DOMINA
Capitolo 4 di 4

Raffaella V. Poggi


⏱ ~16 min

 

«Dove stiamo andando?» domandò Flavia con un fil di voce, seduta sul sedile di pelle della sua auto.

«Ho una cosa da sistemare» rispose lui, concentrato alla guida.

Era quasi buio quando imboccarono una via laterale appena fuori città. Claudio fermò la sua lussuosa auto in un parcheggio a spina di pesce.

Uscì e le aprì la portiera.

«Vieni» la esortò, prendendola per la mano.

Imboccarono il vialetto d’accesso di una palazzina bassa, immersa in cespugli di sempreverde, sufficientemente elegante per quel nuovo quartiere residenziale e tanto anonima da apparire sobria.

Residence Tre Soli.” Flavia lesse l’insegna di metallo piantata nel praticello che costeggiava il viale. “Che cosa ci facciamo qua?” si domandò preoccupata.

Claudio salutò con un veloce buonasera l’uomo distinto che incrociarono sulle scale.

Si fermò davanti a una porta di legno chiaro con il numero trentotto in ottone; estrasse dalla tasca dei pantaloni una chiave e aprì l’uscio di un minuscolo monolocale.

«Entra, chiudi la porta» la esortò.

«Devo spogliarmi?» domandò lei in un soffio.

La guardò negli occhi per qualche istante prima di scuotere la testa. «No. Non voglio nessun ricordo di te in questo posto» disse serio e, aperta l’anta dell’armadio, ne estrasse una grossa valigia e due borsoni che depositò sul letto. «Aiutami.» Le indicò con il mento una piccola libreria ricolma.

In pochi minuti avevano svuotato l’appartamento.

Claudio gettò la chiave sul copriletto e uscì, richiudendosi la porta alle spalle. Venti minuti dopo fermava l’auto davanti all’entrata di uno di quei ristoranti di cui Flavia conosceva l’esistenza solo per aver visto qualche trasmissione in tv.

«Aspetta» mormorò la ragazza, posandogli una mano sull’avanbraccio. «Sei sicuro di voler entrare lì… con me?»

«Perché? Non sei più una dipendente» chiese stupito.

«Non per quello…» iniziò imbarazzata e si fermò per cercare le parole.

«Non farti pregare» tagliò corto lui, mentre il maître li stava scortando in sala.

Li fece accomodare a un tavolo appartato, in fondo al salone, e consegnò loro i menù.

Claudio lesse con attenzione, ordinò per sé e per Flavia che stava ancora leggendo: «Per me, d’antipasto, paté di fegatini e piccione e poi un’entrecôte di Sanato. Per la signora, lo scampone al melograno come entrée, e quindi il rombo, direi.»

Lei sollevò lo sguardo, stupita, sgranando i grandi occhi scuri. «Come fai a sapere che mi piace il pesce?»

«Io so tutto di te» disse e tornò a prestare la sua attenzione a maître e sommelier che gli stavano spiegando i giusti abbinamenti.

«Grazie, ingegnere» disse il maître compito, ritirando i menù.

«Me lo dicesti tu» riprese il discorso, una volta restati soli, «in chat.»

«Ecco, appunto! Non è il caso che ti vedano con me.»

«Perché? Perché sono sposato?»

«No,» rispose secca, sottovoce, sporgendosi un po’ in avanti sul tavolo, «perché sono una puttana» gli spiegò chiaro.

«Cosa c’è? Pensi di avere l’esclusiva?» Rise. «Mi sa che sei l’unica puttana al mondo con le ragnatele nella fica» continuò divertito, sorseggiando il suo Franciacorta, che avevano servito loro come aperitivo. «E poi… non sei una troia.»

«Ah, no? E come chiami una che fa sesso a pagamento?» lo interruppe, risentita. «E se mi riconoscono?»

«E chi, scusa? Chi dovrebbe riconoscerti? Sei mai stata a letto con qualcuno della chat?»

«No-ho!» sbottò. «Con nessuno!»

«Che cosa potrebbero dire? Che ti hanno visto nuda? E poi chissà da dove chiamavano. Scusa, mi spieghi come fanno a riconoscerti?»

«Tu mi hai riconosciuto.»

«Ah, sì?» ribatté, sarcastico, regalandole un sorrisetto affascinante. «Hai chiamato i tuoi amici per troncare, come ti ho ordinato?» chiese poi corrucciato, cambiando tono. Lei annuì. «Come l’hanno presa?» s’informò, scrutandola attentamente.

