Una lucente lama di luna si insinuò nella stanza, addolcendo l’oscurità che ammantava ogni cosa. Strisciando sulle lucide mattonelle, la luce avanzò lentamente, raggiunse il letto e risalì, sfiorando il corpo snello e nudo della fanciulla che vi giaceva. Era così profondamente addormentata da apparire simile a una scultura di argento cesellato, perfetta in ogni linea e rilievo. Fu allora che Clelia si destò lentamente, come se riemergesse da un abisso diverso da quella del lago. Intuì d’istinto di essere in un posto estraneo, il che la indusse a restare immobile. Aveva freddo, ma non quello feroce di prima: era un gelo più sottile, interno, che proveniva dalle ossa. Poi, di colpo, si accorse di non essere sola.
Con cautela, rotolò su un fianco, trattenendo il respiro per non destare il giovane che le dormiva vicino. Si concesse di osservarlo senza pudore — cosa che in qualunque altra circostanza non avrebbe mai osato. La luce lunare ne rischiarava il volto, mettendone in evidenza i tratti marcati, le linee decise di una fisionomia che doveva incarnare, per molte donne, un ideale virile. Bello, pensò, ma il termine le parve subito insufficiente, quasi improprio. Non lo percepiva come un eroe. Non ancora. Piuttosto come una presenza concreta, ingombrante, reale.
I ricordi riaffioravano a frammenti, disordinati, come schegge di vetro: il calore improvviso dopo il gelo, mani ferme ma sbrigative, il peso dei vestiti bagnati che le venivano sfilati senza tante cerimonie. Aveva capito a malapena di trovarsi in una stanza, di essere stata adagiata su un letto, mentre il suo corpo — rigido, inerte — non le obbediva. Ricordava l’asciugamano ruvido sulla pelle, il fuoco che riprendeva vita nel camino, l’odore acre del brandy e la voce di lui che le intimava di bere. Aveva ubbidito senza replicare. Non per docilità, ma perché non ne aveva la forza. Il tremito non aveva cessato di scuoterla, ostinato, umiliante. Ricordava anche l’imprecazione soffocata, il fruscio degli abiti di lui che cadevano a terra, il letto che si abbassava sotto un altro peso. Poi il calore — non gentile, non misurato — di un corpo che la stringeva con decisione, come si trattiene qualcuno che potrebbe ancora scivolare via.
Clelia non si era opposta. Non avrebbe potuto. Ma non aveva nemmeno provato timore. Era intrappolata in una sorta di dormiveglia vigile, cosciente quanto bastava per comprendere che quel contatto non era un gesto di seduzione, bensì di necessità.
E ora, sveglia, avvertiva qualcosa di più disturbante: una confusione sottile tra gratitudine, disagio e un desiderio repentino, anomalo, impulso del corpo prima ancora che della mente. Non seppe dire se dipendesse dal brandy, dal calore insidioso di lui, o se a suscitarlo fosse stato l’istinto.
Quel pensiero la irritò, ammise.
Non è questo, si disse. Non così. E alla fine le era bastato stare così vicini, muscoli d’acciaio contro la propria nudità, i seni premuti a un torace che aveva la stessa durezza di… di un’altra parte anatomica che sembrava reattiva anche durante il sonno. Ciò che le serpeggiava nei sensi non aveva nulla a che fare con il gesto da buon samaritano di lui.
Mentire a se stessa non era una sua consuetudine: era consapevole, eccome, del maschio vigore dell’uomo.
Né c’era spazio per il pudore, o la vergogna, connesse a qualcosa che, lo ammetteva, andava ben oltre il lecito. Nell’erompere di un crescendo di sensazioni che si espandevano nel suo intimo come cerchi sull’acqua, dilatando il turbamento spiazzante che la pervadeva, era prevalsa soltanto l’esigenza primordiale di darsi a lui, di spingersi al di là dei limiti che si era imposta.
La spossatezza aveva infine avuto la meglio su quel singolare stato di eccitazione dovuto forse allo shock, e aveva dormito un po’. Ma ora era desta e quell’attrazione inspiegabile che certo non dipendeva dalla riconoscenza, non era affatto scemata.
