina, così come quelle precedenti, il ragazzo le aveva consegnato il solito cesto di fiori. Non aveva avuto bisogno di leggere il biglietto per sapere cosa ci fosse scritto. Lo aveva aperto ugualmente e aveva sorriso felice.

 

Meno uno. D.

 

“Finalmente manca un solo giorno”, aveva pensato.

Si riscosse dai suoi ricordi quando udì il suono del batacchio e sussultò.

«Il duca e la duchessa di Ragland», le annunciò, solenne, il maggiordomo.

“Che delusione! Non è David”, pensò stizzita e accolse compitamente i visitatori. Aveva sperato che fosse lui. “Ormai dovrebbe essere di ritorno”, si disse, dispiaciuta. Non vedeva l’ora di rivederlo.

«Mi dispiace informarvi che vostra madre non è in casa, Vostra Grazia», disse al duca.

«Veramente siamo venuti a far visita a voi, per sapere se va tutto bene prima del gran giorno», fece la duchessa.

«Vi ringrazio per la vostra gentilezza, mia signora. Sì, va splendidamente: è tutto pronto, per domani».

«Allora, Valéry, siete consapevole di diventare la moglie di una vera canaglia?», disse il duca ridendo.

«No, Vostra Grazia, mi piace scoprire le cose poco a poco», rispose Valéry a quella battuta pungente.

«La baronessa mi ha detto che non riuscirete a venire, questa sera. Erano davvero dispiaciute, lei e sua figlia. Anzi, potrei dire che Miss Emery-Boyd era molto delusa. Non mi sembra giusto che David vi obblighi a restare chiusa in casa quando lui è assente, impedendovi di condividere con la vostra amica la sua felicità».

«Lord Baxton non m’impedisce nulla», fece pronta Valéry.

«Allora potreste venire con noi, se è tutto a posto».

«Non so… Domani…»

«Potrei passare di qui prima di recarmi dai baroni e vedere se per caso aveste cambiato idea».

«Non occorre, Vostra Grazia. Se dovessi decidere altrimenti, ho a disposizione una delle vetture di Lord Baxton».

«Il landò?», domandò il duca.

«No, la carrozza grande», spiegò la ragazza.

«Allora ci conto. Ci tengo molto che veniate anche voi. Vieni caro, andiamo. Verremo a far visita a tua madre in un altro momento. Abbiamo importunato anche troppo la nostra giovane sposina». La duchessa si congedò in fretta.

Valéry era irritata da quella visita e non sapeva quale fosse la causa. “Quando parlo con quei due m’innervosisco sempre”, notò. Gli Emery-Boyd se ne sarebbero avuti a male se non avesse partecipato al ricevimento per il fidanzamento di Louise. Non c’era nulla di male: sarebbe stata in compagnia di Elenoire e quasi tutta la sua famiglia, non vedeva proprio quale fosse il problema. E poi, se David credeva di poterle imporre ogni volta la sua volontà, aveva sbagliato di grosso. Decise che sarebbe andata alla festa.

 

«Vostra Grazia, ho deciso di andare dagli Emery-Boyd, questa sera», annunciò alla duchessa madre, entrando nello spogliatoio della gran dama.

«Io e tua madre non potremo accompagnarti, attendiamo la visita di Madame de Bonplery: è una comune amica ed è qui di passaggio. Vuol porgerci le congratulazioni. E poi siamo entrambe troppo stanche, in vista di domani».

«Lo so, mia signora, ma al ricevimento non sarò sola, ci saranno Elenoire e Amanda, la duchessa e Charles, e…».

«Va bene, va bene, ho capito. Hai ragione: sarebbe una vera scortesia se tu non intervenissi, anche se domani sarà il gran giorno. Va’ a cambiarti, intanto farò preparare la carrozza. Ti farò accompagnare da una cameriera».

«Non importa, Vostra Grazia, David ha messo a mia completa disposizione una vettura con cocchiere e lacchè, non ho bisogno di altra assistenza». Stava per uscire, ci ripensò e tornò indietro: «Vostra Grazia?». La giovane si era inginocchiata a fianco della matrona.

«Sì, cara?»

«Vorrei ringraziarvi per tutte le vostre premure». Le baciò la mano.

«No, Valéry. Sono io che ringrazio te, per avermi restituito mio figlio», disse l’anziana signora commossa, accarezzandole il capo.

