Erano passati due mesi dal suo arrivo a Milano, la città era già piena di luci e alberi natalizi, oramai c'eravamo abituati alla sua presenza costante in ufficio che tutto vedeva, tutto sentiva, tutto sapeva, e ancor più importante, nulla dimenticava.
Era dotato di una memoria elefantiaca, anzi, era pure riduttivo definirla così. La mia, era risaputo, era pari a quella di un criceto.
Dovevo ammettere che il suo arrivo non fu proprio uno svantaggio per me.
Da quando era a Milano il mio carico di lavoro si era alleggerito: i colleghi non venivano più da me così di frequente come prima. Questo non significava che non continuassero ad approfittare della mia bontà d'animo, ma almeno avevano la compiacenza di farlo con discrezione e solo in casi di vera necessità.
«Victoria!»
Il tuono squarciò la tranquillità in cui eravamo immersi.
Mi alzai di scatto, la sedia dotata di rotelle scivolò sbattendo contro il muro. Tornò indietro e mi colpì, persi l’equilibrio, inciampai in uno dei piedi e mi ritrovai a terra, stesa come una foca monaca di fronte la porta aperta del suo ufficio e con il suo sguardo fisso su di me.
Alzò gli occhi al cielo e sbuffò. Io ero stramazzata a terra rischiando di giocare a Shangai con le mie ossa e lui si permetteva pure di sbuffare? Mi alzai con il sottofondo dei colleghi che trattenevano a stento le loro risate, mi sfregavo un ginocchio ancora dolorante.
«Hai intenzione di ucciderti entro stasera? Sappi che ti faccio venire a prendere anche con tutti gli arti ingessati.» Le sue labbra si curvarono all'insù.
«Non ho dubbi», risposi con il massimo della mia acidità. «Mi chiamavi per qualcosa o solo per vedere il mio volo d'angelo?»
Lo stava facendo di nuovo! La sua bocca era con gli angoli all'insù. Era risaputo che ero una persona divertente, ma non pensavo fino a quel punto. Da quello che ci aveva raccontato Jennifer, la sua assistente di Londra, lui era un caso clinico.
«Devi prenotare un volo per Rotterdam, partenza domani mattina presto e rientro l'indomani, prenota anche l'albergo.»
Avevo l'impressione di ritrovarmi agli inizi della mia carriera quando facevo la gavetta e dovevo svolgere quasi tutte le mansioni, anche se, quella della segretaria non l'avevo mai fatta.
Grrrrr che nervoso!
Ingoiai il rospo, per due giorni si toglieva dalle scatole.
«Hai preferenze? Compagnia aerea? Albergo?»
Tra due ciccioni di quattrocento chili?
«Albergo solito; corridoio o finestrino?»
Era una domanda a trabocchetto? Avrei dovuto sapere la risposta solo guardandolo negli occhi? «In che senso scusa?»
«Tu vieni con me.»
Sgranai gli occhi terrorizzata. Io cosa? Il ghigno che aveva sul volto era da fucilazione. Cos’ero la sua badante? Dopo un attimo di riflessione vidi il lato positivo. Avevo sempre desiderato viaggiare per lavoro e andare nelle altre sedi, quella poteva essere la mia opportunità.
Scattai come una molla verso la mia scrivania, nel giro di mezz'ora avevo prenotato tutto grazie alla dritta di Jennifer sull'albergo.
Per gentile concessione, alle cinque del pomeriggio andai a casa a prepararmi per l'indomani. Approfittai per fare shopping con mia madre: il viaggio richiedeva nuovi vestiti.
Mia madre era più euforica di me. Comprai due professionalissimi completi e corredai il tutto con due paia di scarpe nuove e già che c'ero presi anche due borse e, per non farmi mancare niente, ne presi una terza. Io e mia madre avevamo una mania per gli accessori.
«Entriamo in quel negozio di intimo.»
«Mamma non devo fare una radiografia, devo andare a delle pallosissime riunioni.»
«Metti che stai poco bene e ti portano in ospedale, non puoi mica andare con delle mutande vecchie e poi che ne sai... magari incontri l'uomo della tua vita.»
