ASSENZE
Capitolo 1 di 1

Scritto il 19/06/2026
da GIOIA DONATI


⏱ ~13 min · 2.663 parole

ASSENZE

Suono il tuo campanello con la mano sinistra, quella del cuore, altrimenti non ci riuscirei.

Se la ragione avesse voce in capitolo o anche solo in una nota a margine, non sarei qui, alle tre del mattino di un venerdì di febbraio, a pestare sul tuo citofono come per salvarti da un’esplosione del gas.

Solo un mese fa uscivo da questo portone dopo l’ennesimo litigio, diventato una scopata della staffa, tornato litigio e terminato con me fuori dal portone, tu fuori di testa, noi fuori da noi.

Pensavo di poter resistere, anzi di poter esistere in un dicembre senza le tue mani sui miei fianchi. Alla fine, io che ne sapevo? Un dicembre senza te, dopo essere stati noi, non lo avevo mai conosciuto e, si sa, quello che non si è mai avuto non può mancare. Almeno finché non si hanno abbastanza prove indiziarie per immaginare quello che avrebbe potuto essere e allora, porca miseria, ci manca di più la felicità in potenza di quella vissuta, perché questa è già morta mentre l’altra prometteva una vita immaginaria non sconfessata dal realismo di una vera memoria.

Non esistendo e non resistendo, ti ho aspettato sotto casa ogni giorno per vederti infilare la chiave nella toppa, e guardare in alto come a controllare che la tua finestra sia sempre lassù, chiusa, a nascondere fantasmi felici di noi che ancora lasciano impronte di mani sui vetri mentre si fanno fare l’amore. Nascosta dietro la siepe della rosticceria asiatica, ho speso troppi soldi in involtini primavera e poco impegno nel convincermi a parlarti finché ho scoperto che non avevi più nulla da dirmi.

La vigilia di Natale, è arrivata la tua Golf Volkswagen, sempre tirata così a lucido da non saper nascondere neppure l’ammaccatura sullo sportello destro, a forma della fibbia della mia borsa rimasta incastonata tra la carrozzeria e un tuo bacio sul collo. Ogni volta che la noto mi rincuoro: non hai nascosto le tracce della nostra incapacità di non toccarci per più di mezzora.

È arrivata la tua mano sulla maniglia, la corona di riccioli biondo cenere, gli occhiali a montatura nuda sulle efelidi che potrei contare al buio, il tre quarti blu, la sciarpa grigia di cachemire, i jeans chiari, le Church, te.

È arrivata una stilettata al cuore da un paio di Manolo Blahnik, attaccate a un corpo slanciato su una testa di boccoli castani, e piantate distrattamente tra un sampietrino e l’altro a troppa poca distanza da te.

È arrivata la tua mano sulla sua schiena, il clic della chiusura automatica delle portiere, lo sfarfallio delle luci di posizione prima del buio dentro il mio cuore, squarciato dal graffio della tua voce che le dice: “Saliamo”. Il portone vi ha inghiottiti, la finestra si è accesa di lucine natalizie che mi hanno lasciata nel freddo di dicembre come la piccola fiammiferaia, senza più cerini, senza più sogni, senza più te.

Non sono più tornata di vedetta alla rosticceria asiatica. Ho lasciato che la corrente mi trascinasse nel mulinello natalizio delle tavolate coi parenti, delle feste del Rotary, dei regali non sentiti, dei pranzi degli avanzi, di quell’allegria decadente dell’anno ormai al termine che muore piangendo ma finge di ridere.

Ti ho cercato invano tra paillettes e bollicine la notte di San Silvestro, tra l’angoscia di vederti con lei e il bisogno di una tua immagine nuova da ricordare, perché quelle vecchie le avevo già consumate a forza di pensarle.

Ti ho trovato dove non lo avrei mai creduto possibile, sulle piste da sci. Ti ho riconosciuto instabile sulle lame, e mi sono chiesta se lo fosse l’amore a farti stare lì mentre lei scivolava via, giù per la scesa come una gatta delle nevi, lasciandoti a terra al primo tentativo di muoverti. Ti ho offerto la mano, guardato negli occhi, maledetto i guanti e le maschere che sbarravano il sudore e i sentimenti che mi tracimavano dalla bocca dello stomaco.

