UN ANGELO PER ME - Capitolo 4 di 8

Mariangela Camocardi


 Andrea aveva avuto subito la certezza che Lisa era l’altra metà del suo cielo. Aveva collezionato le riviste su cui appariva lei, romanticamente invaghito di quella diva della carta patinata dai capelli rossi e le efelidi sul nasino all’insù. Méškéso l’aveva soprannominata inizialmente lui, che per i suoi amici Cheyenne significava coccinella. Poi era diventata una vera e propria ossessione e quella che aveva creduto una banale infatuazione si era rivelata qualcosa di più profondo e destabilizzante. La stupida sbavava però per Ferrero, che le aveva preferito una melensa fidanzata, per altro del tutto consona a un buono a niente stratosferico come lui.

  Da una parte Andrea avrebbe dovuto ringraziare quel figlio di puttana per essersi tolto dai piedi. Era così onesto da riconoscere che gli aveva fatto un favore incommensurabile a spostare l’interesse altrove con provvidenziale tempismo. In contrapposizione, lui si arrovellava per escogitare un metodo efficace per strappare l’ingombrante individuo dalla testa di Lisa. Se fosse riuscito a convincerla che sposarsi con Andrea Ruffini rappresentava una superba ripicca, forse stavolta quella testarda avrebbe finalmente preso in considerazione la sua opportuna proposta di matrimonio.  

  «Che diavolo stai rimuginando, Andrea?»

  «Quisquiglie che ti annoierebbero.»

  «Perché non lasci stabilire a me cosa mi annoia e cosa no?» insistette lei, sorseggiando il caffè bollente  che lui le aveva servito insieme ai croissant caldi di forno della prima colazione. «La tua espressione mi fa accapponare la pelle. Qualcosa non va?»

  «Voglio che mi sposi, Méškéso.»  

  «Mi tirerai scema con i tuoi termini astrusi.» 

  «Vorrei tirarti scema per ben altri motivi, Lisa, soprattutto facendolo da marito legittimo.»

  «Stai scherzando, vero? »

«Tutt’altro.» Andrea si addossò allo schienale, gli occhi che indugiavano  sul seno prosperoso di lei. Si era messa una sua vecchia t-shirt ed era una visione conturbante, un sogno che poteva far ammattire un uomo. «Mi è piaciuto averti stanotte, anche se ti avrei volentieri dato un paio di sberle a un certo punto, e spiegartene il motivo è superfluo.»

  «Perché non lo hai fatto, allora?»

  «Non servono i ceffoni per sradicare quel pezzo di imbecille dalla tua ottusa mente. Quando ti capaciterai che il paparazzo non vale l’unghia del tuo mignolo?»

  «Sei un esperto di cuori infranti, eh?» Il tono di lei era beffardo.

  «Sposami, Lisa, e avrai la tua vendetta su un piatto d’argento.»

  «Mi sposi anche se amo lui? È assurdo!»

  «Per me no.»

  Lo guardò disorientata. «Ti comprendo sempre meno.»

  «Sono un uomo abituato a ottenere tutto quello che voglio e per avere te sono disposto a pagare qualunque prezzo.»

  «Sei pazzo!»

  «Di te, indubbiamente. Sono anche convinto che un giorno mi amerai più di quanto possa mai amarti io.»

  «In definitiva dovrei diventare tua moglie per pura ritorsione.»

   «E non è una buona ragione?»

  «Grazie, no! Non con te, Andrea.»

  «Eppure non hai esitato a venire a letto con me, e quel che più conta, non  sei sembrata affatto indifferente al sottoscritto.» 

  «Un momento di debolezza non significa nulla» replicò freddamente lei, dirigendosi verso la camera con la manifesta intenzione di recuperare i vestiti e un aspetto decente. Ne riemerse dopo soli dieci minuti.  

  «Puoi chiamare un taxi, per favore?»

  «Ti riaccompagno io» si offrì lui in tono amaro. 

  «Tra noi finisce qui, Andrea.»

  «Sei sicura di non pentirti della tua impulsività?»

   «Sicurissima, e ti sarei grata se evitassi di opprimermi ulteriormente  corteggiando una donna che non ti vuole.»

  «Sai essere veramente cattiva, Lisa, e ti accanisci con il tipo sbagliato. È a quello stronzo che dovresti sbattere sul muso il tuo livore. Comunque, se è davvero quello che vuoi, accomodati: non posso costringerti a stare con me a ogni costo. Ricorda soltanto che a volte siamo noi stessi a infliggerci sconfitte camuffate da vittorie. Tu credi di avermi liquidato ma…»

   «Addio!» lo interruppe con spicca premura lei.

  «Sei un’autolesionista all’ennesima potenza, Lisa.»  

  «Anche tu, temo» ritorse sferzante, puntando risoluta alla porta. Poi  l’aprì e con sublime soddisfazione gliela sbatté in faccia.