«Non troppo bene, ma ho dato loro due o tre nomi che ho scovato in internet.»

«Se ne faranno una ragione… Se qualcuno dovesse rifarsi vivo, dimmelo immediatamente: sono stato chiaro?»

«Sì.» Annuì, chinò il capo e l’occhio le cadde sulla sua mano sinistra, posata a lato del sottopiatto. La fede aveva lasciato un piccolo solco all’anulare ormai nudo, notò Flavia.

Claudio intercettò il suo sguardo e sorrise.

«Me ne sono andato… un mese fa» le spiegò.

«Ma hai un figlio piccolo…» mormorò sorpresa. Tutti, in ditta, sapevano di quel lieto evento e Domina, oltre al fatto di vedersi comparire davanti il megadirettore, era rimasta scioccata anche al pensiero che un novello padre desiderasse certi svaghi.

«Ah, sì?» disse di nuovo. Questa volta le sue labbra si piegarono in un sorriso amaro.

«Ha circa un anno, se non sbaglio, come puoi andart…»

«Che cazzo ne sai tu?!»

«Io… Niente… Scusami» borbottò mortificata, ma anche un po’ delusa dal suo comportamento nei confronti della famiglia.

Lui cominciò a giocherellare con il coltello e ne ammirò la lama, corrugò la fronte, alzò lo sguardo e cominciò a parlare: «Mia moglie ha gli occhi azzurri, mio figlio…» si fermò, aveva pronunciato il possessivo con enfasi, «… mio figlio ha gli occhi di un bel nocciola scuro… Hai dato l’esame di genetica, no?»

Flavia aveva passato l’esame di genetica il secondo anno con il massimo dei voti – come tutti gli altri esami, del resto. In quel momento stava esaminando le iridi chiare e azzurrissime del megadirettore galattico e stava traendo le dovute conseguenze: una delle leggi inconfutabili della genetica era proprio quella che da due genitori con gli occhi chiari non potesse nascere un figlio con le iridi scure. Un caso su un miliardo… forse. Nuovi studi sugli alleli… forse.

«Per un po’ mi è andata anche bene, tutta quella sua stronzissima manfrina. Sapevo che aveva un altro, il proprietario della sua palestra, e ho abbozzato; non mi andava di buttare tutto all’aria, in fondo mi andava bene così, io avevo il mio lavoro e avevo…» s’interruppe. Erano arrivati il maître e il cameriere con le ordinazioni.

Iniziarono a mangiare in silenzio.

Flavia non osò riprendere il discorso, nonostante nel loro rapporto avessero varcato ogni genere di limite, lui la intimidiva troppo. Domina sarebbe sicuramente riuscita a strappargli una piena confessione. Fragolina, con tutte le sue moine, lo avrebbe fatto parlare a ruota libera, mentre Azzurra avrebbe scovato qualche dotta citazione. Ma lei era solo Flavia, e Flavia con gli uomini… be’, meglio soprassedere. Meglio evitare.

«Dimmi solo una cosa – e ti prometto che non torneremo mai più sull’argomento,» se ne uscì lui, finito l’antipasto, «con che criterio sceglievi con chi scopare? Rispondimi! Guarda che so tutto, me l’hanno detto loro se ci scopavi o no, e che cosa ci facevi insieme.»

«Perché ti hanno detto una cosa del genere? Come hai fatto a farti raccontare particolari tanto intimi?» chiese, arrabbiata.

«Ho chiesto informazioni fingendomi inesperto e bisognoso di consigli. Rispondimi!»

«Perché dovrei farlo? Non sono affari tuoi»

«Perché te lo sto chiedendo, ecco perché. E poi sono proprio affari miei»

«Perché ne avevo voglia» rispose semplicemente.

«E hai preferito farti fottere dal nerd che lavora alle poste, invece non hai fatto niente con il giornalista, quello belloccio, che fa le esterne per la Rai. Davvero non capisco» mormorò scuotendo il capo.

«Perché è gentile» rispose lei in un soffio. «E ne aveva bisogno. Poi io, in quel momento, ne avevo voglia» confessò a capo chino, con le gote rosse per l’imbarazzo e l’umiliazione di dover raccontare le sue cose private.

Lui sorrise appena. «Capisco.»

Scambiarono qualche parola sulla cena stellata che stavano consumando, sui libri che stavano leggendo, sui professori e la scuola che avevano frequentato a più di dieci anni di distanza l’uno dall’altra.