Mi hai afferrato, ti sei rialzato, mi sei caduto in un abbraccio. Ti ho fermato, ti ho stretto, ti ho rimesso in piedi sprofondando nel crepaccio sensoriale dei ricordi e chiedendoti se era tutto a posto, almeno per te.

Perché per me: No. Era tutto fuori posto. Tu eri con lei, io con la tua assenza.

“Sì. Tutto a posto, grazie, grazie davvero” mi hai risposto prima di dirmi “Non sapevo che fossi qui, che coincidenza, quanto è piccolo il mondo” e di chiedermi dove alloggiassi e con chi stessi e quando ripartissi. Non ti ho detto niente, perché io non volevo sentirtelo confermare con chi stavi, dove stavi e quanto stavi, se non stavi con me.

Mi sono staccata da te un pezzettino alla volta, l’ultimo tocco pareva una carezza, lo era, lo sai, lo so, lo sappiamo, ci siamo guardati e sei schizzato via alla vista di una nuvola gialla come gli occhi di una gatta delle nevi, che stava tornando a prendere lo spazio che era mio. Mai ritirata mi parve più onorevole, mai i pochi metri fino al rifugio mi parvero più lunghi, mai bombardino mi fu più amaro di quello preso per brindare sulle macerie di noi.

Dopo questa conferma che non ti interessava più che io fossi tua, non mi restava altro che salvare il salvabile e gettare le fondamenta di un percorso che non avesse il tuo nome scritto al capolinea. In gennaio, quindi, ho costruito con tutta la forza dei buoni propositi per l’anno nuovo.

Ho cambiato borsa, abitudini, taglio di capelli, strada per andare al lavoro, ordine dei pensieri. Ho cancellato le chat, gettato i bigliettini, sepolto i cimeli di nove mesi di noi, compreso quel reggiseno di pizzo argentato che non potresti comunque ricordare perché non mi è mai rimasto addosso più di un minuto da quando le tue mani trovavano i miei seni.

Ero una donna orgogliosamente nuova, dignitosamente nuova e finalmente digiuna della fame di te, che però non poteva evitare di girare a vuoto un cucchiaino nel caffè amaro, come facevi tu, come se la neonata comunanza di questa tua idiosincrasia continuasse a ricordarmi che certe incongruenze non si possono dimenticare.

Ero nuova, stesa sotto un amante nuovo a contare distratta le crepe nell’intonaco del nuovo monolocale di Armando, barista con aspirazioni jazzistiche e non somigliante a te neppure quel poco che mi sarebbe servito per avere la voglia di fingere un orgasmo.

Ero nuova al vernissage d’illustrazioni del ‘900 con Andrea, ingegnere idraulico che speravo compensasse i vasi comunicanti delle parole che non avrei dovuto dirti e di quelle con cui mi avevi lasciata, troppo somigliante a te per non costringermi a contare le crepe sulla facciata della mia indifferenza.

Ero nuova a cena con Claudio, a ballare con Raffaele, al cinema con Filippo, a un appuntamento a quattro con Giada, Francesco e Lorenzo.

A fine mese, ero così nuova che quando mi sono arrivati i tuoi auguri di buon compleanno e un’orchidea blu, ti ho inviato un “Grazie” e niente di più. Nessun calcolo di quante ore avrei dovuto attendere a risponderti per non farti accorgere di quanto tu non mi fossi ancora

indifferente, nessun emoticon a forma di cuore condito di tragedia e dramma della gelosia, nessun insulto, nessun sarcasmo, nessuna supplica, nessun silenzio carico di parole, esclusivamente una, lapidaria, testimonianza di quanto fossi ormai civilmente indifferente alle tue grazie, alla tua memoria e al tuo contributo ai festeggiamenti.

Dopo averti inviato il mio messaggio di non considerazione, mi sentivo così vecchia che mi sarei precipitata sotto casa tua una volta di più, anche solo per vederti di nuovo entrare e sperare che avresti sentito l’intensità del mio sguardo tra le scapole e ti saresti voltato a cercarmi. Invece ho analizzato con le amiche la semantica di “Buon” e di “Compleanno” alla luce dell’inclinazione delle tue “n”, della dimensione della “B” comparata alla “t” e, soprattutto, del significato dell’orchidea blu nel linguaggio dei fiori. Abbiamo concluso che fosse una richiesta d’amicizia che non potevo accettare perché, avresti dovuto già saperlo, io amica tua, non lo sarò mai!