Era stupita perché lo sconosciuto era senz’altro uno degli inseguitori del Venus. Eppure aveva messo a repentaglio la sua incolumità per quella che reputava una ladruncola. Non lo era e non avrebbe sottratto un solo spillo a chicchessia. Campava alla giornata, lavandosi con la pioggia che raccoglieva in un barile, utilizzando quell’acqua per il bucato. Come poteva lui immaginare che Clelia vivesse imboscata in una villa in rovina, indossando roba smessa da altre donne? Era un tipo coraggioso, uno di quei rari individui che non riescono a ignorare le disgrazie altrui quando ci si imbattono: si sarebbe tuffato anche per ripescare un cane randagio, non c’erano dubbi.
Gli era realmente grata per come si era prodigato, miserabile o no che fosse, per soccorrerla.
L’altra sconcertante constatazione era che, incredibilmente, non avvertiva l’invincibile ribrezzo che la sopraffaceva in presenza di un uomo adulto, così incontrollabile da renderla come inebetita e incapace di difendersi.
Le ballerine più impudenti del Venus accennavano ridendo ai piaceri dell’alcova, ma quell’esperienza per lei era stata un sopruso. un atto bestiale e degradante: ne era stata lacerata fino all’anima e la ferita era ancora aperta. Ma per il suo salvatore il suo disgusto non era sopravvenuto. Quelle braccia avevano acuito il bisogno di poterle sentire sempre intorno a lei, se solo fosse stato possibile.
Clelia restò a lungo immobile.
Ascoltò quieta e rilassata il respiro regolare dell’uomo disteso al suo fianco. Il calore che sprigionava la teneva ancorata alla realtà più di qualsiasi pensiero. Avvertiva ancora il gelo sotto la pelle, ma non tremava più. Erano entrambi nudi e non ne era scandalizzata. Le parve tutto piuttosto naturale come prosecuzione di ciò che era accaduto: prima il lago, poi il freddo, infine quel calore confortante, meraviglioso, imposto quasi con brutalità.
Fu allora che lui si svegliò.
Non di scatto, ma con la stessa lentezza vigile provata da Clelia poc’anzi. I loro sguardi si incontrarono nel chiarore lunare, senza sorpresa. Soltanto una breve esitazione, come se ambedue stessero valutando il passo successivo, l’evolversi della strana situazione in cui erano venuti a trovarsi.
«Stai meglio?» le chiese a bassa voce, scrutandola attraverso le palpebre socchiuse, ancora insonnolite.
Clelia annuì. Avrebbe potuto ringraziarlo, avrebbe dovuto farlo. Invece disse: «Sì.» Una parola semplice, ma piena di una cognizione nuova.
Lui non si mosse subito. Le lasciò il tempo di allontanarsi, di coprirsi, di negarsi e respingerlo.
Fu Clelia, invece, a colmare la distanza. Un tocco lieve… la mano che cercava il suo petto, ma deliberato.
Non era uno slancio di tenerezza. Era l’esigenza fisica di sentire che il corpo le apparteneva ancora, che non era stata solo travolta dagli eventi, salvata, spogliata, riscaldata.
Voleva scegliere almeno una cosa.
La osservò per alcuni minuti, come per essere sicuro di non fraintendere. Poi la baciò, senza impeto, quasi con cautela, lasciandole il tempo di tirarsi indietro, di rifiutarlo.
Clelia non lo fece. Il corpo reagiva prima della mente, più fulmineo, mosso dalla concitazione dei sensi: avvertì il cambiamento prima ancora che scattasse qualcosa che annullò la ragione. Non fu un gesto, né una parola: fu una tensione differente, come quando incombe un non so che di incontrollato e il silenzio si fa d’improvviso più denso di significati. Il respiro dell’uomo, fino a quel momento regolare, mutò appena. Un’alterazione minima, eppure sufficiente a farle pulsare il sangue. Il calore che emanava non era più solo quello utile a scacciare il gelo; ora pareva avvilupparla, indugiare, farsi consapevole. Sentiva il suo corpo rispondere con un languore inatteso, una vibrazione sottile che non aveva nulla di romantico e tutto di fisico. Le pulsava sotto la pelle, insistente, un richiamo muto ma così potente da annichilirla.
Accolse il peso del suo braccio, la solidità del torace al quale era premuta, il lento scivolare del respiro che le sfiorava i capelli. Ogni contatto, fino a poco prima neutro, si caricava ora di una evoluzione insinuante e irresistibile.