 

Un’ora più tardi faceva il suo ingresso nel salone degli Emery-Boyd.

«Siamo molto felici che siate riuscita a esser qui, questa sera», la ringraziò la padrona di casa. «Avete saputo la novità? Miss Frost ha accettato la proposta di Lord Waterton proprio qualche minuto fa», le annunciò Lady Anne Emery-Boyd. «Sta sbandierando a destra e a manca la notizia», fece la signora accigliata.

«Potrebbe organizzare anche lei una festa di fidanzamento, invece di cercare di rubare la scena ad altri», commentò Valéry risentita. Valéry non amava fare critiche, però, a quella notizia non riuscì a celare il disappunto e così, per la prima volta, espresse apertamente un giudizio pungente, cosa che non dispiacque affatto alla padrona di casa.

Era molto sorpresa e stupita dalla scelta di Lord Waterton: chiedere la mano ad Amanda per ripiegare così in fretta su Rose Frost era qualcosa d’incomprensibile, per lei. Amanda non solo era molto bella, ma era intelligente, vivace e spiritosa, mentre Rose non possedeva qualità alcuna, a parte la generosa dote fornitale dallo zio. Era sciocca, pettegola e pretenziosa: un vero tedio per un giovane come Henry Waterton.

«Hai saputo la notizia?», le domandarono in coro Amanda e Maggy.

«Sì e ne sono stupita. Passare con tanta noncuranza da te a Rose mi sembra inspiegabile».

«È vero, anche perché la situazione economica dei Waterton è molto florida. Contento lui…», fece Margareth.

«Dovrò far loro le congratulazioni», sospirò Valéry e si avviò controvoglia da Rose. La giovane stava ciarlando ad alta voce con la cugina e la duchessa di Ragland.

«Oh, Valéry cara, sono così felice che siate riuscita a essere dei nostri, questa sera. Avete saputo la bella notizia?»

«Sì, Vostra Grazia, sono qui appunto per congratularmi con Miss Frost». Rivolse un sorriso e una riverenza a Rose.

«Grazie, Lady Campbell», fece quella, altezzosa.

«Lady? Sbagliate, io non sono lady… domani…».

«Siete la figlia della marchesa di Guildford, di fatto siete una lady, Valéry», osservò Olivia con un sorriso forzato. «Il vostro prozio è morto qualche giorno fa, così ora vostra madre ha ereditato anche il titolo, non lo sapevate?».

«È così, cara», confermò la duchessa. «Vostra madre non vi ha detto nulla?». Valéry non rispose e quella continuò: «David è così ricco che può permettersi ogni cosa, tranne un titolo che gli consenta di entrare alla Camera Alta, ovvero ciò che desidera di più. Non è riuscito a diventare duca alla morte dello zio e ora cerca un’alternativa: voi siete la sposa perfetta».

Valéry sbiancò.

«È vero che ha causato la morte del vecchio duca per prendere il suo posto?», domandò Rose, sconvenientemente.

«È il motivo per cui è stato condannato alla deportazione. Mio suocero, però, ha fatto in modo che fosse prosciolto, facendo credere al magistrato che si fosse trattato di un incidente, così lui è potuto tornare in Inghilterra. Nel frattempo era diventato ricchissimo, altro che deportazione», insinuò allusiva la duchessa, completamente dimentica del buon gusto. Valéry avrebbe voluto trovare le parole giuste per intervenire ma era pietrificata.

«Papà dice che non sa proprio come abbia fatto, un uomo così giovane, ad accumulare una tale ricchezza», ridacchiò Olivia.

«Oh, sì che lo sa, lo zio!», gracidò Rose.

«Ora ricordo. Una sera papà ci ha raccontato che lui personalmente aveva scoperto, a Gibilterra, che cosa trasportasse uno dei vascelli di Lord Baxton». Abbassò il tono della voce e rivelò: «Uomini!».

Valéry chiuse le palpebre e le riaprì: era in trance. E quelle tre continuavano a parlare come se lei non fosse presente.

«Io non riuscirei in alcun modo ad accettare un uomo immischiato in affari tanto loschi», commentò acida Rose Frost.

“Fino a qualche giorno fa gli faceva una corte spietata: oggi, che sta per diventare mio marito, è inaccettabile?”.