Ecco che veniva fuori il desiderio di mia madre di vedermi accasata con figli, per non farla blaterare troppo ne approfittai, tanto pagava lei!
«Questa ti starebbe bene.» Mi mostrava una camicia da notte lunga, in seta nera con inserti in pizzo, molto sconcia.
«Mamma non è la prima notte di nozze, è il mio primo viaggio di lavoro.» A quella non cedetti.
Potenza della sfiga, quella notte mi venne il ciclo, di solito sempre in ritardo, quella volta aveva fatto la sua comparsa con quattro giorni di anticipo portandomi dolori lancinanti alla pancia e alle gambe.
Winny mi venne a prendere sotto casa alle cinque e mezzo del mattino, non per galanteria, ma per essere sicuro che non gli dessi buca. Il telefono squillò, risposi con voce profonda.
«Lo sapevo! Stai ancora dormendo.»
«Per tutti i cardi! Non ho sentito la sveglia.»
Iniziò a sbraitare al telefono. Io ridacchiavo in sottofondo. Ettore, il suo autista, mi vide uscire dal bar sotto casa mia, gli feci l'occhiolino e lui sorrise. Mi fiondai dentro la Mercedes facendogli venire un colpo.
«Sorpresa!» urlai sventolandogli sotto il naso la busta con i cornetti caldi. «Ho pensato che vi avrebbe fatto piacere un po' di dolcezza a quest'ora del mattino, a te di sicuro.»
Lui era avvolto in un completo blu scuro con camicia azzurra: aria impeccabile, capelli in ordine, viso riposato e senza un filo di stanchezza nonostante l’orario.
Io avevo occhiaie profonde a causa della nottata passata in preda agli spasmi, ero riuscita ad addormentarmi solo intorno alle due e alle quattro e mezza la sveglia aveva suonato inesorabile.
«Notte di bagordi?» chiese non appena mi sedetti.
Gli avrei dato volentieri una testata in fronte. Uomini! Come potevano capire certe cose? L'universo femminile per loro era sempre stato un mistero e lo sarebbe stato per l'eternità.
«Sesso sfrenato tutta la notte», risposi seria.
Il sorriso beffardo che aveva sul volto si spense di colpo. Scoppiai a ridere vedendo la sua espressione imbarazzata.
«Ti avrebbe fatto bene, almeno saresti più affabile.»
«Io sono sempre affabile», dissi acida, «magari sei tu quello che ne ha bisogno.»
«Haha! Ci diamo alla facile ironia? Da te mi aspettavo qualcosa di meglio.»
I nostri battibecchi continuarono fino all'arrivo all'aeroporto sotto lo sguardo divertito di Ettore. A quell'ora del mattino lui era più irritante del solito, e io meno accondiscendente.
La nota positiva di viaggiare con Winny era volare in business class, almeno avevo più spazio per stendere le gambe e rivoltarmi come un pollo arrosto in preda ai dolori che mi erano tornati. Appena la spia delle cinture si spense ingoiai due antidolorifici e, ignorandolo, mi addormentai appoggiata all'oblò.
Mi svegliai all'annuncio dell'atterraggio, ero rannicchiata su me stessa, qualcosa mi scivolò addosso, aprii gli occhi, il mio soprabito. Che l'avesse messo lui? Sentii qualcosa di liquido scivolare al lato della bocca. Passai una mano. Oddio, bava! Sperai con tutta me stessa che lui non avesse assistito a quello spettacolo. Che scena edificante!
«Viaggiare con te è un'esperienza unica, sei veramente di compagnia.»
Sulle gambe aveva poggiato vari fascicoli che stava analizzando, che professionalità la mia.
«Scusami, ma stanotte non ho dormito molto.»
«La prossima volta vai a letto presto», mi fulminò.
Avrei voluto cantargliene quattro, mi limitai ad alzare gli occhi al cielo e invocare il divino. Per fortuna i dolori erano passati.
Sembravo un soldatino che seguiva il suo comandante. Gli correvo dietro da una parte all'altra della sede di Rotterdam, che per la cronaca era immensa e piena di scale.
