TENEREZZA IMPERFETTA - Capitolo 1 di 4

MARIANGELA CAMOCARDI


A quante ragazze sarà capitato di imbattersi in uno sconosciuto e pensare: “Ecco, è lui il mio Principe Azzurro!”? A tante, indubbiamente. Io, invece, lo ritenevo assurdo, impossibile. Per questo la mia reazione mi ha stupito: non credo al colpo di fulmine e per me è normale esserne convinta. Sono il tipo di persona che neppure leggendo il più struggente dei romanzi d’amore riesce a immedesimarsi nell’eroina di turno, tutta sospiri e languide carezze, sognando di sedurre con un battito di ciglia il protagonista maschile della storia. Le amiche mi rimproverano di essere scarsamente romantica, e non potrei contraddirle. Ammetto di avere un cervello rigorosamente logico, i voli pindarici non mi sono congeniali, e ho un senso della responsabilità micidiale, il che equivale a non lasciarmi mai andare alle frivolezze. 

«Scarlett, sei troppo concreta e non va bene per niente» mi ripete mia madre Daisy, che vorrebbe vedermi sistemata. «Diamine, si è giovani una sola volta e bisogna dare il giusto spazio alla spensieratezza, altrimenti che razza di esistenza sarebbe mai la nostra?»

Daisy parla con cognizione di causa, ovviamente, avendo sposato l’anima gemella. Mamma è inglese e a vent’anni si trasferì in Italia per lavoro, e proprio a San Siro lei e papà si imbatterono una nell’altro tra miliardi di individui che gremiscono il pianeta, botta di fortuna che non capita proprio a chiunque. Si adorarono dal momento in cui si conobbero nel corso di un infuocato derby Milan-Inter, concluso in un salomonico pareggio. Un sodalizio che ha resistito persino alla loro rivalità sportiva, senza creare alcuno screzio coniugale.

Sono una figlia nata con la camicia, non so se si è capito, e invidio l’amore che c’è tra i miei genitori. Hanno un’intesa perfetta che li induce ad affrontare gli inevitabili problemi della vita con un reciproco e complice sorriso. Il loro è il saggio ottimismo di chi ha imparato che domani è un altro giorno, e che qualsiasi situazione può evolvere in meglio, se la speranza rappresenta il faro che illumina il nostro cammino.

Circa i sogni, non è che sia del tutto refrattaria a concepirli, assolutamente no, ma ai castelli in aria, sovente rischiosi e fonte di cocenti delusioni, io preferisco un sano e innocuo pragmatismo.

Posso apparire disincantata con tali affermazioni, ma restare ancorata nei confini della realtà è una scelta che evita rovinose cadute dai piani alti delle illusioni. Ho consolato alcune amiche in lacrime dopo relazioni sbagliate, e ho un’idea tutt’altro che approssimativa di quanto può far soffrire un amore che finisce. I sentimenti sono la parte di noi più vulnerabile in assoluto. C’entra il cuore, dopotutto, no? Proprio per questo nessuno è meno esposto di altri alle sconfitte sentimentali. Insomma, non sono soggetta alle facili infatuazioni ma qualche cotta l’ho avuta, s’intende, senza durare nel tempo. I miei volubili corteggiatori alla lunga spostavano lo sguardo su ragazze più appetibili, svanendo all’orizzonte senza lasciarmi soverchi rimpianti. Premetto che io mi apprezzo come donna, ma in una società in cui l’apparenza vale più della sostanza, sono consapevole di avere un certo svantaggio rispetto alla concorrenza.

Mi inserisco come aspetto nella nutrita moltitudine delle diversamente magre (la parola nutrita non è casuale) ma non sono per nulla oppressa da sensi di inferiorità. Sono una buona forchetta e ai piaceri della tavola non rinuncio, e neppure alle gelatine alla fragola, verso cui ho una conclamata dipendenza che rasenta quasi la lussuria, in termini di golosità. Una taglia 40 potrà calamitare l’attenzione maschile, ma io posso sopperire egregiamente con la mia simpatia, sempre che alberghi dell’intelligenza nei rappresentanti dell’altro sesso.