Non pensò al lago, né alla fuga, né al domani. Pensò che stava per succedere qualcosa che non avrebbe potuto fermare. E, con una perspicacia che la sorprese, riconobbe che non le faceva paura. Fu allora che si mosse.
Di poco ma abbastanza da dichiarare la propria presenza, il proprio consenso. Abbastanza da dire sono qui — prima ancora di dire voglio.
Dopo quel primo bacio si ritrasse, forse per darle il modo di sottrarsi. Forse lui stesso era spiazzato, come se avesse già intuito che stava per varcare una soglia che non aveva previsto.
Clelia protese il viso e lo guardò soltanto, e nei suoi occhi era affiorata l’espressione lucida che riservava alle cose importanti.
Si baciarono ancora, desiderosi di scoprirsi, di esplorarsi, senza fretta. Le bocche si cercarono, esitanti, incerte, quasi stessero verificando un’ipotesi inespressa. Non c’era impeto, né brama. Solo stupore.
Fu Clelia a interromperlo per prima, con un leggero scarto del capo. Restò vicina, però, abbastanza da sentire ancora il respiro di lui.
«Non dovremmo farlo» disse piano, ma non era un rimprovero.
Lui non si giustificò. «Lo so.»
Per alcuni istanti nessuno dei due azzardo un’iniziativa. Poi lei abbassò lo sguardo, come se avesse appena preso nota di qualcosa che le sarebbe tornata utile più tardi. Quei baci non promettevano niente, non un futuro, non un rapporto che il tempo avrebbe consolidato, eppure erano essenziali.
Quando si unirono, non ci fu dolcezza studiata né assicurazioni implicite. Soltanto un’urgenza tacita, due corpi che volevano conferma di essere vivi. Clelia si abbandonò al ritmo dolce delle sue spinte, al calore che tornava a diffondersi, il respiro che finalmente le apparteneva.
Non si angustiò per l’indomani. Né pensò a ciò che quell’uomo rappresentava. In quel momento le bastava sapere che non stava subendo nulla. Che, per una volta, era lei a decidere. E si chiese ancora se poteva la sola gratitudine giustificare un tale desiderio nei confronti di un uomo di cui ignorava il nome… Restò un interrogativo senza risposta.
Generalmente lei non voleva avere a che fare con gli uomini: li temeva al punto da non abbassare mai la guardia. Ma lui era tutta un’altra cosa, ne fu certa, anche se non avrebbe potuto dire con quale misteriosa malia riuscisse a farla sentire così viva, così partecipe. Cosa aveva di tanto speciale da abbattere ogni sua riserva?
Perché le doleva qualcosa dentro alla prospettiva di non vederlo più?
Mentre l’alba stingeva l’orizzonte di rosa nell’annuncio di un sereno mattino, si scoprì a desiderare che il tempo potesse fermarsi, cristallizzandosi in un cammeo da riporre nella memoria come una reliquia miracolosa.
Il traumatico evento vissuto insieme costituiva un assaggio di quello che il destino le aveva sottratto in termini di felicità. Il sospetto che in lei fosse latente un’indole licenziosa non le parve così improbabile: era in un letto nuda come Eva nell’Eden, si era offerta a un amante come una sgualdrina e, più che imbarazzo, era del tutto a proprio agio. La trafisse a tradimento il dolore dell’addio che si approssimava con l’incalzare del giorno, sfociando in un desolante senso di smarrimento che la disorientò: era nella normalità delle cose lasciare quella casa e tornare allo squallore quotidiano.
Dovette confessare a se stessa che, potendolo, le sarebbe piaciuto immensamente restare dov’era.
Attenta, Clelia, la ammonì la voce interiore che l’aveva guidata da quando viveva così allo sbaraglio. Stai lasciando spazio ai sogni, e i sogni presentano sempre il conto.
“Se sogno, mi faccio del male da me stessa…”
Si impose di soffocarli sul nascere, quegli allettanti pensieri, cancellandoli per il proprio bene. Cullarsene significava infliggersi una delusione cocente, vana, corrosiva. Sarebbe stato diverso, forse, se fosse stata un’altra ragazza. Se non avesse dovuto portare addosso il fardello di ciò che la vita le aveva sottratto troppo presto. Non si illudeva: certe cicatrici non sparivano, e il mondo non faceva sconti a chi le recava invisibili. Tra quelle macerie, una sola cosa restava intatta: la sua autonomia. Il non dover dipendere da nessuno, anche a costo di sopportare un presente grigio e faticoso.
