Erano passati tre giorni da quando Ivy aveva varcato per la prima volta la soglia di quella palestra di Camden Town, e ora, con il borsone in spalla e un battito di cuore che accelerava a ogni passo, si ritrovò di fronte alla stessa porta.
Lo scampanellio lieve sopra la testa riecheggiò mentre alle sue spalle il vicolo si illuminava assieme ai lampioni che si accendevano, e lei respirando a fondo, cercò di domare quell’onda di emozioni che le travolgeva il petto.
L’interno della palestra, spoglio e crudo, la accolse come un mondo a parte, tutto maschile.
L’odore di cuoio e sudore, mescolato a una punta di disinfettante, si posò su di lei, carico di storie antiche e nuovi inizi. Le luci soffuse gettavano lunghe ombre sui sacchi appesi e sulle corde slabbrate dei ring, creando un’atmosfera intima e per nulla mondana.
Poi lo vide.
Rhett era chino in un angolo a stendere i materassini, si muoveva con la grazia di un predatore, i muscoli tesi e ben definiti sotto la maglietta scura. Il viso leggermente in penombra era spigoloso e i capelli rasati lo rendevano austero.
Ivy sentì il cuore sussultare, come un tamburo impazzito.
Non era più solo l’amico di suo fratello, il ragazzo che ogni pomeriggio arrivava con quel sorriso sfrontato e la battuta pronta, quello stesso ragazzo per cui lei aveva sempre avuto una cotta. Adesso era un uomo, e quella consapevolezza la bruciò sottopelle come una fiamma silenziosa.
Rhett alzò lo sguardo e quando i loro occhi si incontrarono, il tempo sembrò sospendersi. Ivy percepì ogni battito del proprio cuore, ogni respiro diventare più pesante. Era come se la palestra, per un attimo, fosse diventata un palcoscenico, e ogni suono di fondo: lo scricchiolio del pavimento sotto i suoi piedi e il ronzio lontano dei neon a soffitto si fosse dissolto.
Notò un particolare che le era sfuggito la prima volta che era stata lì: sul muro di pietra rossa che c’era alla sinistra del ring, il murales gigantesco di un leone campeggiava in un tripudio di colori sgargianti, con la criniera trasformata in una danza di sfumature ardenti. Il leone sembrava quasi osservarla, pronto a scattare fuori dal muro.
Rhett si avvicinò con passi misurati e sicuri come quelli di quella belva pericolosa raffigurata sul muro.
«Ben arrivata, straniera.»
«Ciao» disse lei, sistemandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio, ma questa ritornò ad accarezzarle la guancia perché troppo corta per restare ferma.
Il sorriso di lui la trapassò, risvegliando ricordi di pomeriggi estivi, di risate nella cucina di casa e sguardi che all’epoca passavano inosservati.
Ora, invece, ogni dettaglio di lui le sembrò un colpo ben assestato, preciso e inevitabile.
«Sei pronta per essere messa sottosopra?» disse con una voce calda e suadente.
«Messa così non suona molto bene» disse Ivy rispondendo con un sorriso incerto. Qualcosa di affilato e fastidioso iniziò a mescolarsi nel suo stomaco.
«Dai, stavo scherzando.»
Rhett le andò incontro e avvicinandosi le prese il borsone dalla spalla, per poi appoggiarglielo a terra.
«Sei già pronta o devi cambiarti? Mi dispiace informarti però, che non c’è uno spogliatoio per le ragazze» disse lui, scrollando le spalle.
«Nessun problema. Mi levo solo la felpa e sono pronta.» La voce di Ivy tremò leggermente, tradendo la sicurezza che cercava di ostentare.
Le sue mani, nonostante gli sforzi, rivelavano un leggero tremito, come foglie scosse da una brezza improvvisa.
L’entusiasmo per l’inizio di quel corso di autodifesa era reale, una scintilla che le accendeva il cuore, ma insieme a quella scintilla c’era anche una piccola e sottile ombra: la sua afefobia. Sperò che non venisse a galla e restasse sepolta tra le sue insicurezze.
Voleva riuscire a tenerla sotto controllo, doveva farlo per se stessa.
Si sfilò la giacca, la felpa, e con un gesto deciso le lanciò su una sedia vicina. L’aria fredda della palestra le accarezzò la pelle appena scoperta della pancia e dopo un respiro profondo Ivy sentì l’odore della gomma dei materassini e del cuoio consumato, dei sacchi da boxe, che immobili erano appesi lì poco distanti.