Sono una curvy, e con questo? La cosa non intacca la mia autostima e garantisco che opporre una sana indifferenza alla “prova costume” non ha prezzo! Comunque, sulla trincea professionale, senza falsa modestia, mi sento decisamente più realizzata che su quella sentimentale. Sfruttando il talento per la cucina che mi ha trasmesso la mamma, ho scelto di fare la “take a chef”, cioè la cuoca a domicilio. Tra i progetti in divenire c’è quello di aprire un ristorantino, ma chissà quando e come. Le risorse economiche per adesso non consentono orizzonti di gloria. È un mestiere gratificante che gestisco in autonomia e con soddisfazione. In più, collaboro con diversi rinomati ristoranti, se capita che siano a corto di personale, lavorando sia in cucina che in sala. C’è sempre da imparare da chi eccelle nell’arte della gastronomia, soprattutto se si ha abbastanza umiltà per mettersi in gioco e migliorare se stessi, anziché credersi master chef di supremo livello.

È stato proprio una sera in cui Carlo, proprietario del locale il “Tortellino d’oro”, mi ha chiamato per sostituire una delle cameriere, annientata da una brutta influenza, che è avvenuto lo sconvolgente incontro con il Principe Azzurro. Anzi, con faccia d’angelo, come lo ribattezzai subito. Folti cappelli corvini e occhi blu da cherubino, lineamenti virili e un sorriso da brevettare. L’ho notato appena ha varcato la soglia del locale con un paio di amici, eleganti e macho man quanto lui. Mentre servivo ai tre le varie portate, inappuntabile come esigeva il mio ruolo, mi sforzavo di contenere il mio estasiato apprezzamento nei suoi confronti. Scoprire che si chiama Edward, (oh, yes, precisamente come il fascinoso personaggio interpretato da Richard Gere in Pretty Woman) mi è sembrata la ciliegina sulla torta. Ogni volta che incrociavo lo sguardo di quello che per me era l’incarnazione del mio tipo ideale, il cuore perdeva colpi: Edward degustava la cena e io mangiavo lui con gli occhi. Va detto, era persino meglio di Richard, fisicamente. Ero lieta che Carlo mi avesse convocato proprio in quella occasione per rimpiazzare Lara, costretta a dare forfait.

Di solito mi aggiro tra fornelli e tegami, il mio sancta sanctorum, ma mi destreggio piuttosto bene anche nel servizio di sala. Ma che io sia in cucina o di corvée ai tavoli, Armand, lo chef, al corrente del mio debole, mi offre immancabilmente una scatola di gelatine alla fragola, le più prelibate in commercio. Ho frequentato un corso per sommelier e posso consigliare i vini adeguati a ogni pietanza. In definitiva, per farla breve, non avessi dovuto fare le veci di Lara, dubito che ci saremmo incrociati in una città come Milano, io e faccia d’angelo. Ma ci scommetto, qualcuno dirà che siamo tutti in balia del Fato, che il Destino è imbattibile nell’organizzare eventi imprevisti per noi mortali. Ma Scarlett Rovati, se serve ribadirlo, procede con i piedi ben piantati a terra, senza se e senza ma, perseverando nel definirle semplici coincidenze.

Ciò che non potevo prevedere è che, al termine della serata, Carlo mi tirasse da parte e, accennando a Edward, mi dicesse: «Saresti disposta a occuparti del catering nella villa sul lago di un cliente, uno dei prossimi weekend?»

«Perché no?»

«Bene! Edward Abernathy sta cercando una cuoca a domicilio e gli ho consigliato di rivolgersi a te. Il compenso è ottimo.»

«Grazie per la fiducia, Carlo. Ma dovrei anche pernottare lì, immagino?» Ho chiesto con le palpitazioni a mille.

«Sì, la villa è sul lago Maggiore, abbastanza distante per rientrare a notte fonda a casa, per poi essere di nuovo sul posto la mattina dopo.»

«Di che weekend parliamo? Non mi tiro mai indietro da un ingaggio, lo sai, ma ho promesso a mia madre di accompagnarla dalla nonna nel fine settimana, e sarei molto dispiaciuta se dovessi dirle che sarò impegnata altrove.»

«Sarebbe il prossimo sabato, non questo.»

«Allora d’accordo, accetto.»

Lui mi ha sorriso soddisfatto e mi ha allungato un biglietto da visita. «Chiamalo tu stessa e stabilite il da farsi.»

Ho annuito e poi ho preso congedo, stanchissima ma anche euforica.