Anelare una famiglia, un uomo che le stesse accanto, non era debolezza. Era solo qualcosa che aveva imparato a non concedersi. Non perché non ne fosse degna, ma perché non poteva permettersi di sperare. Crogiolarsi in aspettative irrealizzabili equivaleva a procurarsi sofferenze deleterie. Era stata emarginata da circostanze inique e molto ingiuste, defraudandola oltre le aspirazioni di chi aveva la sua età: un danno irreversibile aveva tarpato le ali a qualunque sua velleità di essere felice, condividendola con un compagno innamorato. Qualcuno che l’aiutasse a superare lo schifo e la ripugnanza di un abuso sessuale di cui Clelia invano tentava di seppellire il ricordo. Il solo patrimonio di cui disponeva erano l’onestà e una condotta irreprensibile, entrambe difese con le unghie e i denti. Lei, che mai si permetteva di giudicare gli altri, compativa le prostitute perché il peccato di non avere alcuna considerazione di se stesse era imperdonabile. Come loro, avrebbe potuto barattare il proprio corpo, ricavandone denaro e un’esistenza con meno rinunce. Era abbastanza graziosa e vedeva il desiderio negli sguardi degli uomini che a volte le facevano proposte mercenarie. Le rifiutava risoluta e avrebbe continuato a farlo. La sua integrità morale non era in vendita e mai lo sarebbe stata, perciò nessuna somma poteva indurla a transigere su principi che riteneva imprescindibili, barattando quel genere di favori per venalità.
Naturalmente era del tutto inattuabile voler rivedere l’uomo che le riposava accanto, ma si lasciò tentare e immaginò come avrebbe potuto essere vivere insieme. Lo struggimento per qualcosa che non era fattibile fu immediato e le inumidì gli occhi.
Ambire a ciò che non poteva essere era da sciocca romantica.
Come prevedere, del resto, che un incontro casuale sfociasse in qualcosa di così coinvolgente? Fino alla sera prima non le interessava affatto avere rapporti di natura intima. La spaventavano anzi, per la violenza insita nella carnalità. E tuttavia a un tratto i sensi si erano fatti ricettivi, e il cuore, indurito dalle prove del passato, palpitava e si schiudeva come un fiore che sboccia ai raggi del sole.
Era riluttante al pensiero del distacco imminente, il che era quanto meno insensato. Dopotutto era un estraneo, come estraneo le era il resto del mondo. Solo che se il mondo le era indifferente, lui non lo era più. Le ciarliere sigaraie del cafè chantant sostenevano che ci si può innamorare a prima vista… Davvero poteva succedere?
E da cosa era generato il subbuglio emotivo che perdurava in lei?
Clelia si esortò a calmarsi.
QQQualsiasi sentimento stesse germogliando, era destinato a diventare fonte di frustrazione e andava soffocato.
Brevemente fremette per qualcosa che somigliava all’astio nei confronti di lui. Astio per ciò che involontariamente aveva fatto scaturire, senza neppure supporlo. La sua era un’intrusione che sgretolava la presunzione di poter vivere solamente in funzione di sé.
I suoi occhi indugiarono sui fianchi esigui dell’uomo, risalirono al torace piatto e alle spalle squadrate, fermandosi sul viso. I capelli erano un intrico di riccioli, neri come le ciglia folte che disegnavano spicchi a mezzaluna sugli zigomi pronunciati. Le mascelle, scarne e volitive, accentuavano la mascolina prestanza di quella faccia da angelo sceso tra i comuni mortali. Il mento scurito dalla barba era deciso, la bocca carnosa invogliava ai baci. Baci sensuali, insistenti, caldi, erotico prologo di un repertorio di delizie proibite su cui la mente di una giovane donna perbene non era autorizzata a indugiare.
Trasalì, arrossendo, allorché, quasi fosse conscio che Clelia lo fissava, lui sollevò le palpebre. Mortificata per essere stata colta a scrutarlo con sfacciata impudenza, avrebbe voluto sparire dalla sua visuale e si accinse a giustificarsi con una scusa plausibile. Non ne ebbe il tempo: puntellandosi sul gomito l’uomo si protese e la baciò.
Lei avvertì lo stomaco contrarsi e una specie di scossa elettrica la scosse, dando concretezza alle sue fantasie.