Claudio parcheggiò davanti a casa sua, un palazzo uguale a tanti altri caseggiati ai limiti della città. Flavia lo guardò perplessa aprire il portabagagli ed estrarre le valigie.

Aveva capito che lui aveva intenzione di trasferirsi da lei e non aveva avuto il coraggio di dirgli nulla, di chiedergli…

“Avrà in mente un tpe 24/7?” si domandò, inquieta. Ne sapeva abbastanza di certe cose, anche se non era del giro, e sapeva che nei rapporti sub/Dom si poteva anche arrivare alla dominazione totale – tutto il giorno, tutti i giorni – il total power exchange appunto. Ma era proprio quello che lui voleva? Flavia non ne era così sicura.

Doveva indagare.

In ascensore si fece coraggio e cominciò a sondare, partendo da lontano: «Andrà bene una casa così modesta, per te?»

«Non mi sembra così modesta. Con tutto quello che mi è costata, ci mancherebbe pure che fosse mode…»

«Come prego?» lo interruppe allibita.

«Perché, credevi che il tuo amico costruttore ti avrebbe rifatto tutto gratis, in cambio di qualche frustata e due seghe sul divano?» Lei lo stava guardando attraverso lo specchio dell’ascensore, con uno sguardo allucinato riflesso nell’argento fumé. «E poi,» continuò, «non voglio che qualcuno accampi diritti su di te, specialmente quello stronzo.»

«Io… io non capisco…»

«Non c’è niente da capire, Flavia. Proprio niente» disse e prese le valigie. Lei aprì la porta e lo precedette in casa. Il tempo di posare i bagagli e si ritrovò stretta tra le sue braccia, la sua bocca premuta sulle labbra, le mani a sollevarle la stoffa dell’abito per insinuare le dita nell’elastico del reggicalze, poi di lato, nelle mutandine, percorrendo il solco umido fino a entrarle dentro, mentre con la lingua le forzava le labbra.

«Cazzo, ho una voglia di scoparti che…» e le premette l’erezione contro la coscia. «Senti? Senti che voglia ho di fotterti» le biascicò sulle labbra. «Ti scopo in piedi, qui, adesso. Tiramelo fuori.»

Flavia obbedì, sbottonò e tirò giù la zip, lo prese in mano e cominciò a muovere il palmo sull’erezione, in movimenti veloci, mentre lui la tratteneva per la nuca a protrarre il bacio. La ragazza continuava a gemere dentro la sua bocca, eccitata dalle dita che si muovevano implacabili dentro di lei e dal pollice che massaggiava il bottoncino turgido con un movimento concentrico. Era già vicina all’orgasmo, spinta contro la parete.

«No, no. Non venire!» le intimò. «Voglio che tu goda con il mio cazzo piantato dentro» le ruggì, all’orecchio e le fece sollevare una coscia per riuscire a penetrarla, sostenendola sotto il ginocchio. «Ecco, così!» gorgogliò una volta entrato. «Cazzo, ma quanto sei bella? Me lo fai venire duro solo a guardarti.» Flavia stava vibrando come una corda di violino, emozionata dalle sue parole ed eccitata dalle sue spinte furiose. «Stasera, al ristorante, ti guardavano tutti. Tutti avrebbero voluto essere al mio posto, sai? Rispondi! Lo sai?»

Lei negò, scrollando il capo.

«Fai di tutto per non farti notare, Ma io ti ho visto subito… L’ho visto subito che eri una gran fica.» A Flavia non era mai importato del proprio aspetto, ma sentire all’orecchio quei complimenti osceni le procurò una tale eccitazione che venne gridando, infiammata e sconvolta, stampata contro il muro.

«Di già? Sei già venuta?» domandò compiaciuto e si lasciò cadere in ginocchio, in mezzo alle sue gambe, sollevandole una coscia sopra la propria spalla per avere un migliore accesso alla sua fessura umida. Cominciò a leccare, veloce ed esperto; si riempì la bocca di tutti i suoi umori e torturò il clitoride fino a farla capitolare un’altra volta. «E ora finisco di scoparti a letto» le annunciò sollevandosi. La prese per la mano e la trascinò in camera. «Spogliami» ordinò.