Dentro la sala riunioni incontrai Jennifer, la sua assistente. Rimasi sorpresa dalla sua figura: era una donna di mezza età, proporzionata alla sua altezza elevata, ma che contrastava con la voce flebile che avevo conosciuto al telefono in quelle settimane. Ci scambiammo un sorriso complice di chi condivideva la stessa sorte e torture.
Jenny mi cedette lo scettro di assistente, anche per quei giorni, con euforia. Io lo ero meno, significava stare sempre attenta e dover anticipare le mosse del capo.
La mia non perfetta forma fisica non contribuiva a farmi sentire al top, ma ero stata impeccabile, lo avevo assistito nella riunione organizzandogli il materiale che avevano inviato dalle varie sedi, ai lati gli avevo messo dei post-it con le varie obiezioni e proposte da sciorinare durante l'incontro.
Stavo scendendo gli ultimi gradini della scala che ci portava agli uffici dirigenziali, quando una caviglia decise di andare per conto suo. Con un tonfo assordante mi ritrovai con il sedere per terra e le gambe per aria, Winny si girò verso di me. Accanto a lui c'era Jansen, il capo della sede olandese che rideva impunemente. Christopher lo gelò con lo sguardo, quello si allontanò di qualche passo.
«Ti sei fatta male?» Afferrai la mano che mi porgeva aiutandomi ad alzarmi, strofinai il sedere dolorante.
«Per fortuna ho una certa portata qui dietro, altrimenti sarei andata in mille pezzi.»
Sorrise in quel modo che detestavo, alzando leggermente gli angoli della bocca per prepararsi a dire la prossima battuta.
«Magari se non avessi quei tacchi così alti.»
«Magari se ti facessi i fatti tuoi», sbuffai.
«Oggi sei più acida del solito. Hai il ciclo?»
Cos'eravamo dal ginecologo? Ultima mestruazione? Si stenda e apra le gambe!
Odiavo quel ghigno divertito. Lo guardai ghiacciandolo.
Finalmente ci sei arrivato genio!
«Sto solo facendo le prove per la notte di Halloween, adoro girare con la faccia da zombie.»
L'acidità delle mie parole avrebbe dissuaso chiunque dal continuare a parlare, ma lui no, lui continuava imperterrito.
«Dovrebbero inventare qualcosa che avvisi noi poveri uomini quando siete in quei giorni, che so tipo un allarme antincendio, oppure una spilla, anzi meglio ancora! Un ciondolo con una grande lettera “M” come in quel film con Demi Moore!»
Esasperata gli mollai un pugno sul fianco. Lui si girò sorpreso.
«Stai scherzando spero!»
Lo guardai con gli occhi fuori dalle orbite. Scoppiò a ridere, la sua risata echeggiava per il corridoio degli uffici, Jansen si girò per vedere cosa stesse succedendo. Io lo fissavo con odio.
L'incontro successivo prevedeva una riunione mensile dei direttori marketing delle sedi EMEA[1].
Per la mia posizione fu importante vedere come si svolgeva il lavoro vero. Io ne svolgevo solo una piccola parte che riguardava la sede di Milano, le mie relazioni convergevano alla sede di Londra e da lì venivano discusse tra gli alti capi. Con mia enorme sorpresa, quel giorno si dibatteva proprio una strategia che avevo redatto qualche mese prima, sulla pubblicità nel nostro browser per renderla sempre più accattivante agli occhi dei nostri utenti. In un attimo capii perché ero lì. Il grande capo conosceva tutti gli ordini del giorno e sapeva che avrebbero parlato del mio lavoro.
Lui era seduto a capo del grande tavolo ovale attorno al quale c'erano tutte le grandi teste. Io ero relegata in un angolo per vedere la mia disfatta. Voleva proprio umiliarmi davanti a tutti?