Solo che la realtà era molto, molto meglio.
«Come ti senti?» le disse quando, dopo un lungo intermezzo di baci, si separo da lei. La parentesi di intimità lo aveva messo di buonumore e un pigro sorriso gli stirava le labbra, mostrando la dentatura sana e provocando a Clelia un ulteriore, bollente brivido sotto pelle.
«Be… bene» balbettò. «Vi devo la vita» aggiunse in un soffio.
«Saresti affogata miseramente come un gattino che in acqua non sa cavarsela» convenne, Appariva estasiato dai suoi seni quasi interamente esposti al suo sguardo. «Ti ho ripescata in extremis, com’era mio dovere fare. A proposito, mi rendo conto di non sapere nemmeno come ti chiami.»
«Clelia. Clelia Melchiorri… e voi?»
«Pietro Valenti, ufficiale di cavalleria del regio esercito, per servirti, bella donzella.»
«Pietro, un bel nome.» E anche lui era bello, se era per quello. Ricordò a un tratto di averlo intravisto di sfuggita per i festeggiamenti di fine anno: in compagnia di un allegro gruppo di militari, era entrato al Venus per partecipare al veglione di San Silvestro.
«Te la sei vista brutta, ieri notte» lui fece una smorfia eloquente.
«Finire in carcere per le malefatte di un altro sarebbe stato spiacevole.»
«Oltre che ingiusto. Per coincidenza ho assistito alla scena, e se Zara ha recuperato il portafogli lo deve a te che hai rincorso il vero borsaiolo.»
«Gli astanti hanno immediatamente creduto che l’avessi rubato io.»
«Be’, non offenderti, ma non susciti l’impressione di essere un’integerrima gentildonna, con quegli abiti che…» Pietro si interruppe per l’aria mortificata di lei. Era stato villano e poco sensibile a dirle quelle parole. Povertà non era sinonimo di disonestà.
«Non mi offendo, sono vestiti fin troppo usati ma puliti» Clelia si tirò il lenzuolo sul petto. «Quel furfante era tirato a lucido come un damerino ed era scontato dedurre che la ladra fosse la sottoscritta.»
«Perdonami, non era mia intenzione denigrarti.»
«Non c’è nulla da perdonare. Capisco da me che si è inclini a etichettarmi al peggio: si giudica l’apparenza piuttosto che la sostanza.»
«La scarsa lungimiranza del prossimo è da riprovevole, Clelia. Su, girati. Mi alzo e vorrei evitare di scandalizzarti.» A dire la verità, l’aveva messa a letto senza problemi, addormentandosi di botto, ma era l’indomani e ritrovarsi a così stretto contatto con l’eccitante nudità di lei stava producendo effetti fisici evidenti, e non era così stoico da resistere a non insidiarne la virtù.
Ammesso e non concesso che lo fosse, virtuosa. Non era stato il primo per lei… non che facesse differenza, ma non poteva garantire neppure a se stesso di riuscire a tenere le mani lontane da quei seni sodi, la cui pressione sulla schiena e sul petto, nel corso della notte, aveva prodotto sogni contraddistinti da visioni lubriche. Poteva essere una vagabonda, o qualcosa di simile, ma era fragrante di giovinezza e anche bellissima… e lui non era un eunuco.
«Ve l’ho già detto, ma vi sono infinitamente grata di… di tutto lo sapete, vero?» Ripeté Clelia.
«La tua gratitudine me l’hai dimostrata e potrei pretendere un supplemento, Ho una voglia matta di baciarti ancora e temo che ciò sarebbe assolutamente sbagliato. Per cui mi sbrigo a rivestirmi evitando di cedere alla voglia di ricominciare con te, e poi ti accompagno dove abiti. Sei nel mio quartierino da scapolo, e quando non c’è la brava donna che viene a riordinare le stanze a giorni alterni, devo arrangiarmi da me. Ma preparo pure la colazione. Presumo che tu sia affamata quanto lo sono io…» Pietro tacque e sorrise notando che era paonazza. Clelia annuì e gli regalò un sorriso breve e luminoso, che le scavò due fossette sulle gote colorate dall’imbarazzo. «Su, gira la testa… e non sbirciare, eh?»
Lei obbedì.
Lui salto fuori dal letto e si infilò i calzoni prima di dirigersi alla stanza da bagno per una rapida lavata.