Flavia obbedì veloce; gli sfilò la giacca e tirò giù i calzoni, mentre lui si sbottonava la camicia. Quando arrivò ai boxer, non resistette, crollò ai suoi piedi e lo prese in bocca, ne aveva troppa voglia. Lo avrebbe voluto fare la prima volta che lui era venuto da lei, ma non era quello il gioco… non allora. In quel momento invece poteva assecondare la sua natura, che era quella di sottomettersi al suo uomo. Venerarlo. S’interruppe soltanto per togliersi il vestito. Era rimasta in reggiseno, calze autoreggenti e tacchi alti. Le mutandine, invece, giacevano abbandonate in mezzo al suo salotto.

“È una visione” pensò Claudio eccitatissimo. Era proprio quello che lui voleva, quello di cui aveva bisogno: una femmina disposta a concedergli il piacere, in tutte le sue forme, che gli prendesse i sensi e anche la mente. Bellissima e accomodante. Intelligente e senza tutte quelle pretese che avevano le donne del suo ambiente, vuote come zucche e più finte dei loro nasi, gonfie di richieste e silicone. Non che sua moglie fosse rifatta, anzi, ma con lei era finita ancora prima di sposarsi, lui lo sapeva. Purtroppo era già tutto programmato – stavano insieme dal liceo – programmato da anni: la cerimonia perfetta, la casa perfetta, il matrimonio perfetto… tutto finto, ma perfetto per agevolargli la carriera e concedergli la vita che aveva creduto di volere. La vita che era stata di suo padre, e di suo nonno prima di lui.

Era perfetto, perché lui non era mai stato geloso, non gli era importato che sua moglie avesse una relazione con Mister Muscolo. Lo aveva sempre saputo: gli era andato bene così e aveva potuto farsi i fatti propri e dedicarsi al suo lavoro.

Tutto perfetto finché lei non era entrata nel suo ufficio, finché non l’aveva vista sfilarsi via le mutandine di pizzo e toccarsi davanti a lui. Finché non si era reso conto che preferiva passare le sue serate a chiacchierare di libri e a masturbarsi al suono della sua voce, piuttosto che scopare per davvero.

Non poteva buttare all’aria la sua vita per una dipendente, si era detto, per una ragazzetta sfigata che giocava con gli uomini dietro una telecamera. Ma lei era diventata una donna. Una donna bellissima e sensuale… un’ossessione. La sua ossessione.

No, non poteva… o forse sì? Si era quasi deciso, aveva praticamente valutato tutto: lasciare la moglie e fermare Flavia in ufficio per dirle…

Poi sua moglie gli aveva annunciato che avrebbero avuto un bambino: aveva cercato di farsi il lavaggio del cervello per convincersi che quel figlio fosse davvero suo, che avrebbero potuto essere sul serio una famiglia perfetta, come quella in cui era nato.

Le era stato accanto, durante il parto, ma non aveva sentito quell’emozione che, ne era certo, gli altri provavano nel diventare padri, e quando aveva notato Mister Muscolo tra la folla a spiare le culle in esposizione durante l’orario visite… be’, i dubbi erano diventati certezza.

Mai aveva visto qualcosa di se stesso riflesso nel piccolo che lo teneva sveglio la notte, a cui dava il biberon e a cui spesso cambiava i pannolini. Gli voleva bene, lo stesso tipo di affetto e tenerezza che provava per i figli di sua sorella, ma per il proprio figlio avrebbe dovuto provare qualcosa di diverso, o no?

Poi Azzurra era scomparsa e lui era quasi impazzito: le aveva messo alle calcagna un investigatore svizzero che lavorava spesso per la sua ditta, era specializzato in spionaggio industriale, ma era bravissimo anche a controllare i dipendenti infedeli; aveva scoperto Domina quasi subito, ragguagliandolo anche sui particolari della vita privata, vuota e solitaria, che Flavia conduceva nella realtà.

Non ci aveva pensato neppure un attimo: l’aveva chiamata immediatamente e aveva accettato la sottomissione pur d’incontrarla e, anche se si era piegato ai suoi voleri, si era sentito libero, vivo e soddisfatto come mai gli era capitato. Tuttavia a ogni sessione desiderava sempre di più, e, anche se usciva da casa sua sempre appagato, cominciava a essere frustrato dal fatto che lei gli concedesse solo sporadici contatti, toccandolo senza farsi toccare, regalandogli il piacere mascherato da punizioni e condito con lampi di dolore.