Continuavo ad arricciare l'orlo della giacca mentre ascoltavo il temutissimo Navarro, colui che aveva ricevuto più premi nella storia della Bantor. Lo spagnolo si passò una mano tra i capelli sale e pepe, sfoggiando un sorriso beffardo. Molte colleghe gli morivano dietro, io lo avrei preso a calci nel sedere fino in Cina. Più l'ascoltavo e più quel progetto mi sembrava simile a quello che una nostra concorrente aveva realizzato un paio di anni prima. Credo di non essere stata l'unica a pensarlo, alcuni colleghi presero a mormorare tra loro. Anche Winny, che fino a quel momento ascoltava distratto, fissò l'attenzione sul relatore. Bocciarono la proposta in meno di cinque minuti. L'espressione oltraggiata di Navarro la diceva lunga sui suoi pensieri, per una volta poteva capire cosa si provava a non stare sul carro dei vincitori.
Altro giro, altra corsa!
Del secondo progetto non sentii nulla. Guardai fuori dalla finestra alcuni uccelli che avevano fatto il nido nel palazzo di fronte. L'unico momento in cui focalizzai l'attenzione, notai che anche i colleghi erano distratti. Alcuni di loro sbadigliavano come leoni al sole.
D'un tratto fecero il mio nome, sulla seduta comparvero centinaia di spine. Non riuscivo a stare ferma. Elke, il vicepresidente di ghiaccio, espose il mio progetto con enfasi. Contrariamente a quanto pensassi, la mia idea era stata apprezzata da tutti i dirigenti all'unanimità. Winny mi rivolse un fugace sguardo seguito da un sorriso.
Alla fine dell'incontro ricevetti parecchie strette di mano e complimenti, il mio ego era in cima una montagna pronto a spiccare il volo.
Dopo aver salutato tutti, andammo nel suo ufficio.
Mi guardava abbozzando un sorriso. «Riunione interessante?»
Ero al settimo cielo, iniziai a saltellare come una bambina.
«Grazie Christopher per avermi fatto assistere, è stato stupendo!»
«Hai fatto un buon lavoro, ma non montarti troppo la testa, ne hai di strada da fare», smorzò subito il mio entusiasmo e il mio saltellamento.
«Lo so, lo so, ma stasera festeggiamo, ti offro da bere.»
Metà della dirigenza della Bantor era insieme a noi, credo che fosse una specie di evento che Christopher fosse uscito insieme a loro.
Ci portarono ai Westelijk Handelsterrein, un complesso di antichi magazzini totalmente riqualificati e trasformati in un conglomerato di ristoranti alla moda e locali per ballare.
Per fortuna mi ero portata in valigia anche il mio jeans preferito e una camicia blu alla coreana, sopra, una giacca in pelle rossa. Il tutto corredato da scarpe con tacco e borsa blu facevo la mia figura.
Anche Christopher si era cambiato: indossava jeans, camicia nera con le maniche risvoltate fino ai gomiti e un giubbotto in pelle nera che abbandonò subito su una sedia.
Avevo l'impressione che la questione temperatura fosse un problema per lui. Aveva sempre caldo. Il mio perfetto opposto. Io tendevo sempre a portarmi in borsa un golfino o una pashmina in cui avvolgermi. Lui, appena poteva, toglieva la giacca e si arrotolava le maniche.
Il ristorante thailandese che avevano scelto era all'ultimo grido, legno naturale e bambù a profusione. Sentii i brividi attraversare il corpo. Odiavo spezie, peperoncini e affini. Odiavo la curcuma e lo zenzero e quelle stramaledette zuppe che sembravano lava liquida.
Non potevano optare per il sushi o per il caro e vecchio cibo cinese? Non era glamour, ma almeno un riso cantonese e del pollo in agrodolce era passabile ovunque. Anche Winny non mi sembrava entusiasta, ma lui era sempre così imperscrutabile, che non riuscii a capire se fosse per il cibo o altro.
Jansen, da padrone di casa, si offrì di ordinare per tutti proponendo una sorta di assaggio dell'intero menù. Eravamo una ventina, provenienti da tutte le parti del mondo. Quella mescolanza di culture era affascinante, lo erano molto meno le cavolate che dicevano per ingraziarsi Winny. Pensai che lui fosse allergico ai lecchini.