La notte precedente si era tolto anche la biancheria, nell’ansia di dare aiuto alla ragazza…
Era appena giunto al Venus quando si era verificato il furto ai danni di Zara. Clelia gli era sfrecciata sotto il naso come una saetta e, più che altro per bloccarne la fuga, si era unito ai facinorosi lanciatisi sulle sue tracce, pronti a dare una lezione esemplare a quella che credevano fosse una zingara. Pietro voleva sottrarla a eventuali ritorsioni. Gli inseguitori erano scoppiati a ridere divertiti nel capire che correva nella direzione del lago, e che ci sarebbe caduta dentro. Da vigliacchi, desistendo dal braccarla, l’avevano abbandonata alla sua sorte. Ma lui si sarebbe sentito rimordere la coscienza vita natural durante per una viltà del genere, e si era tuffato. La fortuna l’aveva aiutato: era finito in acqua a un metro dalla lei e vedendola sparire sotto la superficie si era immerso senza esitare, afferrandola prima che si inabissasse e quel tutto accidentale finisse male.
Invece ce la siamo cavata tutti e due, si disse indossando la camicia. Si riordinò i capelli e, recuperata la vestaglia, tornò sui suoi passi per portarla alla ragazza.
«Metti questa, Clelia, l’aria è frizzante e di freddo ne hai preso a sufficienza con la nuotata fuori ordinanza di stanotte» la sollecitò in tono blando, gli occhi incollati su di lei. «Inoltre sei una tentazione che mette a dura prova la mia volontà, ma farò un fioretto e resisterò… Capisco che non hai smaltito i postumi dell’incidente notturno, compresa la paura, vero?»
«Credo che gli incubi mi tormenteranno a lungo, sì.»
«È legittimo, allorché si guarda la morte in faccia.»
«In che senso… sono una tentazione?» Lo interrogò lei.
Clelia gli sgranò in faccia i suoi occhi chiari, limpidi e ostinati, come se cercasse un varco nella sua mente. Lo fissava senza timore, eppure con una curiosità che lo disarmò.
Pietro provò a reggere lo sguardo di lei, a trovarvi una spiegazione, ma vi lesse solo un invito muto, pericoloso.
«Sei consapevole di ciò che stai facendo?» mormorò, la voce più bassa del previsto.
Lei inclinò appena il capo. «Dovrei esserlo?»
Un sorriso appena accennato gli sfiorò le labbra. «Davanti a te c’è un uomo. E tu…» si interruppe, lasciando la frase sospesa.
Il lenzuolo le scivolava addosso come una fragile barriera, insufficiente di nascondere ciò che si offriva alla sua attenzione.
«Ragazzina, non so se ti hanno erudito circa i fatti della vita, ma chi ti sta di fronte è un uomo di sani appetititi e tu sei una vera provocazione!
«Io?»
«Puoi anche scommetterci!»
Lei mascherò gli occhi abbassando le ciglia.
«Comunque, la galanteria per il gentil sesso è doverosa. Salvo arrendermi alle lusinghe femminili, quando ne incrocio qualcuna che voglia condividere con me qualche ora svago.»
«Chiedo scusa!» Lei cercò di coprirsi meglio, riluttante a lasciare quel letto e il suo proprietario. I lunghi capelli castani, in un disordine terribile, erano sciolti sul cuscino come lucide onde di seta. «Me ne andrò appena mi sarò resa presentabile, signore.»
«Aboliamo le formalità e chiamami Pietro. E non c’è tutta questa urgenza, ci mancherebbe. Sei ancora estremamente provata, prenditela comoda.»
«Posso andare in bagno?»
«Naturalmente. Troverai tutto quello che ti serve per le abluzioni.»
Quando Clelia ne riemerse, si sentiva tale e quale una principessa. Dal rubinetto scendeva acqua, e sebbene fosse a malapena tiepida, si era insaponata anche la testa, sciacquando la chioma finché stare bagnata non si era fatto fastidioso. Le brontolò lo stomaco annusando l’aroma di caffè e di uova fritte e di chissà che altra leccornia. Pietro aveva apparecchiato un angolo del tavolo di cucina, e sul desco c’erano biscotti, pane, marmellata, burro, frutta di stagione. Si costrinse a non avventarsi sul cibo.