Tolse le scarpe, lasciando che i piedi trovassero appoggio sicuro su quel pavimento rivestito. Fece qualche passo in avanti, e sollevando lo sguardo si riempì della vista di Rhett, delle sue spalle larghe, attraversate da intricati tatuaggi che parevano raffigurare un roseto aggrovigliato, pieno di spine.
Le sorrise appena, poi inclinando il capo a destra e a sinistra si scrocchiò il collo, come se volesse lasciare andare la tensione nei muscoli.
Il cuore di Ivy le tamburellò all’improvviso nel petto, e quel battito rimbombò fino a confondersi con il silenzio della palestra. Ogni movimento di Rhett, già al centro dei materassini, la attirava come una calamita, un richiamo irresistibile. Lui la osservava con quella sua espressione calma e attenta, e in quell’istante Ivy si sentì al sicuro, come se non ci fosse altro al mondo che quel luogo, quel momento, quella sfida.
«Sei pronta, Piccola Ape?»
«Piccola Ape?» domandò lei sollevando un sopracciglio e poi le tornò alla memoria quello che solo tre giorni prima gli aveva detto quando lui l’aveva chiamata farfallina.
Rhett sorridendole si mise in posizione, le gambe piantate saldamente a terra, le mani alzate a formare una guardia naturale. La fissò con intensità, con un’ombra di sorriso che sembrava volerla mettere alla prova.
«Partiamo con la base, Ivy, ok?» disse, con una voce così decisa da mandarle un brivido lungo la schiena. «Questa mossa si chiama parry block, ed è una mossa semplice ma fondamentale. Devi usare il palmo per deviare il colpo e sfruttare il movimento per guadagnare spazio. Proviamo?»
«Ok» bisbigliò Ivy acconsentendo con il capo, e mentre la voce di Rhett risultava ferma e rassicurante, la sua solo un flebile alito di fiato.
Deglutì vistosamente perché il momento decisivo era finalmente arrivato. Ci erano voluti anni di psicoterapia per cercare di arrivare a un compromesso con quella miserabile fobia.
Il suo stesso respiro accelerato le risuonò nelle orecchie come fosse un incantesimo, un patto silenzioso tra lei e l’afefobia. Respirò a fondo, cercando di radunare il coraggio, e sollevò le mani, pronta a imitare i movimenti di Rhett.
A toccarlo e a essere toccata, ma poco prima che le loro mani entrassero in contatto, Ivy scattò all’indietro.
«Cazzo, non ce la faccio» squittì lei intanto che nervosamente iniziava a scuotere le mani, saltellando sul posto.
Incrociò gli occhi dell’amico di suo fratello e lesse lo stupore scavargli in fronte un solco deciso.
«Che succede?» le domandò serio mentre si raddrizzava, abbandonando quella posizione che invano aveva tentato di insegnarle.
«Credevo di farcela, di riuscirci… Dannazione a me!» cantilenò lei continuando a ruotare sui talloni, nervosa.
«Cosa non riesci a fare, Ivy?» le chiese Rhett, mettendosi le mani sui fianchi, un attimo prima di squadrarla con il capo leggermente inclinato di lato.
«Giuro che non sono pazza» mormorò lei, deglutendo vistosamente, mentre un’ondata di imbarazzo le tingeva le guance di un rosso acceso.
Sentì l’ansia serpeggiarle nelle vene, e cercò disperatamente di trasformarla in qualcosa d’altro, qualcosa di più forte.
Era venuta lì per imparare a difendersi, non per lasciarsi fermare dalle sue paure. Ma quelle stesse paure non ne volevano sapere di lasciarla andare.
«Non lo sto pensando» disse lui, il tono calmo ma incuriosito. «Ma vorrei capire…»
Ivy abbassò gli occhi, cercando di trovare il coraggio per spiegarsi, anche se la sensazione di vulnerabilità le strinse la gola.
«Io… io non posso toccarti, Rhett… ecco, l’ho detto.»
Le sembrò di intravedere un lampo passare negli occhi tempesta di lui, mentre un muscolo gli guizzava sulla mascella, come se stesse riflettendo profondamente su ciò che aveva appena sentito.
Ivy prese un respiro profondo, sforzandosi di continuare.
