MALEDETTA CENERENTOLA
Capitolo 7 di 28

Scritto il 22/06/2026
da TIZIANA IROSA


«Victoria!»

Per una volta era Silvia che mi chiamava.

«Dove sei sparita ieri?»

«Ho dovuto accompagnare Christopher all'Università.»

«Il signor Carter vorrai dire! Abbi più rispetto quando parli di un tuo superiore.» Le sue parole aspre mi fecero stridere i denti. Che diavolo si era mangiata a colazione? Un intero cactus oppure una tonnellata di pompelmi?

«Lo sai che sei indietro con il lavoro? Laura mi ha detto che ti sei rifiutata di aiutarla e adesso lei è in ritardo con la consegna dei budget previsionali per il prossimo trimestre.»

Non ci potevo credere, mi stava accusando di qualcosa che non era di mia competenza.

«Non ho avuto tempo e non voglio fare la puntigliosa, ma il mio lavoro è occuparmi di Marketing non di previsioni di spesa.»

«Tu fai il lavoro che ti dico di fare, anche pulire i cessi se necessario. La prossima volta non andare in giro per la città con Carter e resta con il culo incollato alla scrivania.»

Il vero problema non era il lavoro, ma io. Aveva invitato più volte Winny a uscire, anche solo per la pausa pranzo, ma lui, ogni volta, declinava con una scusa. Come dargli torto, lei gli si buttava addosso come una piovra mostrando la sua mercanzia.

Per lei il discorso era finito, aveva fatto quel gesto con la mano morta per cacciarmi dal suo ufficio. Alzai il dito medio contro Silvia, certo lo feci dopo essermi assicurata che la porta dell'ufficio fosse ben chiusa tra noi.

Che codarda!

«Molto professionale da parte tua.»

Mi girai e Christopher era dietro di me con un sorriso sornione sul volto. Avvampai di colpo. Beccata!

«Problemi?»

«Niente di che», mi affrettai a dire, non potevo mica inimicarmi Silvia.

Lui fece una smorfia di disappunto. «Dimmi, cosa è successo?» La sua voce autoritaria non sortì nessun effetto, in risposta cambiai discorso.

«Che ci fai qui? Non dovevi stare fuori tutto il giorno?» Non ebbe il tempo di rispondere che lo bloccai. «Christopher! Non parlare e vieni lentamente verso di me.»

«Che diavolo stai dicendo?»

Dietro di lui era apparso il piccolo mostro che zampettava tranquillo, appena lo vide lo puntò immediatamente.

«Fai come ti dico.» mormorai piano.

«Ma sei impazzita?»

Fece la sua falcata verso di me, vidi il piccolo diavolo fare un balzo e avventarsi sulla sua gamba. Quella tigre poco più grande di un palmo di una mano, si era ancorata ai suoi pantaloni ringhiando feroce. Mi lanciai su Christopher, bloccato a cercare di capire cosa stesse succedendo. Attorno a noi c'era parecchia confusione, tutti i colleghi del piano uscirono in corridoio, afferrai il mini vandalo e cercai di staccarlo.

Le sue mascelle erano serrate così strette che non riuscivo a schiodarlo dalla presa.

«Nunù, molla! Piccolo bastardo che non sei altro!» digrignavo tra i denti mentre sudavo sette camicie.

Il tutto era reso difficile da Christopher che cercava di scrollarselo di dosso continuando a muovere la gamba come in preda ai morsi di una tarantola. Gli strinsi il collo quel tanto da fargli capire che potevo stecchirlo. Quel vile traditore mi guardò con i suoi occhi a palla iniettati di sangue, mollo i pantaloni e mi rifilò un morso nella mano.

La voce di Silvia richiamò all'ordine il morsicatore compulsivo.

Winny era fuori di sé.

Gli alzai i pantaloni per verificare che non avesse danni alla gamba, per fortuna solo un graffio superficiale e, ovviamente, i suoi costosissimi pantaloni sartoriali sembravano usciti dal distruggi documenti.

Silvia chiuse il mostro nell'archivio e si precipitò da Winny. Mortificata, non la smetteva di scusarsi con lui che non la degnava di uno sguardo.

«Victoria, stai sanguinando.»

Il tono dolce e preoccupato, lo sguardo di Christopher era rivolto alla mia mano dolorante. Non mi ero accorta che i dentini aguzzi del mostro, erano affondati nella mia carne lasciando dei piccoli buchi.