Era seduto a capotavola e come il Papa concedeva udienza a turno sopportando i discorsi che gli rifilavano. Io ero seduta al centro del tavolo tra due colleghi della sede di Rotterdam, Steve e Peter, il loro passatempo preferito consisteva nel fare battute spinte su tutte le donne presenti nel loro campo visivo. Guardavo Winny sempre più annoiato e soprattutto irritato. Ogni tanto mi lanciava degli sguardi di aiuto che impunemente ignorai. All'ultimo provai pietà e mi alzai per andare nella sua direzione.
Appena arrivai presi per le spalle uno dei colleghi e lo girai verso il suo posto.
«Scusa adesso è il mio turno», dissi categorica, quello si defilò capendo la mia determinazione. Winny abbozzò un mezzo sorriso.
«Stavo per lanciarti un razzo di segnalazione per farti venire da me.»
«Scusami, non avevo capito che avessi bisogno d'aiuto.» La mia espressione angelica non sortì nessun effetto su di lui.
«Come no? Lo hai fatto apposta.»
«Ok, lo ammetto, è troppo divertente vederti in udienza e poi non volevo perdermi nemmeno una sconcezza di quei due accanto a me.»
Stavo morendo di fame e in quel posto non c'era nemmeno il pane a farmi da confortino. Anche il suo piatto era quasi intatto.
«Non ti piace il cibo thai?» chiesi curiosa.
«Vuoi la verità? Mi fa schifo!»
Scoppiai a ridere per la sua franchezza, lui mi seguì a ruota. Quasi tutti i presenti al tavolo si voltarono verso di noi a fissarci. Jennifer ci guardava a bocca spalancata.
«Che ne dici se dopo andiamo a mangiare una super porzione di patate fritte?»
Acconsentii con entusiasmo alla sua proposta.
Il cameriere portò il conto al nostro tavolo, finalmente quello strazio ebbe fine. A poco a poco i commensali si alzarono, Jansen andò in bagno con la scusa della prostata, altri, invocando la crisi d'astinenza da nicotina, si defilarono. Winny sfilò il portafogli dalla tasca interna della giacca e tirò sul tavolo la carta di credito con un'espressione disgustata. Alla faccia dell'invito a cena.
I colleghi rimasti ci proposero per andare in un locale vicino dove si ballava, finalmente un po' di vita. Io avevo accettato subito, adoravo ballare. Credevo che Winny avesse battuto la ritirata e invece ci seguì, anche se con meno entusiasmo.
Ballavo un tormentone di Alesso cantando a squarciagola. «I wanna know I wanna know hey hey hey,» Peter e Steve, mi stavano incollati come due fette di pane alla Nutella, trovavo quella situazione alquanto fastidiosa, primo perché non riuscivo a ballare e poi perché il capo non ci toglieva gli occhi di dosso.
Non volevo dargli l'impressione di essere una facile, inoltre quei due non rientravano nei miei canoni di ragazzi ideali, per non parlare di Steve che poteva fare egregiamente concorrenza a Tutankhamon. Mollavo gomitate e pestavo i piedi a quei due, ma sembravano insensibili al dolore fisico.
Il mio sguardo insofferente incrociò il suo, contrariamente a quanto avevo fatto al ristorante, lo vidi alzarsi e venire verso di noi.
«Posso rubarvi Victoria?»
I due si scansarono senza dire una parola, lui fece da spartiacque. Per essere uno che non sapeva godersi la vita si muoveva abbastanza bene, ondeggiava quel suo bel fondoschiena sodo e tondo al punto giusto.
La musica era assordante, mi avvicinai a lui parlando ad alta voce.
«Allora anche tu fai quello che facciamo noi comuni mortali?»
«Sai com'è, anche agli dei ogni tanto piace mischiarsi con gli umani.»
«Hahaha! La simpatia è sempre il tuo forte.»
La calca intorno a noi non ci permetteva di muoverci molto e per di più eravamo troppo vicini, gli diedi un colpo d'anca. Lui mi sorrise, afferrò la mia mano e mi fece fare una piroetta. Quando non ci rivolgevamo battute acide non era poi così male stare in sua compagnia, ma era solo una frazione di secondo perché uno dei due, prima o poi, avrebbe detto qualcosa e l'idillio si sarebbe interrotto.
