TENEREZZA IMPERFETTA - Capitolo 2 di 4

MARIANGELA CAMOCARDI


Seguendo le istruzioni ricevute durante la telefonata con Edward, il mio nuovo cliente, arrivo a Villa Violet il venerdì pomeriggio. Violet era la nonna scozzese di faccia d’angelo, e lui il nipote prediletto che ha ereditato la proprietà. Gli Abernathy, come i Gucci, da generazioni sono leader nel settore dell’abbigliamento sportivo e della maglieria in cachemire. L’edificio, in stile Liberty, si protende su un panorama mozzafiato. Ho fissato con ammirazione la facciata color crema, prima di inserire la prima e risalire il viale con l’auto, colpita dalla magnificenza dei due formidabili leoni di marmo accovacciati sulle colonne poste ai lati del cancello di ferro battuto. La maestria dell’artista che li ha scolpiti è tale da suscitare in chi li guarda l’impressione che siano in procinto di spiccare un balzo verso una qualsiasi intrusione estranea.

 La cucina è super attrezzata e rappresenta il sogno di ogni cuoca. La governante che mi ha accolto, Edvige, mi darà una mano nella preparazione delle vivande e nella dispensa c’è il ben di Dio, perciò basta scatenare la fantasia sui manicaretti da servire. Edward mi ha dato carta bianca per i menù. Predilige i piatti tradizionali, mi ha detto, in particolare di pesce. Ha una voce calda e profonda — musica per le mie orecchie — e sono smaniosa di rivederlo. Edvige è una signora sui sessanta, affabile, efficiente ed energica. Mi ha mostrato ogni ambiente, prima di condurmi ai piani alti della casa per indicarmi la stanza che mi è stata assegnata. Con il marito Ugo, giardiniere e custode, abitano nella dépendance che sorge appena oltre la cancellata di ingresso.

Faccia d’angelo sarà pure un manager di successo eppure, anziché a bordo di una Porsche coupé o di una Ferrari, si presenta su una 500 ultimo modello. Quando entra in cucina per darmi il benvenuto, è cordiale e mi elogia per la competenza dimostrata sui vini. La cosa mi lusinga enormemente, peccato che al fianco di Edward svetti un’esplosiva bionda che definire sexy è riduttivo. Corpo da top model, abito e borsa griffati, lui pare incapace di staccarle gli occhi di dosso. Lei, che di nome fa Gioia, civetta sfacciatamente davanti a Edvige e me. Gli ospiti sono previsti per l’indomani mattina e la sera, solo per loro due, preparo risotto al nero di seppia con frutti di mare, tonno in crosta, cavolini di Bruxelles all’aceto balsamico e, come dessert, crema catalana con scaglie di cioccolato fondente all’arancia.

Eureka! Edward mi rinnova i complimenti e fa addirittura il bis del dolce, mentre Gioia pilucca appena il cibo, forse per non compromettere la linea.

Mi corico con un senso di trepidazione mai sperimentato in precedenza, ma non so cosa darei per essere al posto della bionda…

Mi alzo di buonora, così da mettermi subito all’opera, e il sole splende in un cielo terso e azzurro che sembra fondersi con la superficie del lago. Per colazione inforno una torta soffice con un ripieno di crema al limone.

Gli amici di Edward sopraggiungono alla spicciolata: sei tra donne e uomini.

Mentre spadello, li sento ridere e scambiarsi battute in veranda. Edvige mi informa che dopo aver pranzato faranno un’escursione all’Isola Bella, approfittando della barca ormeggiata nella darsena privata della villa. Allestisco un menù completo, sempre a base di pesce, con alcune specialità vegetariane.

I commensali evidentemente gradiscono poiché sbafano tutto quanto. Più tardi, nel pomeriggio, si alza un vento gelido e penso che non deve risultare piacevole fare una gita in barca con quella temperatura. Per ciò che mi riguarda, mi sono piazzata su una delle poltrone disposte di fronte al camino, che Ugo ha acceso nel salone.