Alla vista del sangue lui afferrò la mano, verificò che tutti i pezzi fossero al loro posto e l'avvolse in un candido fazzoletto che estrasse dalla tasca dei pantaloni. Mi trascinò verso il suo ufficio e mi fece sedere sul divano ordinando a qualcuno di portare la cassetta del pronto soccorso.

Era seduto sul ripiano della scrivania a ribollire di rabbia mentre Viviana e Alberto mi medicavano. Piccole lacrime mi scendevano ai lati degli occhi. Quel cavolo di disinfettante bruciava come fuoco.

«Per me dovresti andare al pronto soccorso», commentò Alberto. «Guarda qui che buchi! Quel piccolo demonio meriterebbe di essere soppresso.»

La mia voce uscì flebile. «Non è mai colpa degli animali.»

Christopher strinse gli occhi guardando Silvia al di là del vetro, la sua voce dura mi fece rabbrividire. «La colpa è dei padroni», concluse.

In ufficio regnava un silenzio surreale, si sentiva solo il ticchettio delle dita sulla tastiera e qualche respiro più profondo. Nessuno osava alzare lo sguardo dal monitor. Eravamo in attesa che l'uragano si scatenasse con il suo potere devastante.

Silvia entrò nell'ufficio di Winny a testa bassa e aria mesta. Le urla del gran capo fecero tremare le fondamenta del palazzo. Dentro lo stomaco sentivo la vibrazione della sua voce irata.

La mano mi faceva un male bestia, per restare in tema, e mi pulsava come se avessi un cuore artificiale all'interno.

Lei uscì richiudendo la porta dell'ufficio. Mi venne incontro e con voce sincera mi porse le sue scuse. Si allontanò dopo avermi detto che lui voleva vedermi.

Entrai nel suo ufficio e chiusi la porta come da indicazioni.

«Adesso vai da un dottore a farti medicare e fino a domani non voglio vederti.»

«Non c'è bisogno, sto bene.»

Il suo sguardo costernato si abbassò sulla mia mano che stava gonfiando sotto la fasciatura.

La prese tra le sue accarezzandola lievemente, premette dove era più gonfia, non riuscii a trattenere un gemito di dolore.

«È un ordine!» Il tono risoluto non ammetteva repliche. In silenzio mi alzai dirigendomi verso la porta. «Ti accompagnerà Ettore; non dimenticare di presentare il conto del dottore e di tutte le spese che dovrai affrontare a Silvia.»

Dopo quella volta, non vedemmo più il piccolo demonio.

* * *

La pausa pranzo senza il capo tra le scatole era un piccolo piacere che non ricordavo quasi più.

Silvia di solito spariva qualche ora per mangiare il dolce con una delle guardie del palazzo che, a rotazione, cambiavamo spesso. In effetti quelli che “sparivano” erano coloro che avevano avuto un incontro ravvicinato con lei. Duravano un paio di mesi, per poi fare posto a uno nuovo e sempre più giovane.

Per una volta ero riuscita a scollarmi di dosso Winny, affibbiandogli un convegno in Confindustria. Avevo anche pensato di fissare un appuntamento con la famosa Moana, il cui numero di telefono svettava nel bagno dell'Autogrill di Capriate, ma preferii optare per qualcosa di meno impegnativo per lui.

Per festeggiare avevo collegato il telefono alle casse del computer e, insieme a Lippa e Laura, stavamo ballando Good Time facendo la nostra coreografia muovendo gambe e braccia a ritmo ancheggiando i fianchi. Io cantavo la parte di Carly Rae e loro facevano da coriste. «It's always a good time woah oh oh oh woah oh oh oh!» Gli altri colleghi facevano da eco ridendo e battendo le mani a tempo. Ci piaceva fare il nostro spettacolino per smaltire un po' di calorie e riprendere in allegria il lavoro.

Uno, gamba destra avanti, due, gamba sinistra, tre, braccio sinistro in alto, quattro, braccio destro, cinque, gamba sinistra indietro, sei, gamba destra, sette, braccio sinistro in alto, otto, braccio destro e ancheggiare. Ritornello e saltellare, saltellare woah oh oh oh!

Ok, degli adolescenti avrebbero avuto più cervello di noi trentenni, ma noi ci sentivamo sempre diciottenni.

Eravamo le regine della pop music.

Cantavo con una mano davanti la bocca mimando un microfono, ballando a occhi chiusi, quando li riaprii c'era qualcosa di diverso, i miei colleghi erano tutti davanti al PC e anche le mie coriste si erano bloccate. Un brivido attraversò il corpo.