Ballavo con le sue mani nei miei fianchi, li ondeggiavo sinuosa, lui mi veniva dietro egregiamente, eravamo in sincronia perfetta, come se avessimo sempre ballato insieme.
Gli altri colleghi erano dispersi per il locale, noi eravamo da soli tra luci soffuse e musica assordante.
Mi girai, appoggiai la schiena sul suo petto continuando a ballare, lui mi cinse la vita bloccandomi, sentii il suo alito caldo sul collo.
Chiusi gli occhi, passai una mano dietro la sua testa poggiandola sulla nuca. Per un attimo, ebbi l'impressione di sentire le sue labbra sfiorarmi la pelle. Dovevo essere veramente brilla per ballare in quel modo.
Elke si avvicinò a noi strusciandosi sempre di più al corpo di Christopher. Erano perfetti: alti, fisici da copertina e bellissimi, avrebbero potuto fare i testimonial per la pubblicità di un profumo. Mi defilai andando verso il bagno.
Appena uscita mi arrivò la risata di Claire, una collega dell'amministrazione. Seguii il suono e la trovai insieme a Steve e Peter che fumavano, la zaffata che mi arrivò dentro le narici era inconfondibile, altro che sigarette, stavano fumando una canna. La cara e vecchia liberale Olanda.
«Vuoi fare un tiro?»
Sgranai gli occhi. «Grazie, ma passo.»
Nemmeno morta! Figuriamoci se mi fumo una canna in presenza dell'integerrimo capo.
Rifiutai con un sorriso. I due si guardano con fare malandrino e si rivolsero di nuovo a me.
«Vuoi assaggiare?»
Steve aveva in mano una busta in carta, mi mostrò il contenuto, ma con la semioscurità del locale non riuscii a capire granché, infilai la mano e afferrai qualcosa: patatine! In effetti avevo un certo languore, ne presi una e la portai alla bocca. Il suo odore mi ricordava i tartufi e il sapore aveva a che fare con la frutta secca, anzi credo che fosse proprio qualche strano frutto essiccato e venduto come snack tipo mango o cubetti di zenzero. Ne presi un'altra per capire il sapore, non era un granché, ma non riuscivo a smettere. Quei tre continuavano a ridere tra loro. Mi guardavano, si guardavano e scoppiavano a ridere. Poveri noi!
«Prendine ancora e poi ci divertiamo!»
Si scambiavano battute senza senso ridendo come matti, stufa di quella situazione e finite quasi tutte le mie patatine, mi alzai per andare via.
Steve mi blocco afferrandomi per un braccio. «Vicky, aspetta altri cinque minuti.»
«Ok, ma poi devo andare, il grande capo mi aspetterà per tornare in albergo.»
Mi afflosciai sul divano e chiusi per un attimo gli occhi. Sbattei le palpebre più volte. Da dove diavolo venivano fuori tutti quei colori? Intorno a me avevano dipinto la stanza di fucsia, giallo e verde. Sentivo solo la voglia di ridere e credo di averlo fatto. Mi unii ai colleghi, ci stendemmo su un divanetto ridendo come matti. La musica arrivava distorta alle orecchie come tutto il resto intorno. Non so come, mi trovai in piedi a ballare abbracciata a Steve, contemplando la magnificenza dell'arcobaleno in cui stavo scivolando.
Ero in una SPA e qualcuno stava massaggiando il mio corpo. Sentivo delle mani sopra di me, mi abbandonai a quella sensazione.
Mi sentivo come un wurstel dentro un hot-dog, il pane erano Steve e Peter. Le loro mani scivolavano sotto la mia camicia.