«È una… Una fobia» confessò, la voce leggermente tremante. «Mi è venuta fuori un paio d’anni fa. Non so nemmeno bene come sia iniziata, ma… Mi ritrovo a non poter toccare gli sconosciuti. Anche solo la possibilità di un contatto mi blocca, mi atterrisce.» Scosse la testa, frustrata da se stessa. «Mi sento stupida anche solo a dirlo, ma…»
«Ehi» sussurrò Rhett andandole incontro, ma fermandosi un attimo prima di sfiorarle i piedi con i propri. «Non voglio neanche che lo dici… Non sei stupida, Piccola Ape.»
E bastò quel piccolo e sciocco nomignolo per farle battere il cuore un po’ più forte.
«Però abbiamo un problema» disse Rhett intanto che Ivy sollevava lo sguardo, che non sapeva di aver abbassato. Lo scrutò dritto negli occhi. «Perché si presume che per insegnarti a difenderti io debba toccarti» concluse perentorio lui.
«Scusa.» Ivy si sentì terribilmente mortificata e abbassando le spalla sconsolata fece per voltarsi e scendere dal materassino.
«Ti stai arrendendo, Piccola Ape?» le domandò lui, alzando il tono della voce. «Perché la sorellina di Billy che conoscevo non lo avrebbe mai fatto.»
Ivy ruotò sui piedi scalzi e gli andò di nuovo davanti, e il fisico muscoloso di lui le incombé addosso, anche se tutto quello che riuscì a vedere erano le spine di quel dannato tatuaggio.
«Non è così facile…»
«Se lo fosse nessuno di noi due sarebbe qua.» Rhett incrociò le braccia sul petto e i muscoli dei bicipiti si gonfiarono e lei non poté fare altro che incantarsi a guardarli.
«Potremmo provare con la teoria?» bisbigliò lei a disagio, accartocciandosi le mani tra loro, mortificata.
Rhett inclinò la testa da un lato e parve scrutarla a lungo. Era come se cercasse di leggerle dentro, poi si voltò e scendendo dai materassini si avviò verso il bancone della reception.
«Sono così mortificata,» sussurrò Ivy alle spalle larghe di lui che si allontanavano.
Il cuore le martellò nel petto, temendo che Rhett potesse arrabbiarsi per tutto il tempo che gli stava facendo perdere.
Perché sinceramente, a chi diavolo sarebbe mai venuto in mente di iniziare un corso di autodifesa se aveva, seppur in modo lieve, quella dannata fobia?
Ivy si avvicinò alla sedia e, con le mani che le tremavano leggermente, si infilò di nuovo la felpa, subito seguita dalle scarpe da ginnastica che aveva appena tolto.
Un nodo le strinse la gola perché era convinta che lui la stesse mandando via.
Che sciocca era stata a credere che avrebbe davvero potuto fare una cosa del genere, con quella dannata paura che ogni giorno, nonostante la terapia, si sentiva cucita addosso.
Rhett, nel frattempo, senza dirle una parola, si infilò il giubbotto di pelle e con passo deciso si portò accanto al quadro elettrico. Uno dopo l’altro, spense tutti gli interruttori.
Le luci della palestra si abbassarono gradualmente, finché non rimase accesa solo l’insegna, che con la sua luce tenue riverberò sul viso di lui, dipingendolo di riflessi azzurrognoli.
Ivy lo vide voltarsi con sguardo tranquillo un attimo prima di farle segno di seguirlo.
«Andiamo, Piccola Ape.»
«D-dove?» balbettò lei confusa.
«A berci una birra e parlare dei vecchi tempi.» Rhett aprì la porta e la campanella tintinnò sulla sua testa. «Dici che può andare come inizio?»
Ivy sbatté le palpebre un paio di volte, incredula, mentre un battito incerto le sfarfallava nel petto.
Non riuscì a dirgli nulla così acconsentì con il capo.
«Bene.» Rhett le scoccò un sorriso e, con un cenno del capo, le indicò la porta.
Uscirono e, appena varcarono la soglia vennero investiti dal brusio caotico delle strade di Camden Town. Il rombo dei motori, qualche voce lontana, e il clangore metallico di una saracinesca che si abbassava si fusero in un frastuono nuovo, che per Ivy fu un piccolo scossone dopo il silenzio ovattato della palestra.