«Non ditemi che è dietro di me...»

Il loro mutismo confermò quanto temetti, mi girai e vidi Winny appoggiato allo stipite della porta con le braccia e le gambe incrociate. In viso aveva un mezzo sorriso che stentava a trattenere.

Dovevo immaginare che non avrebbe resistito per tutta la convention. Dovevo chiamare Moana!

Come uno scarafaggio, corsi alla mia postazione nascondendomi dietro lo schermo del PC, rossa in viso. Spenta la musica, lo vidi sfilare davanti a me e andare verso il suo ufficio.

Mi aspettavo che da un momento all'altro mi chiamasse per farmi una ramanzina. Lo guardai attraverso il vetro. Con l'indice mi fece segno di presentarmi al suo cospetto.

Mi alzai pronta per la condanna a morte.

«Buongiorno capo.» Cercavo di corromperlo con il mio sorriso smagliante. Lui si sporse verso di me senza dire una parola. In quel momento avrei preferito che sbraitasse o alzasse gli occhi al cielo sbuffando, invece, non fece niente.

«Christopher, è colpa mia non prendertela con Lippa e Laura, è stata una mia idea.»

Ero abituata alle sue occhiatacce e rimproveri, una più o uno meno non faceva differenza.

«Non faccio fatica a crederlo. Non sai stare mai ferma, sei come un bambino iperattivo che deve sfogare la sua esuberanza e spontaneità.»

Non capivo se fosse un rimprovero o un apprezzamento.

«Mi piace divertirmi e anche i colleghi non disdegnano.»

«Lo credo bene, tutto quell'ondeggiare di fianchi è uno spettacolo divertente per ogni uomo sulla faccia della terra.»

Il signor tutto d'un pezzo, non era poi così integerrimo!

«Voi uomini pensate solo a una cosa.»

«E voi donne non fate niente per evitarlo.»

La colpa è sempre di noi donne.

«La prossima volta potresti unirti a noi, sei troppo rigido, non ti farebbe male scioglierti un po'», azzardai.

«Io non sono rigido!»

«Come no! Mister palo della luce. Dovresti prendere le cose con più leggerezza.»

«Vorresti dire come te?»

«Perché no. L'esistenza è un soffio e io voglio essere quella che alita dalle labbra il vento per modularne l'intensità e la durata. Non voglio essere quella che viene trascinata sbattendo da una parte all'altra del sentiero della vita.»

Rimase sorpreso dalle mie parole. «Un soffio...» ripeté Winny.

«Sì, un soffio.» Mi riempii le guance d'aria, mi avvicinai e gli soffiai sul viso. «Prova!»

Mi guardò titubante per qualche istante, lo vidi inspirare, riempire le guance d'aria e soffiare con violenza sulla mia faccia.

«Intendevi così?»

«Non proprio con questa foga, ma sì, è quello che intendevo.»

«Quindi secondo la tua teoria, dopo il soffio dovrei essere stecchito.»

Il suo sorriso sornione sul volto era da prendere a schiaffi. Mi grattai la mano reprimendo la tentazione.

«Sarebbe troppo semplice, non lo faresti solo per farmi un dispetto.»

«Potrei sempre venire a trovarti in sogno.»

Che faccia tosta e che espressione irriverente!

«Chi ti dice che tu non sia già presente.»

Stavo giocando con lui, modulando la voce per farla apparire più sexy. Lui alzò un sopracciglio e per un secondo mi guardò dubbioso.

«È una confessione?»

Anche la sua voce si era abbassata di un'ottava diventando più roca e sensuale.

Appoggiai una mano sul cuore. «Sono rea confessa di sognarti con questo completo e questa cravatta addosso.»

Afferrai la cravatta avvicinandomi a lui. «Sogno di attorcigliare questo lembo di seta nella mano, tirarti a me stringendola sempre più forte fino a farti diventare blu.»

I suoi occhi sgranati mi guardavano basiti, doveva pensare che fossi impazzita. Scoppiai a ridere e lui mi seguì a ruota.

«Tu sei completamente matta!»

«Se non c'è altro torno a lavorare.»

Sventolò una mano in direzione dell'uscio, intimandomi di uscire. Chiusa la porta alle mie spalle, sul viso mi comparve un sorriso soddisfatto.

Uscii indenne da lì dentro e, soprattutto, senza ramanzina.

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