Voglio essere l’entusiasmo che manca quando ti spegni tra le gambe di un’altra, dopo un orgasmo di seconda mano.

Voglio essere il miglior consiglio che potresti darti dopo una serie di brutte serate, di notti insonni di un gioco dei giorni di cui ha smarrito il calendario.

Ti voglio e, per il solo fatto di volerti, voglio che tu non me ne voglia se non ti vorrò mai bene come a un amico. Io un amico posso anche averlo scopato e poi dimenticato come amante ma te ti posso solo immaginare tra le mie gambe, nella mia bocca, nella mia testa e sempre, allo stesso tempo, nel mio cuore.

Non c’è stato un solo secondo di amicizia tra di noi.

Eravamo sconosciuti quando mi hai ceduto il posto in fila per i taxi, eravamo complici quando ti ho offerto di condividerne uno, eravamo già giovani amanti nell’attesa dell’incontro delle nostre pelli, divise dalla mia borsa e dalla tua ventiquattr’ore.

Siamo diventati vecchi come amanti durante la mia assenza dalla camera d’albergo in cui non feci mai il check-in, attraverso i nostri nove mesi fatti di baci, di respiri, di graffi, di bugie, di meringhe sperimentali al pistacchio e alla rosa, della scomodità del sellino della tua Vespa, della mia scoperta di non essere immune alle lacrime e al sangue, della tua sorpresa al mio indovinare

l’ordine incompreso dei cuscini sul pavimento del tuo salotto, di scambi di agende ma mai di sentimenti, di confidenze mascherate da informazioni, della paura di lasciarci entrare nelle nostre vite fino a quando non ne siamo rimasti fuori. Non siamo stati amici in tutto questo e quindi, io amica tua non voglio esserlo neppure adesso che potrebbe essere l’unica cosa ad unirci, l’unica buona scusa per vederci, per sentirci. Nella vita mangio e pulisco il piatto. Le briciole le lascio a chi vive di apparenza.

Questo te l’ho detto l’altro giorno in un autogrill, dove ti ho visto di spalle alla cassa e ti ho raggiunto per porgerti i tovagliolini che dimentichi sempre, spinta da un impeto dei giorni che furono. Mi hai chiesto di sedermi, di mangiare insieme e io ti ho detto di sì per spiegarti che poi, dopo quell’agguato del destino, ti avrei sempre detto di no, perché con te non posso fare le cose a mezzo, non posso mangiare e poi lasciarti andare.

Tu hai annuito, mi hai ascoltato, hai aggiunto il sale nella mia insalata come fosse una ferita e hai sorriso quando ti sei accorto che anche nel mio espresso un cucchiaino girava a vuoto. Mi hai fermato la mano e hai messo lo zucchero nella tazzina, dicendomi che non avevo bisogno di far finta che quel caffè fosse tuo, che eri lì. Forse l’hai visto che mi veniva da piangere, perché poi sono andata in bagno lasciando il caffè addensarsi sulla dolcezza che non trovo più. All’uscita ti sei informato sulla mia destinazione. Che fortuna che fosse sulla tua direzione! Così avresti potuto farmi strada visto che odio guidare nella nebbia. Quando mi hai segnalato l’uscita con un colpo di fari mi è sembrato come un bacio sulla guancia e, il giorno dopo, quando ho capito dai tuoi social che avresti dovuto uscire almeno 40 km prima di me, mi sono sentita abbracciata e tradita, perché non avresti dovuto essere così gentile per poi lasciarmi di nuovo a rimpiangerti.

Non avrei dovuto essere io così gentile, due giorni dopo, nella gioielleria dove ti ho incontrato, indeciso su un paio di orecchini per tua sorella, mi hai detto, una bugia impietosa, una bugia nera e cattiva come se, a una settimana da San Valentino, potessi crederci. Superato l’imbarazzo mi hai chiesto consiglio e io, superata la tentazione di farti acquistare la coppia peggiore dell’esposizione, ho ripiegato su un modello classico che la gatta delle nevi nasconderà tra i boccoli balzellanti, se non le piacesse. Ho rifiutato l’offerta di un nuovo caffè, non avrei avuto la capacità di inghiottirlo e sono scappata dal giardino dell’Eden dei tuoi occhi come una ladra delle emozioni e delle commozioni di un’altra, di quella che riceverà il tuo regalo.