«Dove abiti?» s’informò lui tra un boccone e l’altro, passandola in rassegna con i penetranti occhi blu che, tutt’altro che intenzionalmente, rimescolava il sangue della compagna di colazione. «La tua famiglia sarà preoccupata che non sei rientrata a casa ieri sera. Dimmi, tuo padre ti consente di andartene a zonzo di notte?»
Lei fissò la fetta di pane imburrata perché sostenere il suo sguardo e mentire non era per nulla facile. Si finse impegnata a spalmare la confettura di mirtilli. «Sono orfana e devo rendere conto solamente a me stessa delle mie azioni» rispose con voce forzatamente calma. «L’unica distrazione che mi concedo sono gli spettacoli del Venus: mi fanno impazzire.»
«Capisco.» Pietro ponderò quanto aveva appreso, sorseggiando il caffè. La bellezza di quella ragazza dei bassifondi lo turbava, ed era un vero peccato che non avesse le carte in regola per aspirare anche solo a un discreto matrimonio. Lo guardava come se lui fosse diventato il suo idolo e, prima che potesse impedirselo, si affrettò a dirle in tono serio: «Clelia, il nostro è un incontro senza domani, lo sai, suppongo. Vorrei poterti dare di più, ma una frequentazione tra noi è impensabile. Ferirti alimentando false speranze su noi due è realmente l’ultima delle mie intenzioni, te lo assicuro.»
«Non vi ho chiesto nulla.»
«Vero, ma sono uno che odia i malintesi… Afferri ciò che cerco di farti comprendere?» insistette, annaspando alla ricerca di parole che non la umiliassero. Per come si erano svolte le cose, era costretto a dissipare qualunque equivoco riguardo a un loro improbabile idillio romantico.
«Certo, e apprezzo la sincerità.»
«Sono schietto di carattere, ma vorrei darti una mano, in ogni caso.»
«Sì? E cosa avreste in mente?»
«Quando sei pronta ti accompagno da un amico giudice, una brava persona e ottimo padre di famiglia, e ti affiderò a lui. Ha una sorella che è badessa in un convento e sono sicuro che sarà lieta di accoglierti tra le sue educande. Non per farti suora» volle precisare lui, davanti allo sgomento di Clelia. «Per acquisire un minimo di istruzione che ti dia l’opportunità, tra qualche anno, di trovare un impiego decoroso.»
«Io so leggere e scrivere! Sono stata a scuola dalle Orsoline e ho ricevuto i dovuti insegnamenti, per cui...»
«Ampliare gli studi sarà un vantaggio» la interruppe Pietro. «Sei giovane e hai il diritto di pretendere qualcosa in più dall’esistenza, così da riscattarti socialmente. Raccomanderò che ti venga riservato un trattamento di riguardo, e sosterrò le spese della retta. Sono persuaso che non ti sentirai spaesata e che ti ambienterai subito. È un collegio per fanciulle altolocate.»
«Sul serio fareste questo per me?» Lei dissimulò la delusione dietro un sorriso stentato che non le illuminò gli occhi. «Siete molto generoso.»
«Figurati, non mi costa niente fare in modo che tu sia in buone mani.»
«Allora mi sbrigo e vi seguo senza eccepire oltre» si arrese, alzandosi con una mossa sinuosa del busto che fece deglutire l’uomo seduto all’altro capo del tavolo, e il cui sguardo sembrava calamitato dal turgore dei seni.
«Non c’è nessuna urgenza» ribatté lui. «I tuoi indumenti si sono asciugati e li puoi recuperare nella mia camera. Li ho disposti su una sedia.»
«Pietro…»
«Sì?»
«Vi sono infinitamente grata per… ogni vostra cortesia, lo sapete, vero?»
«Fila a vestirti, ragazzina, perché ho una voglia matta di baciarti ancora e credo che farlo sarebbe assolutamente deprecabile.»
Lei gli indirizzò un breve, splendido sorriso che fece riapparire le due deliziose fossette, poi si eclissò rapida.
Rimasto solo, Pietro si ritrovò a rimuginare su una soluzione che, dovette ammetterlo, lo convinceva poco. Tenerla con sé era una scelta da scartare. Il pied-à-terre era un rifugio maschile che non aveva mai preteso di essere rispettabile, ma era scapolo e gli andava bene così.