Qualcosa, tuttavia era cambiato, circa un mese prima, quando aveva scoperto, nascosto nel cassetto del comodino di Flavia, quel laccio mai usato e aveva capito…

No, non era più riuscito a sopportare la sua vita nella famigliola felice e aveva messo la moglie alle strette: «La casa e gli alimenti! Accetta altrimenti ti pianto su un casino che te lo ricordi» aveva annunciato. La moglie aveva accettato senza fiatare, anzi lo aveva aiutato a fare le valigie. Aveva lasciato la branda calda a Mister Muscolo che si era affrettato a prendere il suo posto.

Neppure quel bacchettone di suo padre aveva trovato nulla da ridire su quella scelta: in fondo, anche lui era un medico…

E la sua scelta era proprio lì, in ginocchio in adorazione del suo membro, a fargli vibrare l’uccello e il cuore come mai gli era accaduto.

Deleterio! Distruttivo… ma che importava? Mai aveva passato un giorno tanto intenso e felice. E poi… c’era il guinzaglio.

«Continua, Flavia, non smettere… Voglio venirti in bocca» sussurrò gemendo, le dita affondate nei capelli setosi, i fianchi impegnati a mantenere il ritmo del piacere, immerso nella bocca rossa della femmina ai suoi piedi.

Claudio non le aveva permesso di rivestirsi, si erano coricati nel letto nudi; lui l’aveva presa tra le braccia, le aveva fatto appoggiare il capo nell’incavo della spalla e aveva cominciato ad accarezzarle il viso con le labbra. Si erano baciati così a lungo che era tornata anche la voglia e avevano fatto l’amore, per niente stanchi o logorati da tutto il sesso di quel giorno. Avevano fatto l’amore a lungo, così a lungo che l’orgasmo, quando alla fine era arrivato, era stato una dolorosa liberazione.

Flavia non voleva dormire, non con quella domanda che frullava in testa, così si fece coraggio e lo afferrò per il mento, svegliandolo dal dormiveglia in cui stava scivolando e sputò fuori ciò che la stava torturando: «Ma tu, che cosa vuoi?» gli chiese agitata.

«Dormire» biascicò lui in risposta.

«No, io lo devo sapere! Vuoi una sottomessa? Vuoi che ti chiami Padrone?»

«Preferisco Claudio» rispose ridendo.

«Allora, che cosa vuoi? Che cosa vuoi che sia? Una mantenuta?»

Claudio era di nuovo perfettamente sveglio; cercò le sue labbra per un bacio dolce, al buio. «Una compagna» le sussurrò sulle labbra. «Voglio una compagna. Ed è tutto ciò che per ora posso offriti.» La strinse a sé.

«Ma come può… uno come te… con una come me?»

«Piantala!»

«Che cosa posso darti, io?»

Claudio sospirò, cambiò posizione, si sollevò un po’ per chiudere un discorso che a quell’ora di notte non aveva voglia di affrontare. «Perché tu mi ami.»

«Come?»

«Perché, non è vero?»

«Io…»

«Tu, che cosa?»

«Come fai… a saperlo?» mormorò spaventata di essere stata scoperta, completamente disarmata davanti a lui.

«Come faccio a sapere che mi ami?» Le depose un bacio lieve sulla fronte e si fermò un attimo prima di spiegare. «“Perché non mi ha messo il guinzaglio, come ha fatto con gli altri?” mi sono chiesto. Poi ho trovato nel tuo cassetto un bel collare nuovo. Ho capito che era per me e non lo avevi usato.» Le accarezzò il viso, scostando una grossa ciocca che le era ricaduta sugli occhi. «Non sai che gioia, che soddisfazione! “Non le va di sottomettermi” mi sono detto. “Non le va di umiliarmi come un cane. L’unica spiegazione che si è innamorata. Anche lei mi ama” e non sono più riuscito a fare a meno di te.» Attese che Flavia parlasse, continuando ad accarezzarle il viso. «Allora? Ho sbagliato?» le domandò ancora, voleva la sua confessione.

Lei nascose il viso nel suo collo e scosse il capo. Non aveva mai detto ti amo a nessuno ed era troppo intimidita per pronunciare quelle due parole così presto.

«Allora? Me lo dici o no?»

Flavia scosse di nuovo il capo. Claudio cercò le sue labbra e le addentò forte, strappandole un grido. «Dimmelo!» le ordinò.

Flavia continuava a scrollare il capo. Le arrivò una potente sculacciata su una natica nuda.

«Continuo?» la minacciò e le diede un altro morso.

«Ti amo!» strillò.

«Bene, e adesso baciami, stronza!»

 

FINE STORIA
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