Pochi giorni dopo ero di nuovo in fuga, questa volta dal caldo appiccicoso dei corpi di una festa in maschera. Odio il carnevale, ci portiamo già così tante maschere addosso che non vedo il bisogno di aggiungerne. Avrei dovuto restare a casa o almeno non vestirmi da odalisca vista la triste proporzionalità diretta tra centimetri di pelle esposta e approcci da scansare.

Un’ennesima mano sul fianco ha accennato una pressione sfumata in carezza. Solo che non era sgradita. Riconoscerla mi ha crettato il cuore. Dietro la maschera di Capitan America, mi hai fatto cenno di tacere, appoggiando l’indice sulle mie labbra e attirandomi verso di te. Avrei dovuto allontanarmi ma non volevo tornare in quella bolgia sudata di rumore e mancanza. La tua. Cresciuta ogni giorno all’ombra di un’assenza scura come un inverno boreale di luci artificiali, fredda come quei sottozero che ti divorano ogni resistenza e, quindi, sono rimasta.

Ho appoggiato la testa sulla tua spalla e abbiamo ondeggiato in un lento che non c’era, irreale, come noi dopo che non siamo stati più un noi.

Il tuo telefono ha vibrato, la foto sul display a confermare che mi hai cullata mentre lei, magari ti aspettava al bar, bevendosi le tue scuse per questa divagazione.

Sono uscita dal locale felice di esserci arrivata autonomamente e di poter evitare di spiegare, di mentire, di giustificare il trucco sfatto e le tirate in su col naso che neanche quando mi lasciavano ai cancelli della materna.

Singhiozzando sotto la doccia di casa, ho pianto tutte le lacrime ricacciate indietro in questi quattro mesi e mezzo di non volertela dare vinta su cosa non so più, perché neppure ricordo il motivo di quell’ultimo sbotto fuori misura che mi ha sbattuto in faccia la porta della nostra storia.

Il telefono non ha smesso di squillare, ho immaginato fossero le mie amiche poi ho deciso di non farle preoccupare, e ho visto i messaggi, le chiamate, le scuse per non avere avuto pazienza, per avermi detto di non tornare più dopo un litigio stupido che non ricordi neanche tu. Ho letto che mi avresti voluto chiamare dal giorno zero, che però mi vedevi distante, tranquilla come se stessi meglio senza di noi, senza il nostro stare insieme litigando, che hai provato a fare come prima, a stare con qualcuno che dicesse sempre sì ma non è quello che vuoi.

Non è noi.

Tu vuoi me, sempre, in direzione ostinata e contraria. Vuoi noi, porcospini di Schopenhauer che posizioniamo gli aculei per avvicinarci e pungerci, come è nella nostra natura, ma che preferiamo ferirci insieme a una separazione che non ci curerà mai.

Mi hai chiesto se anche io ci voglio.

Non sono riuscita a risponderti, perché mi sono rivestita e in 15 minuti ero da te. Alle tre di notte.

Sotto il tuo portone.

Nessun involtino primavera da comprare come scusa.

Sto suonando e finalmente la finestra si apre su un buio pesto dove i nostri occhi si incrociano alla cieca. Il portone dell’androne ronza fino al tuo pianerottolo, tanto salgo rapida per poi sbattere contro il tuo odore ed esitare, non saper cosa dire perché qualsiasi cosa sarebbe troppo e le parole intasano cuore e cervello.

Mi esce uno “Scusami” che dico già tra le tue braccia. Quando mormoro “Ti amo” hai già chiuso la porta alle mie spalle, mi dici “Anche io” e mi baci, ci baciamo, ci muoviamo in un valzer fino al letto e lì restiamo fino a mattina quando, dandomi il regalo che ho scelto per un’altra, mi dici che chi torna insieme per San Valentino è condannato a restarlo per sempre, per non far perdere agli altri la speranza nell’amore. Non so quanto mi importi degli altri ma non voglio più misurare la profondità della tua assenza e, dunque, ti bacio.

Oggi.

Per sempre.

Per ogni San Valentino a venire.

 

FINE STORIA
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