Mi sono concessa un caffè e un break, dopo aver sfaccendato dall’alba per servire ogni piatto a puntino. Sto sfogliando un ricettario che avevo in borsa, quando sento all’esterno un vocio concitato. Mi sto chiedendo cosa succede proprio nell’istante in cui la governante compare sulla soglia. Torcendosi le mani angustiata, mi riferisce che, manovrando i remi, Edward è caduto in acqua. È stato portato in camera sua intirizzito e fradicio, e in quel momento è sotto una doccia calda.

Mi agito come gli altri e mi fiondo in cucina per preparare una tisana bollente da fargli bere. Ma il tempo impiegato per rientrare dalla passeggiata non è stato poco, oltretutto con i vestiti bagnati, e l’infreddatura gli fa venire la febbre. Faccia d’angelo trema in modo convulso, benché Edvige lo abbia avvolto in una coperta di lana e poi con il piumone. Interviene la guardia medica e il dottore, temendo complicazioni polmonari, prescrive dosi da cavallo di farmaci e gli ordina di restare a letto finché non sarà sfebbrato. Gioia fa finta di nulla ma è seccata per la defaillance di lui: il fine settimana ha preso una svolta inaspettata che non le garba per niente.

A un certo punto, dice a Edvige di aver ricevuto una telefonata, e che purtroppo se ne deve andare per un’urgenza professionale che non può disattendere.

Mi rendo conto, e pure gli altri, che è una scusa per tagliare la corda, una fuga che non mi stupisce affatto: da egoista egocentrica qual è, rivela quanto poco le importi di Edward. Gli altri amici prendono la palla al balzo e se la filano a loro volta.

La governante mi chiede se voglio andarmene anch’io; rispondo che non ci penso nemmeno, e che resterò alla villa finché sarà necessario.

La sera, tra pillole e misurini di sciroppo, riesco a far inghiottire a faccia d’angelo una tazza di brodo di gallina, metodo efficace ereditato dalle nonne mai accantonato da chi non sottovaluta l’esperienza di chi fu. Ha la febbre alta, mi lancia uno sguardo vacuo e sprofonda di nuovo nel torpore del sonno.

Sono stanca ma non me la sento di eclissarmi come se nulla fosse: decido di trascorrere la notte accanto a lui, permettendo a Edvige di avere il meritato riposo. Il medico è stato esplicito: la febbre deve essere tenuta sotto controllo, e lo veglierò io, per cui mi accomodo su un divanetto in fondo alla stanza. Edward è pallido ma ha smesso di tremare. Mi auguro che le medicine facciano il loro dovere e che il peggio sia passato. Certo, che maledetta iella cadere nelle acque del lago e beccarsi una tale costipazione respiratoria! D’improvviso mi sorprendo a considerare quanto sarebbe bello adagiarmi vicino a lui, abbracciarlo, stringerlo a me. L’attimo dopo mi do della sciocca, uno come Edward come potrebbe anche solo prendere in considerazione una tipa che fa la “take a chef”?

“Scarlett, farai bene a toglierti dalla testa certe idee balzane”, mi esorto.

Nella stanza il silenzio è rotto soltanto dal suo respiro, diventato calmo e regolare. Nel buio chiudo le palpebre e sospiro. Essere così vicini è piacere e tormento insieme, e non posso impedire alla mia mente di indugiare su faccia d’angelo.

Devo essermi appisolata perché, allorché mi risveglio, la luce dell’alba filtra dalle persiane. Vado a controllare Edward con un po’ d’ansia: dorme profondamente e mi tranquillizzo. Gli accarezzo il viso e, incapace di resistere alla tentazione, mi chino su di lui e gli sfioro la bocca con un bacio leggero. Le sue labbra sono calde e vorrei poter prolungare quel contatto che mi fa formicolare i sensi.

Poi il buonsenso mi richiama all’ordine e mi allontano con una riluttanza che la dice lunga sulle emozioni che infuriano in me.