Non ero più nel mio corpo. Fluttuavo leggera nell'aria in mezzo a nuvole candide immersa in un cielo azzurro, dopo un secondo, mi ritrovai nel mare dei Caraibi di un verde brillante come i suoi occhi. Gli occhi di Christopher erano ovunque, mi scrutavano severi, a volte dolci, a volte sorridevano appena, ma erano sempre fissi su di me. Smisi di ridere sentendo il panico prendere il sopravvento e soffocarmi. Dopo pochi secondi la mia risata riprese nuovamente a echeggiare intorno a me.
Cantavo “O mia bela madunina” a squarciagola. La vita era una mescolanza meravigliosa di tinte vivaci e psichedeliche.
«Victoria!»
Sentivo anche la sua voce che rimbombava tra le pareti per finire la sua corsa nella mia testa.
«Toglietele le mani di dosso!»
«Ehi capo! Ci stiamo solo divertendo. Rilassati... fatti un tiro.»
I due idioti ridevano insieme a Claire. Sentii una stretta al braccio e qualcosa tirarmi. Atterrai su qualcosa di molto alto e profumato di buono, un miscuglio di sole in primavera e mare in tempesta.
«Che cazzo le avete dato?» Gli scoppiarono a ridere in faccia, lui perse la pazienza e afferrò Peter per il collo della camicia.
«Dimmi che cazzo le hai dato!»
Il ragazzo capì che faceva sul serio. «Magic mushrooms», sussurrò.
«Funghi allucinogeni? Ma siete impazziti?»
I miei piedi camminavano da soli, il resto del corpo era appoggiato a una montagna in cui l'eco propagava la sua voce calda.
«Victoria, rispondimi!»
Avrei voluto dire qualcosa ma non mi uscivano le parole. Avevo freddo, intorno a me c'era buio e sotto il sedere avevo una lastra gelida in pietra, mi sentivo strattonare. Sentii un bruciore esplodere sul viso.
Uno schiaffo? Chi mi stava schiaffeggiando?
Per un attimo ripresi coscienza.
«Chris, ma dove siamo?»
«Ti sto facendo prendere un po' d'aria, come ti senti?»
«È tutto così bello e colorato, anche tu sei molto bello. Ohhh! I tuoi occhi sono blu elettrico e le tue labbra fucsia. Le posso baciare?»
«No che non puoi, almeno non quando sei in questo stato.»
«Quindi se non stessi così potrei baciarti?»
«Victoria, ma quanti funghi hai mangiato?»
«Non ho mangiato funghi, solo patatine, un po' rancide, ma patatine.»
«Cielo! Ma come puoi essere così ingenua? Andiamo, camminare ti farà bene.»
Mi sollevò in piedi, ricaddi su di lui facendolo sedere sulla panchina, io sulle sue gambe. I nostri occhi erano incatenati insieme, i suoi capelli sembravano un velluto, ci affondai le dita, erano morbidi, profumati di salsedine. Mi misi a cavalcioni ignorando la sua espressione sorpresa, abbracciai il suo collo annusandolo. Il suo odore mi permeava le narici, mi abbassai sfiorandolo con le labbra.
«Mhmm sai di buono...»
«Victoria fermati...» La sua voce era quasi una preghiera che non ascoltai. Con la punta della lingua percorsi il suo collo fino alla bocca, dove le sue labbra fucsia mi aspettavano semichiuse. Le mie mani scivolarono sotto la sua camicia, un gemito uscì dalla sua bocca e gli sentii la pelle d’oca affiorare. Mi strinse con una mano dietro la nuca e mi avvicinò di più alla sua bocca. Muovevamo le labbra in perfetta sincronia, per non parlare delle lingue. Anche le sue mani si fecero largo sotto la mia camicia, rabbrividii al suo tocco bollente.
Santa Giovanna D’arco, aiutami tu!
Affondai le dita tra i suoi capelli vellutati e lo strinsi più alla mia bocca assetata di lui. Paradiso, inferno, non so dove mi trovavo, ma ovunque fossi, volevo restare, eccome!
Presi fiato un attimo. «Chris...» dissi in un sussurro, prima che lui si impossessasse di nuovo delle mie labbra. Stavo prendendo fuoco come una strega messa al rogo dalla Santa Inquisizione e cavolo se mi piaceva, e non ero la sola. Ero così fuori di me che feci scivolare una mano sulla cerniera dei suoi jeans, e in quel momento capii che non ero la sola a stare perdendo il controllo.