Quanto a risolvere le difficoltà di Clelia, il convento gli parve l’unica alternativa valida, la più semplice, la più corretta. Una risposta che sapeva già non essere quella giusta. Lei non era fatta per essere custodita tra mura un po’ oppressive, però il convitto era la sistemazione più idonea per un’orfana priva di mezzi che voleva, doveva aiutare, in una maniera o nell’altra. Non riusciva a concepire di voltarle le spalle. Riflettendo sul da farsi, si accorse di colpo che il tempo passava senza che lei rispuntasse.
Ma quanto tempo ci metteva a rivestirsi, si chiese a un tratto, perplesso per la prolungata assenza. Benché gli scocciasse farle premura, si risolse ad andare a vedere come mai tardasse a ricomparire. Fu così che si accorse, costernato, che era fuggita La finestra della camera era ancora aperta, dopo essersi calata lungo il tubo della grondaia, segnato dalle impronte umide delle sue mani. L’aria gelida gli si infilò sotto la camicia facendolo rabbrividire. Dileguarsi in quel modo così spericolato gli fece digrignare i denti. L’alloggio era situato al secondo piano di una palazzina, e se fosse precipitata giù se ne sarebbe sentito responsabile.
Chissà dove si era diretta, la sventata… Aveva sbagliato tattica, con Clelia, ammise, richiudendo i vetri con un gesto secco. Si passò una mano tra i capelli. Incosciente, pensò ancora.
Ma senza convinzione. L’approccio per sistemarla in convento era stato un passo falso, questo era certo. Non si poteva trattenere una creatura ribelle come Clelia, non senza spezzare qualcosa in lei. Se ne rendeva conto solo ora, con un ritardo che lo irritava.
Si accese un sigaro, domandandosi perché la casa, d’improvviso, gli sembrasse più vuota. Era assurdo: la conosceva da una manciata di ore. Non era il genere di uomo che si lasciava influenzare così da una donna che si era data alla fuga.
Eppure…
Si ripromise di ritrovarla ovunque fosse andata. Non concepiva neppure il pensiero di fallire lo scopo.
Dannazione, la conosceva da una manciata di ore, non era possibile che la sua fosse nostalgia. Oppure sì?
Ebbene, l’avrebbe rintracciata.
Non per dovere. Non per pietà.
Perché l’idea di lasciarla svanire così, senza sapere dove fosse finita, gli risultava, inspiegabilmente, intollerabile.
***
Clelia si allontanò ad andatura veloci, come aveva già deciso. Si era infilata un paio di brache di Pietro trovate nell’armadio. La sua sottana rattoppata giaceva sul fondo al lago, ma i calzoni sopperivano egregiamente, dopo aver arrotolato più volte l’orlo.
Il corpo aveva esitato, prima di calarsi dalla grondaia, tradendola per una frazione di secondo.
Non era nostalgia, si disse. Né rimpianto. Era soltanto il calore che ancora le indugiava addosso, una sensazione fisica che si sarebbe dissolta con il freddo del mattino. Mentre si stringeva nello scialle, avvertì qualcosa di inatteso. Non la voglia di restare, né il rimpianto per essersene andata, ma la sorpresa, quasi sgradevole per quanto era nuova, di non sentirsi sminuita per essersi concessa.
Non provava vergogna.
O quell’ombra di disagio che aveva imparato ad associare a ogni intimità oltre il consentito. Non aveva commesso peccati che reclamassero espiazione, né le pesava sulla coscienza un qualche ingombrante rimorso. Semplicemente era lei, ancora padrona di sé, come se nulla le fosse stato sottratto.
Quella considerazione la fece irrigidire. Clelia diffidava delle sensazioni che non sapeva catalogare. Erano proprio loro, lo sapeva, a insinuarsi con maggiore insistenza, a crucciarla.
Non attribuire loro un significato che non possiedono, si impose, rifugiandosi nel buonsenso che l’aveva sempre guidata. Ma quella calma, per la prima volta, le parve meno solida del consueto. È solo un’eccezione. Uno sfogo fisico generato dagli istinti. Ma scappando via da lui, con il cuore che batteva ancora troppo forte, una domanda le attraversò la mente…
E se non fosse stato solo questo? La scacciò subito, come si fa con un pensiero che inquieta. Il dubbio però restò, ostinato come una scheggia sotto la pelle che duole. Non faceva ancora male. Ma capì, con un fastidio che non seppe spiegarsi, che prima o poi avrebbe dovuto estrarla.