Valéry, anche se sconvolta, riusciva ancora a infuriarsi con quelle arpie. Aveva capito che l’avevano messa in mezzo e le avevano vomitato addosso tutta la loro cattiveria. Il punto, però, era un altro: avevano detto la verità?

Elenoire, che l’aveva vista in difficoltà, l’aveva strappata dalle grinfie della cognata. La duchessa sorrise fra sé mentre Valéry si allontanava.

«Valéry, stai bene?», le aveva domandato Lady Quinlan.

«No», ammise.

«Sei molto pallida. Chiedo ad Anne di farti sdraiare un po’».

«Ho soltanto bisogno di stare da sola pochi minuti. Ho dimenticato una cosa importante, dovrei scrivere due righe», spiegò alla padrona di casa.

«Certo, cara. Ci si scorda sempre di qualcosa, in questi giorni frenetici», disse la baronessa comprensiva e la fece accomodare nello studio del marito.

Valéry si lasciò cadere sulla poltrona della scrivania, chiuse gli occhi e ripensò alle parole che aveva appena udito: doveva riordinare le idee.

Che cosa sapeva, lei, di David? Sapeva quello che lui le aveva raccontato, conosceva la sua verità. Lui le aveva riferito che spesso i suoi traffici erano al limite della legalità ma commerciare uomini andava ben oltre. Anche se in altri tempi e in altri luoghi era lecito, per lei era un abominio inammissibile. Era davvero quella la fonte di guadagno di David? Cominciò a sentirsi prudere la pelle, come se la stoffa del suo bell’abito nuovo fosse stata tessuta con fibre d’ortica. La collana di perle che portava al collo improvvisamente pesava quanto un macigno, si toccò la gola per alleviare il senso di soffocamento e si sfregò le braccia, quasi le maniche del vestito le bloccassero la circolazione. Tutto avrebbe potuto tollerare, tranne vivere dei proventi di un simile traffico. Come poteva diventare la moglie di un uomo che privava gli altri della propria libertà, della propria vita, togliendo loro la dignità, strappandoli agli affetti, per farne degli schiavi? Come avrebbe potuto, proprio David che aveva subito una sorte simile, condannare qualcun altro a patire quello stesso destino? No. Non le sembrava possibile. Non poteva essere vero! Ormai, però, le avevano instillato il seme del dubbio. E se avesse eliminato veramente il duca per prenderne il posto? No, questo proprio non lo credeva!

Sapeva quanto fosse importante, per lui, il prestigio del proprio casato ed era pur vero che aveva bisogno di qualcosa di più di un titolo di cortesia per un seggio alla Camera dei Lord, tuttavia in che modo lei avrebbe potuto essergli utile?

Valéry nascose il viso tra le mani e ripensò velocemente a tutto, a tutti i loro incontri, a tutto ciò che si erano detti. Ripensò alla prima sera, alla morte di suo padre, ripensò alla tenuta di Guildford che ora gli apparteneva: poteva veramente, mettendo le mani sulle proprietà della sua famiglia e sposando lei, ottenere il titolo di marchese?

Non seppe rispondersi.

Valéry non conosceva la lettera patente del suo casato ma era sicura che lui ne sapesse più di lei. David sapeva sempre tutto, d’altronde. Perché poi sua madre non le aveva riferito della morte dello zio Lucius, il fratello di suo nonno? Quante altre cose le aveva tenuto nascoste, cose che, invece, non aveva avuto remore a confidare a David?

Almeno una risposta alle sue domande, l’aveva trovata: “Ora mi spiego perché non desiderava che venissi qua, stasera, e non ha voluto che uscissi di casa in questi giorni che lui non era a Londra: perché non voleva che venissi a conoscenza di tutte queste cose, ecco perché!”.

Se era vero che David aveva bisogno di legarsi a lei per il titolo, significava che l’aveva usata e che non la amava. Questo, più di tutto, più di tutto il resto, le era insopportabile. Le vennero in mente le sue parole: “Solo tu hai tutto ciò che io desidero”, le aveva detto. Si riferiva al titolo, ai suoi natali? “Tu vieni via con un tozzo di pane imbevuto d’amore”, le aveva detto anche. Eh sì, era stato facile comprarla: gli era bastato dirle che la amava e lusingarla dicendole che solo lei poteva essere la madre dei suoi figli. Era stato davvero facile.

In quel momento la porta si aprì. Valéry fece un balzo sulla sedia e agguantò i braccioli: era lui. David, ancora di spalle, stava ringraziando il barone Emery-Boyd, che gli aveva indicato dove trovarla.

«Amore, è vero che non ti senti bene?», domandò ansioso, mentre richiudeva la porta. «Cos’hai? Sei pallidissima». Era visibilmente preoccupato.

«Non ti avvicinare», mormorò la ragazza.

«Come?». La stava guardando incredulo.

«Resta dove sei, ti prego». La voce di Valéry tremava. In cuor suo era così felice di rivederlo, ma i dubbi la stavano consumando.

«Valéry, ma…».

«Ti ho chiesto di non avvicinarti».

«Che cosa è accaduto?», domandò turbato.

«Niente».

«Qualcosa deve pur esser capitato per riservarmi una simile accoglienza. Ho corso come un pazzo per essere da te, questa sera». Aveva gli occhi spalancati e Valéry vi lesse il terrore.

«Ti prego David, non rendere tutto più difficile».

«Che cosa mi stai dicendo? Vuoi lasciarmi?». La voce, anche se dura, gli tremava.

«Io… io non so… Io non so più niente…». Scoppiò a piangere.

David le si inginocchiò accanto e la prese tra le braccia.

«Stai lontano, per favore, non toccarmi», disse piangendo. «Tra le tue braccia, io perdo il lume della ragione e invece ho tanto bisogno di capire».

«Che cosa ti hanno detto?». David, in ginocchio davanti a lei, le stava stringendo le mani. «Avrò il diritto di sapere. Chi è stato? È stato Charles? Edmund?», domandò incalzante, gli occhi ridotti a due fessure. Valéry scosse il capo. «Allora, chi?»

«La duchessa», sussurrò, «con Rose e Olivia… Non ho saputo replicare. Sembra che tutti ne sappiano più di me», singhiozzava. «Io non so niente. Che cosa potevo rispondere? Come potevo difenderti?»

«Difendermi? Che cosa ti hanno raccontato?»

«Hanno detto che ti sei arricchito commerciando…». Valéry balbettava tra i singhiozzi.

«Commerciando?», chiese alterato.

«…commerciando uomini. Olivia ha detto che suo padre ha scoperto che sulle tue navi venivano trasportati degli schiavi: puoi negarlo?». Tirò su col naso.

Lord Baxton strinse gli occhi per domare l’ira e respirò a fondo prima di risponderle. «No, non lo nego. Ti ha raccontato, però, cosa è successo dopo che il padre mi ha riferito della sua scoperta? Ti ha detto che io personalmente ho raggiunto il vascello a Gibilterra, durante il viaggio seguente, con un altro equipaggio? Ti ha raccontato che ho fatto sbarcare tutti quei malcapitati in un porto sicuro e ho fornito loro i mezzi per tornare alle rispettive case? Ti ha per caso riferito che sorte sia toccata al comandante e agli uomini che si sono permessi di ordire un simile traffico alle mie spalle, usando le mie navi, a mia insaputa? Posso assicurarti che nessuno alle mie dipendenze si permetterà, mai più, di tramare alle mie spalle!». Tirò su le maniche scoprendo i polsi. «Guarda!», sbraitò, mostrandole le cicatrici lasciate dalle catene. «Guarda! Se vuoi ti faccio vedere anche i segni alle caviglie. Come puoi pensare che io possa riservare la stessa sorte a un innocente?»

«Non… non lo penso…». Aveva il respiro mozzato dai singhiozzi.

«E allora?».

Valéry si fece coraggio e gli riferì la conversazione di poco prima: «Hanno insinuato che la morte di tuo padre – del tuo vero padre – non è stata causata da un incidente e che sei stato tu». David ascoltava muto e immobile, con quell’espressione di ghiaccio che aveva il potere di atterrirla. «Io so che non è così, ma se non è stata una disgrazia…».

«Ti ho mai detto che si è trattato di un incidente?», disse con la voce cupa che aveva quando era infuriato.

«Ma…».

«Ma, niente!».

«Niente? Ti sembra niente? Tu sai chi è stato?»

«Non serve a nulla rivangare il passato».

«Tu sai sempre tutto, io ho voluto ignorare molte cose che ancora mi sono oscure. Tu non mi hai mai risposto: come faccio a fidarmi se non conosco la verità?»

«La verità fa male».

«Ma io la pretendo! Non sono una bambina bisognosa di protezione. Forse non te ne sei accorto ma sono una donna e ho diritto di sapere».

«Credi, me ne sono accorto», le rispose convinto. «Va bene, torniamo a casa e ti spiegherò tutto, Val». Lui aveva riacquistato il dominio di sé.

«Io non voglio tornare con te!», gridò isterica. «E non chiamarmi in quel modo! Mia madre mi chiama Val». Era furiosa e riprese, sputando così il grosso rospo che aveva in gola e dentro il cuore da troppo tempo: «Puoi spiegarmi perché, se è vero che già mi amavi, ti sei comportato in modo ignobile, trattandomi come una poco di buono, in più di un’occasione?»

«Non ho mai inteso mancarti di rispetto. Devo farti capire… Vedrai, saprò convincerti».

«Io non voglio essere convinta!». A ogni parola la rabbia di Valéry aumentava. «Voglio la verità. Voglio sapere che cosa c’entri tu con mio padre, con la sua morte. Non è strano che tu gli abbia fornito il mezzo per uccidersi, subito dopo che avevi rilevato la nostra proprietà?»

«La tenuta non mi appartiene».

«No? So perfettamente che l’hai acquistata tu. Non mentirmi!».

«Non sto mentendo. Ho detto che non mi appartiene: l’ho restituita al legittimo proprietario, l’ho restituita a tua madre».

«In cambio di cosa, David? In cambio di un titolo? In cambio di me?»

«Come puoi pensare che tua madre baratterebbe te con qualsiasi altra cosa?»

«Come? Be’, mio padre non si è fatto scrupoli. Lei lo ha sposato e forse – dico, forse – qualcosa in comune l’avevano, in fondo».

«Sei arrabbiata, stai dicendo cose che non pensi. Tutto ciò che avevano in comune eri tu, nient’altro», fece David ma si pentì subito di quella frase e si zittì immediatamente. Poi riprese: «Torniamo a casa, ne parleremo con tua madre, lei saprà spiegarti».

«Mia madre?», strillò. «Cosa mi spiegherà, mia madre? Mi spiegherà perché ha accettato la tenuta da te? Mi spiegherà cosa c’entra, con noi, Mr Grendville?». Valéry si bloccò, portandosi le mani alla bocca. Che cosa aveva appena detto David? Che i suoi genitori avevano una sola cosa in comune: lei? E sua sorella? Come aveva fatto a non notarlo prima? Ecco cos’era quell’aria familiare di Grendville! La somiglianza con sua sorella Camille era evidente: quell’uomo era suo padre! «Come fai a sapere sempre tutto?», disse scuotendo il capo. «Così, hai fatto in modo che si rincontrassero, ora che mio padre non è più un ostacolo!».

«Tua madre ha diritto a un po’ di felicità», fece David cupo, pentito di aver detto troppo.

«Lei ha diritto?!», urlò. «Lei? E io? Che diritti ho, io? Il diritto di consumarmi, giorno dopo giorno, per provvedere a tutte loro? Mia madre non mi ha parlato per quasi un anno, facendomi credere di essere pazza. Non mi ha detto nulla, nulla! Ha lasciato che mi torturassi nella preoccupazione. Dimmi: mi dovrei fidare di lei?»

«Sì. Non poteva fare altrimenti. Finché tu l’avessi creduta pazza, non avresti tentato di portarla via di lì e saresti stata al sicuro da tuo padre. Avresti accettato tutto pur allontanarla da quel posto, anche i ricatti di quel maiale di medico. E poi, a Bedlam, anche lei era al sicuro da lui».

«Ti riferisci a mio padre? Che cosa sai di lui? Vuoi dirmelo, una buona volta?»

«Non posso».

«Non puoi o non vuoi?»

«Entrambe le cose. Ti ho detto anche troppo: ho dato la mia parola».

«Sì, certo, la tua parola. E a me, non la dai la tua parola?»

«Te la darò domani».

«Credi che ci sarà un domani, per noi?», domandò aspra, sfidandolo con lo sguardo.

«Sicuramente. È di vitale importanza che tu mi sposi subito».

«Di vitale importanza? Per chi? Per me o per te?». Era sempre più furiosa.

«Tu, domani, sarai mia moglie, che lo voglia o no. Te l’ho detto, non ti libererai di me». Si era alzato e torreggiava su di lei. Valéry non abbassò gli occhi.

David la scrutò qualche istante. “Come mai Valéry è così furiosa, se crede alla mia innocenza?”, si domandò. “Devono averle detto qualcos’altro”, così glielo chiese: «Non è solo questo, vero? C’è dell’altro, giusto? Fin qui sei disposta a credermi, se non sbaglio?».

Valéry ricambiò il suo sguardo con fermezza prima di parlare. «Devi dirmelo tu, se c’è dell’altro. La duchessa ha detto che vuoi legarti a me per il titolo che un giorno sarà mio, il titolo di marchesa di Guildford».

«E che cosa me ne farei di un titolo che non mi appartiene?», sorrise stupito.

«Magari potresti avere accesso alla Camera Alta, non è ciò che vuoi?».

«Allora è questo che ti hanno detto!». David aveva finalmente capito cosa tormentasse Valéry. «Ti hanno riferito una cosa non vera. Non m’interessa e poi non sarebbe mai possibile: io non sarò mai marchese», disse calmo. «Se volessi davvero entrare in politica, mi basterebbe un seggio ai Comuni. Meno prestigio, ma molto più potere». Si era chinato nuovamente e le aveva preso le mani tra le sue. «Valéry, potrei riprendermi ciò che mi appartiene in qualsiasi momento. Potrei diventare duca anche domani, se davvero lo volessi, ma non m’interessa, m’interessi soltanto tu». Valéry restava muta, una statua di cera. «Pensi che io non ti ami? Credi che ti voglia usare per raggiungere i miei scopi? È questo che ti hanno fatto credere?».

Valéry annuì impercettibilmente. Poi scoppiò di nuovo a piangere.

«C’è solo un modo per dimostrarti che non voglio legarmi a te per il tuo casato». Prese un foglio, intinse la punta nell’inchiostro e le porse la penna, in piedi, accanto a lei. «Avanti, scrivi!», le ordinò e cominciò a dettare. «“Io, Valéry eccetera eccetera”, scrivi il tuo nome completo, “…nel pieno possesso delle mie facoltà, senza obblighi e costrizioni…”, avanti scrivi, “…rinuncio a ogni diritto di primogenitura e non accamperò diritto alcuno su nessun titolo o possesso del casato dei Guildford, né oggi né in futuro…”. Scrivi la data, ecco brava. Ora tocca a me». David la fece alzare e si sedette al suo posto, scrisse in fretta qualche riga sullo stesso foglio. Si rialzò. «Adesso dobbiamo firmare davanti a testimoni», disse asciutto. «Di chi ti fidi? Va bene il conte di Westbury?»

«Sua… sua moglie…», balbettò Valéry.

«Allora vado a chiamarli», disse dirigendosi alla porta.

«David», lo richiamò prima che uscisse. Lord Baxton si voltò, l’unica cosa che vide fu la fiamma della candela che mordeva il foglio. «Non devi dimostrarmi niente», sussurrò la ragazza.

David restò qualche attimo immobile a osservare la carta bruciare in mano a Valéry, richiuse la porta, con due agili passi la raggiunse e la sollevò tra le braccia stringendola nel suo abbraccio. «Dio, ti ringrazio», disse al cielo.

La depose, le prese il viso tra le mani e la guardò dritto negli occhi. «Se vuoi, andremo via, lontano. Tu e io soli. Non più duchi, marchesi, lord o non so quale altro stupido titolo si possa vantare. Solo il signore e la signora Baxton, niente altro. Scegli tu il posto, ovunque tu voglia. Lasciamo tutto, ricominciamo altrove. Ricominceremo da capo».

«Non possiamo fuggire da ciò che siamo: non è per questo sei tornato dall’India?», chiese Valéry asciutta.

«Sì. È vero», ammise.

«Non credere che non abbia capito che tu mi nascondi un sacco di cose».

«Ti prometto che ti spiegherò. Non possiamo continuare a parlare qui: andiamo a casa, ora».

«Va bene, però voglio sapere tutto», disse ricomponendosi. «Per prima cosa pretendo di sapere quale legame tu abbia con mia madre. Oh sì, qui dovrai essere convincente perché non capisco proprio come si possa compiere un tal atto di generosità nei confronti di estranei».

«Vedrai, ti sarà tutto chiaro», le annunciò, scortandola fuori dallo studio.

FINE CAPITOLO
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