Dalla sua gola uscì una specie di ringhio, le stesse mani che mi stavano facendo impazzire mi strinsero con forza e mi respinsero mettendomi in piedi. In un attimo mi prese per mano e mi trascinò dietro di lui.
Galleggiavo nell'aria, delle farfalle svolazzavano davanti a me. Iniziai a correre, c'era qualcosa attaccato alla mia mano, la guardai, le sue dita erano intrecciate alle mie, mi fermai di colpo.
«Da quando siamo fidanzati?»
«Noi non siamo fidanzati.»
«E allora perché mi tieni per mano?»
Winny scuoteva la testa mormorando tra sé. «Sono un idiota! Perché l'ho lasciata sola? Dovevo immaginarmi che quei due stavano tramando qualcosa.»
Non ci stavo capendo nulla, meglio cantare. «If it makes so happyyyy!!! It can't be that badddd!!! If it makes so happyyyy!!! Then why the hell are you so sadddd!!![2]»
«La nota positiva di questa storia è che almeno sei allegra.»
Camminava stringendomi per la vita, il mondo era sempre un meraviglioso arcobaleno a tratti nitido e a tratti offuscato.
Mi fermai di colpo e lo guardai negli occhi. «Mia madre ti approverebbe.»
«Certo che mi approverebbe, mi hai visto bene?»
Spostai lo sguardo dalla testa ai piedi. «Anche mio padre ti approverebbe.»
«Sai una cosa?»
«Cosa?»
Si avvicinò al mio orecchio e soffiando le parole, mi fece rabbrividire.
«Non siamo mai stati a letto e già mi vuoi presentare i tuoi?»
Scoppiai a ridere, ridevo così tanto che le lacrime mi scendevano copiose sul volto, la testa iniziò a vorticare sempre di più, sempre di più, Cielo! Stava proprio succedendo senza che potessi fermarmi.
E poi... Vomitai anche l'anima.
Lui rimase impassibile, sorreggendo i miei capelli dorati.
Con le viscere svuotate, le sinapsi ripresero a lavorare. Lo spettacolo che mi si mostrò davanti agli occhi, mi fece solo desiderare di morire.
Le sue costosissime scarpe e il suo jeans griffato erano punteggiati di schizzi di vomito.
«Scusami...» biascicai.
«Speravo che il tuo corpo reagisse e ti liberassi da quello schifo.»
«Non erano patatine, vero?»
«No, non erano patatine, ma come hai potuto essere così stupida?» La sua voce tagliente ferì il mio orgoglio. I suoi occhi erano due fessure infuocate.
Mi coprii il viso con le mani. Non avrei più potuto guardarlo in faccia, che cavolo di opinione poteva avere di me: una cretina! Questo ero ai suoi occhi. Già non brillavo di una luce sfavillante, con quella mossa mi ero giocata tutto.
* * *
A colazione non ci rivolgemmo quasi la parola, lui mi versò il caffè mentre io ero immersa nel mio sconsolato mutismo e in un profondo mal di testa. Non ricordavo molto della sera prima, tranne di quando avevo vomitato sporcando le sue scarpe e i pantaloni.
«Tieni, prendi queste,» poggiò sul tavolo due pillole, «vedrai che il mal di testa sparirà.»
Non so cosa mi diede, se lacrime di unicorno o polvere di fata, ma in un attimo l'emicrania sparì.
La mattinata trascorse tranquilla tra una riunione e l'altra. Dopo il pranzo con il direttore della sede ci recammo in aeroporto.
Quel viaggio si era rivelato un totale fallimento e lui non fece niente per tranquillizzarmi. Anzi, il suo continuo ignorarmi mi stava logorando.
«Ti prego fammi avere il conto della lavanderia e delle scarpe.» Furono le uniche parole che uscirono dalla mia bocca. Lui si limitò solo a guardarmi alzando un sopracciglio.
La sua punizione sarebbe durata in eterno.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione


